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L’atto di ascesa al Bene per la via del Bello fu per Platone la quintessenza della cosiddetta «vita filosofica», e cioè un atto di sostanziale conoscenza – quella conoscenza tipica del filosofo, che (rifuggendo le mere opinioni) punta in modo inesausto alla Verità assoluta e stabile, e la ritrova ripercorrendo fino all’ultimo il percorso ascensivo che in realtà era iniziato già nell’Iperuranio cioè nella vita trascendente antecedente all’incarnazione dell’anima nel corpo, ovvero prima della nascita. Si tratta, come tutti sanno, di quella famosa «reminiscenza» (latente durante tutta la vita terrena dell’anima) – parallela alla realtà della reincarnazione o metempsicosi (dottrina originariamente orfico-pitagorica ed anche ermetico-egizia) − che è propria della conoscenza acquisita illo tempore nel contemplare le Idee o sommi Principi delle cose, e cioè i cosiddetti “in sé” (che sono poi le essenze delle cose, com’è «il Bello» rispetto a tutte le «cose belle»).
Per Plotino questo atto ha un significato più propriamente mistico, ossia consiste con l’ascesa (detta anche “ritorno” all’Uno) dell’anima individuale umana lungo tutti gli strati gerarchici dell’essere – Anima Mundi (l’anima cosmico-divina che impregna di sé tutte le cose e dà loro la vita intelligente), il Nous (l’Intelletto quale persona sovrumana e sovrannaturale, ossia la suprema Intelligenza divina creatrice) ed infine l’Uno, ovvero quella sintesi perfetta e simultanea di tutte le cose che rappresenta una vera e propria Realtà suprema e trascendente (cioè la più vera Realtà). Questo Uno corrisponde in Plotino di fatto a Dio stesso nella sua più alta concezione, ovvero un Dio Trascendente del quale non si può dire assolutamente nulla, dato che Egli si trova ben al di sopra di qualunque essere (e quindi al di sopra di qualunque attributo o qualità). È proprio a questo Uno-Dio che Plotino immagina ci si (ri-) unisca alla fine dell’ascesa filosofica come lui la intende [ascesa che non a caso prevede come primo passo la ri-unificazione dell’anima (ossia la Ragione) all’Intelletto, e cioè alla capacità conoscitiva più intuitiva e penetrante che mai possa venire concepita]. Questo Uno-Dio non è senz’altro quello cristiano (ossia il Dio incarnato), ma certamente è il Dio percepito dai mistici di tutte le religioni.
A prima vista tra le due concezioni dell’ascesa vi è una differenza quasi abissale – la prima sembra infatti conoscitiva e rigorosamente filosofica (e quindi razionale) mentre la seconda appare perdutamente mistico-irrazionale (e quindi emozionale). Ed in effetti i moderni critici (contestati da Yount) vedono proprio in questo la divergenza irrecuperabile esistente tra Platone e Plotino. Così si giunge perfino a pensare che il neoplatonismo (del quale Plotino fu capostipite) sarebbe una sorta di brutta e molto imperfetta copia della visione di Platone. Yount contesta però tutto questo sottolineando che di fatto tra le due visioni dell’ascesa non vi è alcuna sostanziale differenza. Anzi egli è convinto del fatto che Platone e Plotino la pensarono allo stesso identico modo proprio perché non solo concepirono l’ascesa in maniera sovrapponibile ma anche la vissero entrambi personalmente ed in maniera molto intensa. E ciò collima del resto con una letteratura piuttosto vasta che presuppone un misterioso viaggio di Platone al tempio di Eliopoli in Egitto, dove sarebbe stato ammesso ai riti di iniziazione a loro volta basati sulle dottrine orfico-pitagoriche e caldeo-ermetiche (menziono i relativi titoli nel mio saggio su Platone: Vincenzo Nuzzo, Il Platone proibito e l’Idea come la più reale delle cose, Aracne, Roma 2017)
Su questo non posso dire qui nulla di più dato che ci addentreremmo in questioni filosofico-metafisiche molto complesse ed anche tediose. Rimando quindi chi fosse interessato alla mia recensione del libro di Yount ed anche ad una serie di articoli che ho scritto (e pubblicato) sui diversi aspetti del tema [“Emanazione e continuità di essere tra Cabala e neoplatonismo”, in: I.v.a.n Project, Frammenti di filosofia contemporanea, Limina Mentis, Villasanta (MB), vol. XXIV, 2018, 41-68; “Platonismo e Gnosi”, in: I.V.A.N.Project (a cura di), Rassegna storiografica decennale, Limina Mentis, Villasanta (MB), Voll. IV, 2018 p. 228-255; “Un’unitaria metafisica filosofico- religiosa entro la continuità tra neoplatonismo pagano e cristiano. Il caso di Gregorio di Nissa”, in: Andrea Muni, Platone nel pensiero moderno e contemporaneo, Limina Mentis, Villasanta (MB), Vol. XIV, 2018, p. 21-73; “Tentativo di rilettura metafisico-religiosa dell’«idealismo della coscienza» – riflessioni sugli Aforismi di Śiva”, in: I.v.a.n. Project (a cura di), Frammenti di filosofia contemporanea, Limina Mentis, Villasanta (MB) 2017, Voll XX, p. 65-78; “L’orizzonte platonico del pensiero steiniano. Anima, ragione e spirito”, in: Andrea Muni (a cura di), Platone nel pensiero moderno e contemporaneo, Vol. IX, 2016 p. 129-170; “Dinamismo e onto-dinamismo”, in: Ivan Pozzoni (a cura di), Frammenti di filosofia contemporanea, Limina Mentis, Villasanta (MB), Vol. XXI, 2017 p. 163-227].
Ma una volta chiarito lo sfondo della tematica, dobbiamo passare ora alla trattazione del suo aspetto specifico, e cioè propriamente all’esperienza ascensiva di conoscenza del Bene per mezzo del Bello. Alcuni lettori sapranno che questo fu di fatto il tema centrale del famoso Simposio di Platone, dialogo in cui Socrate (assistito dalla sacerdotessa di Apollo, Diotima) esplora le varie possibilità di elevarsi dal godimento edonistico delle bellezze corporali e terrene al godimento filosofico della Bellezza eterna e trascendente. E non vi è dubbio che nello scrivere questo dialogo Platone ebbe davanti a sé il mito religioso del Dio bello per eccellenza, cioè appunto Apollo. Nello stesso tempo però è ben noto che Apollo fu questo in quanto «A-ploun», ossia l’opposto della molteplicità («polús»), e quindi il Uno e Trascendente per eccellenza. Ma Yount chiarisce tra l’altro proprio che Platone e Plotino la pensano allo stesso modo in quanto il Bene del primo corrisponde di fatto all’Uno del secondo. E queste due entità furono per l’uno e per l’altro pensatore quanto di più alto potesse mai venire concepito. Si potrebbe quindi venire indotti a pensare che Platone sia stato perfino al di sotto di Plotino, non essendo riuscito a concepire un’entità suprema come l’Uno. Ma Yount ci mostra che non è così per vari motivi. Soprattutto però non è così perché di fatto il Bene di Platone era nello stesso tempo anche l’Uno (del quale egli poi parlò molto direttamente nel dialogo detto Parmenide).
Bene. Per tutto quello che abbiamo detto finora, tutto ciò non costituisce affatto un astratto, inutile e tedioso cavillare metafisico – aggravato poi dal fatto che (come sostengono molti) in pratica in tal modo si parla del nulla, dato che proprio cose come l’«Uno» e il «Bene» rientrano tra le cose più inafferrabili (e magari anche del tuto inesistenti) che si possano mai immaginare. Le cose non stanno invece affatto così. Perché qui ci troviamo al cospetto di una delle più antiche, alte e sofisticate teorie (metafisiche) di ciò che noi tutti dobbiamo tenere presente quando pensiamo alla coppia bene-male, e soprattutto quando molto concretamente siamo chiamati a scegliere tra l’uno e l’altro nella nostra vita quotidiana.
E sfido chiunque di voi lettori − per quanto materialista, riduzionista ed a-moralista egli possa essere (e peraltro con suo pieno diritto!) −, a negare che, nel momento in cui si è trovato in uno di quei fatali e terribili bivii della nostra esistenza, non sia stato almeno sfiorato dal dubbio di stare scegliendo proprio tra il bene ed il male.
Ora noi sappiamo già di cosa si tratta quando Platone e Plotino parlano di questo come di un salire (ascesa), ma credo sia giunto il momento di comprenderne meglio il perché. In primo luogo proprio il Simposio è il luogo migliore per partire in questo sforzo di comprensione. Lo scenario del dialogo è infatti quello tipicamente ellenico-ateniese dei piaceri della tavola, uniti a quello dei bei corpi (specie maschili) e dei relativi roventi sentimenti amorosi – tra i quali la violenta passione provata da Socrate stesso per Alcibiade. Ma tutto ciò per Platone non fu altro che lo spunto per svolgere una minuziosa analisi conoscitiva per mezzo della quale elevarsi da tale scenario sensibile per approdare a quello ultra-sensibile, ossia quello del «bello-in-sè» − il Bello trascendente che resta eternamente invece di passare con il tempo e la corruzione dei corpi e delle cose.
Del resto, dato lo stato di vera e propria “follia” al quale (come dice Diotima) viene ridotto l’amante nel suo struggersi per il possesso dell’amato, non vi è a questo male altro rimedio che l’attaccarsi non al bello sensibile (che può addirittura negarsi, ma comunque certamente passa) bensì al Bello che non muta mai. E dopo quello che abbiamo detto dell’ascesa secondo Platone, è evidente di cosa si tratti con questo – si tratta della bellezza della Verità suprema, ultima ed assoluta, e quindi anche del piacere infinito che il filosofo prova nell’approdare ad essa dopo un lunghissimo difficilissimo cammino. Di questo autentico piacere della conoscenza Platone parlò diffusamente nel Filebo.

Già da questo è evidente che (nel contesto di questa dottrina metafisica) il Bello equivale a quello che per Platone è il Bene davvero supremo, ossia la Verità.
Ma ci sono altri due aspetti da esaminare per arrivare a comprendere ancora meglio la questione: − 1) il ruolo preciso che occupa il Bello nell’ascesa conoscitiva al Bene e nel tradursi poi del Bene in Verità evidente; 2) il criterio pratico ed anche effetto finale dell’applicazione di questa intera teoria, e cioè l’azione ispirata al Bene, ossia il «ben agire».
Ebbene, Yount dedica davvero molto spazio al primo aspetto della questione. Egli ci mostra infatti che il Bello (o meglio «il-Bello-in-sè») costituisce un’entità metafisica e trascendente che però reca in sé in maniera evidente le vestigia del sensibile per eccellenza. Esso incarna infatti tutto quanto attrae irresistibilmente lo sguardo dell’uomo infiammayo d’amore (il cui nome in Platone è estremamente esplicito come in Freud: “eros”): – proporzione, armonia, misura, simmetria, perfetto ritmo. Come tutti noi ben sappiamo, queste qualità furono le vere e proprie ossessioni che caratterizzarono l’intero spirito ellenico. Dunque da ciò discende che non vi è via migliore per ascendere al Trascendente, ossia al Bene, che quella contrassegnata dal Bello, ossia un’entità trascendente che però possiede tutti i requisiti per attirare l’attenzione delle menti e dei cuori umano-terreni.
Ma più precisamente qual è la funzione psichica che viene coinvolta primariamente in questo irresistibile volgersi della nostra attenzione verso ciò che è bello? È chiaramente la “visione”, ossia quella forma di coglimento dell’oggetto da parte del soggetto (conoscenza) che coinvolge il sensibile, ossia il coglimento di una «forma» in quanto vera e propria «sagoma» (shape) di un intero corporeo, ossia un’unità. Sta di fatto però che la funzione dell’Intelletto creante – il Nous, o Intelletto fatto entità metafisica, o anche mondo intelligibile (mondo delle idee), corrispondente più in basso alle «forme vuote» per mezzo delle quali la nostra mente conosce le cose (se si vuole le «categorie» di Aristotele) – consiste proprio nel «mettere in forma» il caos delle impressioni sensibili. Infatti già a livello meramente naturalistico e psicologico (quello della funzione della nostra mente) noi non conosceremmo mai alcun «oggetto» se cogliessimo appena un insieme non coordinato di impressioni sensibili. Noi insomma cogliamo un oggetto solo come un’unità coordinata (e soprattutto sensata) di impressioni sensibili, o qualità. È esattamente con questo che il mondo caotico delle cose diviene «intelligibile», ossia conoscibile, e cioè diviene accessibile alla facoltà intellettuale. Ed è per questa via che noi siamo in grado di dire con assoluta certezza: − «Questa cosa qui è un tavolo!».
Con ciò noi abbiamo di fatto già gettato uno sguardo su quella «teoria della conoscenza» della quale parleremo in una delle prossime lezioni. Ma non è questo che ora immediatamente ci interessa. Ci interessa il fatto che ciò che è formato (ossia ciò che, agli occhi del nostro intelletto, compare come «messo in forma») è sempre almeno tendenzialmente anche bello. Dunque è proprio questo che coglie quella nostra privilegiata facoltà che chiamiamo “visione”.
Tuttavia per Platone il discorso non si ferma affatto qui. Perché questa bellezza che è proporzione deve necessariamente tradire un’antecedente sapienza costitutiva e costruttiva, ossia un’autentica Intelligenza creativa.
E questo mette allo scoperto proprio il significato cosmico di ciò che è «intelletto», ossia l’agire conoscitivo di un’entità metafisico-trascendente che forma l’essere (il Mondo e la Materia) nel contesto di un atto creativo. Se questa entità-forza non agisse il mondo sarebbe oggettivamente quello stesso caos che si delinea davanti ai nostri occhi prima che agisca il nostro intelletto – immanente e soggettivo, invece che trascendente e oggettivo com’è quello cosmico.
L’intera filosofia (fin quasi ai giorni nostri) ha equiparato questa azione a quella dell’artigiano e dell’artista che misteriosamente «vedono» nella materia bruta da formare l’Idea o Forma alla quale la loro opera creativa si ispirerà come costante guida. Era insomma ciò che Michelangelo «vedeva» infallibilmente nel blocco di pietra da trasformare in statua. Si tratta quindi esattamente dell’Idea come Forma, al modo in cui essa veniva intesa da Platone – essa si colloca «davanti» allo «sguardo intellettuale» (intelletto come visione intuitiva) dell’artista quale “scopo” (telos) ultimo del suo agire creante.

Ma in fondo a cosa esattamente questa Sapienza cosmica permette di esistere? Per Platone e per Plotino essa permette che esista qualcosa che, nella sua perfezione (da noi colta come «bellezza»), mette definitivamente allo scoperto proprio l’agire di quell’Intelligenza cosmica che è giunta ormai a compimento nel suo prodotto. Tale prodotto splende infatti ormai davanti al nostro sguardo nella piena luce diurna della schiacciante evidenza (ben evidenziata nei netti ed armoniosi contorni della sagoma bella) senza che più alcuna oscurità (il caos del bruto e cieco sensibile in-intelligibile) possa nasconderla e quindi di fatto cancellarla dall’esistenza. Non vi è infatti esistenza più piena che questa.
E cosa ci testimonia tutto questo entro la dottrina metafisica di Platone e Plotino (strettamente dipendente dall’Uno-Bene, a sua volta equivalente allo più alta ed assoluta Verità)? Ci testimonia il venire allo scoperto di quell’”unità” (la cosa esistente stessa) la cui perfetta proporzione (bellezza) tradisce un’Intelligenza costitutiva la quale non può che essere stata ispirata a sua volta da una necessità positiva, ossia il dover venire ad essere di qualcosa, l’esistere effettivo e finale di qualcosa. Questo è l’«essere» nella sua pienezza. Si tratta insomma di ciò che molto più tardi Leibniz (Monadologia) – ripreso poi ancora più tardi da un Heidegger ispirato ed affascinato proprio dalla cultura greca – avrebbe definito come il principio del “perché qualcosa e non nulla”. Davanti a noi c’è infatti l’«essere» laddove un attimo prima vi era il «nulla», e ciò con la stessa identica indiscutibile giustificazione. È dunque in questo senso che l’Essere non può costituire altro che il Bene. L’Essere quindi rivela il Bene. E proprio per questo, pertanto, il Bello (che è più che mai «essere» in quanto tangibile sia a livello immanente che trascendente) non è altro che la manifestazione del Bene – ne è di fatto la manifestazione tangibilmente sensibile. Laddove poi il Bene si ispira all’”unità” come criterio di esistere, ossia all’Uno.
In tal modo noi necessariamente dobbiamo avere davanti a noi la «verità dell’essere» stessa; ossia quell’essere totalmente “aperto” (Heidegger) che è tale in quanto manifesta la bellezza inevitabile di tutto ciò che esiste in quanto «vero», ossia davvero totalmente giustificato ad esistere. Il mondo delle Idee di Platone è costituito infatti proprio da questo genere di cose, e cioè le «cose più belle in quanto vere»; che poi sono anche le cose «giuste» in un senso di nuovo molto prossimo alla bellezza, e cioè quello della “misura” costruttiva (orthos).
Ecco insomma ricostituiti i termini dell’intera dottrina che Yount riconosce in Plotino, ritrovandone poi gli stessi aspetti anche in Platone – il Bene contempla l’Uno per produrre l’Intelletto (o Nous), e l’Intelletto si ispira all’Uno-Bene per produrre tutto ciò che anima vivente (dall’Anima Mundi divina a quella individuale umana, animale e vegetale).
Eccoci dunque davanti alla cosmo-genesi così come venne immaginata dallo spirito greco.
Ma, ancora una volta, perché tutto ciò non è affatto una mera ed inutile divagazione fantasiosa su inesistenti entità metafisiche?
La risposta sta proprio nel doppio senso che ha l’ascesa all’Uno-Bene sia per Platone che per Plotino.
Quanto abbiamo infatti appena mostrato (cioè la fenomenologia completa della manifestazione dell’Uno-Bene con l’intermediazione del Bello) non è altro che la branca discensiva di un complessivo movimento la cui altra branca è quella ascensiva – quella in cui (come abbiamo visto prima) noi per mezzo del Bello perveniamo alla conoscenza dell’Uno-Bene. E con ciò noi approdiamo esattamente a quella Verità suprema che immanentemente avevamo già colto come «verità dell’essere». In questo luogo noi contempliamo proprio quelle «cose più belle in quanto vere» che Platone non a caso definì con in termine molto specifico di “idea”, ossia “eidos”, cioè qualcosa che si può cogliere solo per mezzo di un atto intellettuale che è sostanzialmente visivo (Friedländer). Insomma per Platone l’”idea” è tutt’altro che un astratto concetto della mente.

Bisogna però ammettere che tutto questo non oltrepasserebbe comunque una dottrina affascinante e poetica, se essa non avesse al contempo (per Platone più esplicitamente che per Plotino) una ben concreta ricaduta pratica.
E così veniamo al secondo aspetto della questione alla quale abbiamo accennato prima, ossia quello dell’azione in quanto «ben agire». In un certo senso ciò fu quanto contò di più per un pensatore come Platone, che iniziò a riflettere (abbandonando così la mera prassi) proprio in quanto sollecitato da preoccupazioni etico-politiche, e poi condusse tutta la sua riflessione esattamente su questo registro. Il famosissimo mito della Caverna (del quale Yount parla diffusamente) vuole in definitiva esprimere proprio questo, e cioè l’importanza che ha la conoscenza etica nel contesto di un’azione individuale che resta sempre incompleta se non si traduce nel sociale, cioè se non diviene concretamente politica.
E dunque proprio a tale proposito noi ci troviamo davanti all’aspetto più rilevante del momento discensivo dell’ascesa, ossia quello per mezzo del quale il Bene si manifesta nel mondo. Accade insomma che, soltanto una volta che noi siamo assurti alla conoscenza dell’Uno-Bene (quale Principio omni-valente di «ben-essere») – come accade all’uomo divenuto «filosofo» per il fatto di essersi ormai liberato dalle catene e dall’oscurità della Caverna −, noi siamo davvero capaci di agire bene; ossia siamo capaci di agire in obbedienza ad un Bene che inevitabilmente renderà attraente la nostra azione, cioè la renderà oggettivamente bella (e quindi desiderabile per noi e per tutti). Si tratta insomma di una bellezza etica. Così come la conoscenza qui implicata è chiaramente una conoscenza etica.
Il mito della Caverna, quindi, ci parla esattamente di un’ascesa conoscitiva (quella propria del «filosofo») che resta monca ed anche del tutto inutile se non viene seguita da una discesa del filosofo nel mondo della prassi (Montoneri).
È proprio su questa base che Platone concepì nella Repubblica il governo dei filosofi. In tutto questo è pertanto di importanza capitale una conoscenza che non si limita mai affatto ad essere «pura» (e quindi astratta), ma invece, nell’essere conoscenza inevitabilmente etica, indulge sempre a sporcarsi le mani con la realtà concreta.

Ebbene in tutto questo consiste il versante teorico-pratico di quella dottrina platonico-plotiniana che noi certamente possiamo invocare quando vogliamo fare uso della Filosofia nel pieno del nostro esistere quotidiano e collettivo.
Come si può ben vedere (in obbedienza a quanto ho scritto nella presentazione di questa pagina), noi non ci ritroviamo in tal modo tra le mani alcuna facile ricetta da applicare nella nostra vita per renderla più facile e piacevole, ossia (come si suol dire) “più felice” (in senso edonistico). Semmai ci ritroviamo invece tra le mani una ricetta che ci sollecita ad una profonda riflessione (unita anche alla dovuta auto-critica) per fare in modo che la nostra vita divenga “più felice” in quanto essa abbia finalmente più senso, ossia serva davvero a qualcosa (e cioè ad uno scopo che ci trascende come individui centrati unicamente in sé stessi). Ma questa nostra vita avrà più senso solo se noi, avendo interiorizzato ed impersonato la ricetta filosofica, saremo divenuti capaci di agire in una maniera che è tanto più difficile quanto più presuppone una costante, profonda, serissima e scrupolosissima riflessione. Non si tratta quindi per nulla di una teoria da apprendere e poi da dimenticare per darsi alla pura prassi. La filosofia applicata alla vita è semmai una teoria che inizia ad accompagnare per sempre la prassi, senza mai più abbandonarla. Questo è del resto il senso che lo stesso Yount attribuisce all’esperienza ascensiva del filosofo all’Uno-Bene – per essere davvero ciò che è, essa deve essere “trasfiguratrice”, ossia deve modificare per sempre il nostro essere ed esistere.
E ciò pone in evidenza l’importanza capitale e primaria del criterio etico quale punto di riferimento dell’azione individuale ed ancor più collettiva (cioè socio-politica). Cosa che presuppone poi nuovamente uno sforzo praticamente inesausto; dato che le sollecitazioni fortissime del mondo sensibile (dominato da criteri ben diversi da quello dell’etica, anzi spesso diametralmente opposti ad esso) tenderanno continuamente a farci deviare da questo cammino.
Ecco allora che la cosiddetta «filosofia di vita» non consiste affatto in una sorta di spionaggio utilitaristico (mediato dal filosofo-venditore di turno, elettosi a prestigiosa star del web) delle argomentazioni filosofiche allo scopo di ridurle ad una psicologia pratica di facile consumo. Al contrario essa consiste nel portare l’attitudine filosofica nel bel mezzo del nostro (irriflesso e cieco) esistere immediato, e ciò nella forma di un costante e faticoso atto di profonda riflessione (continuamente reso instabile dalla sottomissione al dovere della verità più ultima ed assoluta, e quindi aperto in una ricerca infinita) sulle cose esteriori ed ancor più sui nostri vissuti.
E bisogna dire che Platone va considerato un vero maestro della filosofia così intesa – visto che egli raffigurò sempre Socrate nell’atto di filosofare per strada, nei mercati, negli agorà, davanti e dentro i tribunali, nei porti, ed insomma sempre in mezzo alla gente e nel pieno dell’esistere.
Ma tutto questo ci serve anche a capire quanto poco la metafisica sia distante dalla stessa filosofia − in quanto presumibilmente ancora più astratta ed inutile di questa disciplina. Come abbiamo visto, infatti, la dottrina di Platone e Plotino tocca senz’altro vertici altissimi di riflessione (sia nella conoscenza pura che nella stessa mistica). Eppure in questa riflessione risiedono le radici per un altro livello di riflessione, che sicuramente è situato a livello più basso ma intanto non per questo è di importanza minore.

In altre parole, per mezzo di questa “lezione” sul pensiero di Platone e Plotino noi abbiamo potuto realizzare che anche la stessa più alta metafisica può e deve rientrare in una filosofia che possa e debba venire dibattuta vivacemente e costruttivamente; ossia molto lontano dagli interessi e dalle intenzioni delle spocchiose ed autarchiche Accademie.

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Introduzione.
La revisione critica di David Yount [David J. Yount, Plotinus the Platonist. A comparative account of Plato and Plotinus metaphysics, Bloomsbury, London Oxford New York New Delhi Sydney 2014] è estremamente utile affatto solo per dirimere una questione tuttora aperta, e cioè quella della relazione tra Platone ed il platonismo (includente poi anche il problema rappresentato dall’effettiva «platonicità» del neoplatonismo e dello stesso Plotino). Tale revisione è invece altresì utile a comprendere chi sia stato davvero Platone come pensatore. E Yount ci mostra che è possibile rispondere molto bene a questa domanda discostandosi dalle prevalenti interpretazioni moderne del pensiero di Platone nel considerarlo del tutto equivalente a quello di Plotino. Il riconoscimento di quest’equivalenza viene poi motivata dall’Autore sia attraverso un’approfondita ed ampia analisi testuale sia attraverso l’enunciazione del cosiddetto “principio di compatibilità” [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit., Introd., IV p. XXVIII-XXXII]; il quale consiste nel fatto che la pura somiglianza dottrinaria tra due pensatori è criterio pienamente sufficiente di approssimazione allorquando tale somiglianza stessa è talmente suggestiva da divenire addirittura assolutamente ovvia. Tuttavia sta di fatto che questa è esattamente l’impressione che colpisce di più il lettore indipendente dei testi platonici e plotiniani; il che rende inevitabilmente molto artificiose ed arbitrarie le costruzioni di tesi interpretative, quasi sempre riduzioniste, che oggi dominano entro la critica a Platone ed al platonismo. Possiamo quindi anche definire il nostro lettore come deplorevolmente «ingenuo». Ma intanto (se riusciamo ad essere davvero onesti) non potremo sottrarci alla sgradevole impressione che le motivazioni prevalenti nella moderna critica sono non solo meramente retorico-ideologiche ma sono in fondo anche bizzarre e perfino spesso incomprensibili.
Esse si scontrano infatti in maniera spesso frontale tanto con le evidenze testuali quanto anche (e soprattutto) con le evidenze dottrinarie molto oggettive che Yount pone in luce enunciando il suo principio di compatibilità.
Del resto la natura retorico-ideologica di tali interpretazioni risulta immediatamente chiara a tutti. Si vuole infatti presentare Platone come il paradigma indiscutibile del più rigoroso razionalismo filosofico immanentista (tutto concentrato sull’uomo e sulla moderna teoria della conoscenza), nel mentre invece si vuole presentare Plotino come modello di un misticismo metafisico che nulla avrebbe a che fare né con Platone né con le più autentiche istanze della filosofia moderna.
Ma la tesi centrale di Yount (quella della perfetta equivalenza Platone-Plotino) si scontra frontalmente con queste interpretazioni, facendocele pertanto riconoscere come mere illazioni. Esse quindi, oltre che falsificanti, appaiono in fondo anche inutili e dannose, dato che ci precludono la comprensione della vera visione dei due pensatori e soprattutto della vera natura del pensiero di Platone.
Più precisamente l’Autore sostiene che per entrambi i pensatori l’Uno e il Bene sono di fatto la stessa identica entità; e cioè la fonte delle Forme, e quindi infine l’Origine di ogni essere e di ogni ente, così come anche la Realtà stessa una volta colta nella sua trascendenza. Entrambe le entità stanno quindi radicalmente al di sopra dell’essere, con il configurarsi in tal modo di un trascendentismo ontologico molto deciso. Ed in tal modo non si può più assolutamente sostenere che la visione di Platone (diversamente da quella di Plotino) sarebbe appena un’epistemologia e gnoseologia immanentista.
La mera retoricità ideologica di tale interpretazione emerge poi in maniera ancora più chiara se teniamo presente che (sulla base di quanto afferma Yount) Platone pare abbia esposto la sua dottrina metafisica già nei dialoghi − non solo invece nell’esoterico insegnamento orale, come viene sostenuto dalla Scuola di Tübingen –, e peraltro (nonostante le apparenze) lo abbia fatto perfino in una maniera altrettanto sistematica di quella plotiniana [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit., Introd., I-II p. XV-XX]. Proprio questo lascia pertanto emergere, entro la sua visione, una dottrina metafisica sistematica entro la quale devono rientrare allo stesso titolo un’ontologia, un’epistemologia e perfino anche una mistica. Ed infatti, secondo Yount, al centro di questa dottrina non vi è affatto il Logos tipicamente filosofico e gnoseologico (come ritengono i moderni interpreti riduzionisti) ma vi è invece quel Bene che a sua volta è perfettamente equivalente all’Uno. Le conseguenze di tutto ciò sono dunque sostanzialmente due: − 1) la collocazione radicalmente sovra-essenziale di questa suprema entità, il Bene, fa sì che per Platone valga lo stesso apofatismo che viene applicato da Plotino all’Uno; 2) in quanto trascendente, l’Uno-Bene di Platone corrisponde ad una ben delineata ontologia suprema, che consiste poi nel «vero essere», cioè quello rappresentato dalle sole «cose buone» (le cose che sono tanto buone quanto vere, e viceversa). Ecco allora che, illustrandoci cosa sono l’Uno e il Bene (allo stesso modo di Plotino), Platone vuole soprattutto spiegarci qual è l’Essere più autentico e più pieno. Ed è evidente che per lui questo Essere consiste in quello radicalmente trascendente, ossia quello che siamo costretti di fatto a considerare un «Sovra-Essere», e cioè qualcosa che è sostanzialmente è «più-che-essere» (e non invece «meno-che-essere» in quanto meramente epistemologico, ossia «essere ideale» o anche «essere mentale»).
Ma esattamente questo Sovra-Essere, coincidente con l’Uno-Bene, è per Platone il supremo oggetto della conoscenza filosofica, e quindi è qualcosa di molto più alto delle forme vuote che governano la conoscenza umana (le quale sono invece totalmente immanenti alla mente e costituiscono quindi esattamente il mero «essere mentale»). Yount ci mostra quindi che il trait-d’union delle visioni di Platone e Plotino è molto coerentemente proprio l’esperienza intellettuale-visiva dell’Uno-Bene. In ogni caso va comunque ammesso che ad essa Platone offre una veste più esplicitamente filosofica mentre Plotino offre ad essa una veste più esplicitamente mistica. Ma a questo punto, data la radicale trascendenza dell’Uno-Bene, bisogna ammettere anche per Platone una dottrina della conoscenza suprema che sconfina nel sublime e nel contro-razionale o iper-razionale, ossia in una dimensione mistica o almeno molto prossima alla mistica.
A tale proposito bisogna tuttavia considerare quella che resta una lieve differenza tra Plotino e Platone. Il primo infatti ammette pienamente la conoscenza del Bene (mentre Platone invece la condiziona fortemente al raggiungimento effettivo di un livello estremamente trascendente), nel mentre però attribuisce all’Uno le stesse caratteristiche sovra-essenziali e trascendenti che Platone attribuisce all’Uno-Bene. In questo senso si può dire quindi che, nella sua visionarietà, Platone è stato ben più preciso e differenziato di Plotino. La sua è pertanto forse una filosofia sublime e contemplativa anche senza arrivare ad essere esplicitamente mistica, e quindi conservando tutto il suo rigore.
E ciò resta in linea con quanto affermato da Friedländer [Paul Friedländer, Platone, Bompiani, Milano 2014, I, I, III p. 80], e cioè che l’ascesa filosofica postulata da Platone mantiene costantemente la lucidità tutta razionale che invece si perde completamente entro l’esperienza mistico-unitiva postulata da Plotino. Questa tesi interpretativa diverge non poso da quella di Yount. E tuttavia (in base a quello che abbiamo costatato poc’anzi) sembra possibile che, pur nel conservare per intero il rigore razionalistico del suo pensare, Platone non abbia affatto voluto mantenersi lontano da un’esperienza conoscitiva di tipo mistico-unitivo.

Chiarito tutto questo ci sembra utile menzionare quali sono almeno alcuni dei critici le cui tesi vengono controbattute da Yount: − R. E. Allen, John Anton, Hilary Armstrong, John Armstrong, G. S. Bowe, Harold Cherniss, Roman Ciapolo, E. R. Dodds, Daniel Dombrowsky, Cynthia Hampton, David Hitchcock, Hans Georg Gadamer, Andrew Louth, William Lynch, Deepa Majumdar, Margareth Miles, Richard Mohr, John Rist, Glenn Rawson, Paul Shorey, W. T. Stace.
Egli è invece sostanzialmente d’accordo con uno dei più autorevoli specialisti di platonismo, cioè Lloyd Gerson, ed inoltre con E. N. Tigerstedt.
Va quindi fatto notare che sono davvero molte le voci critiche che oggi sostengono la necessità di una lettura riduzionistica di Platone.

Ebbene queste sono le linee più generali della tesi esposta da Yount. Ma crediamo che valga la pena di approfondire il discorso entrando nel dettaglio dei diversi aspetti da lui trattati

1- La questione critica globale − Platone, Plotino, il platonismo ed il neoplatonismo.
Abbiamo già commentato diversi aspetti di questa problematica, ma ve ne sono anche altri che vale la pena di prendere in considerazione.
Yount [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit., Introd., I-II p. XV-XX] sottolinea che (tenendo presente quanto affermato da Tigerstedt) le tesi oggi sostenute dalla critica rischiano fortemente di configurare dei veri e propri “errori” – nel tentativo di avvalorare unilateralmente aspetti del pensiero di Platone che o stanno in conflitto con le effettive e evidenze oppure si pongono come coppie di opposti che ci forniscono entrambi immagini pochissimo credibili della natura di tale pensiero
(ed ecco allora un Platone rigorosamente laico ed a-religioso, un Platone puramente razionalista e dialettico, un Platone che è protagonista di un pensiero meramente discorsivo e quindi è un pensatore non sistematico e mai conclusivo, un Platone libertario o invece al contrario totalitario, etc.).
Tigerstedt sottolinea anche che a prima vista queste riletture del pensiero di Platone si presentano come lodevoli sforzi di ricostruirne l’autenticità, dato che (secondo i moderni interpreti) il suo vero pensiero sarebbe stato coartato e corrotto dalla vera e propria “caricatura” operata su di esso dai suoi successori, ossia platonici e neo-platonici. Ecco che allora la moderna critica tende a leggere come discontinua e falsificante la relazione esistente tra Platone e platonismo. E naturalmente ciò mira (come già abbiamo visto) a ricondurre Platone all’immagine di lui e del suo pensiero che i moderni più preferiscono, ossia quella di un pensatore rigorosamente razionalista, immanentista, interessato alla sola epistemologia e totalmente laico.
Quanto poi alla questione della sistematicità o meno del pensiero di Platone, Yount la sostiene in pieno affermando che i dialoghi aporetici (ossia privi di una dottrina conclusiva) sono quelli in cui il pensatore si è semplicemente limitato ad esporre dottrine che non solo non erano le sue ma che soprattutto venivano da lui considerate non valide. In altre parole egli avrebbe presentato tali dottrine al solo scopo di porle in discussione; e ciò perfino rinunciando a trarne conclusioni definitive corrispondenti alla sua visione. L’evidenza dei dialoghi aporetici (privi sempre di qualunque conclusione, e quindi aperti) non contraddice affatto l’altra evidenza (non meno forte) dell’esposizione da parte di Platone di un vero e proprio pensiero sistematico. E ciò riguarda del resto i dialoghi più fondamentali, ossia Repubblica, Fedone, Fedro, Simposio, Parmenide e Timeo.
Su questa base Yount si schiera decisamente a favore della tesi critica da lui definita “unitarismo”, e della quale viene dichiarato protagonista Gerson. Secondo tale tesi il pensiero di Platone è sistematico in primo luogo in quanto è assolutamente unitario, e quindi è caratterizzato da una dottrina completa e coerente in tutte le sue parti. In particolare tale dottrina avrebbe incluso sia la postulazione delle Idee sia anche la postulazione di sommi Principi dell’essere che trascendono le Idee e che trovano infine la loro sintesi nell’Uno. Come abbiamo già visto, comunque, l’Autore (diversamente dalla Scuola di Tübingen) sostiene che la dottrina dei Principi sarebbe stata esposta da Platone già nei dialoghi (cioè in sede ampiamente pubblica), e non invece solo nel contesto del suo insegnamento orale (largamente esoterico, in quanto svolto nel corso delle lezioni tenute nell’Accademia davanti a pochissimi discepoli scelti).
In ogni caso Yount si schiera con veemenza contro la oggi molto diffusa tesi critica, secondo la quale il neoplatonismo (con Plotino in testa) sia stato molto differente dal vero pensiero di Platone [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit.,III-IV p. XXI-XXXII]. E bisogna dire a tale proposito che le tesi dei moderni interpreti giungono ad essere così fantasiose (nel loro negazionismo) da divenire addirittura paradossali (se non ridicole nella loro ostinazione riduzionista). Si sostiene infatti che il neoplatonismo abbia voluto a tutti i costi essere a tal punto una “nuova scuola” platonica (pur senza averne i titoli), da non esitare ad attribuire a Platone una mistica che in lui invece era del tutto inesistente. Ma a tale proposito l’Autore obietta che quello di Plotino è in verità un “idealismo razionalista” del tutto sovrapponibile a quello di Platone, al quale poi si aggiunge una metafisica molto esplicita senza che però questo crei alcuna contraddizione con il predecessore.
Oggi si tende a sostenere inoltre che il pensiero di Plotino sia stato appena il frutto delle tendenze del suo tempo (incluse quelle imposte dal Cristianesimo nascente e già prossimo al trionfo), ed infine che addirittura questo pensiero non sia altro che il frutto delle esigenze avvertite dai suoi lettori postumi (in primo luogo i platonistici cristiani). Ed in tutto questo si postula pertanto che a Plotino non può venire concessa alcuna “originalità” di pensatore (e tanto meno alcun “genio”); così che egli non avrebbe alcuna vera ragione per considerarsi davvero un platonico (semmai invece sarebbe stato un aristotelico ed uno stoico). Infine si giunge a sostenere che la sua interpretazione di Platone sarebbe stata del tutto errata (introducendo in particolare nel pensiero del predecessore un trascendentismo invece in esso del tutto assente).
A fronte di tutto ciò Yount ribadisce il nucleo della sua tesi critica, e cioè che la perfetta equivalenza Platone-Plotino consiste comunque nella condivisione della stessa dottrina ed anche dello stesso vissuto personale dell’esperienza di visione intellettuale dell’Uno-Bene. E su questa base egli solleva convincenti obiezioni contro ciascuna delle tesi critiche prima illustrate − soprattutto nel sostenere che, anche prendendo atto delle ovvie differenze che esistono (nei testi e nelle dottrine) tra Platone e Plotino, bisogna tenere presente che essi non possono venire considerate “essenziali”, ossia non possono venire considerate sufficienti a contraddire la tesi dell’equivalenza. Nulla infatti può essere sufficiente a fronte del fatto che (per entrambi i pensatori) l’esperienza visiva dell’Uno-Bene è fondamentale nella formazione del filosofo, e lo è in quanto profondamente trasfiguratrice di colui che la vive. Quindi essa non può che essere un’esperienza conoscitiva ed insieme mistica. É per questo che essa non può che venire considerata centrale da entrambi i pensatori. E ciò archivia secondo Yount qualunque tesi della differenza tra Platone e Plotino.
Da tutto ciò l’Autore egli deduce quindi che si possono capire bene le cose solo se si ammette che Plotino è “il platonista” (per eccellenza), mentre non è invece affatto appena “un platonista” (qualsiasi).

2- La comune dottrina dell’Uno-Bene.
Sostanzialmente Platone e Plotino condividono secondo Yount la stessa identica dottrina dell’Uno e del Bene, e quindi le due entità praticamente si equivalgono nei due pensieri configurando di fatto una sola entità e cioè l’Uno-Bene [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit., 1, 1 p. 2-18]. Infatti, sottolinea l’Autore, questa dottrina compare effettivamente in Platone nella Repubblica e nel Filebo. Intanto è intuitivo a qualunque lettore che l’Uno e il Bene non costituiscono esattamente la stessa identica entità metafisica, e che questo certamente vale sia per Platone che per Plotino. Le due entità però non si differenziano in nessuno dei due pensatori per il fatto che esse occupano di fatto lo stesso luogo radicalmente trascendente, e cioè quello delle supreme «Forme di Essere». Ovviamente va da sé che all’Uno (in quanto totalmente ineffabile e indeterminato, come poi vedremo) non può venire attribuita la stessa valenza di «forma» che invece può senz’altro venire attribuita al Bene in quanto certamente già ben più determinato (anche se esso stesso non poco ineffabile). Le osservazioni di Yount ci rendono quindi perfettamente consapevoli anche di queste (per così dire) sottili differenze interne all’Uno-Bene.
Sta di fatto comunque che, non appena iniziamo a mettere in discussione la radicale trascendenza del Bene (sia per Platone che per Plotino), immediatamente emerge una delle principali tesi interpretative riduzionistiche oggi comuni presso la critica – ossia quella secondo la quale, nel sostenere l’equivalenza Uno-Bene (e con essa l’equivalenza tra i due pensatori), si delinea fatalmente l’aporia di una «Forma delle Forme» (il Bene) che è compromessa con l’Essere fino al punto da rischiare di essere immersa in esso come le forme comuni e molteplici. In altre parole il Bene finisce per divenire assimilabile ad una qualunque Idea (quale Forma delle cose molteplici). Ed eccoci immediatamente davanti alla diffusa tesi critica secondo la quale Platone non concepirebbe dei Principi dell’Essere (come fa Plotino), ma invece concepirebbe solo il mondo delle Idee quale supremo livello ontico della Realtà. Conseguentemente si tende a sostenere che, mentre Plotino concepirebbe un Uno trascendente posto assolutamente oltre l’Essere, Platone invece concepirebbe non l’Uno ma invece appena il Bene quale somma entità ed in quanto immanente all’Essere (e proprio come tale accessibile realmente alla conoscenza umana). Questa tesi vuole pertanto che Platone non concepirebbe affatto l’Uno (come Plotino) ma invece solo il Bene. Vedremo però più avanti con quanta chiarezza e decisione Yount dimostra che il Parmenide di Platone non fa altro che descrivere lo stesso Uno concepito anche da Plotino.
In relazione a questa serie di tesi sta pertanto inevitabilmente anche la tesi critica secondo la quale, mentre a Plotino spetterebbe l’effettiva postulazione di un’ontologia trascendente (corrispondente all’Uno come sintesi dell’essere posto molto al di sopra delle forme), a Platone spetterebbe invece al massimo la postulazione di un’epistemologia. Il che implicherebbe poi che a Plotino si può attribuire un’effettiva onto-metafisica, mentre invece a Platone si può attribuire al massimo una teoria della conoscenza che con la metafisica ha molto poco a che fare. Yount si oppone a tutto questo sottolineando che, secondo i critici da lui confutati, Platone concepirebbe il Bene come “forma” e non invece (al modo di Plotino) come “sorgente di tutte le cose”, ossia come effettiva entità creatrice. Ecco allora che la forma del Bene sarebbe per Platone una sorgente appena metaforica delle cose; in quanto essa avrebbe una valenza puramente epistemologico-gnoseologica e non invece ontologica (e conseguentemente onto-generativa). Essa sarebbe dunque appena ciò che permette la conoscenza delle cose e non la loro esistenza; ossia sarebbe null’altro che quella «forma vuota» mentale per mezzo della quale le cose possono divenire intelligibili. Ancora una volta insomma ci troviamo di fronte alla tesi secondo la quale Platone ci parlerebbe appena delle idee presenti nella nostra mente come strumenti funzionali per la conoscenza delle cose.
Ebbene, come abbiamo detto, il criterio dirimente è qui quello della trascendenza. Infatti Yount rigetta questa complessiva tesi critica sostenendo che invece il Bene di Platone è trascendente quanto lo è l’Uno di Plotino, e quindi è anch’esso origine tanto della conoscenza quanto dell’esistenza delle cose. Più precisamente esso rappresenta la «Possibilità» ultima di qualunque genere di cosa. Proprio a tale proposito l’Autore sottolinea poi che per Platone la dimensione dell’“oltre l’essere”, caratterizzante il Bene (così come l’Uno di Plotino), va intesa come un «più che essere» e non invece appena come un «non-essere». Esso infatti «non è propriamente essere», ed è tale perché (come viene sostenuto nel Sofista) è superiore all’essere in dignità e valore. Qui è più che mai evidente, quindi, che Platone è ben lungi dal negare un’effettiva ontologia trascendente. Ma intanto, siccome il Bene resta la suprema Forma dell’Essere (e quindi è inevitabilmente compromesso con l’Essere stesso), tutto ciò significa anche che il concetto platonico di “oltre l’essere” va inteso come fortemente contemplativo e iper-razionale. Il che ancora una volta rischia seriamente (ma intanto con forti ragioni) di risucchiare Platone in quella mistica che invece i moderni critici sono disposti ad attribuire solo a Plotino.
A supporto di tutto ciò bisogna poi considerare che (come dimostra Yount) il fatto che il Bene sia “forma delle forme” − e quindi qualcosa di ben superiore alle forme comuni − evidenzia chiaramente che esso non è affatto qualcosa di ontologicamente inconsistente qual’è invece l’essenza; ossia un’entità che in filosofia equivale alla più pura onticità epistemologica, e cioè a quanto potremmo definire l’«essere ideale» (il quale è di fatto un non-essere). Si delinea così nuovamente il concetto di «forma vuota». Anche questo viene considerato dall’Autore appena un riduzionismo una volta che si attribuisca a Platone una visione contemplativa e sublime dell’essere. Infatti il Bene-Forma è per lui semmai la quintessenza di qualunque essere.
Proprio per questo nella Repubblica, con grande stupore di Glaucone, esso viene presentato come ubiquitario in quanto immanente, o sensibile, e nello stesso tempo trascendente, o ultra-sensibile. Ed in questo pochissimo cambia per il fatto che il Bene-Forma equivale in qualche modo (anche se in verità sovrastandolo) al livello intelligibile dell’essere, ossia il mondo delle Forme- Idee, e cioè null’altro che il Nous di Plotino. Appare dunque chiarissimo (già nella Repubblica) come Platone con il Bene alluda al livello ontologico dei sommi Principi. Infatti se esso non trascendesse ontologicamente il livello delle Idee (che resta in qualche modo sempre immanente) non potrebbe esercitare il ruolo di Causa e quindi di Forma delle Forme.
Proprio a tale proposito possiamo constatare come in questo modo decada una delle principali parti della complessiva tesi riduzionistica applicata a Platone – per lui infatti la suprema entità non è affatto il Logos (che corrisponde semmai al mondo delle Idee e cioè allo strato intelligibile dell’Essere) ma è invece semmai il Bene, ossia un Principio e nello stesso tempo un’entità metafisica vera e propria. Platone quindi non si limita affatto a condure un discorso circa la conoscenza umana (entro la quale il livello del logos rigorosamente filosofico costituisce quello più alto, completo e perfetto), né si limita a parlarci delle strutture ideali della nostra mente. Egli invece, allo stesso modo di Plotino, ci parla di vere e proprie «persone» metafisiche. Il che significa poi che egli prende alla lettera il concetto di Forma come Causa dell’Essere; invece di illustrarlo solo metaforicamente entro una sostanziale teoria della conoscenza.
In ogni caso – specifica molto scrupolosamente Yount −, nel confrontare Platone con Plotino si pone effettivamente il problema del se il primo davvero concepisca il Bene come il creatore degli esistenti (specie nella funzione di Dio), cosa che il secondo davvero fa. L’Autore ammette che ciò è difficile da provare in base ai testi di Platone, ma suggerisce anche che possa venire postulato almeno in base ad un’”inferenza”. Quello che è certo è che Platone considera il Bene come un’entità trascendente il Dio inteso come Idea (“Idea di Dio”), ossia il Nous colto nella funzione di protagonista di effettivo creatore in quanto Intelligenza creativa (che poi al livello ontologico animico corrisponde al Demiurgo quale Anima Mundi). Nella continuità tra queste due entità (l’una totalmente al di sopra dell’Essere e l’altra invece più immanente) si può dunque comunque postulare che il Bene sia per Platone davvero il creatore degli esistenti. Più precisamente il Bene appare essere in lui il creatore delle cose (esistenti) in quanto in primo luogo (quale Forma delle Forme) esso crea le forme delle cose, ossia genera il mondo intelligibile.
Naturalmente tutto ciò comporta un certo grado di continuo superamento del concetto di «essere» sia a proposito del Bene (Platone) sia a proposito dell’Uno (Plotino). E Yount menziona a tale proposito come modello il discorso apofatico (incentrato sulle negazioni) che Plotino svolge a proposito dell’Uno − nel negare che ad esso sia applicabile qualunque «è» (predicazione). In conclusione si può bene affermare che per Platone (Bene) così come per Plotino (Uno) l’Uno-Bene è tanto più «essere» (ossia ultima pienezza di essere) quanto più si trova al di sopra dell’essere.
Ovviamente, dopo tutti i chiarimenti offertici da Yount, appare davvero poco comprensibile come una sostanziosa parte della critica moderna possa sostenere che Platone non sarebbe in alcun modo prossimo al neoplatonismo in quanto per lui il livello supremo dell’Essere sarebbe quello del mondo intelligibile e non invece quello dei Principi. È pertanto proprio in relazione a tale difficoltà che può venire giudicata un’altra delle oggi più diffuse tesi interpretative dei critici, e cioè quella secondo la quale Platone ammeterebbe il contenimento del Principio (in questo caso il Bene) entro le cose immanenti ed inoltre anche nelle loro forme-idee (cosa che invece Plotino non farebbe). In questo modo si configurerebbe pertanto nel primo un dualismo e nel secondo invece un monismo – nel senso dell’ammissione o meno di due livelli di realtà, negata da Plotino nel sostenere che il Principio riassume in sé tutto l’essere non lasciando fuori altro che non-essere, ossia l’immanenza corporeo-materiale. Naturalmente tutta questa distinzione viene a decadere se (come fa Yount) si postula che per Platone il Bene equivale per davvero al Principio stesso posto radicalmente al di sopra dell’essere quale Forma delle Forme e Causa delle Forme così come di ogni altra cosa. È evidente che in tal modo si delinea un monismo trascendentista e di vertice, in forza del quale (anche per Platone) il Principio rappresenta la Totalità di Realtà stessa.

L’appena discussa tesi interpretativa riduzionistica fa poi sentire il suo effetto entro il dibattito che oggi si svolge circa ulteriori aspetti dell’Uno e del Bene in Platone ed in Plotino [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit., 1, 2-4 p. 18-25].
Si tratta di una serie di questioni sollevate intorno alla rilettura plotiniana del mito platonico della Caverna.
Uno dei punti più rilevanti è a tale proposito quella del se Platone consideri le ombre della caverna come appena ombre delle Idee (cioè appena le cose ideali) o invece come vere e proprie cose immanenti ed effettivamente esistenti (come fa Plotino). E ciò ripropone ovviamente la questione della possibile creazione di essere da parte del Bene. Ma Yount ci fa notare che, proprio in tale contesto, Plotino sostiene che il Bene stesso (così come anche l’Uno) è il creatore delle cose. Ecco che il Bene si trova in Plotino nella stessa posizione dell’Uno emanante il Nous, il quale poi a sua volta emana l’Anima Mundi, fino a pervenire infine alle cose esistenti. E peraltro il pensatore illustra qui il Bene allo stesso modo di Platone, ossia come un Sole emanante la Luce (l’Intelletto) che infine porta allo scoperto l’essere in quanto veridico (si tratta delle cose tanto più vere in quanto «buone», ossia emanazione del Bene e come tali intelligibili). Ancora una volta dunque il Bene e l’Uno appaiono una sola cosa per entrambi i pensatori. Ed ancora una volta appare evidente che Platone non si limita affatto (nemmeno in questo caso) a voler esporre una dottrina unicamente gnoseologica. Egli parla invece esattamente della creazione dell’essere. Sebbene sia chiaro che quest’ultima si presenti strettamente intrecciata alla dottrina gnoseologica incentrata in ciò che potremmo definire come la «verità dell’essere»; laddove appare poi di importanza critica la dimensione etica di quella conoscenza previa (reminiscenza) entro la quale l’anima contempla un’autentica ontologia trascendente e sovrannaturale, ossia il Bene come entità metafisica. Dunque questo discorso unifica inscindibilmente in Platone la dimensione gnoseologica con quella etica ed anche ontologica. E ciò è vero soprattutto perché nel Bene c’è la radice delle forme stesse delle cose in tutti i loro più decisivi aspetti. E poiché il Bello è Ragione stessa delle cose, esso giustifica anche tutto ciò che nelle cose è proporzione ossia Bellezza. Yount conclude sottolineando l’equivalenza Bene-Bello in Platone, che però non si ritroverebbe con la stessa chiarezza e decisione in Plotino.
Nel complesso, quindi, la sola differenza di Platone rispetto a Plotino sta solo nel fatto che quest’ultimo pone ben più esplicitamente il concetto di “emanazione”.
È pertanto evidente (a proposito della valenza gnoseologico-epistemologica del Bene, ossia a proposito del Bene come fonte della Verità) che per Platone l’entità costituita dal Bene è insieme metafisica, etica ed epistemologica in maniera assolutamente inscindibile. Ma il motivo principale di tutto ciò sta nell’importanza decisiva che per il pensatore ateniese ha la ricaduta pratica (etico-individuale ed etico-sociale, ossia etico-politica) di tutto questo, ossia il tema dell’azione.
Ciò che conta è infatti la possibilità di quel «ben agire» che non è possibile in assenza della conoscenza piena di qualcosa che è appunto il Bene. Ecco allora che, con la fusione inevitabile ed inestricabile delle tre dimensioni, il Bene costituisce per Platone il luogo di una conoscenza (coglimento della verità) che è inevitabilmente etica, nel mentre è comunque da mettere continuamente alla prova nell’azione.
Sta di fatto però che (com’era prevedibile) questo discorso viene scisso e ridotto dai critici nel porre in primo piano soprattutto la dimensione epistemologico-gnoseologica. Per essi infatti in Platone verrebbe postulato solo che l’”Idea del Bene” è il punto di riferimento di un agire che comunque è e resta in primo luogo conoscitivo (rendendo così secondaria la dimensione etica e quella metafisica). La sua sarebbe insomma appena una metaforica «etica della conoscenza», entro la quale la dimensione metafisica assumerebbe appunto la natura di una mera metafora poetica. Anche su questa base viene pertanto di nuovo postulato che Platone non avrebbe mai potuto parlare di un’effettiva ascesa conoscitiva al Bene trascendente (così come fa Plotino), dato che in tal modo l’oggetto di conoscenza starebbe del tutto al di fuori della portata umano-immanente.
Bisogna però intanto riconoscere che (almeno tendenzialmente) sussiste qui per davvero un’almeno tendenziale aporia. Ebbene è realmente possibile superarla sul piano rigorosamente filosofico? Sembra proprio di no. Perché (come abbiamo già visto altre volte) bisogna a tale proposito di nuovo invocare necessariamente la dimensione contemplativ a ed iper-razionale del pensiero di Platone. Infatti, se si vuole sostenere (come fa Yount) che il pensatore concepisce una conoscenza effettiva di ciò che è in sé irraggiungibile ed ineffabile (il Bene come Verità), allora bisogna anche riconoscere che Platone ammette letteralmente la possibilità di ciò che è in sé impossibile in termini umano-terreni.
E vedremo più avanti che per questo è fondamentale l’intermediazione dell’esperienza del Bello. In ogni caso sta di fatto che, rispetto a tutto ciò, Yount dichiara che il riduzionismo della moderna critica è da considerare come una vera e propria “distorsione” del pensiero di Platone.
L’Autore ritiene infine che lo stesso Plotino si allinei su queste posizioni; nel sostenere soprattutto il ruolo di intermediario svolto dall’Intelletto (Nous) nell’ascesa conoscitiva al Bene. Più in particolare si tratta qui della relazione tra due entità metafisiche sovraumane ed universali ma intanto anche ontologico-personali (il Nous e il Bene). E si tratta intanto però inoltre della conoscenza del Bene da parte dell’uomo per mezzo della sua partecipazione attiva del Nous.
Interviene qui nuovamente il problema della possibile differenza tra Platone e Plotino nel livello ontologico concesso all’Intelletto – laddove secondo i critici il primo collocherebbe l’Intelletto a livello trascendente assoluto (in quanto Bene), mentre il secondo invece non potrebbe in alcun modo concepire la presenza a livello trascendente di Bene e Intelletto (nel loro reciproco rapporto). Sulla base di questa possibile aporia i critici (qui Ciapolo) ipotizzano che Plotino in effetti non concepisca affatto (come Platone) un’ascesa conoscitiva dell’uomo al Bene (così come invece egli concepisce un’ascesa mistica all’Uno). Egli invece considererebbe la conoscenza umana su un piano meramente immanente privo di qualunque relazione con il trascendente, e quindi (nel suo discorso sulla conoscenza) si limiterebbe ad allinearsi ad Aristotele (e non a Platone) nel concepire l’uomo appena come animale razionale.
Insomma questa presa di posizione critica giunge fino al paradosso di supporre in Plotino una visione unicamente umano-immanente dello stesso Nous. Il che appare francamente assurdo per un pensatore così esplicitamente mistico-contemplativo.
In ogni caso (in relazione alla serie di questioni critiche appena discusse) va sottolineato che il riduzionismo critico nega sia a Platone che a Plotino un’effettiva dottrina dell’ascesa conoscitiva fino al livello più trascendente di essere, cioè al Bene.

3- L’analisi platonica dell’Uno nel Parmenide.
Come abbiamo già anticipato Yount sostiene la tesi secondo la quale l’Uno è equivalente al Bene poggia primariamente sul fatto che nel Parmenide Platone illustra le caratteristiche di un Uno che, in quanto Bene, equivale totalmente all’Uno di Plotino [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit., 1, 5 p. 26-48].
Più in particolare si tratta però nuovamente della dottrina del Bene come Forma, e precisamente quale trascendente Forma delle Forme. Essa è infatti una forma trascendente collocata oltre l’essere (alla radice di ogni cosa) e quindi è radicalmente superiore alle forme comuni per definizione immerse nell’essere. In quanto immateriale (e quindi diversa da qualunque cosa immersa nell’essere, dalle cose fisiche alle oggettualità ideali stesse), questa Forma è pertanto eterna e immutabile. Essa è cioè del tutto svincolata dal tempo.
Ebbene tali caratteristiche sono per l’Autore anche le caratteristiche dell’Uno di Plotino. Proprio a tale proposito si può e si deve quindi parlare di quell’Uno-Bene che viene postulato da entrambi i pensatori. Tuttavia, poiché Platone qui parla esplicitamente dell’Uno, nel discorso che segue definiremo per convenzione questa entità come Uno (-Bene).
Vi sono comunque alcuni aspetti specifici dell’Uno (-Bene) platonico-plotiniano che vale la pena di esaminare più in dettaglio.
A) rispetto al criterio dell’infinità (corrispondente al concetto di “apeiron”) esso è in primo luogo di un “illimitato” in quanto non costituisce assolutamente un determinato o definito, ossia una cosalità (un «cos’è?» definito da un’essenza) – in tal modo esso non è delimitato da alcun’altra cosa. L’ Uno (-Bene) è quindi null’altro che l’”informale” in quanto per definizione «non formato» bensì invece uicamente «formante». Per tali motivi: − a) esso non può conoscere alcuna definizione predicativa (o attributo), e quindi è per definizione ineffabile ed inconoscibile; b) esso è produttore infinito in quanto alcun essere statico (determinato) può limitarlo e quindi esaurirne la produttività. Esso si conferma essere quindi un creatore sia in Plotino che in Platone. In ogni caso Yount sottolinea la sovra-essenzialità trascendente di questa entità, dato che essa non corrisponde affatto all’apeiron quale Materia Prima.
B) il principio di identità (in relazione al criterio della possibile differenza tra enti) vale in maniera raddoppiata per questo Uno (-Bene); in quanto esso non può essere diverso da nulla che sia «altro», e quindi proprio per questo è talmente identico a sé stesso da annullare anche il sé stesso quale «altro». E questo sussistere in maniera totalmente incondizionata a qualunque genere di alterità lo rende il sommo indipendente per eccellenza. Il che pone pertanto un’assoluta e radicale condizione ontologica, la quale non può che costituire l’antecedenza assoluta di essere per eccellenza. In forza di questo l’Uno (-Bene) è la fonte di tutte le cose pur non avendo assolutamente nulla a che fare con l’Essere. Il che però, dice Yount, genera un inevitabile paradosso che non è assolutamente solvibile filosoficamente, e del quale Platone era ben consapevole proprio per il fatto che credeva nella radicale trascendenza dell’Uno. Eccoci dunque di nuovo di fronte all’evidenza in Platone di un discorso contro-razionale o iper-razionale. Su questa base bisogna pertanto affermare che (sia in Platone che in Plotino) a questo radicale assoluto, trascendente ogni cosa, non si addice alcun attributo (ineffabile).
C) il precedente discorso vale anche in relazione al criterio della similitudine-dissimilitudine tra gli enti. Infatti l’Uno di Platone è “self-identical” (totalmente identico a sé stesso) in quanto non è né dissimile né simile a sé stesso (cioè di nuovo non si configura qui alcun «altro»). Tuttavia Yount chiarisce che ciò sta in connessione in particolare con la valenza di unità che (almeno in via di principio) la cosa immanente stessa potrebbe avere sul modello dell’Uno. Cosa che però non accade, dato che le cose immanenti sono molteplici per definizione. Ed alcuna molteplicità di entità (per quanto esse siano in sé unitarie) può configurare davvero l’unità. Quest’ultima costituisce pertanto sempre un Uno-Tutto, ovvero una Totalità di Essere sublimemente concentrata.
D) dai due principi antecedenti discende poi che l’Uno (-Bene) non può essere altro che Uno e solo l’Uno, in quanto esso non è in alcun modo molteplice. E Yount precisa che (laddove Plotino parla qui dell’Uno) in tal modo Platone indica il Bene come Origine assoluta di tutte le cose.
E) rispetto a criterio dell’eguaglianza-disuguaglianza, l’Uno (-Bene) si delinea come la suprema delle Forme dato che nulla può assomigliare ad esso totalmente in quanto ente fatalmente formato. Ciò significa però soprattutto − una volta esaminato non il versante di essere del «formato», ma invece quello opposto del «formante», ossia il versante di essere che eventualmente precede l’Uno come Forma) − che non può esservi alcuna forma dell’Uno (-Bene) stesso. Per questo esso è Forma delle Forme. Il che lo pone di nuovo radicalmente aldilà dell’essere.
F) a causa di tutto ciò l’Uno (-Bene) non partecipa dell’essere immanente in alcun modo. In particolare − in quanto esso non può essere altro che ciò che è, ossia l’Uno (-Bene) stesso – tale entità non è in alcun modo «essere» in modo predicativo, e cioè un «è» (e proprio per questo è ineffabile e non equivale alle generiche forme immerse nell’essere).
Ed in particolare ciò avviene perché il suo stare “oltre l’essere” (proprio come avviene per il Bene di Platone) consiste nel fatto che esso costituisce un’entità onto-etica, ossia è superiore all’essere in quanto a “dignità” e “valore”, ovvero in termini sostanzialmente qualitativi.
G) ecco che l’Uno (-Bene) è inevitabilmente ineffabile e pertanto non può essere oggetto né di conoscenza né di discorso. Ma proprio qui emerge la principale aporia del discorso di Yount circa la perfetta equivalenza tra Uno plotiniano e il Bene platonico. Infatti, egli dice, in molti luoghi (tra i quali la Repubblica, VI 507b, X 596a-b) Platone parla esplicitamente della conoscenza del Bene. Tuttavia ad un’analisi più approfondita (che lascia emergere nuovamente i paradossi inevitabili di un discorso contro-razionale e iper-razionale) appare evidente che Platone intende con ciò un sommo esistente che però sta del tutto oltre i sensi (invisibile), ossia è qualcosa che esiste nella massima pienezza proprio in quanto si trova del tutto “oltre l’essere”. In particolare si tratta del fatto che esso è sottratto totalmente al divenire. Ma proprio in quanto esistente intanto esso può e deve venire conosciuto, sebbene in maniera totalmente diversa dagli altri oggetti di conoscenza (tutti immersi più o meno nel divenire). Quella qui in causa è pertanto la conoscenza intuitivo-visiva che avviene per mezzo dell’Intelletto. Quest’ultimo è infatti l’unico che sia davvero in grado di cogliere l’Invisibile in un’esperienza che (per definizione) avviene sempre come se in verità non fosse mai realmente avvenuta (ossia del tutto al di fuori delle condizioni sensibili, tra le quali in particolare la temporalità). Il che ci lascia allora intravvedere un atto fulmineo per mezzo del quale si coglie qualcosa con indubitabile certezza ma intanto senza in alcun modo poterne parlare. È esattamente quanto avviene nel mondo iperuranio nel contesto della rotazione delle anime intorno alle supreme Forme-Idee dell’Essere.
Quello che è certo è comunque che tutto ciò viene senz’altro espresso in maniera ben più esplicita da Plotino nel tentare di descrivere l’Uno e l’esperienza di conoscenza che lo caratterizza. Tuttavia è in questi complessivi termini che in particolare si pone anche la conoscenza del Bene in Platone. A tale proposito Yount parla di esso come quell’“Idea del Bene” che è anche “Forma del Bene” (per Plotino); e pertanto non è “tecnicamente conoscibile” per il semplice fatto che è stata vista di sfuggita (come l’ultima entità contemplata nel corso della contemplazione rotatoria dell’Uno) entro l’esperienza (visivo-intellettuale) che fonda la conoscenza come scienza previa, ossia la reminiscenza.
Ma, come abbiamo già visto, il problema sollevato dai critici sta a tale proposito nel fatto che Plotino avrebbe considerato il Bene perfettamente conoscibile (a differenza dell’Uno), mentre invece Platone lo avrebbe di fatto considerato inconoscibile. Per l’Autore però tale differenza sparisce allorquando si considera che per Plotino (come abbiamo visto poc’anzi) l’Uno altro non è se non la “Forma del Bene” e quindi ad esso equivale quasi perfettamente.
Ed eccoci con ciò in maniera chiara davanti a quell’Uno (-Bene), il quale costituisce evidentemente un’entità metafisica quasi del tutto priva di fratture interne.

4- Il Bene e il Bello per Platone e Plotino.
Tutto quanto abbiamo visto finora influenza direttamente la dottrina del Bello (o Bellezza) sia di Platone che di Plotino [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit., 2 p. 49-68]. Insomma, proprio in quanto entrambi i pensatori considerano l’Uno-Bene come inconoscibile ma anche (nello stesso tempo) conoscibile per mezzo di un’esperienza visiva, allora il Bello deve essere indispensabile intermediario in questo processo conoscitivo. In qualche modo, cioè, esso costituisce (sebbene ad un livello ancora radicalmente trascendente) l’apparenza primaria del Bene.
Ne discende quindi che esso costituisce una Forma suprema (nel senso che è un’entità formante un oggetto conoscibile) ma lo è occupando un livello comunque inferiore rispetto a quello dell’Uno-Bene. Ma oltre a ciò – a livello immanente − esso è forma delle cose belle per mezzo delle quali ascensivamente ci si approssima alla conoscenza del Bene. In ogni caso comunque il Bello assume la valenza inevitabilmente etica, dato che la sua conoscenza approssima inevitabilmente al Bene. Pertanto si può anche dire che (per converso) in assenza del Bene (come intermediario) noi non conosciamo il Bello (oppure lo conosciamo solo nella sua forma distorta, cioè appena nelle sue forme sensibili).
Precisato tutto questo, l’analisi del Bello ci permette dunque di capire molto meglio come avviene quella paradossale conoscenza dell’Uno-Bene della quale abbiamo finora parlato. Si tratta infatti di una conoscenza ultra-sensibile che però implica per l’uomo la necessità di servirsi di mezzi sensibili. E la Bellezza è esattamente questo in quanto è di per sé (come Idea) molto prossima al Bene. Come illustrato da Yount, insomma, l’Idea del Bene è sempre inevitabilmente anche bella. Quindi si può e si deve affermare che Bene e Bello sono quasi equivalenti, anche se non del tutto. Più precisamente il Bello è prossimo al Bene per mezzo della proporzione ed armonia che esso proietta sulle cose conosciute (che però, come dice l’Autore, non è affatto l’elementare “simmetria”).
Tuttavia ciò non potrebbe avvenire senza una trascendenza, in assenza della quale il Bello ricadrebbe tra le forme immanenti e sensibili di bellezza Su questa complessiva base si può dire allora che la Forma-Idea (“eidos”) corrispondente al Bello è una “forma” che è “senza forma” (shapeless), e quindi manca paradossalmente proprio di quella dimensione che è più indispensabile per cogliere ciò che è bello, ossia l’involucro esteriore.
Ebbene ciò ci riporta inevitabilmente di nuovo alla problematica del Bene come possibile entità creante. Infatti, attraverso la partecipazione di tutto questo «sensibile», noi possiamo comprendere meglio la valenza onto-generativa o creativa del Bene in quanto Forma. Esso infatti fa in modo che venga alla luce la verità dell’essere proprio per mezzo del Bello, ossia ciò che più lascia apparire come «in forma» quanto è destinato a venire conosciuto. E che pertanto si presenta a noi come «vero» proprio perché splende in tutta la sua evidenza, pienezza e completezza alla luce del sole. Ma in questo modo si rende in fondo a noi visibile il Bene stesso, ossia quel radicale Trascendente per la cui conoscenza il Bello funge da indispensabile intermediario. Ecco allora che continuamente l’esperienza immanente della conoscenza della verità dell’essere (in quanto immancabilmente bella) ci rinvia ad una sorta di discesa del Bene verso il mondo, che poi a sua volta si rivela essere null’altro che l’esperienza ascensivo-conoscitiva più incommensurabile che si possa concepire. E proprio in tal contesto, allora, il Bene si manifesta a noi come quel Sole il quale rende tutto visibile per mezzo della sua Luce. Si tratta insomma di null’altro che di quanto è solo vagamente intuibile a coloro che sono immersi nell’oscurità della Caverna.
Nell’analizzare però a fondo l’equivalenza tra Platone e Plotino, Yount sottolinea ancora una volta che non deve sfuggirci nemmeno la sostanziale diversità esistente tra Bene e Bello. Proprio in quanto compromesso inevitabilmente con il sensibile, il Bello è infatti una Forma ben inferiore rispetto al Bene. Ed a tale proposito emerge un’ulteriore maniera per intendere ciò che abbiamo detto poc’anzi, ossia la dimensione intellettuale dell’atto visivo. Infatti esattamente perché Plotino la pensa come Platone, egli considera l’Intelletto equivalente al Bello in quanto entrambi sono compromessi con l’essere e con il sensibile. Ciò che abbiamo descritto prima è insomma null’altro che l’atto dell’intelletto per mezzo del quale viene colto ciò che si presenta come «in forma». Quindi nulla viene conosciuto veramente se non è formato (illuminato) dalla bellezza in quanto bene; e come tale costituisce un essere per definizione sempre visibile in quanto in forma. Pertanto il Bello è forma universale ed eterna dell’Essere.
Ebbene su tutto questo si basa quell’atto che per Yount è di importanza centrale entro l’equivalenza dottrinaria tra Platone e Plotino, e cioè l’esperienza trasfiguratrice dell’Uno-Bene. La quale pertanto non può che avvenire se non per mezzo del Bello. E qui l’Autore chiarisce un aspetto fondamentale dell’intera questione: − il Bello costituisce senz’altro un’entità in qualche modo immanente (in quanto compromessa con l’essere e con il sensibile), ma intanto è e resta nello stesso tempo un’entità radicalmente trascendente (cioè il Bello che soprastà e soprassiede a tutto «ciò-che-è-bello», ossia le «cose belle» in forza della partecipazione del Bello). Quindi si tratta comunque di un “in sé” che non equivale né all’essere né alla stessa (unilaterale e pura) conoscenza, ossia non è ancora una pura Idea. Proprio non essendo tale, il Bello risulta inestricabilmente connesso al sensibile, e pertanto può venire colto solo per mezzo di un’esperienza visiva e non invece per mezzo di un’esperienza puramente conoscitiva. Ciò non significa però affatto che si tratti di un’esperienza fisica, dato che essa ha comunque un’inevitabile valenza ascensiva in quanto è destinata a recare dalla molteplicità sensibile all’unità ultrasensibile.

5- L’Intelletto o Nous per Platone e Plotino.
Yount [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit., 3, 1-3 p. 68-90] chiarisce che anche l’Intelletto, in quanto corrispondente alla “mente divina” (nella sua totalità ed in tutti i suoi aspetti), può venire considerato nella sua dimensione oggettivo-oggettuale e soggettivo-personale. E ciò avviene non solo in Plotino (presso il quale la cosa, come abbiamo visto, non sorprende affatto i critici) ma invece anche in Platone.
La prima dimensione corrisponde ai contenuti della mente divina, ossia agli oggetti di conoscenza da parte dell’Intelletto, e cioè le Forme-Idee che nel loro complesso configrano il «mondo» (o «essere»), “realm”, che Dio e la mente divina costituiscono (il “mondo delle Forme”). Questo è null’altro che il mondo intelligibile, ovvero il mondo delle Idee così come viene concepito da Platone. Ma a ciò aggiungiamo che esso costituisce inoltre anche il mondo delle Forme-Idee presenti nella mente divina creativa così come venne concepito poi dalla metafisica cristiana, cioè il mondo delle Idee creative delle quale si serve Dio in funzione di Intelletto ed Architetto dell’universo. Ebbene tutto ciò corrisponde a ciò di cui il Nous “ha conoscenza”.
La seconda dimensione corrisponde poi al Nous stesso in quanto entità personale soggettuale (con tutti i suoi tipici attributi).
È evidente che, nella sua prima dimensione, l’Intelletto corrisponde al primario e più alto strato dell’Essere, ossia a quell’essere ideale che è così incorporeo e sottile (pienezza di essere corrispondente al complesso degli “in sé” di tutte le cose) da poter venir colto solo da una facoltà conoscitiva estremamente acuta e penetrante esattamente in quanto essa stessa è sommamente incorporea e sottile, ossia appunto l’Intelletto stesso. Esattamente questo è il mondo di Forme-Idee che viene contemplato dal corteo delle anime divine (guidato da Zeus) nel mondo iperuranio. È dunque il mondo intelligibile che assomma in sé l’intero essere possibile e precisamente nella sua pienezza, ossia come essere sommamente “vero” (quindi per questo anche inalienabilmente esistente, ovvero equivalente in maniera perfetta al “what it is?”, o «cos’è?» della cosa). Esso è insomma il mondo delle somme entità intelligibili (Giustizia, Temperanza etc.) alle quali sono sotto-ordinate tutte le cose, a loro volta raggruppabili in generi. Tutto questo però rientra nell’unità connotata eticamente, e cioè nell’Uno-Bene.
Quindi ciò che onticamente costituisce l’«Intelletto» sta in relazione con tale somma Unità, e pertanto ne “ha conoscenza” così come del resto (costituendo esso la conoscenza stessa) ha conoscenza di sé stesso, ossia dei contenuti onto-ideali tutti poi rifluenti nella somma Unità. Pertanto, nell’avere conoscenza di sé stesso (dei propri stessi contenuti), l’Intelletto ha conoscenza di tutti gli “esseri reali” (real beeings) che rientrano nella somma Unità dell’Essere – ed a quel livello tali esseri altro non sono se non le Forme delle cose immanenti. Essi appartengono tutti all’Uno in quanto Bene, e quindi vengono conosciuti per mezzo della dimensione visiva che abbiamo illustrato sopra.
Da ciò Yount trae la conclusione secondo la quale (in forza tutto di quanto abbiamo detto della visione intellettuale del Bene) l’Intelletto è di fatto l’immagine del Bene. In altre parole l’Intelletto da un lato equivale (in qualche modo) al Bello stesso (in quanto intermedio sensibile della conoscenza del Bene), e dall’altro lato costituisce una sorta di contemporanea seconda presenza metafisica (oltre il Bello) che funge da protagonista soggettuale dell’atto di visione. Esso incarna insomma quel colui che, una volta uscito dalla Caverna − non più abbagliato dalla Luce (della Verità intelligibile), e quindi è ormai perfettamente in grado di guardare oltre le ombre-apparenze (generate dalla Luce nell’oscurità) −, è capace di giungere alla visione delle “cose in sé stesse”.
È pertanto in questo senso, dice Yount, che Platone intende il “viaggio” ascensivo dell’anima verso il mondo intelligibile. Ed in relazione a tutto questo egli suggerisce che (anche presso Platone, oltre che presso Plotino) il Bene “genera” l’Intelletto (la dimensione intelligibile), in modo tale che avviene un vero e proprio “ritorno” dell’Intelletto stesso “al Bene”.
Ebbene il riconoscere questa relazione ontologica tra Bene ed Intelletto implica per l’Autore che anche per Platone (così come per Plotino) l’Intelletto è il Nous, ossia è un’effettiva entità onto-metafisica (per così dire personale anche se sovrumana e iper-soggettuale), nel mentre esso è intanto l’Essere stesso in quanto “mondo” (realm) “delle forme”.
Proprio in questo senso (in quanto persona agente) si può dunque dire che esso “ha conoscenza”.
Ne consegue pertanto che (come abbiamo già visto) per Platone l’Intelletto non è affatto un astratto concetto metaforico che stia appena in relazione alla teoria della conoscenza nel suo rigore fattuale ed immanentistico, ovvero non è affatto una mera struttura mentale di tipo funzionale.
Ecco allora che (ancora una volta) il riconoscimento della perfetta equivalenza tra Platone e Plotino esige che si attribuisca ad entrambi un trascendentismo onto-metafisico. Ma è esattamente questo che i moderni critici contestano cercando di fare emergere l’aporia che scardinerebbe quest’intera interpretazione qui illustrata, ossia la possibilità effettiva dell’ascesa filosofica una volta posto questo trascendentismo. Proprio in forza di questo viene postulato che Platone avrebbe appena concepito un’immanenza delle Forme conoscitive alla mente umana, ed affatto invece una loro trascendenza metafisica – dottrina in assenza della quale (secondo i critici) Platone non avrebbe mai potuto concepire la possibilità effettiva dell’ascesa filosofica. Ebbene Yount considera tutto questo null’altro che una profonda “misinterpretazione” del pensiero di Platone. Ed inoltre precisa che proprio l’assimilabilità di esso al pensiero di Plotino (Intelletto come Nous, ossia persona onto-metafisica) permette di concepire in maniera ineccepibilmente metafisica quell’immanenza delle Forme conoscitive all’Intelletto che effettivamente (egli ammette) nei testi platonici appare effettivamente poco chiara (le Forme si trovano fuori o dentro l’intelletto?).
Questa trascendenza non toglie però che sia Platone che Plotino ammettano il “cambiamento” entro la dimensione onto-metafisica dell’Intelletto, e quindi ammettano la sua vitalità in senso animico. È pertanto esattamente in questo senso che secondo Yount va intesa la relazione onto-generativa e creativa intrattenuta dall’Intelletto con l’essere e con il mondo. In Platone si tratta della rotazione delle anime divine intorno all’Intelletto (a sua volta in connessione conoscitiva con l’Uno-Bene), mentre in Plotino si tratta della relazione esistente tra l’Intelletto (Nous) e l’Anima Mundi (nel mentre dall’altro polo l’Intelletto contempla l’Uno). In entrambi i casi viene così giustificata la relazione tra il paradigmatico mondo ideale ed il mondo cosa, e cioè la creazione.
Ed è su questa base che sia in Platone che in Plotino si possono ritrovare le dottrine di Dio e del Demiurgo che vengono analizzate criticamente da Yount nel confutare le moderne tesi critiche riduzionistiche. Non commenteremo comunque queste parti del libro, così non commenteremo la parte del libro in cui l’Autore descrive la profonda comunanza del concetto di Anima Mundi tra Platone e Plotino (chiamando in causa soprattutto il Timeo).

Conclusioni.
A noi sembra che l’opera critica di David Yount offra elementi di grande rilevanza entro uno scenario che (come abbiamo visto) è oggi totalmente dominato da un’interpretazione critica radicalmente riduzionistica di Platone. E va pertanto segnalato che nelle conclusioni al suo libro l’Autore elenca sinteticamente i punti dominanti di questo genere di interpretazione confutandoli uno per uno [David J. Yount, Plotinus the Platonist… cit., p. 123-131]. Egli per la verità si riferisce qui al solo Plotino, sforzandosi di sottrarne il pensiero ai pregiudizi e luoghi comuni dei critici che non solo negano la sua perfetta equivalenza a Platone, ma anche ne mortificano l’immenso valore. In particolare l’Autore afferma che il pensiero di Plotino non è affatto riducibile a quello di Aristotele e degli Stoici, che esso è totalmente platonico ma intanto non è assolutamente una ripetizione di Platone (cosa che renderebbe Plotino non solo un pensatore non originale ma anche quasi addirittura un non-pensatore), che esso non sostiene alcun monismo in conflitto con il supposto dualismo di Platone (che per l’Autore è in verità del tutto inesistente o almeno totalmente malinteso), che egli parla di un’unione mistica all’Uno che trova perfetta rispondenza in Platone. Non ci soffermeremo sulla giustificazione di queste tesi, ma intanto va detto che esse, nel rivendicare a Plotino il posto che effettivamente a lui spetta nella storia della filosofia e soprattutto nel platonismo, ci mostrano chiaramente (in trasparenza) quale deve essere stato il vero pensiero di Platone. Personalmente abbiamo tentato anche noi di ricostruire l’effettiva natura di questo pensiero per mezzo delle nostre letture dei testi del pensatore ateniese e per mezzo del ricorso ad alcune opere critiche non in linea con le interpretazioni oggi dominanti [Vincenzo Nuzzo, Il Platone proibito e l’Idea come la più reale delle cose, Aracne, Roma 2017]. E tuttavia in questo nostro sforzo di rilettura ci riferimmo in particolare alle tesi della Scuola di Tübingen − rappresentata in Italia specialmente dal Prof. Giovanni Reale [Giovanni Reale (a cura di), Per una nuova interpretazione di Platone alla luce della “dottrine non scritte”, Bompiani, Milano 2010; Giovanni Reale, Platone. Alla ricerca della sapienza segreta, Rizzoli, Milano 2008]. Yount però ci mostra che anche questa tesi rischia di costituire una misinterpretazione di Platone; sebbene in eccesso e non invece in difetto, ossia in senso diametralmente opposto a quello riduzionistico. Nel contesto di essa si sostiene infatti che la dottrina esposta da Platone nei dialoghi non sarebbe che una minima parte del suo insegnamento (in gran parte esoterico), e senz’altro quindi la meno rilevante. Yount invece crede di poter ritrovare una suprema dottrina dei Principi (travalicante effettivamente la dottrina delle Idee, come sostenuto dal Prof. Reale) anche dei dialoghi, e quindi nel pieno di un discorso che da un lato è ineccepibilmente filosofico (in quanto a rigore, specie di tipo dialettico) e dall’altro lato non manca nemmeno di essere sublime, contemplativo e contro- o iper-razionale.
Ebbene in tal modo noi veniamo messi di fronte ad un altro rischio che esiste nell’interpretazione di Platone, e cioè quello che vorrebbe fare del suo pensiero qualcosa di riconducibile incondizionatamente alla categoria (spesso molto abusata, tendenziale ed estremistica, e quindi non meno retorico-ideologica di quella riduzionistico-immanentista) del cosiddetto «esoterico». Se ne può avere un’idea consultando alcune opere che abbiamo citato anche nel nostro saggio [Raphael, Iniziazione alla filosofia di Platone, Asram Vidya, Roma 2008; Carmelo Muscato, La questione delle dottrine non scritte e l’esoterismo di Platone, Asram Vidya, Roma 1996]. Peraltro in questo stesso saggio non abbiamo esitato a deplorare questa tendenza sottolineando come sia esagerato tentare di fare di Platone soltanto un “divino” pensatore o anche “maestro di misteri” (come viene definito appunto in queste opere). Semmai, come posto in luce da Friedländer [Paul Friedländer, Platone… op. cit., I, I p. 33-35, I, I, I, p. 15-46, I, I, III p. 73-104], Platone fu un filosofo a tutti gli effetti proprio perché il suo essere tale giunse ad essere paradigmatico per l’intera filosofia in quanto egli ebbe accesso alla disciplina per mezzo di profondissime intuizioni visionarie che non sono affatto comuni tra i pensatori di tutti i tempi (specie quelli moderni) e che quindi sono restate uniche e mai più ripetute. E ciò peraltro sottolinea fortemente la centralità di quell’esperienza trasfiguratrice dell’Uno-Bene che lo stesso Yount pone in primo piano.
Pertanto, così come è un far ingiustamente torto a Platone il volerlo ridurre ad una sorte di campione del rigore filosofico razionalistico e laico (peraltro unilateralmente moderno), è senz’altro un far torto ingiustamente al suo pensiero anche il pretendere di riassorbirlo in una letteratura esoterista che è troppo eterogenea, vasta, confusa e spesso anche falsificante per poter rappresentare l’insuperabile genio filosofico del nostro pensatore.
È dunque in questo senso complessivo che, a nostro modesto parere, l’opera di Yount è di importanza davvero capitale nel contesto della moderna critica interpretativa al pensiero di Platone.

ABSTRACT.
A noi sembra che possa essere molto fruttuoso il confronto tra il Logos presentatoci da Filone Alessandrino e quello presentatoci da Edith Stein. E per questo ci siamo dedicati a quest’indagine, che è comunque basata soprattutto su una nostra antecedente analisi dei testi del pensatore ebraico [Vincenzo Nuzzo, “Filone Alessandrino. Un paradigma di filosofia religiosa” < https://cieloeterra.wordpress.com/2019/06/04/filone-alessandrino-un-paradigma-di-filosofia-religiosa/ >], a sua volta basata poi sulla traduzione italiana dei principali testi del pensatore [Filone di Alessandria (a cura di Roberto Radice), Tutti i trattati del Commento Allegorico alla Bibbia, Bompiani, Milano 2011].
Naturalmente si tratta di due forme di Logos che sono molto diverse tra di esse dal punto di vista teologico-metafisico, dato che la pensatrice ebreo-tedesca ci parla sostanzialmente del Logos cristico. Inoltre sono molto diversi anche i due diversi approcci al Logos preso in sé, sebbene entrambi i discorsi ambiscano ad essere filosofici. Infatti il discorso di Filone si incentra unicamente sulle Sacre Scritture ebraiche (Vecchio Testamento). Ed esso si avvale per di più di un impianto filosofico (quello platonico) unicamente come strumento; non invece con l’intenzione espressa di condurre un’argomentazione filosofica fine a sé stessa. Il primario scopo del pensatore è pertanto unicamente teologico-esegetico. Invece il discorso della Stein si rifà primariamente alla filosofia fenomenologico-husserliana, arricchita successivamente dall’onto-metafisica tomista e quella agostiniana, nel mentre si avvale anche degli apporti della riflessione cristiana sulle Scritture (ossia sul Nuovo Testamento). Il suo ricorso alle Scritture è quindi non solo diverso in relazione al testo ma anche per due fondamentali motivi: − 1) perché è solo indiretto, in quanto mediato dal pensiero cristiano; 2) perché ha lo scopo di arricchire il discorso filosofico, ma non certo invece di fondarlo e soprattutto di costituirne l’obbligato punto di partenza (come avviene invece in Filone). Il primario scopo della pensatrice è pertanto genuinamente filosofico. Mentre nella nostra riflessione prima citata abbiamo visto che il pensiero di Filone costituisce un paradigma filosofico-religioso in primo luogo perché esso prende le Scritture sia come punto di partenza sia come unico piano sul quale sviluppare l’argomentazione filosofica. La Stein non sembra invece affatto guidata da questo intento.
Di tutto questo ci ha poi dato conferma l’analisi testuale che abbiamo condotto in quest’indagine.
Dobbiamo però menzionare anche un altro elemento che ci ha molto colpito durante la lettura dei testi di Filone, e cioè l’ipotetica approssimabilità di alcuni tipici luoghi della metafisica religiosa steiniana ad alcuni luoghi dell’esegesi biblica condotta dal nostro pensatore. Si sarebbe insomma indotti ad avanzare addirittura l’ipotesi (però estremamente arrischiata) di una lettura dei testi filoniani da parte della pensatrice, e quindi di una sua intenzione (per quanto occultata) di riferirsi alla dottrina metafisico-religiosa propria della sua cultura di provenienza, e cioè quella ebraica. Abbiamo già lavorato su un’ipotesi del genere in un nostro precedente articolo [Vincenzo Nuzzo, “Edith Stein e l’ebraismo religioso”, Philosophica, 51, 2018, 81-95]. E nel corso della lettura di Filone si è presentata a noi la stessa identica suggestione. Per cui l’abbiamo poi saggiata analiticamente alla luce dei testi filoniani, ottenendo anche qui molto suggestivi elementi di conferma. Anche in tale contesto bisogna però precisare che non vi è la benché minima prova documentale di uno studio steiniano dei testi religiosi ebraici allo scopo di sostenere la sua riflessione metafisico-religiosa per mezzo di essi.
L’unica prova documentale di tale prossimità (ma molto indiretta) potrebbe risiedere nei momenti in cui il suo pensiero si avvicina di più alla riflessione di Paolo, che notoriamente fu impregnato di Sapienza ebraica prima di divenire il vertice della metafisica cristiana. E tali momenti paolini possono venire riscontrati solo in alcuni luoghi molto ristretti dell’opera steiniana [Edith Stein, Die Frau, ESGA 13, Herder, Freiburg Basel Wien 2000; Edith Stein, Endliches und ewiges Sein, ESGA 11/12, Herder, Freiburg Basel Wien 2006, VII, 9 p. 387-389].
Nel complesso ci sembra che la nostra investigazione abbia posto in evidenza quella differenza tra la dottrina steiniana e la dottrina filoniana del Logos, che sarebbe impossibile negare. Ed abbiamo anche spiegato per quanti e quali motivi ciò sia impossibile. Il motivo più ovvio è quello dottrinario in senso storico-filosofico, in quanto le due dottrine sono maturate in ambiti di idee totalmente diversi. Il secondo motivo sta poi nella differenza esistente tra le esigenze dei due pensatori nel formulare la dottrina del Logos – che in Filone sono primariamente teologiche (per quanto mediate dalla filosofia) mentre nella Stein sono primariamente filosofiche (per quanto mediate dalla teologia).
Attenendosi a questi così impositivi criteri differenzianti, si finisce però per rendere inspiegabili le straordinarie assonanze che sussistono tra i due pensieri tanto per la dottrina del Logos, quanto anche per rilevanti aspetti teoretico-conoscitivi (in particolare per quanto attiene la dottrina fenomenologica della «costituzione»). Tali assonanze risultano invece spiegabili facendo ricorso al criterio dell’Ebraismo religioso, quale ipotetico punto di riferimento della riflessione steiniana.
Come abbiamo visto questa tesi manca purtroppo totalmente di basi documentali. Ma non per questo cessa di essere estremamente suggestiva. Nel corso dell’indagine abbiamo tentato di presentare delle ipotesi che spieghino questa contraddizione. Ebbene, sintetizzando queste ipotesi, diremmo che molto probabilmente la Stein si sia nutrita (più o meno direttamente) della Sapienza religiosa ebraica nel corso della sua educazione e formazione in una famiglia giudaica ed in un ambiente giudaico. Ma il così decisivo evento della sua conversione al Cristianesimo deve aver costituito un momento di brusca rottura nel suo contatto con questa Sapienza. E qui le ipotesi circa le forme di tale rottura possono essere le più disparate – rifiuto, imbarazzo (per il timore di incoerenza), occultamento dovuto ai doveri di religiosa etc.
È però difficile dire se, successivamente a tale rottura (avvenuta magari solo sul piano formale e quindi esteriore) la Stein abbia continuato comunque a tener presente la Sapienza ebraica (facendo così indiretto riferimento ad essa sullo sfondo delle sue riflessioni intanto incentrate sulla sola metafisica e teologia cristiana), o invece magari abbia addirittura continuato a studiarla segretamente.
È evidente che a tutte queste domande si potrebbe definitivamente rispondere solo avendo la certezza che non siano mai stati trovati documenti che provino quanto noi sosteniamo. A noi personalmente risulta davvero difficile credere che ciò sia vero. Ma naturalmente non possiamo avere alcuna certezza in questo senso.

NB. L’autore sarà lieto di mettere a disposizione, a chi ne faccia richiesta scritta, la copia cartacea dell’articolo consistente in circa 13 cartelle Word

ABSTRACT.
In questo scritto abbiamo esaminato unicamente il volume che raccoglie tuti gli scritti più rilevanti di Filone nella loro traduzione italiana [Filone di Alessandria (a cura di Roberto Radice), Tutti i trattati del Commento Allegorico alla Bibbia, Bompiani, Milano 2011] ed inoltre accoglie anche il saggio introduttivo del Prof. Reale e del Prof. Radice [Giovanni Reale, Roberto Radice, La genesi e la natura della filosofia mosaica]. Ci ripromettiamo comunque nel futuro di allargare ulteriormente la nostra conoscenza della letteratura critica esistente su questo pensatore.
Comunque ci siamo sentiti spinti a questa riflessione sui testi soprattutto dall’impressione (ricavata dalla loro lettura) che la complessiva visione filoniana possa costituire uno dei paradigmi più rilevanti (entro il pensiero occidentale) per una filosofia religiosa davvero integrale.
E tale impressione si basa soprattutto sul fatto che il pensatore impiega la sua dottrina del Logos principalmente allo scopo di poter condurre un’argomentazione filosofica su quel Dio che egli intanto incentra unicamente nelle Sacre Scritture ebraiche, ossia sul Vecchio Testamento. Pertanto l’impianto certamente platonico del suo pensiero rappresenta per lui molto più uno strumento che non un fine. Ed in questo rientra senz’altro l’assimilazione (da parte sua) delle principali figure bibliche (storico-naturali e sovrannaturali) al paradigma ontologico dell’intelletto.
Sulla base di tali criteri abbiamo dunque condotto la nostra analisi testuale e la relativa riflessione, giungendo così alla conferma della nostra ipotesi di partenza. Filone appare essere infatti per davvero un paradigma per la più integrale filosofia religiosa. E ciò è vero per una serie di motivi: − 1) perché la sua riflessione prende le mosse unicamente dalla Scrittura, e poi si muove solo sul piano da essa configurato; 2) perché egli pone decisamente l’ontologia divino-spirituale al di sopra di quella intellettuale; 3) perché egli avvalora come suprema forma di conoscenza solo quella che ha una valenza etica ed etico-religiosa.
Proprio per questa serie di motivi è emersa chiaramente la nettissima linea divisoria che separa la metafisica intellettualistico-platonica filoniana da quella di ispirazione «onto-intelletualistica» (prossima al platonismo gnostico), secondo la quale l’Idea rappresenta l’unico vero essere (senz’altro in competizione con Dio) ed inoltre l’onticità spirituale rientra totalmente in quella intellettuale.
Oltre a ciò abbiamo anche potuto porre in evidenza il fatto che la dottrina filoniana del Logos ha impressionanti assonanze con quella del Logos cristico; e che quindi quest’ultimo si pone con le caratteristiche di un Dio Immanente, sebbene non certo con le caratteristiche di un Dio Incarnato.
Quanto poi al concetto di Dio presentatoci da Filone, è emerso chiaramente che egli tenne presente in primo luogo un Dio Trascendente ineffabile ed irraggiungibile che molto simile a quello presentatoci anche dalla Cabbala come En-Sof. E non è certo questo il Dio del quale egli intende parlarci sul piano filosofico. Nello stesso tempo però esso non è nemmeno il Dio-Essere che è andato progressivamente prevalendo nel pensiero cristiano. È invece un Dio che può venire colto e discusso solo in quanto Logos. E questo ci ha indotto a riconoscere una non trascurabile affinità tra il pensiero filoniano e quello della Tradizione filosofico-religiosa platonico-cristiana.

NB. L’autore sarà lieto di mettere a disposizione, a chi ne faccia richiesta scritta, la copia cartacea dell’articolo consistente in circa 29 cartelle Word

ABSTRACT.
In questa indagine abbiamo cercato di condurre una riflessione sulle suggestioni provenuteci dalla lettura dello splendido libro di Guardini dal titolo “Der Herr” [Romano Guardini, Der Herr, Grünewald & Schöningh, Ostfildern Paderborn 2016], nel quale il pensatore fa un’esegesi filosofica della figura e vicenda di Gesù.
Siamo stati indotti a svolgere questa indagine dalla sensazione (per la verità piuttosto imbarazzante) che il Gesù raccontato da Guardini entrasse fortemente in concorrenza con il Logos cristico sul quale aveva riflettuto la Stein (specie alla fine della fase matura della sua opera).
E tale sensazione si è poi confermata realmente nel corso dell’analisi della serie di aspetti del pensiero steiniano ai quali riconduce il testo guardiniano – l’ontologia cristica (che presso la Stein si presenta come “ontologia cristo-centrica”), la morale incentrata nell’interiorità, la relazione tra Amore e Verità, la natura di ciò che è «spirito», il concetto di Dio-Essere. Il primo di questi aspetti è per noi quello senz’altro più significativo. Dato che Guardini sostiene con forza che l’umano-divinità di Gesù è tanto più piena quanto più essa è concretamente tangibile non solo nel corso della Sua esistenza terrena ma ancora oggi, dopo la Sua Morte e Resurrezione.
Nel corso di tale analisi – al di là degli elementi rispetti ai quali il discorso steiniano coincide piuttosto bene con quello guardiniano – è emerso quindi sostanzialmente il fatto che la Stein si produce in una riflessione così dominata dalla primaria preoccupazione filosofica, da discostarsi effettivamente da quella dimensione teologico-fideistica che invece prevale nettamente nella riflessione di Guardini. Ed il fattore più decisivo in questo senso si rileva stare nel fatto che la pensatrice non accetta per davvero la Rivelazione (e cioè le Scritture) come il punto di partenza privilegiato delle sue riflessioni. Questo è invece ciò che fa senz’altro Guardini, offrendoci in tal modo un’immagine di Gesù e del Suo insegnamento che resta in stretta e diretta relazione con la Rivelazione. E ciò fino al punto da non esitare a contraddire quanto può venire delucidato per mezzo della sola argomentazione filosofica. Il pensatore, infatti, afferma piuttosto esplicitamente che quest’ultima è un ostacolo spesso davvero formidabile alla comprensione profonda dell’ontologia di Gesù, e soprattutto alla comprensione ed all’impersonamento pieno del suo insegnamento.
Dopo aver costatato tutto questo, però, nell’esaminare l’ultimo elemento (il concetto di Dio-Essere) – che in un nostro precedente lavoro [Vincenzo Nuzzo, Tentativo di sintesi esplicativa del pensiero di Edith Stein, in: https://cieloeterra.wordpress.com/2018/12/11/tentativo-di-sintesi-esplicativa-del-pensiero-di-edith-stein/%5D avevamo riconosciuto essere il più intimo nucleo del pensiero steiniano −, siamo giunti ad ipotizzare che la pensatrice stessa sia restata così sorpresa nel prendere atto della primarietà metafisico-religiosa di questo concetto, da tentare prima di mitigarlo per poi invece farlo definitivamente proprio nell’ultimissima fase mistica della sua opera. Ecco dunque che l’attenuazione del concetto binomiale di Dio-Essere per mezzo del concetto trinomiale Dio-Essere-Verità finisce per trapassare una conoscenza mistica la cui essenza è proprio l’immersione totale della pensatrice nel mistero che è proprio del Dio-Essere.
In base a tutte queste considerazioni ci siamo in conclusione sentiti obbligati a precisare che la Stein deve in ogni caso venire annoverata tra i più pregevoli pensatori religiosi e cristiani del nostro tempo. Resta però comunque la spiacevole evidenza costituita dal fatto che la dimensione primariamente filosofica della sua riflessione costituisce effettivamente un ostacolo sulla via della piena presa d’atto (filosofico- e metafisico-religiosa) di quel “mysterium fidei” con il quale invece Guardini pienamente si confronta. E nella riflessione di questo pensatore esattamente il mistero si rivela pertanto essere la fonte più appropriata di una conoscenza che voglia essere per davvero in sintonia con la Verità nella sua pienezza.

N.B. Il testo in cartaceo dell’articolo (consistente in 20 cartelle) verrà volentieri messo a disposizione di chi ne faccia richiesta all’autore per iscritto.

ABSTRACT.
In un nostro saggio del 2017, dal titolo “Il giudizio sul mondo. Un’etica della sventura” (ancora non pubblicato ma presentato al link: https://cieloeterra.wordpress.com/2017/10/18/l-giudizio-sul-mondo-unetica-della-sventura/), ci eravamo sforzati di porre in luce gli aspetti che caratterizzano l’esperienza del dolore e della sventura presso coloro che la vivono quasi come una stabile condizione esistenziale, e cioè coloro che avevamo definito come i «mal-venturati». Nello stesso tempo avevamo tentato di ricavare da ciò una complessiva etica del dolore-sventura, che metteva in luce il sostanziale disvalore del ben-venturato (l’uomo ricco, felice e di successo) rispetto al valore del mal-venturato.
Tuttavia, dopo aver letto uno dei libri di Romano Guardini [Romano Guardini, Der Herr, Grünewald & Schöningh, Ostfildern Paderborn 2016], l’intera riflessione che avevamo svolto in questi termini, ci è sembrata carente di un elemento di importanza fondamentale, e cioè quel «fattore Gesù» (o fattore G) che in questo articolo abbiamo eletto criterio di revisione di quanto avevamo antecedentemente sostenuto.
Sintetizzeremo qui quindi i principali risultati di questa revisione.
In primo luogo va detto che i termini generali delle costatazioni, che avevamo fatto nell’antecedente indagine, restano in qualche modo anche al cospetto del fattore G; ossia al cospetto della figura di Gesù, e del suo complessivo progetto di salvezza, e con particolare attenzione all’atteggiamento da lui tenuto rispetto all’esperienza umana di dolore-sventura.
Gesù si rivela essere infatti il mal-venturato per antonomasia (specie nella forma di Agnello), anche se da questa sua specifica ontologia (che è umano-divina e non invece meramente umana) scaturisce una prospettiva completamente diversa dall’etica che noi precedentemente avevamo ricavato. Ciò che ne nasce, infatti, non è affatto una cupa e remissiva accettazione della condizione mal-venturata. Ma soprattutto non è affatto quel surrogato moralistico-consolatorio di tale accettazione − nella forma di un’affermazione della superiorità della condizione del mal-venturato rispetto quella del ben-venturato) − che emerge impietosamente al cospetto del fattore G. Tale atteggiamento finisce infatti per apparire ben poco autentico, e quindi fortemente problematico in termini oggettivamente etici. Semmai dall’intervento del fattore G entro la questione dolore-sventura scaturisce invece una prospettiva in cui in essa si delinea addirittura lo svanire della condizione del mal-venturato. E questo ci apparso evidente sia al cospetto dei vari aspetti di Gesù come Agnello (in particolare la possente portata salvifica che ha la sua morte auto-sacrificale), sia anche al cospetto della dimensione più apertamente positiva introdotta dal fattore G, e cioè il vissuto costruttivo della tribolazione come prova.
Nonostante tutto questo, però, tentando di giungere ad una conclusione ultima su tutto quanto viene modificato dall’intervento del fattore G, ci siamo sentiti costretti a ridurre all’osso l’entusiasmo verso il quale esso indubbiamente spinge. Infatti, aldilà dell’immenso fascino dello scenario aperto dall’analisi guardiniana della figura ed opera di Gesù, resta il fatto inoppugnabile che si tratta di qualcosa che noi non vediamo, non sentiamo e non tocchiamo. E questo resta inoppugnabile anche in un atteggiamento di fede davvero convinto ed intenso. Ma soprattutto ciò resta inoppugnabile davanti a quella vera e propria altissima parete rocciosa che è l’esperienza di dolore-sventura.
In questo senso la sua tremenda provocazione non svanisce per l’uomo nemmeno al cospetto di Gesù. Tale parete infatti, almeno sul piano dell’immanenza mondano-terrena, è impossibile da valicare anche nel contesto dell’adesione totale al messaggio di Gesù. Ed anzi per alcuni versi viene anche addirittura rafforzata; sebbene in un senso totalmente rinnovato, e cioè unilateralmente positivo. A fronte di tutto questo, quindi − non intendendo intanto in alcun modo rinunciare ai risultati ottenuti per mezzo della presa in considerazione del fattore G − siamo giunti ad una davvero estrema conclusione. Che poi sta in linea con il fattore dell’ontologia umano-divina di Gesù, che anche Guardini elegge a primario criterio di riferimento.
L’intervento di questo fattore cambia insomma davvero le cose in un solo ed unico senso, e cioè nella consapevolezza di essere in presenza di Gesù in carne ed ossa tutte le volte che ci si trova nel pieno dell’esperienza di dolore-sventura. E specialmente quando essa diviene davvero estrema e radicale.
Questo ci è sembrato l’unico appiglio davvero saldo e inamovibile per trattare il tema dal punto di vista intensamente cristiano che ci viene proposto nel complesso dal Guardini. Non attenendosi a questo, infatti, ci è sembrato che il rischio di una vuota e sterile retorica (senza alcuna vera ricaduta concreta) sia troppo prossimo (e continuamente in agguato) per poter venire corso.
E questo conferma almeno una parte dello spirito che ci aveva animato nell’antecedente trattazione del dolore-sventura – tale esperienza rappresenta forse quanto di più autenticamente reale vi è in quel contesto che noi tutti (con diversi significati) designiamo come «mondo».
In questo senso, dunque, se è vero che l’introduzione del fattore G esautora quasi completamente il pessimismo di stampo gnostico rispetto al mondo (che, entro la trattazione del tema dolore-sventura, conduce alle conclusioni alle quali eravamo pervenuti antecedentemente), tuttavia qualcosa di esso resta comunque anche nel più autentico vissuto cristiano di questa condizione.
Non a caso una delle suggestioni che si possono ricavare dalla lettura del Guardini è che l’esperienza più intensa del dolore-sventura − quando vissuta al cospetto della presenza di un Gesù ormai invisibile − ci rinvia ad una sorta di mondo ideale parallelo che dal credente va considerato come in vero piano degli eventi. Ed è evidente che questo mondo è totalmente trascendente. Anche se la sua vaga ombra si lascia chiaramente intravvedere esattamente nel luogo in cui noi più crudamente cadiamo vittima della sventura.

NB. Il testo completo dell’articolo può venire consultato nella rivista web Il Nuovo Monitore Napoletano (presente anche su Facebook).

ABSTRACT
In questo lavoro abbiamo esaminato le conseguenze che è possibile trarre circa il pensiero di Edith Stein qualora si prenda a metro di giudizio l’interpretazione di Platone fornita da un suo profondo e sensibile studioso, e cioè Romano Guardini. Ci riferiamo in particolare ad un suo testo specifico [Romano Guardini, Der Tod des Sokrates. Eine Interpretation der platonischen Schriften Eutyphron, Apologie, Kriton und Phaidon, Topos, Kevelaer 2013], ossia quello nel quale egli commenta i quattro dialoghi dedicati da Platone al processo, condanna e morte del suo maestro Socrate (Eutifrone, Apologia di Socrate, Critone e Fedone)
Guardini è però anche un pensatore inequivocabilmente cristiano. E quindi, per quanto egli si sforzi di porre in evidenza in maniera estremamente obiettiva quelli che sono i tratti davvero più autentici del pensiero di Platone, non si può certo dire che egli ne sposi il pensiero fino al punto di porsi in una posizione filosofico-metafisica che in fin troppi aspetti differisce da quella tipicamente cristiana. Si può però allo stesso tempo affermare che egli assume in questo testo una posizione che potrebbe ben venire definita come platonico-cristiana. E questo rende davvero prezioso il contributo che egli può dare ad una definizione il più precisa possibile del platonismo riscontrabile entro la visione di una pensatrice altrettanto inequivocabilmente cristiana com’è Edith Stein. Coerentemente con questo il principale risultato al quale ci ha condotto l’esame testuale è stata la costatazione che la visione steiniana va considerata «platonica» solo nel contesto specifico della tradizione platonico-cristiana. E questo collima con quanto avevamo constatato anche in altri nostri precedenti lavori sulla pensatrice [Vincenzo Nuzzo, L’idealismo realista del pensiero di Edith Stein ed i suoi presupposti platonici, Tese de Doutoramento, Repositorio da Universidade de Lisboa, Faculdade de Letras (FL), Lisboa, Set. 2018; Vincenzo Nuzzo, “L’orizzonte platonico del pensiero steiniano. Anima, ragione e spirito”, in: Andrea Muni (a cura di), Platone nel pensiero moderno e contemporaneo, Limina Mentis, Villasanta (MB), IX, 2016, p. 129-170; Vincenzo Nuzzo, “Il pensiero di Edith Stein sullo sfondo del pensiero di Meister Eckhart. Ovvero il neoplatonismo steiniano”, Dialeghestai, 30 Dicembre 2016; Vincenzo Nuzzo, “L’«atto di esistere» e la «filosofia dell’essere». Edith Stein e Jacques Maritain”, in: https://cieloeterra.wordpress.com/2018/12/24/la-fondamentalita-dellatto-di-esistere-per-una-filosofia-dellessere-edith-stein-e-jacques-maritain/; Vincenzo Nuzzo, Il platonismo di Edith Stein dal punto di vista della fase mistica del suo pensiero, in: https://cieloeterra.wordpress.com/2018/12/24/il-platonismo-di-edith-stein-dal-punto-di-vista-della-fase-mistica-del-suo-pensiero/; Vincenzo Nuzzo, Tentativo di sintesi esplicativa del pensiero di Edith Stein, in: https://cieloeterra.wordpress.com/2018/12/11/tentativo-di-sintesi-esplicativa-del-pensiero-di-edith-stein/%5D.
Ebbene uno dei contributi più rilevanti e originali della lettura guardiniana ci è sembrato la sua sconfessione molto netta della complessiva interpretazione di Platone come un pensatore unilateralmente interessato all’epistemologia ed alla pura teoresi (e quindi alla teoria della conoscenza nella sua accezione più moderna) ed inoltre un pensatore affatto religioso. E l’elemento più centrale di tale inappropriata interpretazione moderna è poi quella che considera l’idea come un “concetto” o anche come una mera “astrazione” della cosa reale.
Proprio in relazione a questo, quindi, assume uno straordinario rilievo il fatto che Guardini ci autorizza a pensare che effettivamente il nucleo più autentico del pensiero di Platone consiste nella totale equiparazione da parte sua dell’idea con la cosa. E ciò è vero specie nel senso che l’idea rappresenta per lui la cosa nella sua maggiore pienezza, ossia la Realtà trascendente stessa. Quest’ultima può pertanto venire considerata come l’«essere» stesso nella sua maggiore autenticità, e cioè l’«essere ideale». Abbiamo però anche potuto verificare che questa complessiva visione rende impossibile riscontrare in Platone un concetto di «essere» com’è quello presente nell’onto-metafisica più esplicita; ossia quella che è sempre stata di stampo aristotelico, e come tale è stata fatta propria anche dal pensiero cristiano predominante (inclusa almeno in parte anche Edith Stein). Si tratta insomma dell’essere concepito nella sua dimensione primariamente esterioristica, e quindi decisamente anti-essenzialista e anche anti-idealista. Si configura pertanto in tal modo un realismo dogmatico che è lontano davvero anni-luce dall’onto-metafisica di Platone.
L’altra decisiva costatazione fatta da Guardini riguardo a Platone è che il suo incontestabile trascendentismo (espresso perfettamente nell’essere ideale inteso come la più autentica Realtà, e cioè unicamente quella di vertice) non configura mai un effettivo dualismo. E ciò collima con l’opinione di diversi altri interpreti del pensatore ateniese, tra i quali diversi di matrice cristiana [Lloyd P. Gerson, “What is Platonism?”, J. of History of Philosophy, 43 (3), 2005, 253-276; Ilaria Ramelli, Il platonismo nella filosofia patristica nel De Anima e nelle altre opere del Nisseno, in: Ilaria Ramelli (a cura di), Gregorio di Nissa. Sull’anima e la resurrezione, Bompiani, Milano 2007, I-II p. 959-1151; Gregorio di Nissa, Dell’anima e della resurrezione, in: Ilaria Ramelli (a cura di), Gregorio di Nissa. Sull’anima e la resurrezione, I, 7, 44-48 p. 381-387, III, 72-77 p. 417-423, V, 5, 121-128 p. 473-481; Raphael, Iniziazione alla filosofia di Platone, Asram Vidya, Roma 2008, p. 45-64; Luciano Montoneri, Il problema del male in Platone, Victrix, Forlì 2014, I, IV, 6 p. 155-158, II, I, V, I p. 170-183]. Questo non collima però affatto con l’opinione discordante di altri pensatori di matrice cristiana e non, ed inoltre spesso decisamente anti-platonici [Johannes Hessen, Platonismus und Prophetismus, Reinhardt, München Basel 1955, II, I p. 141-157; Paulina Remes, Neoplatonism, University of California Press, Berkeley Los Angeles 2008, 1 p. 7-10, 2 p. 51-59, 2 p. 65-75; Moshe Idel, Eros e Qabbalah, Adelphi, Milano 2007, 4, 1-4 p. 207- 216].
Sta di fatto che tutto ciò sta in concordanza con un’altra significativa osservazione di Guardini, e cioè quella secondo cui a Platone non può venire attribuito un «idealismo». Ne deriva quindi a nostro avviso che (specie in forza della continuità ontologica ininterrotta tra idea e cosa istituita dal pensatore, a sua volta in stretta connessione poi con il suo trascendentismo) la sua visione potrebbe venire considerata come il paradigma di ogni autentico «idealismo realista». E tale elemento pone in stretta connessione il suo pensiero con quello di Edith Stein; entro il quale (come abbiamo dimostrato nella nostra tesi di dottorato) si può riscontrare proprio un idealismo realista.
Su tale base abbiamo tentato di extrapolare tutta questa serie di elementi con gli aspetti più suggestivamente platonici del pensiero di Edith Stein, e cioè in particolare la sua concezione dell’essere ideale come trascendente oggettualità cosale (l’insieme delle “Wesenheiten”, o “essenzità”, che costituisce il “wesenhaftes Sein”, ossia appunto l’essere ideale nel senso di essenziale). Con ciò la pensatrice sta pensando effettivamente ad un’equivalenza tra idea e cosa, ovvero ad un’idea che si presenta come oggettualità cosale. Ma la nostra indagine ha posto in luce che in realtà essa è estremamente più debole di quella invece sostenuta da Platone. Per questo essa giunge fino a quasi negare la concessione di onticità all’idea (che invece in Platone è davvero esplicita). Cosa che avviene soprattutto laddove la Stein (nel contesto di una teoria della conoscenza da un lato moderno e dall’altro lato in linea con i principi aristotelici accettati da Tommaso d’Aquino) sostiene che di fatto l’idea è un nulla in assenza della cosa reale che è destinata ad incarnarla. E qui (come abbiamo sostenuto nell’articolo dedicato al suo confronto con Maritain) la sua visione finisce per configurare la cosa come un effettivo «atto di esistere». Sebbene ella non abbia mai rinunciato a porre l’accento sulla costituzione fondamentalmente essenziale dell’oggettualità cosale. In ogni caso abbiamo verificato che laddove la Stein sostiene più esplicitamente l’onticità dell’idea (e cioè nel contesto della sua riflessione sui Trascendentali ed Universali) ciò avviene soprattutto in relazione ad una preoccupazione teologico-metafisica, e cioè in relazione con la dottrina cristiana (specialmente agostiniana e paolina) del Logos.
In base a tutti questi elementi − e grazie al davvero prezioso apporto del Guardini − abbiamo quindi potuto verificare che effettivamente (come avevamo posto in luce nei nostri antecedenti lavori), il platonismo steiniano può venire ammesso solo entro ben precisi limiti. E qui è emerso soprattutto l’elemento filosofico-metafisico rappresentato dall’estremamente debole dottrina, da lei sostenuta, dell’onticità ideale, ossia l’equivalenza tra idea e cosa. Pertanto, tenendo conto di questo, è evidente che − sebbene la complessiva visione steiniana configuri un’ontologia decisamente essenzialista – almeno in una certa misura la sua onto-metafisica va considerata ben più prossima al tradizionale realismo cristiano che non invece all’almeno tendenziale idealismo di stampo platonico. In particolare, inoltre, dato che abbiamo constatato come l’onto-metafisica di Platone non può davvero venire considerata idealistica, bisogna registrare il fatto che quella steiniana non si inquadra affatto nel così radicale trascendentismo sostenuto dal pensatore ateniese. E ciò trova conferma proprio nello stesso Guardini. Il quale non manca di rilevare il “pericolo” rappresentato da tale trascendentismo in particolare in relazione alla possibilità di concepire un’effettiva relazione tra divino ed umano; riuscendo così ad ammettere (sul piano filosofico-metafisico) il concetto di Incarnazione.
Su questo elemento possiamo quindi dire che il cerchio della complessiva questione si chiude in corrispondenza di una profonda e felice convergenza tra i due pensatori cristiani (Guardini e Stein) circa l’importanza decisiva che ha, entro una filosofia metafisico-religiosa, la possibilità di concepire proprio una relazione tra il divino e l’umano.

ABSTRACT.
Questo nostro studio si riferisce in particolare all’ultimissima fase dell’opera di Edith Stein, e cioè quella che fu contrassegnata da un lato dallo studio di autori mistici (Teresa d’Avila, Juan de la Cruz) e pensatori dell’apofatismo cristiano neoplatonico (Dionigi l’Areopagita), e dall’altro lato da una vita religiosa personale estremamente intensa.
Ebbene il platonismo della pensatrice, che nelle antecedentemente era stato estremamente sfumato – come abbiamo dimostrato nella nostra tesi di dottorato [Vincenzo Nuzzo, L’idealismo realista del pensiero di Edith Stein ed i suoi presupposti platonici, Tesi di dottorato in Filosofia, FLUL, Lisbona 2018] –, si presenta invece in questa fase con caratteri piuttosto espliciti. E l’elemento di punta di tale assetto è senz’altro l’interesse molto intenso rivolto dalla Stein al pensiero di Dionigi l’Areopagita. Tale interesse si mosse però nel contesto di una ricerca filosofico-metafisica che fu rivolta in primo luogo alla mistica. Pertanto indubbiamente il platonismo fu presente in tale contesto in relazione specifica con il problema della conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino (CIAD). Esso si presenta pertanto con due caratteri distintivi estremamente specifici, e cioè quello mistico e quello apofatico.
La nostra ricerca si è mossa sostanzialmente sulla falsariga di tale costatazione – tentando prima di porre la questione in modo realistico (in relazione ai caratteri effettivi della visione steiniana), e dedicandosi poi ad una verifica testuale delle ipotesi di lavoro delineate preliminarmente (nell’introduzione). Essa tenta quindi di chiarire i modi e l’intensità con i quali la CIAD è stata presa in considerazione dalla pensatrice. Il problema principale in tal senso è stato comunque quello di verificare se ella si sia appena limitata ad osservare dall’esterno la prassi della CIAD (con l’interesse scientifico e distaccato che è tipico del «filosofo della religione»), oppure invece si sia sentita direttamente coinvolta in essa (specie sul piano dell’esperienza mistica). E la nostra indagine ha evidenziato molti motivi favorevoli alla seconda ipotesi.
Quello che è comunque emerso con sufficiente chiarezza è che (nonostante le forti suggestioni in tal senso) vi sono elementi troppo insufficienti per pensare che la Stein abbia impersonato il platonismo metafisico-religioso e mistico che è più prossimo all’onto-intellettualismo di tipo gnostico – e cioè quella presa di posizione filosofico-metafisica che è stata fatta propria oltre che dagli gnostici stessi, anche da diversi studiosi di Tradizione. In particolare costoro si sono fatti portatori di una visione sostanzialmente estranea al Cristianesimo (se non perfino esplicitamente neo-pagana). In relazione a ciò abbiamo quindi distinto la CIAD dalla conoscenza dell’Assoluto divino (CAD) – laddove la prima è nettamente sbilanciata in senso onto-intellettualistico, e quindi intende l’ascesa a Dio come un fenomeno puramente intellettuale e quasi per nulla invece amoroso. Abbastanza insufficienti (se non nulli) ci sono sembrati anche gli elementi per ricollegare il platonismo steiniano di questa fase a quello proprio di un certo «spiritualismo» metafisico- e filosofico-religioso – al cui centro vi è lo sforzo di sottrarre l’esperienza di Dio come Spirito dal sequestro operato su di essa da parte della teologia cristiana istituzionale e dogmatica (con le conseguenti forti limitazioni alla stessa natura puramente spirituale dell’esperienza stessa).
Per tutti questi motivi il platonismo steiniano, presente nell’ultimissima fase della sua opera, ci è sembrato perfettamente in linea con la postulazione di una prassi mistica, entro la quale la dimensione dell’Amore è di importanza decisiva per lo sviluppo di un’esperienza di conoscenza dell’Assoluto divino. E ciò non ci è sembrato in alcun modo in contraddizione con l’idea della prassi mistica che ebbero alcuni degli autori specificamente studiati dalla pensatrice, e cioè Teresa d’Avila e Juan de la Cruz. Più variegato e meno univoco ci è sembrato però il discorso da circa l’idea di mistica sviluppata invece da Dionigi l’Areopagita. Date le ben note tendenze platonico-gnostiche di tale autore, ci è sembrato che la Stein abbia mantenuto un atteggiamento molto prudente nell’abbracciare totalmente la di lui visione della CIAD. E tuttavia ci è parso anche nel complesso ingiustificata (specie sulla base dell’analisi dei testi prodotti dalla pensatrice a commento dei testi dionisiani) l’interpretazione estremamente riduttiva prevalente nella critica a tale proposito. Secondo tale interpretazione, infatti, la pensatrice avrebbe mantenuto verso la complessiva visione di Dionigi lo stesso atteggiamento di prudente scetticismo, che è proprio della cosiddetta «teologia razionale» (o anche «teologia naturale»); e che assegna alla «teologia negativa» (ossia all’apofatismo mistico-contemplativo) un ruolo unicamente secondario ed ancillare rispetto alla «teologia positiva» (catafatica). Secondo questa interpretazione, insomma – nello studiare in maniera asetticamente filosofico-religiosa la mistica ascensiva dionisiana –, la Stein avrebbe condiviso pienamente l’impossibilità di superare intellettualmente i rigorosissimi limiti assegnati dalla teologia positiva alla conoscenza di Dio. Ma questo ci sembra contradetto da fin troppi elementi emergenti nell’analisi testuale.
Nel complesso, quindi, da tutto ciò abbiamo tratto la conclusione che la pensatrice abbia non solo studiato (da filosofa) ma anche fatta propria (da mistica) una CAD che non ha la minima intenzione di porsi in maniera gnostico-intellettualistica (configurando in tal modo una CIAD), ma intanto non ha nemmeno la minima intenzione di rinunziare ad una prassi ascensiva il cui aspetto distintivo è senz’altro la conoscenza di Dio.
In questa complessiva maniera ci è parso pertanto che sia possibile dare un volto concreto e realistico ad una vera e propria visione platonica (o anche neoplatonica), che la pensatrice avrebbe effettivamente abbracciato in questa fase del suo pensiero e della sua opera. Si tratta però di un platonismo decisamente religioso, ed inoltre si tratta (come anche nella fase matura della sua opera) di un platonismo esplicitamente cristiano.

N.B.: Una copia cartacea di questo scritto può venire richiesta per mail all’autore.

ABSTRACT.
In questo saggio abbiamo condotto una critica piuttosto intensa alla dottrina buddhista. Ed abbiamo fatto questo muovendo in particolare dal punto di vista cristiano; ma inoltre anche dal punto di vista in generale religioso. La nostra tesi è infatti che il Buddhismo si presenti oggi (specie in Occidente) nella forma di un sostanziale ateismo, che spesso (almeno presso diversi suoi fedeli) assume anche l’aspetto di una presa di posizione decisamente anti-religiosa (specie nel senso dell’avversione all’esperienza religiosa nella sua forma ecclesiale, ossia collettiva e ben codificata, invece che puramente individuale, privata e potenzialmente arbitraria se non aberrante). Nel corso dell’indagine, comunque, non manchiamo di prendere atto del fatto che il Buddhismo (almeno nella sua forma più ufficiale, ed inoltre nella sua forma fondamentale e tradizionale) si presenta effettivamente come una religione (sebbene non istituzionale, non ecclesiale e sostanzialmente non teistica), e quindi come una vera e propria fede. Ed in effetti anche in Occidente vi sono molti buddhisti che vivono il loro credo esattamente in questo modo. In ogni caso va però preso atto del fatto che vi sono voci interne al Buddhismo stesso, che contestano quest’interpretazione; preferendo invece vedere nella dottrina buddhista semplicemente una prassi utilitaristica (molto più un’igiene psicologica pratica, che non invece una religione) orientata a rendere possibile il vivere più felicemente possibile.
Nel complesso emerge comunque in tal modo una notevole contraddizione interna. Che consiste evidentemente nell’indecisione del Buddhismo stesso circa la sua natura religiosa, a-religiosa, o addirittura anti-religiosa.
È un fatto, del resto, che questo credo venga vissuto in Occidente, da non pochi credenti, come una dottrina radicalmente avversa a tutto ciò che è effettivamente «religione»; ciò peraltro anche in concordanza con il neopaganesimo diffusosi negli ultimi due secoli specie nella forma di un titanismo dalle tendenze fortemente deicide. E tale neopaganesimo assume spesso anche presso i fedeli buddhisti forme francamente aberranti; in particolare incentrate sul culto tributato a sé stessi da auto-eletti guru (i quali si circondano poi di adepti che sottoscrivono acriticamente ogni loro atto e parola). Infine questo genere di tendenza sconfina spesso verso dottrine violente, aristrocratiche e talvolta perfino demonistiche.
Nel corso della nostra intera indagine, comunque, nostro sforzo costante è stato quello di rifuggire da una critica pregiudiziale, aggressiva ed offensiva contro il credo buddhista. Abbiamo quindi cercato tra l’altro di verificare se sia possibile far emergere un Buddhismo davvero autentico, al quale sia possibile tributare il pieno rispetto che si deve a qualunque forma di religione umana. Nello stesso tempo abbiamo però costatato che molto probabilmente esso è esistito in India in un passato molto remoto. E peraltro sembra essere esistito in forme molto diverse dalla forma che esso ha poi preso (nell’intero Oriente) – entro una vera e propria teologia metafisica (che assunse poi la sua forma pressoché definitiva nel Mahayana di Nagarjuna) –, ma soprattutto in forme molto diverse da quelle che esso ha assunto recentemente in Occidente. In particolare è opinabile che entro questa dottrina non fosse stata postulata affatto la totale nullità dell’Essere in generale ed anche la nullità della Persona umana. Esso quindi sarebbe rientrato pienamente nella tradizionale ontologia metafisica della religione vedica e vedantica; senza configurare in tal modo alcun nichilismo metafisico.
Abbiamo anche costatato che di questo Buddhismo originario ed autentico sembrano essersi perse completamente le tracce entro la stessa tradizione ufficiale orientale. E quindi (specie sulla base di Coomaraswamy) abbiamo avanzato l’ipotesi che esso non abbia ambito affatto a costituire una religione autonoma, ma invece abbia inteso volontariamente restare nei limiti della tradizione religiosa vedica e vedantica. Alla luce di questo anche la stessa complessiva teologia metafisica orientale (costituente il corpus del Buddhismo più fondamentale e tradizionale) rischia di apparire una sostanziale sovrastruttura priva di caratteri di vera autenticità. Inoltre anche la figura dello stesso Buddha finisce per perdere molti dei caratteri umano-divini, se non francamente divini, che ad essa sono stati nel tempo attribuiti.
Restando in tale contesto di idee e ipotesi, abbiamo cercato di porre in luce quelle che possono essere considerate le obiettive insufficienze e inconsistenze dello stesso Buddhismo fondamentale e tradizionale, ossia quello orientale. Ma abbiamo posto in luce in particolare la forma apertamente degenerativa che tali carenze hanno assunto nell’attuale credo buddhista occidentale. Il cui carattere principale appare essere quello di una dottrina (fortemente nichilistica) che tende a svuotare e negare la morale oggettiva (unitamente all’azione volontaria in vista del Bene), dando in tal modo un grande impulso all’edonismo egocentrico che già dilaga in Occidente da alcuni secoli a questa parte. In tal modo il Buddhismo occidentale si pone inevitabilmente tra le forze che stanno contribuendo più massicciamente alla disintegrazione della società; specie nella forma dell’annientamento di una comunionalità attiva e solidale incentrata nella fede religiosa ed inoltre nel costante ed inesausto impegno di ognuno nel migliorare la natura umana, il mondo e la società stessa.
La nostra critica è stata fondata sulle osservazioni di molti autori (in genere studiosi di religione, filosofi e metafisici) che non hanno mai aderito al Buddhismo, ma anche sulle osservazioni di autori che l’hanno saputo valutare criticamente dall’interno, e cioè in qualità di credenti e fedeli. Se non per rare eccezioni, non ci siamo basati però sull’analisi di testi canonici buddhisti. Questa è del resto un’opera quasi impossibile per i buddhisti stessi, data la mole davvero sconfinata di testi accumulatisi nel tempo, e data anche la grande contraddittorietà esistente tra di essi dal punto di vista dottrinario. La tenace ed intollerante resistenza dei buddhisti occidentali contro ogni critica esogena si basa però proprio sull’argomento che il Buddhismo possa venire giudicato solo dall’interno; e cioè da parte di quei fedeli che intanto garantiscono la conoscenza completa e a menadito dei testi canonici di questo credo. Ciò appare tuttavia estremamente improbabile, e quindi è possibile che venga sostenuto in maniera sostanzialmente inconsapevole se non menzognera. Del resto, a confutazione di tale argomento, abbiamo anche sostenuto la tesi secondo la quale, colui che può vantare approfonditi studi di filosofia e soprattutto di metafisica religiosa (inclusa quella orientale non buddhista) possiede tutti i titoli per una critica esogena al Buddhismo, che sia pienamente legittima ed anche solidamente fondata.
Un aspetto specifico (che è stato da noi affrontato in questa indagine critica) è stato quello dell’ormai costante (e spesso molto violenta) polemica di diversi buddhisti occidentale contro il Cristianesimo (specie cattolico). Quest’ultimo viene infatti molto in generale ritenuto una religione «inferiore» – a causa di diversi aspetti dottrinari (ritenuti deteriori), ma soprattutto a cause delle sue interne contraddizioni storico-etiche –, e quindi viene ritenuto degno di venir totalmente rimpiazzato dalla fede buddhista. Abbiamo però anche chiarito che tale polemica buddhista non avviene in sedi istituzionali ed ecclesiali, ma invece avviene molto più in luoghi di discussione pubblica (che ovviamente non rappresentano il Buddhismo ufficiale). Non per questo però il grave fenomeno andrebbe sottovalutato ed ignorato. Anzi!
A fronte di tutto ciò abbiamo sostenuto il pieno diritto del cristiano a difendere le ragioni della sua fede.
E proprio su questo si basa per noi, sul piano storico, l’ormai evidente necessità, da parte del cristiano, di non soggiacere più agli attacchi continui rivolti contro il Cristianesimo; essendo quindi anche tenuto ad impegnarsi in una critica al Buddhismo che metta in luce quelle che sono le sue stesse carenze e contraddizioni. Abbiamo però chiarito ampiamente che non intendiamo questa reazione in alcun modo come una guerra di religione. E proprio per questo ci siamo sforzati molto di comprendere cosa nel Buddhismo possa e debba venire per davvero pienamente accettato e rispettato.
In ogni caso abbiamo sostenuto anche la tesi di una certa tendenziale «superiorità» dottrinario-religiosa del Cristianesimo sul Buddhismo. Nel ritenere questo ci siamo però riferiti in particolare al fatto che il Cristianesimo possiede effettivamente i titoli per considerarsi una «religione» a tutti gli effetti (ed inoltre di certo non più di altre religioni monoteistiche, come Ebraismo, Islamismo ed anche la stessa Religione indù). Inoltre abbiamo sostenuto la «superiorità» del Cristianesimo riferendoci soprattutto al fatto che ogni religione ha una sua piena giustificazione soprattutto entro lo specifico ambito geografico-culturale nel quale essa si è storicamente sviluppata. E con ciò sta peraltro in connessione la piuttosto radicale differenza in mentalità che caratterizza Oriente ed Occidente. Il nostro appello alla rivalutazione del Cristianesimo (in opposizione all’ormai costante polemica aggressiva condotta contro di essa dal Buddhismo) si rivolge dunque in particolare agli occidentali, e non invece agli orientali. Il nostro appello non è stato insomma in alcun modo un appello indiscriminato alla «conversione cristiana dei buddhisti»!
Per tutti questi motivi il nostro scritto ha intenzioni in primo luogo positive, pacifiche e costruttive.
Esso, insomma, intende molto più promuovere un dialogo tra le due dottrine e fedi religiose, che non invece uno scontro. Ma perché questo sia possibile ci sembra che sia finalmente giunto il tempo di una contro-critica, la quale ristabilisca le condizioni di un equilibrio che è stato guastato proprio dalla critica buddhista.

N.B.: Una copia cartacea di questo scritto può venire richiesta per mail all’autore.

ABSTRACT
Questo scritto costituisce un’indagine filosofica basata sull’elaborazione di un materiale da noi antecedentemente allestito a scopi di studio, e cioè l’elaborazione dei principali testi di Edith Stein allo scopo di accostare il più possibile l’uno all’altro i diversi aspetti ed elementi del suo pensiero specie nel loro sviluppo temporale. Uno sviluppo che aveva poco a poco recato ad una totale trasformazione della visione della pensatrice da filosofica, a metafisico-religiosa ed infine a mistico-contemplativa.
In questa progressione temporale si possono distinguere sostanzialmente tre fasi: – 1) quella fenomenologica e filosofico-moderna, in linea con il pensiero di Husserl ed incentrata nell’epistemologia; 2) quella onto-metafisica e filosofico-antica, incentrata nella teologia cristiana e nell’ontologia tomistico-aristotelica, ma evolvente poi in itinere verso la metafisica religiosa agostiniana; 3) quella mistico-contemplativa e tendenzialmente apofatico-neoplatonica, incentrata sullo studio (e sulle traduzioni di testi) di Teresa d’Avila, Juan de la Cruz e Dionigi l’Areopagita.
Alle due prime fasi si conformano anche le due prevalenti interpretazioni critiche attuali della natura del pensiero steiniano: – la prima sostenente la sua costante prossimità alla Fenomenologia husserliana anche nelle fasi più avanzate, e la seconda sostenente il suo progressivo sviluppo in filosofia cristiana con baricentro nell’onto-metafisica tomista. Gli aspetti agostiniani del pensiero steiniano vengono invece da alcuni ricondotti sempre all’epistemologia e gnoseologia di Husserl (spogliandoli così non poco della loro natura profondamente religiosa e contemplativa), mentre da altri vengono considerati come una sorta di inclassificabile appendice posta a metà tra l’onto-teologia tomista e la mistica cristiana (specie quella teresiana). A nostro avviso, però, la fase agostiniana del pensiero steiniano (coincidente più o meno con la seconda parte del suo testo più ponderoso, Endliches und ewiges Sein, cioè “Essere finito ed essere eterno”) costituisce il cardine stesso della sua intera visione. Proprio in questa parte della sua opera avviene infatti il trapasso dalla parte più filosofica di tale visione alla sua parte più mistico-contemplativa.
Infine dell’ultima fase del pensiero steiniano si interessano unicamente gli autori che vogliono porre in primo piano l’aspetto mistico della vita ed opera di Edith Stein, e ciò a partire dal momento in cui ella entrò nel Carmelo come religiosa. Si tratta in questo caso, infatti, in primo luogo molto di molto specifici e settoriali studi carmelitani. E comunque essi tendono a sottacere completamente (oppure a relativizzare massicciamente) l’aspetto neoplatonico di questa fase di pensiero.
Quello che a nostro avviso manca, in tutto questo lavorio critico, è un’ipotesi interpretativa davvero unitaria. Che però (per essere tale) deve naturalmente rifuggire i punti di vista categorici (legati sempre agli interessi ristretti delle varie scuole di pensiero) ed inoltre deve puntare a cogliere in un solo colpo d’occhio il nucleo e la natura della complessiva visione steiniana. E per questo è assolutamente necessaria una sintesi sinottica che si muova sull’intero pensiero steiniano a volo d’uccello, tentando così di abbracciarne interpretativamente (ricollegandole) le aree più vaste possibili e naturalmente anche le così diverse fasi. Non si tratta con ciò naturalmente di una mera riduzione a sunto dei materiali testuali, ma si tratta invece per davvero dello sforzo di offrire un’immagine vasta e completa (in quanto sintetica) del pensiero della Stein; nel mentre però se ne propone anche l’interpretazione in forza del riconoscimento della sua natura, del suo nucleo ed anche del più autentico filo conduttore che lo attraversa da parte a parte.
La nostra ipotesi a tale proposito è che questi tre elementi (natura, nucleo e filo conduttore) convergono tutti in un progetto filosofico che fin dall’inizio (della sua opera ma anche della sua stessa esistenza) aveva puntato ad una conoscenza di Dio che andasse di pari passo con l’unio mystica, e che poi fu realizzato solo nell’ultimissima fase dell’opera steiniana. Ma quest’ultimo atto finì fatalmente per convergere anche con il venire a compimento della stessa esistenza della pensatrice. Cosa che avvenne attraverso la sua eroica decisione di prendere attivamente parte al tragico destino del suo popolo, il popolo ebraico (e ciò proprio partendo dalla sua conversione al Cattolicesimo e dalla sua decisione di farsi monaca di clausura), che culminò poi nella sua morte ad Auschwitz.
L’interpretazione da noi tentata in questa sintesi del pensiero steiniano supera quindi senz’altro quella platonica che avevamo tentato nella nostra tesi di dottorato in filosofia (dal titolo “L’idealismo realista del pensiero di Edith Stein ed i suoi presupposti platonici”, ed in via di pubblicazione), così come anche tutte le ulteriori interpretazioni di esso. Anche se però viene precisato che a tali interpretazioni va riconosciuto comunque il loro incontestabile valore. Ma ci sembra che la nostra interpretazione riesca in questo superamento anche perché essa pone in primo piano l’aspetto più suggestivo della figura di Edith Stein, e cioè quello di testimone di tragici ma anche grandiosi e decisivi eventi storico-culturali. Proprio in forza di questo, del resto, la Stein è stata recentemente proclamata santa ed annoverata tra le tre sante protettrici d’Europa.
Oltre a tutto ciò, però, ci sembra che questo piuttosto breve scritto offra intanto allo studioso interessato al pensiero steiniano la possibilità di conoscerne il pensiero in un solo colpo d’occhio, e di ottenere inoltre utili criteri di orientamento nella lettura di testi estremamente abbondanti e spesso estremamente complessi e di molto difficile lettura (specie in tedesco). La parte più sostanziosa del nostro scritto, infatti, elenca e discute approfonditamente e ordinatamente (tentandone intanto costantemente un’interpretazione) gli elementi di pensiero più rilevanti che si succedono nella progressione degli scritti steiniani.
Riassumeremo qui molto sinteticamente questi elementi per dare un’idea del contenuto della nostra trattazione: – definizione dell’Io e dell’uomo come ente pensante, coscienza come luogo fondamentale dell’essere (nella dimensione filosofica ed anche psicologica), problema della conoscenza soggettiva del mondo, relazione tra epistemologia, gnoseologia e ontologia, coordinate filosofico-metafisiche fondamentali di una visione religiosa dell’uomo e del mondo, definizione moderna dell’essere (specie in relazione alla coscienza), definizione e discussione di alti concetti metafisico-religiosi di interesse teologico (il Logos cristico, l’«Io sono Colui che sono» del Libro dell’Esodo, la Trinità).
Per tutti questi motivi riteniamo che questo scritto possa offrire anche un contributo piuttosto concreto a quegli studi che si possono condurre su Edith Stein, e che a loro volta rientrano (sulla base di ciò che abbiamo detto) in ambiti culturali anche molto diversi tra loro: – la moderna filosofia fenomenologica, i moderni studi di ontologia e metafisica, l’esistenzialismo, l’attuale teologia e filosofia religiosa, gli studi tomistici, la filosofia della scienza, la psicologia, gli studi di temi mistici e più in generale dedicati al tema della crescita religioso-spirituale personale.

N.B.: Una copia cartacea dell’opera potrà venire richiesta all’autore per via mail.

ABSTRACT.
In questo articolo abbiamo esaminato alcuni testi di Alain de Benoist – ed in particolare L’eclissi del sacro [Alain de Benoist, Thomas Molnar, L’eclisse del sacro, I libri del Borghese, Roma 2017] – allo scopo specifico di saggiare la consistenza e qualità della sua valenza di pensatore filosofico-religioso. Valenza che gli viene concessa proprio dalla moderna e dominante Filosofia Religiosa (FR) – come autorevolmente testimoniato da Jean-Luc Marion [Jean-Luc Marion, Il visibile e il rivelato, Jaca Book, Milano 2007]. Dall’analisi della credibibilità complessiva di tale valenza è scaturita però inoltre non solo la più precisa collocazione del pensiero benoistiano nel contesto dell’attuale FR, ma anche una più chiara anatomia di tale disciplina.
In primo luogo il pensiero filosofico-religioso di Benoist – per quanto dichiaratamente schierato sulle posizioni del moderno (cosiddetto) «neopaganesimo», e quindi apparentemente impegnato nella riproposizione del valore dell’Antico (oltre che della mitologia in concorrenza con la scienza empirica) – si è rivelato in verità appiattito sulle posizione filosofiche più moderniste del nostro tempo. E ciò è vero non solo per la sua sostanziale aderenza al paradigma di pensiero nietzschiano-heideggeriano (nel contesto di una sostanziale adesione alla moderna visione titanistica), ma anche in definitiva per la sovrapponibilità della sua visione a quella dell’attuale FR. Una disciplina fortemente impegnata nel sostenere ed avvalorare un realismo filosofico oltranzista, modernista e sovversivo, che si pone come religioso solo in quanto è intanto animato appena da interessi riduzionisti, «a-teistici», e perfino (in alcune sue forme estreme) anti-religiosi.
Sullo sfondo di tali constatazione è emerso poi anche che la visione filosofico-religiosa cristiano-cattolica sostenuta dal partner dialettico di Benoist, e cioè Thomas Molnar, si è rivelata essere ben più capace di esprimere posizioni tradizionaliste e addirittura conservatrici. Inoltre la visione di questo pensatore dimostra che il Cristianesimo (in particolare cattolico) non soltanto è perfettamente in grado di sostenere una sacralità dell’essere, ma è anche perfettamente in grado di agire efficacemente per una risacralizzazione del mondo moderno.
In secondo luogo – per mezzo delle conclusioni tratte da questo confronto, ed anche per mezzo del confronto tra la visione neopagana e la visione metafisico-religiosa sostenuta dai cosiddetti «studi tradizionali» (quella che attribuisce il massimo valore ad una Scienza Sacra divina quale depositaria di tutte le possibili Verità trascendenti ed eterne, e rappresentata in particolare da studiosi come LMA Viola, Frithjof Schuon, e Gorges Vallin) – è emerso che una FR cristiana davvero autentica (in quanto tradizionalista e conservatrice) può realmente concorrere con gli studi tradizionali (anche se nel complesso pro-pagani) nel rintuzzare lo snaturamento totale della FR che viene intanto perpetrato da tutte le altre componenti dell’attuale disciplina (la FR filosofica e filosofico-teologica, il neopaganesimo, e gli studi religiosi non filosofici di stampo «mitologico», rappresentati da autori come Joseph Campbell e Robert Graves). L’elemento di connessione tra la FR autenticamente cristiana e gli studi tradizionali è apparso essere costituito dalla tradizione platonica più metafisico-religiosa. Inoltre l’elemento che più differenzia gli studi tradizionali dal neopaganesimo è risultato essere la ferma decisione dei primi a difendere a spada tratta il valore di quella metafisica religiosa, che invece l’intera FR moderna intende liquidare per sempre. Sempre la metafisica religiosa è apparsa poi anche indispensabile perché il moderno Cristianesimo non si rassegni ad un suo totale svuotamento e ad una sua totale perversione.
Su questa base è apparso infine chiaro che il Paganesimo può nuovamente avvalorato solo a patto che esso venga finalmente riconciliato con il Cristianesimo più autentico e meno dogmatico, ma nello stesso tempo anche meno appiattito sulla supina accettazione dei deteriori valori della Modernità.

ATT: l’autore sarà lieto di mettere a disposizione in forma cartacea (a chi gliene facesse richiesta scritta) il testo completo dell’articolo (che consta di circa 20 cartelle).

Introduzione.
La moderna Filosofia Religiosa (FR) è una disciplina così composita da essere capace di ospitare in sé stessa anche voci estremamente contraddittorie. Tuttavia molto in grandi linee si potrebbero comunque individuare in essa almeno due grandi voci, e cioè quella filosofica e quella mitologica.
Di quest’ultima noi parliamo in questo articolo prendendo a fondamento uno dei libri di Joseph Campbell [Joseph Campbell, Le Maschere di Dio, Mondadori, Milano 1968, voll. I e II]. Ora, mentre la prima è in larga parte convergente con la moderna teologia, la seconda è invece totalmente divergente da qualunque teologia – moderna o antica che essa sia. Sta di fatto però che la FR «mitologica» si basa su davvero annosi, ponderosi, amplissimi e ricchissimi studi del mito. Essa quindi rivolge per principio il proprio sguardo verso la cultura e la religiosità antiche; ossia verso un ambito di conoscenze che o ha preceduto lo strutturarsi della teologia (specie quella cristiana) oppure è decorsa parallelamente ad essa in maniera quasi sempre conflittuale. Parliamo insomma di una mitologia che – almeno come viene intesa nel genere di studi di cui stiamo parlando – ha sempre avuto, come proprio specifico carattere, una sorta di vera e propria vocazione a configurarsi in forma di «eresia». La sua è pertanto per definizione una vocazione decisamente trasgressiva.
Ebbene è esattamente questo carattere ciò che sembra rendere tale ambito di conoscenza interessante per una parte della moderna FR. Infatti forse l’unico elemento che quest’ultima ha in comune con la moderna FR «filosofica» appare essere proprio quello rappresentato dalla tendenza alla trasgressione ed alla sovversione. In termini filosofici si tende oggi ad impiegare per questo un termine neutrale ed affatto polemico (anzi per la verità propriamente tecnico), e cioè quello di «decostruzione». E recentemente abbiamo dedicato una serie di studi proprio alla FR moderna che più evidentemente si presenta con questo specifico carattere [Vincenzo Nuzzo, “L’attuale realismo filosofico e lo stato dell’odierna Filosofia”, Il Nuovo Monitore Filosofico, Aprile 2018 <
http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2357:il-realismo-filosofico-e-lo-stato-dell-odierna-filosofia&catid=82:filosofia&Itemid=28 >; Vincenzo Nuzzo, “L’attuale neuroscienza e la filosofia scientifica. I segni di un rinnovamento della Conoscenza”, Il Nuovo Monitore Napoletano, Marzo 2018 < http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2349:neuroscienza-e-filosofia-scientifica-i-segni-di-un-rinnovamento-della-conoscenza&catid=82&Itemid=108 >; Vincenzo Nuzzo, “Jean-Luc Marion e la filosofia religiosa”, in: < https://cieloeterra.wordpress.com/2017/12/28/jean-luc-marion-e-la-filosofia-religiosa/ >; Vincenzo Nuzzo, “La moderna «filosofia religiosa» è davvero «filosofico-religiosa»?”, in: < https://cieloeterra.wordpress.com/2017/11/04/la-moderna-filosofia-religiosa-e-davvero-filosofico-religiosa/ >; Vincenzo Nuzzo, “Analisi comparativa di alcune forme del moderno «realismo» filosofico. Il modello del realismo sartriano”, in: < https://cieloeterra.wordpress.com/2018/02/25/analisi-comparativa-di-alcune-forme-del-moderno-realismo-filosofico-il-modello-del-realismo-sartriano/ ].
Sta di fatto però che la FR «mitologica» è moderna solo in questo senso. È infatti sempre in questo senso che essa si allinea ad una serie di studi del mito che sono fioriti proprio a cavallo tra il XIX e XX secolo, subendo peraltro in maniera molto significativa l’influsso della riforma nietzschiana del pensiero filosofico-metafisico (Rudolf Otto, Bachofen, Neumann, ecc). Delle relazioni tra questa corrente di studi ed il pensiero di Nietzsche ci siamo già occupati nel tentativo di dare un volto al moderno «nietzschianesimo» [Vincenzo Nuzzo, Nietzsche, il grande nemico della Tradizione, Victrix, Forlì 2016]. Tuttavia, al di là di questo, la FR di cui stiamo parlando non ha assolutamente nulla in comune con la restante moderna FR, e cioè quella specificamente «filosofica». In questo senso, quindi, almeno a rigor di logica, tale disciplina non andrebbe considerata nemmeno una vera e propria «filosofia religiosa» (o anche «filosofia della religione»). Nel suo caso è infatti ben più corretto parlare di «studi religiosi».
Ma quest’ultimo genere di studi tende per sua natura a ritenersi per principio dispensato da preoccupazioni di tipo filosofico. Non a caso essi non si rifanno affatto a criteri culturali ed intellettuali moderni esattamente così come non si rifanno mai a criteri filosofici. In altre parole la scienza religiosa di cui stiamo parlano non condivide affatto il generale culto per il logos come Ragione che rappresenta il tratto comune dell’intera filosofia moderna. E che a conti fatti non risulta assente nemmeno in quel moderno realismo filosofico, la cui centrale aspirazione è esattamente quella della definitiva sconfessione del logos filosofico in quanto Ragione.
Ci sembra che estremamente emblematica in questo senso sia la polemica condotta da Graves [Robert Graves, La dea bianca, Adelphi, Milano 2012, p. 13-20] contro la violenta distruzione del linguaggio e del pensiero mitico-poetico da parte della tradizione filosofica, che prese le mosse da Socrate e Platone]. E tra l’altro Graves condivide con Campbell anche l’invocazione, nel corso di tale polemica, dei valori matriarcali posti in conflitto con quelli patriarcali. La tradizione religiosa alla quale si rifanno entrambi gli studiosi ha infatti connotati decisamente matriarcali; e quindi pone in primo piano una divinità unicamente femminile.
Quello che è certo è comunque che tale ambito di studi guarda decisamente al Passato; e sempre nel Passato ritrova i suoi fondamentali e vincolanti punti di riferimento. Si pone però a questo punto il problema di discernere se la religione e la religiosità alle quali la FR «mitologica» si riconnette, costituiscano (o meno) per davvero quelle che rappresentano il Passato nella sua autenticità ed integralità. L’appello alla mitologia sembrerebbe a prima vista far pensare che sia davvero così; e lo stesso vale per la riduzione alla mitologia primordiale e matriarcale, alla quale (come poi vedremo) Campbell sottomette l’intera tradizione che da lui esaminata. Si tratta di fatto dell’intera tradizione religiosa e metafisico-religiosa che si estende dalla cultura indù a quella mesopotamico-mediterranea; includendo in sé poi la religione fenicio-egizia, quella greca, quella ellenistica greco-romana (e connessa metafisica religiosa pitagorica e platonico-neoplatonica) ed inoltre quella giudaico-cristiana. Tali ambito corrisponde poi alla totalità delle cosiddette religioni misterico-iniziatiche. Naturalmente entro tale contesto viene presa in considerazione la vera e propria metafisica religiosa che decorse parallela alla religiosità misterico-iniziatica (prevalentemente orfico-gnostica), e cioè la tradizione filosofica pitagorica e platonica. Ed almeno questo riferimento rende pertanto non poco filosofici gli studi religiosi dei quali stiamo parlando. Del resto Campbell si sofferma non poco anche su svariati elementi filosofici (antichi e moderni) della religiosità di cui egli parla.
Questo però non il punto centrale della questione che stiamo ora esaminando. Ben più importante è invece semmai il fatto che la riduzione di tale intera tradizione alla mitologia religiosa primordiale e matriarcale taglia decisamente fuori un elemento che forse rappresenta in maniera molto più propria il Passato in quanto «mitologia». Parliamo insomma dell’area di ricerche e conoscenze che si è sviluppata soprattutto a partire dal XX secolo in poi, e che viene definita come «studi tradizionali». Senza entrare nel merito delle opere specifiche e delle diverse idee e dottrine sviluppate in tali studi (cosa che abbiamo fatto in diversi nostri scritti), menzioneremo qui solo i nomi degli studiosi che più si sono distinti in tale ambito – tra i quali René Guénon, Frithjof Schuon, LMA Viola, e Georges Vallin. In ogni caso nel contesto di questi studi ci si ricollega ad una tradizione religiosa che travalica di gran lunga qualunque forma storica, per quanto quest’ultima possa essere remota ossia primordiale. E ciò accade perché si tratta di una Sapienza sovrumana, sovrannaturale, eterna e trascendente (Scienza Sacra divina), che proprio in quanto tale sta necessariamente alla radice di qualunque forma religiosa, e connessa teologia o metafisica. Ecco allora che l’unità di fondo delle forme religiose planetarie – posta costantemente in luce da studiosi come Campbell e Graves, nell’evidenziare come costante sottofondo una primordiale religione matriarcale prototipica – si spiega molto più profondamente e convincentemente sulla base di questa Scienza divina; la quale evidentemente costituisce l’archetipo interiore di qualunque pensiero, sentimento ed atto religioso. Ma va allora fatto notare che è solo così che ci si rifà davvero al Passato nella forma della mitologia. Com’è stato infatti dimostrato da Guénon, tale Scienza divina è la radice di qualunque forma di Rivelazione manifestatasi per mezzo di una qualunque teo-cosmogonia, ossia la mitologia stessa, e poi organizzatasi di conseguenza in una specifica teologia. La teo-cosmogonia, dunque, non fa altro che illustrare le Verità trascendenti contemplate in quella che la davvero autentica Sapienza religiosa prototipica primordiale; e quindi si produce necessariamente in affermazioni che trascendono per definizione qualunque teologia. Se allora ogni teologia sembra rifarsi ad una sua privata ed unica mitologia teo-cosmogonica, in verità le cose non stanno affatto così. E ciò avviene perché la mitologia teo-cosmogonica è di fatto unica; esattamente com’è assolutamente unica anche la stessa Rivelazione. Quest’ultima è allora radicalmente trascendente in quanto è pre-storica, pre-ontologica e pre-umana, ossia divina. E quindi essa non è identificabile in alcuna forma storica e/o geografica – meno che mai in una religione matriarcale, la quale (al di là del suo effettivo valore) non solo è di fatto la più primitiva delle forme religiose, ma è anche di per sé fortemente unilaterale. Per definizione, dunque, tale religione non può in alcun modo fungere da punto di riferimento per qualunque forma di studi religiosi o filosofico-religiosi; se non in forza di una scelta meramente ideologica, e quindi per definizione soggettiva ed arbitraria. Orbene tale costatazione neutralizza senza il minimo dubbio il vantaggio che sembra a prima vista avere un’area di studi mitologici che si fondi su effettivi reperti storico-archeologici – fondamento che non può invece di certo venire ascritto agli studi tradizionali, i quali si rifanno semplicemente ai tradizionali testi sapienziali ai quali essi prestano fede senza nutrire alcun dubbio. In altre parole, insomma, mentre la moderna FR religiosa «mitologica» può e deve riconoscere sé stessa come «scientifica», invece gli studi autenticamente tradizionali di religione non hanno alcun motivo di sottomettere sé stessi a questo così condizionante giogo. E pertanto anche per questo motivi essi possono per davvero guardare al Passato; dato che l’obbligo della «scientificità» è qualcosa che connota di sé unicamente la cultura moderna.
Ma quand’anche la moderna FR possa vantare questo (pur solo relativo) vantaggio della scientificità degli studi, ciò comporterà che la mitologia religiosa alla quale essa si ricollega deve necessariamente restare appena una delle tante. Si tratterà quindi di quell’oggetto che si impone all’attenzione non certo perché esso è per davvero universale nella sua primordialità, ma invece unicamente perché è l’unico che i metodi e strumenti di ricerca hanno permesso di porre in evidenza. Sulla paradigmicità della religione così messa in luce sarà quindi possibile appena fare delle ipotesi. Ne discende che essa non può vantare alcun titolo assolutamente certo di religiosità prototipica e paradigmatica, che possa poi per davvero costituire un punto di riferimento obbligato (nel senso della necessaria riduzione ad essa di qualunque successiva forma religiosa).
Ecco allora che la certezza con la quale Campbell si muove – perseguendo proprio questa mera ipotesi di lavoro – dimostra già in partenza quanto destituite di fondamento siano le sue interpretazioni; e ciò in quanto per definizione ideologiche. Il primario aspetto dell’ideologicità di tesi come queste risiede pertanto esattamente nella scientificità empirica, nella quale esse inevitabilmente devono ricadere. Continua a leggere »

La lettura del libro del Prof. Fabbro dal titolo “Neuroscienze e spiritualità” [Franco Fabbro, Neuroscienze e Spiritualità, Astrolabio, Roma 2014] offre la possibilità di gettare uno sguardo davvero molto ampio sull’attuale scenario di quella scienza della mente, che ormai procede di pari passo con il suo corrispettivo filosofico, ossia la cosiddetta Filosofia della Mente (FM). Dato che però qui l’oggetto di ricerca è proprio la mente, allora è inevitabile che in tale contesto emergano alcune tra le questioni più genuinamente filosofiche che da sempre hanno tenuta occupata l’attenzione dei pensatori; ossia questioni tradizionalmente filosofiche, più che non scientifiche. In grandi linee si tratta della relazione esistente tra il polo soggettuale (mente, ragione, intelletto, coscienza, percezione) ed il polo oggettuale dell’essere (mondo, corpo, materia, cose). E di conseguenza si tratta anche dello speciale statuto di realtà (o onticità) che spetta di diritto ad ognuno di questi due poli dell’essere. In particolare la questione è quale dei due sia più o meno «reale». In termini specificamente metafisici si tratta ovviamente dell’ancora più generale tra Spirito e Materia. Pertanto l’amplissima disamina delle attuali ricerche (e relative riflessioni scientifico-filosofiche), che viene svolta in questo libro, ci offre anche una preziosa occasione di esaminare il rapporto che esiste oggi tra Filosofia e Scienza; intendendo con quest’ultima specificamente la scienza empirica ed in gran parte sperimentale. Come abbiamo appena constatato, però, la disciplina chiamata in causa in tale contesto non è solo la filosofia nel suo assetto attuale ma anche la filosofia nel suo assetto eterno ed essenziale. Andremo progressivamente chiarendo come ciò può venire inteso.
Già qui salta all’occhio un elemento molto generale dell’intero scenario, e cioè il fatto che la definizione di «scienza» sfugge ormai completamente all’area di sapere e studi che è propria della Filosofia. Il che è abbastanza paradossale almeno per due motivi: – 1) la Filosofia ha sempre teso (fin da Platone) a definire sé stessa come «scienza» (e precisamente quella fondamentale e per eccellenza), e tale aspirazione è inoltre divenuta poi nel pensiero moderno la rivendicazione a sé stessa della cosiddetta «scientificità» del filosofare; 2) l’attuale Filosofia ha sviluppato ulteriormente tale aspirazione fino ad auspicare la propria totale fusione con quella Scienza che intanto si era posta da tempo del tutto al di fuori dei suoi limiti. In altre parole (in relazione a questo secondo punto) attualmente la disciplina non ambisce più nemmeno ad un filosofare «scientifico», ma ambisce invece ad un agire che non è più affatto un filosofare ma è invece autentica conoscenza scientifica. Quest’ultima, insomma, vuole essere una prassi scientifica a tutti gli effetti. Incluso l’obbligo, al quale oggi il filosofo si sottomette pienamente, di restare vincolato allo stato attuale dei dati sperimentali intanto progressivamente acculati dalla scienza empirica. Ecco allora che la Filosofia non si pone più affatto al di sopra della Scienza come conoscenza di ampio respiro ed astratta dall’esperienza; ossia come conoscenza affatto analitica, ed anzi per molti versi addirittura contemplativa.
A noi sembra ovvio che questo assetto non può essere altro che l’estremo effetto della presa di posizione divenuta dominante nel pensiero entro gli ultimi sessanta anni sotto la spinta della Filosofia Analitica (FA). Non a caso proprio nel contesto di quest’ultima si è andata progressivamente sviluppando la FM. Si può quindi dire oggi che quest’ultima ha raccolto l’eredità della FA, nel mentre intanto ne superava i temi ed approcci, concentrandosi ormai sull’analisi dettagliata dei fenomeni mentali presi nella loro obiettività scientifico-naturale.
Ciò che è venuto meno sembra essere insomma quell’epistemologia critico-analitica (indipendente e collocata ben più in alto della conoscenza empirica), che era ancora propria della FA, e che poneva quindi quest’ultima ancora in maniera pienamente coerente entro la tradizione filosofica più genuina. L’intento di tale forma di pensiero era infatti ancora quello di soffermarsi molto più sulle condizioni del filosofare quale paradigmatico «pensare» astratto, che non invece sui contenuti obiettivi del pensiero stesso. La FA, insomma, non era ancora una psicologia. Mentre invece la FM decisamente lo è diventata. E con ciò essa si è trasformata di fatto in una scienza empirica della natura.
La complessiva analisi svolta dal Fabbro si differenzia però in maniera piuttosto tangibile dallo scenario di studi che si è sviluppato nel contesto della FA e poi della FM. Infatti, anche al di là dell’espressa aspirazione dello studioso a porre nuovamente la “spiritualità” al centro della conoscenza scientifico-filosofica, egli concentra la sua attenzione in particolare sulla relazione esistente tra neuroscienza e filosofia presa in generale. In altre parole egli non sembra parlare né in nome della FM stessa, né in nome della Scienza che intanto ha riassorbito quest’ultima completamente in sé. Al contrario sembra che invece il Fabbro ambisca proprio a lasciare che i contorni della disciplina filosofica si delineino nuovamente in maniera netta ed originale, districandosi così dalla commistione con i contorni della scienza empirica. Esattamente in questo senso si può dire che egli parla molto più della «filosofia» (in generale e per eccellenza) che non invece della FM vera e propria.
Naturalmente gran parte delle posizioni filosofiche da lui prese in esame rientrano comunque nell’ambito della FM. Inoltre a quanto pare egli dà anche per scontato che neuroscienza e FM siano di fatto ormai una sola cosa. Lo studioso fa però questo partendo da un ben determinato punto di vista, e cioè dall’esigenza da un lato di scongiurare qualunque forma di riduzionismo naturalistico-materialistico e rigorosamente immanentista (specie se empirico-scientifico), e dall’altro lato di affermare (tanto per la neuroscienza che per la filosofia) la stringente necessità di equiparare la «mente» al livello superiore dell’essere (al quale tendenzialmente tutto l’inferiore andrebbe ricondotto). In qualche modo, dunque, si potrebbe dire che presso il Fabbro è all’opera una tendenza molto simile a quella che è sempre stata tradizionalmente «filosofica». Di certo tale intenzione vuole espressamente poggiare sul solido fondamento delle ricerche sperimentali neuro-scientifiche. Ma comunque sembra anche che in tal modo si voglia attribuire alla neuroscienza stessa una certa quale presa di posizione sostanzialmente filosofica. E questo ci sembra essere l’esatto contrario di quanto invece è riscontrabile esaminando l’attuale ricerca svolta nel contesto della FM. Ecco allora che l’intima fusione di Filosofia e Scienza – che intanto il Fabbro non smentisce affatto – si presenta presso di lui in una maniera sensibilmente diversa da come essa invece si presenta nel contesto di quell’ultra-moderno realismo filosofico, nel quale poi la FM occupa un ruolo di primo piano. Qui infatti è davvero esplicita l’aspirazione a far sì che la mente rientri ontologicamente nel pieno della Natura; non venendo così in alcun modo più concepita come un’onticità separata e superiore nel senso del trascendente. Il sussistere di tale aspirazione può venire molto direttamente constatato in un’amplissima riflessione sull’attuale realismo filosofico come sono quelle di Rorty di Pérez de Laborda [Richard Rorty, La filosofia e lo specchio della natura, Bompiani, Milano 2014, I, 2-6 p. 53-147, I, II, 2 p.164-185, II, III, 1 p. 266-283, II, III, 2-3 p. 283-309, II, III, 4 p. 315-333; Diego Marconi e Gianni Vattimo, Nota introduttiva, ibd. p. V-XXXIV; Miguel Pérez de Laborda, “La filosofia analitica oggi”, Acta Phil, 12 (1), 2003, p. 137-152].
In questo articolo vorremmo quindi esaminare il testo del Fabbro alla ricerca di luoghi specifici, nel contesto dei quali sia possibile dare un volto più preciso all’intendimento alternativo di «filosofia scientifica» che abbiamo appena visto emergere. Continua a leggere »

Abbiamo appena terminato un’indagine basata sulla lettura di uno dei più fondamentali scritti di Jean-Paul Sartre, e cioè L’Être e le neant [Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1997].
Analizzando questo testo ci eravamo infatti chiesti se il realismo filosofico da lui auspicato (e che lui sostiene nel libro con ragioni davvero molto forti) potesse avere o meno dei punti in comune con le ulteriori forme di realismo intanto sviluppatesi nel corso del XX secolo. E qui va in grandi linee distinto tra il realismo che si sviluppò entro la stessa scuola di Husserl (per mezzo della contestazione del suo idealismo da parte di diversi allievi, tra i quali Adolf Reinach, Jean Hering, Hedwig Conrad-Martius e Edith Stein), il realismo proprio della Fenomenologia di Max Scheler, il tendenziale realismo esistenzialista di Heidegger, ed infine il realismo filosofico che (da allora in poi) è andato sempre più affermandosi fino ai giorni nostri. Laddove poi quest’ultimo ha recentemente assunto due forme: –1) una forma filosofico-scientifica non-religiosa; 2) una forma invece esplicitamente filosofico-religiosa. Quest’ultima si richiama specificamente in parte alla Fenomenologia di Husserl ed in parte anche alla visione di Heidegger (includendo pensatori come Marion, Lévinas, Derrida, Kevin Hart, John Caputo, e diversi altri).
Nella nostra indagine non abbiamo però esaminato in dettaglio tutte queste forme di realismo. Ci siamo invece limitati a identificare un «realismo fenomenologico» (RF), un «realismo religioso» (RR) ed un «realismo ingenuo» (RI); paragonandoli poi tutti con il «realismo sartriano» (RS). In particolare abbiamo scelto quest’ultimo come un realismo davvero pieno; da impiegare come modello per poter verificare se le altre forme fossero davvero capaci di affermare uno stesso genere di realismo. In tal contesto è poi emersa la distinzione da fare tra i concetti di «mondo», «in mondo» (IM) e «mondo fuori di noi» (MFN). Il primo è da considerare il concetto più generale (condiviso di fatto da tutte le visioni filosofiche da noi identificate, ed inoltre anche dallo stesso uomo comune, ossia dall’«ingenuo» per definizione). Il secondo è invece il concetto sartriano vero e proprio. Il terzo è infine il concetto di mondo che si è sviluppato specificamente entro il RF. Qui si tentò infatti di sostenere le ragioni per concepire un mondo esteriore effettivo (in quanto totalmente indipendente dalla coscienza) sia pure nel contesto di quell’idealismo che è tipico della Fenomenologia husserliana; e che si pone specificamente nella forma della «riduzione trascendentale».
Husserl aveva inteso quest’ultima come il metodo per mezzo del quale è possibile garantire la conoscenza più rigorosa possibile del mondo – grazie all’atto di messa tra parentesi (epochè) di qualunque concezione ingenua di esso (da quella dell’uomo comune a quella dell’empirismo scientifico). L’intento effettivo del pensatore era però in tal modo quello di permettere una conoscenza effettiva delle cose, ossia degli enti esistenti. Proprio per questo egli parlava di un «ritorno alla cosa stessa» (zur Sache selbst). E questo configura almeno tendenzialmente proprio un realismo. Non a caso la Prof. Ales Bello [Ales Bello Angela, Il senso delle cose, Castelvecchi, Roma 2013] ha definito la riduzione trascendentale husserliana come una presa di posizione che mette capo ad un “realismo trascendentale” (e non invece ad un “idealismo trascendentale”).
In ogni caso va detto che Sartre sferra un attacco davvero frontale contro questa complessiva visione. E così egli avvalora decisamente la tesi secondo la quale Husserl non fu in verità altro che un idealista. La riflessione sartriana offre pertanto argomenti davvero formidabili per ritenere che il RF non è affatto autentico, anzi è decisamente insufficiente. Esso insomma non configura affatto un effettivo realismo. Ebbene, analizzando i concetti di quest’ultimo alla luce dei chiarimenti offerti da Sartre, noi siamo dovuti pervenire alle stesse conclusioni. Ed in particolare è così emerso che il concetto di MFN (proprio del RF) è assolutamente insufficiente nel fondare un realismo. Quest’ultimo infatti resta talmente idealisticamente condizionato, da dover essere necessariamente non effettivo. Il concetto di MFN non esclude cioè per nulla (come invece vorrebbe) il condizionamento esercitato dall’Io cosciente sull’esistenza della cosa reale in quanto esteriore. Pertanto, anche nel contesto della reazione anti-idealistica degli allievi alla presa di posizione di Husserl, restano per essi validi gli stessi elementi che portano Sartre a giudicare quest’ultima un idealismo che mai e poi mai può davvero mettere capo ad un realismo.
Nello stesso tempo poi la nostra indagine ha posto in luce che anche il concetto generico di «mondo» soffre di fatto delle stesse limitazioni di fatto idealistiche. E qui cambia poco se esse siano effettivamente fenomenologico-husserliane (RF), o onto-metafisiche (RR), o infine proprie del puro e semplice atteggiamento ingenuo dell’uomo comune (RI). Anche tutte queste prese di posizione si sono rivelate pertanto del tutto insufficienti a fondare un effettivo realismo. L’unica eccezione può venir fatta per il RR; entro il quale (almeno entro le sue moderne forme decisamente anti-idealistiche ed inoltre anche anti-onto-metafisiche) il mondo viene effettivamente concepito in maniera molto simile a Sartre. In particolare qui emerge quindi come paradigmatico il concetto di «in mondo» (IM). Con esso il pensatore francese intende infatti il mondo come un assoluto esteriore incondizionabile a qualunque coscienza; che equivale poi all’esistenza stessa quale fondamentale «essere». Ed in tal modo, quindi, si afferma una visione immanentistica (del mondo quale radicale Assoluto), nel contesto della quale è necessario pensare al vissuto totalmente immersivo nel mondo stesso come all’inderogabile condizione per poter concepire qualunque cosa in maniera davvero realistica. In parole più semplici, insomma, noi «siamo» per davvero solo nel nostro essere totalmente immersi in un mondo, che poi è tutto ciò che davvero «c’è». E questo configura senz’altro una presa di posizione davvero estremisticamente esistenzialista.

Proprio in relazione a questo, abbiamo però sentito alla fine l’esigenza di differenziare tra la giustificazione filosofica oggettiva ed assoluta di un siffatto realismo, e la sua giustificazione invece relativa.
Intendiamo con quest’ultima in particolare l’eventuale giustificazione di un realismo pieno nella forma specifica dell’unica concezione filosofica che varrebbe la pena di venire professata. Ed a questo punto l’idealismo si presenterebbe come una concezione invece insostenibile. Ebbene proprio la forza che ha il RS, ci sembra mostrare invece chiaramente la sua debolezza; e ciò avviene esattamente nel senso appena illustrato. Tale forza sussiste infatti solo e soltanto in ragione del dogmatismo con il quale tale realismo viene posto. E questo dogmatismo appare a sua volta giustificato da un sostanziale pregiudizio ideologico; ossia da quel radicale immanentismo che presso Sartre ha poi la forma specifica del materialismo marxista dal quale il suo pensiero prese le mosse. Ma, una volta messe così le cose, allora il realismo pieno cessa definitivamente di avere la forza schiacciante che esso sembra avere. E ciò avviene esattamente perché esso è dogmatico in quanto è in primo luogo ideologico. Tuttavia in particolare esso è ideologico in quanto è dominato dallo scetticismo religioso (se non proprio da un aperto atteggiamento anti-religioso).
Dunque, una volta posto in luce tutto questo, quell’idealismo che non riesce in alcun modo a configurare un realismo, cessa totalmente di essere difettivo. E ciò avviene proprio in quanto esso riesce ad essere ideologico in maniera del tutto opposta; ossia riesce a configurare un pensiero religioso. Non a caso infatti il RF da noi esaminato nella nostra indagine tende effettivamente a sfociare in una filosofia religiosa, e per diverse vie – attraverso la visione professata da diversi allievi di Husserl (nel contesto di un sostanziale spiritualismo essenzialista), attraverso l’adesione all’onto-metafisica religiosa cristiana da parte di Edith Stein, ed infine anche nella più recente evoluzione storica subita dal pensiero husserliano, ossia nell’attuale filosofia della religione.

Una volta pervenuti a questo risultato, allora, nonostante che la forza argomentativa di Sartre sembri a prima vista imporre per sempre un realismo assoluto e dogmatico (quasi quale unica forma perseguibile del moderno filosofare), in realtà le cose appaiono stare in maniera molto diversa.

ATT: l’autore sarà lieto di mettere a disposizione in forma cartacea (a chi gliene facesse richiesta scritta) il testo completo dell’articolo (che consta di circa 15 cartelle).

Abstract.
In questo articolo esaminiamo criticamente il libro di Jean-Luc Marion (Il visibile e il rivelato), ed in relazione specifica al contributo che esso può offrire alla comprensione dello stato attuale della filosofia religiosa (FR). Questo tema sta in relazione alla trattazione più generale che di esso abbiamo già fatto in un antecedente articolo da noi pubblicato in questo blog [“La moderna «filosofia religiosa» è davvero «filosofico-religiosa»?”]. In effetti l’esame delle tesi esposte da Marion in questo libro ci offre un quadro nel complesso non dissimile da quello del quale avevamo preso atto in questo articolo; sebbene alcuni punti della visione del pensatore siano comunque divenuti ben più chiari e definiti.
In generale si delinea comunque ancora una volta una moderna FR, la cui ambizione appare essere quella di restare nel campo della più rigorosa filosofia, mantenendo così limiti ben netti rispetto alla teologia (quale campo di discorso della religione nella sua purezza non filosofica). Abbiamo evidenziato però anche che non tutti sono oggi d’accordo con questo giudizio sulla FR, così come essa si delinea presso pensatori come Marion (oltre che presso altri pensatori, come Lèvinas, Caputo, Hart etc), e che oggi viene definita come FR “continentale”. Secondo tale giudizio alternativo tale disciplina si porrebbe invece addirittura come una teologia che desidera nuovamente dominare sulla filosofia; soprattutto opprimendola nel senso della coartazione della sua ormai conquistata nuova libertà creativa. Sulla base delle tesi esposte da Marion abbiamo però potuto verificare che le cose non sembrano stare affatto così. Infatti l’impressione che si ricava (a partire dalle costatazioni imposte dalla FR da lui proposta) è semmai che tale disciplina intende conformarsi pienamente all’assetto della più moderna filosofia. Inoltre meno che mai essa ha intenzione di porsi come una teologia. Marion tende semmai solo a differenziare molto nettamente tra la trattazione effettiva della “questione di Dio” (quale appannaggio della sola teologia), ed il campo di una riflessione filosofico-religiosa nella quale invece tale questione si è totalmente eclissata. E tale eclissamento coincide poi nettamente con il fenomeno storico costituito dall’ormai irrevocabile “fine della metafisica”. Ecco allora che la religiosità del pensiero proprio di questo genere di FR intende inscriversi (pienamente ed unicamente) nei limiti di un discorso rigorosamente filosofico, e quindi decisamente laico ed inoltre strettamente immanentista. La scelta di Marion (così come di tutti gli altri pensatori della FR continentale) va in particolare a favore del discorso filosofico fenomenologico husserliano (ed inoltre per molti aspetti anche heideggeriano).
La FR così proposta di pone quindi sostanzialmente come una forma specifica della «filosofia della religione», e cioè la Fenomenologia della Religione.
Nella nostra analisi di questa tesi, noi abbiamo comunque dimostrato (in relazione a quanto avevamo sostenuto anche nel precedente articolo) che la FR così costituita non può in alcun modo venire considerata autentica. Ed il motivo principale di ciò è proprio la sua rinuncia a quella metafisica che a sua volta, nella sua forma autenticamente religiosa, va considerata identica a quella della tradizione occidentale platonico-gnostica. Proprio per tale motivo essa si configura semmai appunto come una «filosofia della religione», ma non invece come un’autentica «filosofia religiosa», ossia come un pensiero essenzialmente religioso.
A margine di questo complessivo discorso critico si è però delineato anche l’interessante fenomeno della possibile convergenza di una siffatta autentica FR con un idealismo realista filosofico-religioso, il quale trova oggi un estremamente seducente riscontro nella riflessione svolta da alcuni pensatori (Wolfgang Smith) sui risultati della più recente Fisica quantistica. In particolare si delinea qui il pieno ri-avvaloramento della conoscenza del mondo esteriore indipendente dalla coscienza (da sempre messa in forse dalla Filosofia ufficiale); laddove poi entro tale conoscenza si lascia intravvedere anche la piena realtà ed esistenza degli oggetti puramente metafisico-spirituali che oggi sembrano equivalere suggestivamente alle particelle subcorporee evidenziate dalla nuova Fisica.

Introduzione.
La lettura del libro di Jean-Luc Marion Il visibile e il rivelato [Jean-Luc Marion, Il visibile e il rivelato, Jaca Book, Milano 2007] ci offre l’occasione di allargare e completare le nostre precedenti considerazioni sulla moderna filosofia religiosa [Vincenzo Nuzzo, “La moderna «filosofia religiosa» è davvero «filosofico-religiosa»?”, in: < https://cieloeterra.wordpress.com/2017/11/04/la-moderna-filosofia-religiosa-e-davvero-filosofico-religiosa/ >]. Il testo in questione è infatti la base stessa per la moderna postulazione di una «Fenomenologia della Religione» (FDR), e cioè quella che oggi sembra costituire di fatto l’unica forma possibile di «filosofia religiosa» (FR). Quanto viene affermato da Marion in questo testo trova infatti riscontro entro una letteratura in cui la sua visione, insieme a quella di altri moderni pensatori (tra i quali in particolare Lévinas, Derrida, John Caputo e Kevin Hart), figura come una delle principali basi della moderna FR, o meglio «filosofia della religione» [Heinrich von Sass, “Event-Management. Vom Ereignis und seinem theologischen Horizont”, Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie, 61 (1), 2015, 79-100; Markus Kneer, “Das Verhähaltnis von Phänomenologie und Theologie neu gewendet: Der Ansatz von Emmanuel Falque“, Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie, 62 (2) 2015, 350-367; Tamsin Jones, “Questions from the borders: a response to Kevin Hart’s Kingdom of God”, Sophia, 56 (1) 2017, 5-14; Bradley B. Onishi, “Between a Saint and a Phenomenologist: Hart’s theological criticism of Marion”, Sophia, 56 (1) 2017, 15-31; J. Aaron Simmons, “Cheaper than a Corvette: the relevance of phenomenology for contemporary philosophy of religion”, Sophia, 56, 2017, 33-43; B. Keith Putt, “A poetic of parable and the ‘basileic reduction’: ricoeurean reflections on Kevin Hart’s Kingdom of God”, Sophia, 56, 2017, 45-58; Shan Mackinlay, “Hermeneutic perspective on ontology, after metaphysics has been overcome: from Levinas to Merleau-Ponty”, Sophia, 56, 2107, 115-124]. Del resto alcuni di questi pensatori vengono menzionati da Marion stesso come punti di riferimento della sua riflessione [Jean-Luc Marion, Il visibile… cit., Pref. p. 1-5].
Ebbene già rispetto alla denominazione della disciplina qui in causa va fatta una prima importante costatazione. Continua a leggere »

In un libro di grande peso entro la Scuola della Prof. Ales Bello, Marina Pia Pellegrino – nell’ambito di un suo progetto di sostanziale traduzione e confronto di testi – sostiene la tesi generale secondo la quale il pensiero di Gerda Walther sarebbe quasi interamente riducibile a quello di Edith Stein, e conseguentemente anche a quello di Edmund Husserl [Angela Ales Bello, Marina Pia Pellegrino (a cura di), Edith Stein – Gerda Walther. Incontri possibili. Empatia, telepatia, comunità, mistica, Castelvecchi, Roma 2014]. Questa tesi si raccorda senz’altro all’altra tesi, secondo la quale in generale (ma soprattutto in Edith Stein) il pensiero religioso degli allievi di Husserl non si sarebbe mai significativamente distaccato da quello del maestro. Questo sarebbe poi giustificato dal fatto che in effetti anche in Husserl sarebbe stato già presente almeno l’abbozzo di un pensiero religioso – tesi affermata più direttamente ed in generale dalla Prof. Ales Bello [Ales Bello Angela, Edmund Husserl. Pensare Dio – Credere in Dio, Messaggero, Padova 2005; Angela Ales Bello, Il senso delle cose, Castelvecchi, Roma 2013, IV p. 75-105; Angela Ales Bello, Edmund Husserl, in: Angela Ales Bello, L’universo nella coscienza, ETS, Pisa 2003, 4 p. 73-91 ] ed in maniera più specifica e indiretta anche da altri studiosi (ad esempio nel ricondurre la sua visione a quella di Agostino) [Michael R. Kelly, “On the Mind’s ‘Pronouncement’ of Time: Aristotle, Augustine and Husserl on Time Consciusness”, Proceedings of the American Catholic Philosophical Association, 78, 2005, 249-262; Klaus Hedwig, “Intention: Outlines for the History of a Phenomenological Concept”, Philosophy and Phenomenological Research, 39 (3), 1979, 326–340; Klaus Hedwig, “La discussione sur l’origiine de l’intentionnalitè husserlienne”, Les Études Philosophiques, 3, 1978, 259–272; Ludwig Scheglmann, “Der Subjektzirkel in Der Psychologie Augustins”, Zeitschrift Für Philosophische Forschung, 22 (3), 1968, 327–344]. Proprio su questa base la Prof. Ales Bello sostiene (insieme a molti altri autori) la tesi secondo la quale il pensiero di Edith Stein non si sarebbe mai discostato dalle sue radici husserliane nemmeno nella sua fase ultima e più mistica. Ebbene, nell’introduzione al testo della Prof. Pellegrino [Angela Ales Bello, Marina Pia Pellegrino, Edith Stein – Gerda Walther… cit., Introd. p. 11-30] tale interpretazione viene riproposta ed allargata inoltre anche alla Walther. Tuttavia, al di là del grande valore oggettivo e peso dottrinario degli argomenti addotti per sostenere questa tesi, per poter davvero giustificare la relativa presa di posizione bisognerebbe forse tener conto in particolare di quanto dice Marion della Fenomenologia husserliana quale campo ideale per una moderna filosofia religiosa [Jean-Luc Marion, Il visibile e il rivelato, Jaca Book, Milano 2007, Pref. p. 1-5, I, 1-3 p. 7-16]. Bisogna però sottolineare il fatto che il pensatore nega recisamente che in Husserl sia rintracciabile qualunque genere di metafisica, meno che mai religiosa. Inoltre anche altri autori evidenziano come nel suo pensiero si possa parlare solo molto alla lontana di una metafisica religiosa – semmai invece al massimo si potrebbe parlare di una “teologizzazione” della Fenomenologia, e comunque in primo luogo si dovrebbe parlare appena dell’affermazione del punto di vista umano-immanente su Dio [Markus Lipowicz, “Das Leben als das Unausprechliche ‒ oder: Simmel und Wittgenstein als Vordenker der Postmoderne”, Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie, 61 (1), 2015, 24-44; Markus Kneer, “Das Verhähaltnis von Phänomenologie und Theologie neu gewendet: Der Ansatz von Emmanuel Falque“, Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie, 62 (2) 2015, 350-367; Tamsin Jones, “Questions from the borders: a response to Kevin Hart’s Kingdom of God”, Sophia, 56 (1) 2017, 5-14; Bradley B. Onishi, “Between a Saint and a Phenomenologist: Hart’s theological criticism of Marion”, Sophia, 56 (1) 2017, 15-31; J. Aaron Simmons, “Cheaper than a Corvette: the relevance of phenomenology for contemporary philosophy of religion”, Sophia, 56, 2017, 33-43; B. Keith Putt, “A poetic of parable and the ‘basileic reduction’: ricoeurean reflections on Kevin Hart’s Kingdom of God”, Sophia, 56, 2017, 45-58; Kevin Hart, “Concretion and concrete: a response to my critics”, Sophia, 56, 2017, 69-80; Joshua Lupo, “The affective subject: Emmanuel Levinas and Michel Henry, on the role of affect in the constitution of subjectivity, Sophia, 56, 2017, 99-114; Shan Mackinlay, “Hermeneutic perspective on ontology, after metaphysics has been overcome: from Levinas to Merleau-Ponty”, Sophia, 56, 2107, 115-124]. Quello che è certo è che comunque, entro tale letteratura, la riduzione fenomenologica husserliana viene considerata il paradigma stesso di quella moderna FR, la quale aspira a porre la religione come l’atto di riduzione (per mezzo della Rivelazione in tutta la sua storicità) dell’intero mondo alla sua essenza profonda (prevalentemente etico-agapica).
Marion sostiene comunque che il metodo fenomenologico consente di ri-avvalorare l’effettivo sussistere di entità che non hanno alcun riscontro nel mondo dell’esperienza. E queste ultime corrisponderebbero pertanto pienamente alla valenza di “fenomeno” attribuita dal pensatore ad un ente che è un primo luogo “datità” pienamente autogiustificata dal fatto di essere oggetto di coscienza (dato in primo luogo dall’”intuizione essenziale”). Ebbene, se così stanno le cose, le entità di cui qui si parla – ossia quelle proprie dell’esperienza religiosa – non costituiscono affatto delle autentiche e piene oggettività onto-metafisiche, in quanto di natura puramente onto-spirituale trascendente. Esse invece non sono altro che enti non meno immanenti di qualunque altro, ma sfuggenti all’ambito dell’esperienza sensibile, la cui effettiva esistenza (o anche realisticità) viene garantita dal fatto che essi insorgono del tutto intuitivamente entro lo spazio della coscienza umana. Per l’ammissione del loro esistere basta quindi pienamente la loro natura soggettiva. Con tale caratteristiche, tali entità sono quindi rigorosamente immanenti, e proprio come tali sono pienamente concepibili dalla filosofia senza alcun bisogno di sconfinare nel campo della metafisica religiosa. Come dice Marion, ciò che caratterizza quest’ultima è infatti proprio l’attribuzione (da parte sua) di una piena oggettività a tale genere di entità. Oggettività che configura pertanto entità decisamente trascendenti, e quindi non solo estranee all’ambito del sensibile, ma anche all’ambito di ciò che il senso comune (prima ancora che la filosofia) intende come «reale». Il pensatore francese fa comunque riferimento al senso più rigorosamente filosofico di tale concetto di «realtà» di un oggetto, e cioè quello che (da Spinoza fino a Leibniz) fu statuito entro il principio di “ragion sufficiente” – secondo quale può esistere solo ciò che riconosce per davvero una causa sufficiente.
Si dà il caso che però in tal modo non ci troviamo affatto di fronte alle entità metafisiche che la Walther pone al centro stesso della sua visione [Gerda Walther, Phänomenologie der Mystik, Walter-Verlag, Freiburg im Breisgau 1955, Einl. p. 21-34, 2 p. 47-53, 9 p. 110-118]. Infatti, se c’è un carattere che la pensatrice concede ad esse è proprio quello della piena oggettività che è propria di effettive oggettualità onto-spirituali e trascendenti – e come tali pienamente esperibili (per quanto solo interiormente) esattamente in quanto esse sono tanto più reali quanto più sono onticamente inafferrabili (e cioè immateriali e perfino incorporee). Ecco allora che – anche prescindendo dalla validità delle specifiche prove filologiche e dottrinarie che vengono addotte per l’assimilazione totale ad Husserl del pensiero religioso fiorito entro la sua scuola – si delinea in tal modo chiarissimamente una cesura tra ciò che può venire credibilmente sostenuto e ciò che invece non può esserlo. E si noti bene che il criterio impiegato per tale distinzione è estremamente semplice ed anche estremamente generale – prescindendo così da sottili questioni filologiche e di coerenza dottrinaria.
La distinzione dipende insomma dal fatto che un’effettiva filosofia religiosa (FR) può davvero sussistere soltanto in presenza di una metafisica religiosa (MR) – e viceversa. Pertanto, solo se si prescinde da questo principio (come fa senz’altro Marion, di concerto con tutta la più moderna FR, inclusa ovviamente quella fenomenologica), si possono poi senza eccessiva difficoltà ricondurre ad un pensiero come quello husserliano altre forme di pensiero (come quello della Stein ed ancor più della Walther) che sono invece oggettivamente molto diverse da esso in termini filosofico-religiosi.
E questo è esattamente quanto noi abbiamo sostenuto recentemente in una riflessione sul testo della Walther [Vincenzo Nuzzo, “Il pensiero Gerda Walther sulla scia di Edith Stein e Edmund Husserl”, in: https://cieloeterra.wordpress.com/2017/12/14/il-pensiero-gerda-walther-sulla-scia-di-edith-stein-e-di-edmund-husserl/ ], ed inoltre anche in alcuni scritti in cui ci siamo interrogati su cosa sia per davvero filosofico-religioso [Vincenzo Nuzzo, “La moderna «filosofia religiosa» è davvero «filosofico-religiosa»?”, in: < https://cieloeterra.wordpress.com/2017/11/04/la-moderna-filosofia-religiosa-e-davvero-filosofico-religiosa/ >]. Come abbiamo visto, vi sono opinioni molto discorsi circa la possibile dimensione filosofico-religiosa del pensiero husserliano, e senz’altro le diverse tesi sostenute hanno tutte una loro notevole giustificazione. In particolare la tesi della Prof. Ales Bello si basa su fondamenti testuali davvero di grandissimo rilievo ed anche di grande fascino. Tuttavia, se si parte dal criterio piuttosto secco e semplice che abbiamo poc’anzi esposto, le cose divengono immediatamente ben più chiare. E la distinzione si delinea quindi in maniera molto netta. Diviene infatti chiaro che la FR o c’è effettivamente (cosa che accade solo quando essa si accompagna ad una davvero piena MR), oppure invece semplicemente non c’è. Siamo ben consapevoli del fatto che tale criterio cozza con i presupposti costitutivi dell’intera FR moderna. Ma comunque a noi sembra che esso sia sostenibile proprio in forza dell’immediata intuibilità del seguente concetto: – una religione sussiste effettivamente solo se essa fa riferimento ad entità inequivocabilmente trascendenti. Il che vale poi anche quando queste ultime vengono proiettate sul piano immanente come tangibili presenze spirituali.
Ebbene, questo ci sembra il criterio mediante il quale è possibile esprimere un giudizio critico piuttosto generale (ma non per questo meno fondato) sulle tesi interpretative della Pellegrino sul pensiero di Gerda Walther. Secondo la sua interpretazione, infatti, le cose starebbero in maniera del tutto opposta rispetto a quanto sembra desumibile dalla lettura diretta di Fenomenologia della mistica (FDM). Infatti, mentre in questo testo, l’Io appare venir considerato ontologicamente del tutto secondario rispetto alla sostanza profondo-psichica che lo sostiene, per la Pellegrino invece la prospettiva andrebbe totalmente invertita. E così l’Io andrebbe considerato come il protagonista assoluto della vita psichica profonda così come indagata dalla Walther. Ma, più in generale, ciò andrebbe ammesso perché in tal modo sia il pensiero della Walther che quello della Stein (alla quale la prima in primo luogo si relaziona) devono essere considerati stare perfettamente in linea con il pensiero di Husserl – e cioè con la posizione ed il ruolo attribuiti da lui all’Io.
Una volta che però tutto questo venga osservato dalla prospettiva opposta (quella che ad esempio noi personalmente abbiamo desunto leggendo FDM, e prima di leggere il libro della Pellegrino), sembrerebbe che il progetto perseguito dalla studiosa sia stato di fatto quello di correggere il pensiero della Walther per mezzo del pensiero della Stein. Per poi poterlo infine riannodare integralmente al pensiero di Husserl. E questa – come diremo poi anche nelle conclusioni – ci sembra al di là di tutto un’operazione piuttosto artificiosa. Essa sembra insomma servire uno scopo che non appare coincidere in primo luogo con la comprensione profonda del pensiero waltheriano. Continua a leggere »

La lettura del libro del Prof. Wolfgang Smith [Wolfgang Smith, The Quantum enigma: finding the hidden key, Angelico Press Sophia Perennis, San Raphael 2001] può rappresentare per tutti l’autentica scoperta di un nuovo mondo. Ma lo è ancor più per il moderno pensatore tradizionalista e metafisico-religioso.
Smith, infatti, non solo è egli stesso un filosofo metafisico-religioso, ma è anche uno scienziato, e cioè un ricercatore nel campo della Fisica delle particelle. Egli è quindi di fatto uno scienziato della Natura nel più pregnante senso del termine ed anche nel modo più attuale possibile. Tuttavia mai la sua visione scientifica scivola verso le tendenze più irriducibilmente anti-metafisiche che oggi sussistono tra i più avanzati scienziati della Natura – cioè scetticismo religioso (se non aperto ed aggressivo ateismo) e riduzionismo di stampo fortemente neopositivista. E quest’ultimo va considerato poi l’aspetto più significativo dell’attuale scenario, ed anche quello che emerge in maniera più interessante nel libro di Smith. Infatti, nonostante per il nostro pensatore la moderna fisica delle particelle “subcorporee” riapra lo scenario della metafisica – che sembrava invece essere stato chiuso per sempre dalla moderna filosofia in collaborazione con la tradizionale scienza della Natura –, vi sono tuttora moltissimi ricercatori che si rifiutano categoricamente di accettare tale prospettiva. Per essi infatti (come poi vedremo) i risultati scientifici dell’ultimissima Fisica non sono altro che semplici e neutrali «dati» scientifici, e precisamente dati strumentali e numerici.
Essi dunque possono e debbono servire al massimo ad una tecnologia scientifica ancora più possente e titanica di prima, ma per nulla invece ad una nuova metafisica religiosa. Pertanto, entro tale ottica, tali risultati non rinvierebbero affatto all’oggetto nascosto che intanto la nuova Fisica intende davvero rivelare totalmente – quale forma completamente rinnovata dell’antico «ente» (Ens). Essi basterebbero invece pienamente così come sono, ossia come le entità puramente matematiche che gli strumenti pongono in luce; ma senza che alcun senso scaturisca da ciò.
In altre parole ciò che in tal modo viene negato è che l’attuale Fisica ambisca a raffigurare davvero una vera e propria rinnovata ontologia; e precisamente una rinnovata onto-metafisica.
In particolare tale tendenza fa sentire tutto il suo effetto laddove le extrapolazioni metafisiche di Heisenberg (presentate continuamente da Smith) vengono neutralizzate dalla tendenza ad accontentarsi pienamente, da parte degli scienziati, di quel “continuum spazio-temporale” del tutto immanente che è intanto emerso nella nuova fisica (senza che da esso si risalga in alcun modo ad una temporalità radicalmente trascendente). Ed esattamente la stessa cosa accade quando i fisici moderni si accontentano pienamente di negare che si possa parlare ancora di una causalità meccanica in Natura; senza però da ciò arguire il delinearsi di una causalità trascendente.
Detto questo, abbiamo così davanti a noi quelli che sono i principali assi portanti del discorso condotto da Smith nel libro. Resta però ancora fuori il suo sforzo di delineare poco a poco i tratti di una nuova onto-mentafisica religiosa sulla base della sommarizzazione dei più rilevanti risultati sperimentali dell’attuale Fisica, e sulla base della possibile riflessione su di essi. È evidente infatti che il nostro autore non sarebbe mai pervenuto allo scenario che egli ci raffigura, se egli non si fosse anche posto come filosofo davanti agli aspetti scientifici che discute.
Pertanto noi dovremo occuparci in primo luogo dell’onto-metafisica che ci viene illustrata da Smith. Tuttavia l’altro grande argomento del suo libro è anche la severa critica al cosiddetto “biforcazionismo” di stampo cartesiano; ossia al dualismo introdotto dal pensatore francese, che poi si è consolidato in un Idealismo filosofico di carattere decisamente moderno. Il nucleo della critica smithiana a tale presa di posizione consiste nel fatto che essa ha di fatto impregnato di sé l’intera moderna filosofia, configurando così il vero e proprio dogma costituito da ciò che di solito di definisce come «problematicità della conoscenza» – ossia, dice Smith, la postulazione filosofica dell’impossibilità di fatto di conoscere, l’oggetto esteriore, il mondo e l’essere. Tale presa di posizione – non messa in discussione (né ieri né oggi) da alcun filosofo moderno, ed inoltre (come vedremo dopo), in definitiva, anche dagli scienziati della Natura, ha fatto sì che si affermasse una vera e propria paralisi della conoscenza i cui aspetti essenziali sono nei fatti letteralmente assurdi. Ed in tal modo quindi non solo la filosofia contraddiceva in maniera insostenibile l’esperienza corrente dell’uomo comune e dello scienziato della Natura, ma nello stesso tempo spazzava via anche l’onto-metafisica, ed in maniera non meno ingiustificata. Anche di tale aspetto dobbiamo quindi occuparci in questa riflessione sul libro del nostro autore.
Divideremo quindi la nostra esposizione in tre parti successive: – 1) presa di posizione dell’autore verso l’assetto attuale della Scienza della Natura nel suo complesso; 2) presa di posizione dell’autore verso la moderna Filosofia; 3) l’esposizione, da parte dell’autore, delle linee di una nuova onto-metafisica religiosa scientificamente fondata.
E quest’ultimo ci appare l’aspetto del libro di Smith che più apre al moderno pensatore metafisico-religioso prospettive ed orizzonti finora davvero inaspettati. L’intero scenario della moderna filosofia e scienza non fa infatti adito ad alcuna speranza di poter oggi concepire una metafisica religiosa. Anzi esso agisce in maniera radicalmente opposta. Questo significa allora che deve essere effettivamente vero quello che il Prof. Smith scrisse a noi personalmente nel corso della corrispondenza che da circa un anno intratteniamo: – “It actually begins to look as though ‘the reign of quantity’ which began with Galileo is now fast nearing its end”. Qui sta insomma la nuova ed inaspettata speranza. Proprio nell’epoca – il kali juga [René Guénon, Il Regno della Qualità ed i segni dei tempi, Adelphi, Milano 2006, Intr. p. 11-18] – in cui sembrava che la metafisica religiosa fosse ormai per sempre morta, sepolta, e perfino ridotta anche in cenere, una completamente nuova chance si riapre per essa. E del tutto inaspettatamente tale speranza proviene proprio dal lato sembrava che ciò non potesse mai accadere, e cioè quello della più avanzata Scienza della Natura. Questa stessa complessiva disciplina deve avere insomma aver subito un radicale e brusco cambiamento di rotta. Anche se è però evidente che ciò accade solo presso alcuni dei suoi esponenti. Continua a leggere »

Abbiamo appena terminato un articolo nel quale esaminiamo il testo del libro di Gerda Walther dal titolo Fenomenologia della mistica [Gerda Walther, Phänomenologie der Mistik, Walter-Verlag, Freiburg im Breisgau 1955]. Si tratta per la verità di un libro assolutamente straordinario. Nel quale non si ritrova solo una profondissima riflessione metafisico-filosofica ed una davvero autentica moderna filosofia religiosa, ma si ritrova anche l’esposizione di una vera e propria prassi della mistica e della vita religiosa in generale. Dunque colui che rientra tra coloro che si interrogano senza posa sulla possibilità reale di un’effettiva esperienza religiosa viva, intensa e piena, potrà trovare in questo libro delle risposte davvero straordinarie. Anzi noi personalmente abbiamo potuto fare per mezzo di esso delle scoperte davvero impressionanti in questo campo.
La Walther è stata tuttavia comunque una filosofa di razza, oltre che una studiosa di religione, psicologia e di fenomeni para-normali. E quindi quello da lei esposto è un vero e proprio pensiero. Il quale quindi merita senz’altro grande attenzione da parte dei filosofi. Ebbene, tale aspetto della sua opera si pone in inevitabile connessione con il pensiero di Edith Stein, e, per mezzo di questo, anche con il pensiero di Edmund Husserl; e cioè con la Fenomenologia da lui rappresentata. Più precisamente la pensatrice si dichiara esplicitamente debitrice non solo alla Stein, ma anche ad Alexander Pfänder, pensatore che appartenne anche lui alla cerchia dei pensatori prossimi ad Husserl (sebbene appartenente più propriamente al cosiddetto “circolo di Monaco”). La Walther studiò infatti sia alla scuola di Pfänder (a Monaco), sia anche alla scuola di Husserl (a Freiburg).
Nel nostro articolo abbiamo pertanto cercato di mostrare in che modo e con quale intensità la pensatrice si sia posta sulle tracce della Stein e di Husserl. Ed abbiamo potuto constatare che, mentre con la prima sussiste una chiara continuità, con il secondo sussiste invece una chiara discontinuità. Ed i motivi di tali opposte relazioni sono esattamente speculari. Con la Stein infatti la Walther aveva in comune l’aspirazione ad una riflessione profondamente metafisico-religiosa e di tipo «spiritualista». Con Husserl invece ella non poteva in alcun modo avere in comune un’aspirazione del genere. Abbiamo infatti chiarito che il pensatore tedesco – per quanto abbia comunque (secondo la Prof. Ales Bello) configurato una certa quale metafisica tendenzialmente religiosa –, rientrò decisamente in un orizzonte di pensiero filosofico (moderno) che non aveva la minima intenzione di avvalorare la tradizionale metafisica (meno che mai quella religiosa).
Posto questo, la nostra analisi testuale (mirante a mettere in evidenza i principali aspetti tematico-dottrinari del pensiero waltheriano) ha evidenziato chiaramente una continuità tra la Walther e Edith Stein, che poi si traduce anche nell’atto di sviluppare e portare a compimento diverse idee steiniane. E la conseguenza di ciò è poi il configurarsi di una filosofia religiosa che senz’altro include larghissime aree del pensiero steiniano. Ma nello stesso tempo si pone anche con caratteri estremamente originali (per alcuni aspetti anche decisamente più avanzati di quelli steiniani). A tale proposito abbiamo mostrato come il forte accento posto dalla pensatrice sulla piena realisticità delle più estreme entità metafisiche (vere e proprie presenze sottilmente spirituali, delle quali lei postula la piena esperibilità) configuri nel suo pensiero una filosofia religiosa che non assomiglia a nessun’altra nell’attuale moderno scenario. Essa infatti sfugge ai limiti di tutte le forme di filosofia religiosa più o meno moderne – neo-scolastica di Maritain, spiritualismo cristiano, filosofia personalista, fenomenologia religiosa (di ascendenza insieme husserliana ed heideggeriana), etc.). Ma questo avviene in primo luogo (come abbiamo cercato di giustificare nell’articolo) in quanto la visione filosofico-religiosa waltheriana è molto estremisticamente onto-spiritualista. Essa afferma insomma che di fatto l’intero Essere non è altro che lo stesso Spirito divino stesso. E precisa inoltre che quest’ultimo non solo è il Fondamento invisibile di tutte le cose, ma è anche il Fondamento ultimo della nostra stessa vita interiore. È esattamente in tal modo, dunque, che la Walther illustra da un lato la struttura spirito-animico-corporea umana (che inizia proprio con la sostanza spirituale quale «profondo-dei-profondi») e dall’altro lato anche l’ontologia interiore stessa nella sua essenza, che è appunto unicamente spirituale. Ulteriori conseguenze di tale visione filosofico-religiosa sono poi le seguenti: – 1) un idealismo radicalmente religioso, estremamente diverso da quello filosofico occidentale (e soprattutto husserliano), e molto prossimo invece a quello pitagorico-platonico e vedantico (in parte perfino gnostico); 2) un deciso anti-realismo che si oppone soprattutto al riduzionismo anti-metafisico oggi molto in voga non solo nella filosofia laica ma anche perfino nella teologia filosofica (vedi Lévinas, Marion, Kevin Hart, John Caputo, etc.).
È in questo contesto che la Walther attribuisce una piena realisticità all’esperienza sostanzialmente interiore delle entità spirituali metafisiche da parte del soggetto conoscente umano. E qui si tratta sia di esperienze psichiche più o meno paranormali (ipnosi, telepatia, medianismo), sia anche dell’esperienza religiosa stessa nella sua pienezza; fino a pervenire all’esperienza mistica nella sua pienezza. In tutti questi casi ella postula un’esperienza realmente percettiva di tali entità, che però sono del tutto immateriali nel senso di un’onticità spirituale estremamente sottile e sfuggente.
A tale proposito va però anche precisato che, in termini di fede religiosa, la pensatrice non si fa affatto sostenitrice di uno spiritismo occultista, ed inoltre avvalora pienamente l’esperienza religiosa cristiana. E tuttavia la sua visione sconfina senz’altro anche verso la moderna teosofia (Swedenborg, Rudolf Steiner, Solov’ëv, Berdjaev).

In relazione comunque alla Fenomenologia husserliana e steiniana, nella nostra analisi del testo della Walther sono emersi elementi molto specifici che qui cercheremo di riassumere. La pensatrice infatti fa avanzare notevolmente la dottrina fenomenologica dell’antropologia spirito-animico-corporea; portando così a compimento le tendenze già presenti presso la Stein, ma intanto distanziandosi notevolmente da Husserl. Lo fa in particolare chiarendo la natura dell’ontologia interiore (secondo quanto abbiamo prima mostrato) ed inoltre mostrandoci come il primo e fondamentale termine di questa triade (profondamente unitaria) è lo spirito profondo, e non invece l’Io cosciente. Inoltre ella ci mostra che tale ontologia costituisce la sostanza stessa che si pone alle spalle dell’Io, influenzandolo continuamente anche nel contesto della sua esperienza degli oggetti esteriori. Quest’ultima infatti affluisce all’Io non tanto attraverso l’interfacie corpo-mondo (dietro la quale c’è un Io in sostanziale relazione con il mondo esteriore), ma invece dal profondo, e cioè a tergo rispetto alla posizione che esso occupa. Posizione che è da considerare quindi decisamente superficiale rispetto a quella che è la più primaria sostanza interiore, ossia quella appunto spirito-animico-corporea – ed entro la quale lo spirito sconfina letteralmente (nel profondo ed a ritroso), sfociando così nella realtà universale ed impersonale dello Spirito divino stesso. Proprio su questa complessiva base la Walther illustra anche con precisione la dimensione dinamica di tale ontologia interiore. E lo fa mostrandoci il suo agire nei fenomeni dell’emersione di elementi onto-spirituali; i quali poi, a mo’ di onde costantemente emergenti dal profondo, investono l’Io da dietro. È proprio per questa via che si verificano dunque le esperienze psichiche totalmente interiori, delle quali la pensatrice ci parla; e che costituiscono per lei la vita psichica più primaria che esista.
Infine la Walther pone fortemente in discussione la primarietà ontologica dell’Io cosciente. E conseguentemente ella dà una forma totalmente rinnovata alla dottrina fenomenologico-husserliana dell’«intenzione». Infatti secondo lei l’oggetto che sta continuamente sulla linea di mira dell’Io cosciente sta in realtà dietro di esso, e non invece davanti ad esso.
Si tratta quindi di un oggetto totalmente interiore, e più precisamente si tratta della sostanza profonda che l’Io deve riconoscere come il proprio stesso Sé (ossia quanto ad esso appartiene più intimamente). È proprio in relazione a questo che la visione filosofico-metafisica waltheriana si raccorda profondamente con quella platonico-pitagorica, oltre che anche a quella vedantica.

Nel complesso diremmo quindi che alla complessiva visione della nostra pensatrice va riconosciuto il valore di una filosofia religiosa moderna davvero strenua (ed affatto in conflitto con quella antica). Essa offre pertanto all’uomo moderno (e non solo al filosofo) la possibilità di vivere nuovamente una vita spirituale molto intensa ed inoltre anche molto autentica. La religiosità che scaturisce dal suo pensiero riesce infatti a prospettare all’uomo un’esperienza davvero effettiva di Dio (ma unicamente nell’interiore), senza però scadere in alcuno spiritismo occultista (non poche volte demonista), e comunque tenendosi lontana sia dal vuoto formalismo religioso retorico ed istituzionale, sia anche da qualunque forma di superstizione e di pietismo cieco-fideistico.

ATT: l’autore sarà lieto di mettere a disposizione in forma cartacea (a chi gliene facesse richiesta scritta) il testo completo dell’articolo (che consta di circa 15 cartelle)
a serie Gomorra. Ma non può bastarci che tale diritto ci venga concesso per mezzo del diritto inalienabile a cambiare canale quando essa ci capiti sotto gli occhi. Questo non è affatto sufficiente. Perché se la serie non avvelenerà e pervertirà noi (che siamo capaci di scegliere), allora avvelenerà e pervertirà senz’altro coloro che sono molto meno capaci di scegliere. E lì l’effetto sarà davvero devastante. Molto ma molto più devastante che presso chi è in grado di scegliere, e quindi di difendersi.
Dunque la serie Gomorra deve semplicemente cessare di esistere! Deve letteralmente sparire dalla circolazione!
E se ne facciano quindi una ragione tutti quelli che l’hanno voluta e creata, e che magari addirittura di essa vivono. Con tutto il rispetto, non si può assolutamente ammettere che ciò avvenga con una simile mostruosità.

Le considerazioni svolte in questo articolo hanno lo scopo di illustrare molto a fondo le ragioni che mi hanno spinto a lanciare su Facebook una petizione per richiedere a Sky l’abolizione della serie Gomorra. Ecco il link mediante il quale si può decidere (se si vuole) di firmare la petizione: https://www.change.org/p/sky-atlantic-aboliamo-la-serie-gomorra/fbog/835699949?recruiter=835699949&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_page&utm_term=triggered
È evidente che una simile richiesta urta contro sostanziosi interessi economici, e quindi potrebbe anche venire rigettata. Ma comunque essa ha in primo luogo il senso di manifestare la voce dei tanti che non sono più disposti ad accettare supinamente il sussistere e prosperare di un’operazione di spettacolo, i cui effetti devastanti sono immediatamente intuitivi. E proprio alla descrizione di tali effetti questo articolo è dedicato. In ogni caso devo dire che la petizione sta riscuotendo un grande successo. In sole 24 ore sono state infatti raccolte già ben 70 firme. Ed inoltre il loro numero continua a crescere. Ciò che io sostengo incontra quindi senz’altro un sentimento di scontento e indignazione che è molto diffuso tra i Napoletani. Ed era quindi decisamente ora che esso venisse allo scoperto.

Noi viviamo ormai in tempi assolutamente terribili, nei quali il confine tra bene e male è divenuto labilissimo. Tempi in cui, come ha scritto Hannah Arendt [Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio, Einaudi, Torino 2010, p. 15-27, 41-126] (commentando la grande stagione dei processi contro i criminali nazisti) tre fenomeni congiunti aprono ormai la strada al male senza che assolutamente nulla si possa frapporre alla sua marcia distruttiva: – 1) la paralisi del giudizio impostaci dal relativismo morale sul quale tutti concordiamo; 2) l’assenza di fatto del crimine, in una società il cui ordine è criminale in quanto conformisticamente compatta nel ritenere che l’etica sia ormai morta e seppellita; 3) il già avvenuto naufragio di tutte le forme possibili di teorie morali, filosofiche (quella socratica del male come irrazionale, e quella kantiana dell’«io devo») e religiose (quella cristiano-paolina, del libero «volere-il-bene»). In altre parole quel Nichilismo che nel XIX e XX secolo fu intuito, pensato ed in gran parte anche vissuto, da parte di sofisticati intellettuali (Stirner, Nietzsche, Heidegger, Michelstaedter, Sartre etc), è oggi diventato pane quotidiano e credo delle masse, cioè di tutti noi. E proprio il Nichilismo, con la definitiva archiviazione dei valori da esso determinata – anche se molto più come costatazione di evidenze già in atto, che non invece come promozione della distruzione dei valori –, determinò di fatto quel “collasso morale” [Hannah Arendt, Responsabilità… cit., p. 30-32] che rese poi totalmente plausibile un ordine criminale (incentrato sull’anti-comandamento dell’”uccidi!”). Esso era infatti ormai sostenuto saldissimamente da un conformismo non più scalfito da alcuna eccezione o deroga. Ed è esattamente questo conformismo granitico, ciò che per la Arendt contraddistingue un’effettiva “società totalitaria” (la quale è ben più che una semplice “dittatura”).
La cosa più terribile fu però che, di fronte all’evidenza di tale collasso morale, ci si trovò solo dopo gli eventi. E non prima, o anche magari nel corso dello svolgimento dei fatti. Fu solo dopo, infatti, che un’intera società – fino a poche ore prima schierata come un corpo solo sotto il proprio indiscusso Führer –si riscosse di colpo dall’incanto e dall’inganno, e si vide così costretta ad interrogarsi su come fosse stato possibile che fosse accaduto ciò che intanto era davvero accaduto.
Lo dimostra magnificamente il “Was ist geschehen?” (“Cos’è mai accaduto?”) cantato allora da Marlene Dietrich. Ma la Arendt ci mostra come la spiegazione di ciò non è affatto complessa, ma è invece semplicissima. Era infatti semplicemente accaduto che tutti avevano continuato a comportarsi come ottimi cittadini (obbedendo ed eseguendo a puntino i compiti loro affidati) in una compagine statale burocratica perfettamente organizzata, il cui fine era ormai divenuto il male e non più il bene.
Ebbene questo è esattamente ciò che può accadere tutte le volte che in una società non agisce più alcuna morale. L’ordine resta, perché in assenza di esso una società cessa totalmente di essere un corpo (perfino un disintegrato corpo canceroso). Ma diviene del tutto indifferente se questo ordine, nel suo essere, pensare ed agire, si ispira al bene o al male.
Questo è senz’altro avvenuto in tutto il mondo, ed inoltre accade proprio oggi, sotto i nostri stessi occhi, in maniera ancora più terribile che non sotto le svastiche naziste (o le bandiere rosse di Lenin e Stalin). Il conformismo nella supina e perfino complice accettazione del male – come sfrenato edonismo egocentrico, ricchezza sempre piò smodata e illegale, perversioni e crimini atroci di ogni genere, e soprattutto totale disintegrazione della società – domina infatti oggi non solo sovrano, ma anche sotto del tutto mentite spoglie (e cioè quelle di un ipocrita buonismo lassista e della collettiva ossessione per la «sicurezza» e per la political correctness). Ma che dire allora di una società come quella napoletana nella quale da sempre il bene ed il male (il bello ed il brutto) sussistono l’uno accanto all’altro? Ed in quale società, se non in quella napoletana (come sto dimostrando nei miei articoli), domina sovrano quel conformismo che volontariamente maschera come bene ciò che invece è male?
Ma è qui che emerge il fenomeno «Gomorra» come uno straordinario fattore aggravante di tutto questo. Insomma, amici miei, cosa si può dire di una società come quella napoletana, nella quale (proprio grazie alla serie Gomorra) possono tranquillamente coesistere addirittura due speculari versioni del male: – quello concretamente e ordinariamente vissuto (cioè visto con i propri occhi e toccato con mano) per le strade e nella vita stessa delle istituzioni; e quello spettacolarizzato in una fiction che però non sarebbe affatto ciò che è, se non rispecchiasse fedelissimamente la realtà effettiva e ordinaria? L’uno è il male da noi direttamente vissuto senza alcun diaframma, e l’altro è il male da noi vissuto attraverso il diaframma dello schermo televisivo o cinematografico. Continua a leggere »

Nell’articolo con questo titolo (che qui presentiamo) ci siamo sforzati di esaminare in maniera quanto più ampia possibile il dibattito ufficiale attuale su questo tema. Abbiamo così esaminato una serie di articoli recentemente pubblicati, i quali cercano di dare un’immagine complessiva di quella disciplina che oggi reca il nome di «filosofia religiosa».
Si tratta per la precisione di una disciplina sostanzialmente filosofica, che intanto però si pone comunque in stretta relazione con gli attuali studi teologici. E l’obiettivo di tale collaborazione appare essere il sostanziale tentativo di fondamentare questi ultimi per mezzo dei metodi filosofici più attuali. In qualche modo si tratta insomma dell’antica aspirazione della Scolastica cristiana. Solo però essa vede ormai protagonista la filosofia, e non invece la teologia. Quest’ultima resta infatti in un atteggiamento semmai di sola ricezione.
In primo piano sta qui senz’altro il metodo fenomenologico husserliano. È il metodo che ha avuto come proprio obiettivo quello di chiarire le essenze effettive di tutti i possibili oggetti della conoscenza umana; inclusa naturalmente quella religiosa, ossia quella che ha come proprio oggetto l’esperienza umana del divino. Nell’ambito dell’attuale filosofia religiosa tale metodo viene però rappresentato da pensatori che hanno condotto una critica molto demolitoria ad Husserl; e ciò sostanzialmente nel mantenersi sulla scia della critica heideggeriana alla fenomenologia di quest’ultimo. Pertanto l’attuale filosofia religiosa può essere considerata «fenomenologica» soltanto nella misura in cui essa venga riconosciuta come esistenzialista in termini sostanzialmente heideggeriani. E proprio in questi termini l’elemento centrale della visione dell’intera disciplina è da considerare lo sforzo di “distruzione” della metafisica. Sforzo che poi vede attivi non solo i filosofi ma anche gli stessi teologi. La religiosità così proposta comporta quindi in primo luogo la totale esautorazione (ed anche cancellazione) delle tradizionali verità metafisico-religiose.
Ecco allora che un aspetto fondamentale dell’intera filosofia religiosa qui all’opera è quello rappresentato dalla «ricerca» di autentiche nuove verità da parte della ricerca teologica.
E ciò avviene soprattutto per mezzo di un’esegesi innovativa che noi nell’articolo non abbiamo esitato a definire come sostanzialmente «neo-formativa», e quindi condotta a partire dalle pure prese di posizione pregiudiziali del moderno esegeta. Laddove però dietro queste ultime vanno riconosciute le ben più condizionanti tendenze di pensiero del secolo; e cioè esattamente quell’aspirazione «decostruttiva» che una larga fetta della filosofia moderna (quella comunque ancora incentrata sull’uomo e sull’etica) ha fatto propria ed ha sviluppato restando sulle tracce di Heidegger.
Con queste premesse sono già ben chiari i tratti distintivi dell’intero scenario dell’attuale filosofia religiosa. Tratti che sono da considerare sostanzialmente negativi. L’attuale filosofia religiosa consiste infatti nel lavoro congiunto di filosofi fortemente modernisti – il cui pensiero è poi sostanzialmente in linea con una più generale filosofia iconoclastica e rivoluzionaria, i cui intenti sono a-religiosi ma anche spesso francamente anti-religiosi – e di teologi, i quali sentono l’esigenza che la loro opera si adegui totalmente ai dettami della più attuale filosofia. Come abbiamo messo in luce nell’articolo, si tratta quindi in primo luogo di un gioco «professorale» ed intellettualistico.
Ed esso non solo appare essere appena fine a sé stesso, ma inoltre davvero sembra avere pochissimo a che fare con l’autentica e viva esperienza religiosa – tanto nei suoi aspetti più pratici, quanto anche in quelli più contemplativi. Ci siamo però sforzati anche di chiarire il fatto che tale complessiva disciplina non può essere considerata una vera filosofia religiosa proprio in relazione ai suoi aspetti più filosofici. In definitiva infatti l’obiettivo generale di tutti i pensatori e studiosi in essa coinvolti appare essere quello di una totale filosofizzazione della teologia. E ciò viene inteso nel senso che in tal modo venga generata una «teologia filosofica» radicalmente diversa da quella di tradizione scolastica. Tale disciplina intende dunque di fatto abolire qualunque reale barriera divisoria tra «teologia» e «filosofia». Il senso di tale intenzione non è però quello di configurare un discorso religioso che «filosofa» nel mentre resta intanto sé stesso, ossia muovendosi sul piano delle Verità sovrannaturali e trascendenti. La teologia qui in causa aspira invece semmai a muoversi sul piano di quel moderno filosofare, il quale più che mai vuole avere come proprio oggetto la più totale immanenza. E proprio su quest’ultimo piano, allora, la nuova teologia filosofica intende ricostruire il discorso religioso (e la relativa esperienza) totalmente ex novo.
Ebbene di tale complessivo orizzonte di pensiero e ricerca noi abbiamo tentato di ricostruire criticamente i tratti – attenendoci comunque intanto all’analisi del pensiero dei principali pensatori coinvolti (Lévinas, Marion, Kevin Hart, Henry, Derrida, Heidegger etc.), che viene condotta dagli studiosi autori degli articoli esaminati.
Ed abbiamo quindi cercato di illustrare a fondo i motivi in base ai quali non si potrebbe né dovrebbe in alcun caso parlare a tale proposito di un’autentica filosofia religiosa. I motivi da noi analizzati sono stati vari, ma quello principale va senz’altro considerato la voluta assenza totale della metafisica da tale scenario di pensiero e di studi.

N.B.: L’autore sarà ben lieto di fornire (a chi gliene volesse fare richiesta scritta) una copia cartacea dell’articolo completo che costa di circa 20 cartelle Word.

ABSTRACT.

Leopardi decisamente non amò né Napoli né Napoletani. Eppure il destino lo portò a finire i suoi giorni proprio a Napoli. La sua morte avvenne inoltre alle falde del Vesuvio. E non a caso, prima di morire, egli, nel contemplare la ginestra, aveva perfettamente intuito cosa il Vesuvio rappresentasse spiritualmente nel contesto della mondanità in generale. Ma in tal modo egli aveva anche colto lo stesso spirito profondo che impregna di sé Napoli e i Napoletani.
In questo articolo io ho cercato di seguire nei testi la linea del discorso leopardiano su Napoli e sui Napoletani. Discorso che ha le sue espressioni molto dirette e tutte consistenti in un giudizio estremamente negativo. Meno diretto, ma non meno inerente i Napoletani, il discorso si fa poi quando egli descrive il carattere e la natura degli Italiani. Tuttavia anche quando egli parla dell’uomo nella sua universalità, si possono ancora comunque ritrovare nel suo discorso non pochi spunti per un giudizio sul carattere e la natura dei Napoletani.
In ogni caso la fondamentalità delle costatazioni da lui fatte proprio a Napoli sull’uomo, sull’esistenza e sul mondo, dimostrano che questa terra è effettivamente una straordinaria palestra metafisica. Nella quale è possibile comprendere le cose in maniera ben più profonda che non in qualunque altro luogo.
Dunque, a mio avviso, tutto questo può servire a noi Napoletani per ritrovare, nel genio di un osservatore davvero di eccezione, degli elementi oggettivi per quell’auto-critica che credo sia assolutamente necessaria. Non si tratta però affatto di autolesionismo, e cioè non si tratta affatto di un’autocritica fine a sé stessa. Si tratta invece semmai di ciò a cui finalmente dobbiamo guardare in faccia e con coraggio, affinché quella città e questa terra trovino finalmente la forza di riscattarsi dal male che così profondamente le affligge e le mina.

NB: L’autore sarà lieto di mettere a disposizione a chi gliene facesse richiesta per iscritto, una copia cartacea dell’articolo integrale che consta di circa 8 cartelle Word.

ABSTRACT.
Abbiamo appena ultimato un articolo con questo titolo, nel quale ci siamo sforzati di riflettere sul senso e valore che può avere il Leopardi inteso come filosofo, e precisamente nel contesto dell’oggettivo peso che oggi (nella filosofia e nella scienza) il «mondo» ha quale luogo incontestabile di esistenza, pensiero ed esperienza. Per la precisione abbiamo trattato questo tema per mezzo di un’indagine testuale condotta sostanzialmente sulle sue prose, e segnatamente per mezzo del volume che raccoglie le sue opere complete [Rolando Damiani (a cura di), Giacomo Leopardi. Prose, Voll. II, Mondadori, Milano 1996]. Avevamo del resto già trattato questo tema in precedenti articoli (tutti presentati su questo blog), dedicati al «mondo» come problema filosofico. Ma abbiamo fatto tutto ciò mostrando gli approcci alla questione che esistono a partire da punti di vista molto diversi tra loro (sostanzialmente da un lato quello del moderno iper-realismo filosofico-scientifico, e dall’altro lato quello metafisico-religioso platonico-gnostico). A questo complessivo tema abbiamo anche dedicato un saggio, dal titolo Il giudizio sul mondo. Un’etica della sventura [< https://cieloeterra.wordpress.com/2017/10/18/l-giudizio-sul-mondo-unetica-della-sventura/ >], che abbiamo altresì presentato in questo blog. Ebbene, proprio nel contesto della riflessione condotta in questo saggio, si manifestava a noi la presenza di Leopardi. Senza che però noi abbiamo potuto offrire spazio alla riflessione sulla sua visione. Per cui il presente articolo viene anche a sopperire a tale carenza, in obbedienza all’estrema rilevanza delle prese di posizione poetico-filosofiche del recanatese. Egli infatti aggiunge alla complessiva problematica filosofica del mondo una serie di elementi davvero di fondamentale importanza. Ma, nel caso specifico, il suo contributo alla questione non può essere colto ed apprezzato se non si risolve prima il problema della plausibilità effettiva della sua natura di «filosofo».
Pertanto proprio questa questione abbiamo cercato di risolvere preliminarmente nel nostro articolo, giungendo così in particolare alla conclusione che Leopardi fu incontestabilmente un filosofo. Ma egli lo fu comunque in maniera largamente divergente da quelli che sono i canoni per mezzo dei quali oggi il filosofare tende a venire definito.
Al suo tempo la differenziazione avvenne in particolare nei confronti del concetto illuminista e romantico di filosofia (laddove poi entrambe le visioni attribuivano il massimo valore alla Ragione). Ma ai nostri tempi la differenziazione avviene anche nei confronti sia dell’idealismo e del realismo nella loro forma più attuale, sia anche in relazione alla specifica visione filosofica esistenzialistico-nichilistica. Sta di fatto che comunque quest’ultima visione è proprio quella che pone il problema del «mondo» nella maniera in qualche modo più simile al modo in cui lo pone anche il Leopardi; ossia come un’evidenza alla quale non è in alcun modo possibile sfuggire. Meno che mai è possibile sfuggire ad esso per mezzo dei così pesanti condizionamenti che sul mondo sono sempre stati esercitati dalla presa di posizione idealistica.
In ogni caso l’elemento che è apparso caratterizzare più tipicamente l’idea leopardiana di «filosofia», si è rivelato essere quello della più vasta possibile erudizione letteraria. Elemento che poi porta con sé inevitabilmente anche la necessaria dimensione «poetica» che ha una siffatta filosofia; ossia la sua estrema prossimità alla creatività immaginifica come valore intellettuale. E ciò comporta necessariamente anche la non identificabilità della filosofia così intesa con la sola Ragione quale criterio determinante. L’intendimento della filosofia come erudizione letteraria comporta infine anche la totale giustificazione, nel contesto del lavoro filosofico, del ricorso a testi ed autori che invece di norma la filosofia moderna tende a considerare del tutto secondari. Di tale maniera, allora, il lavoro filosofico si avvale costantemente dell’apporto della Cultura umana nella sua interezza.
Il confronto con il problema della filosoficità dell’opera del Leopardi ci ha condotto comunque anche alle differenziazioni che è necessario fare nel contesto della stessa assimilabilità del suo pensiero a quello esistenzialista-nichilista.
E qui è emersa immediatamente la distinzione da fare tra la presa di posizione leopardiana verso il mondo, e quella che è invece la presa di posizione verso il mondo tipica del realismo esistenzialista. Essenziale per il poeta è infatti il giudizio etico-estetico da emettere sul mondo, giudizio che poi comporta inevitabilmente anche la severa condanna del mondo stesso quale disvalore. E questo esautora totalmente la neutralità del giudizio che invece il realismo filosofico (esistenzialista o meno) esige nel porre il mondo come un’evidenza assolutamente inoppugnabile. Nel contesto di tale presa di posizione va però ancora fatta la distinzione tra il realismo esistenzialista (che ammette comunque una certa deteriorità del mondo in quanto luogo di ineluttabile mortalità) ed il realismo invece filosofico-scientista che al contrario si disinteressa totalmente di tale aspetto (ritenendolo del tutto ininfluente ai fini del primario atto, che è rappresentato dal porre l’ineluttabile esistenza del mondo quale obbligatorio punto di riferimento di ogni pensare, sentire e agire umani).
In relazione a quest’ultima serie di aspetti – e nonostante l’esistenza di una messe abbondantissima di moderne interpretazioni, che vogliono vedere in Leopardi proprio un diretto antesignano del nichilismo europeo stesso –, abbiamo poi potuto costatare che è nei fatti impossibile ricondurre per davvero il pensiero del nostro a tale visione. Intanto però l’esame testuale aveva già suggerito molto direttamente che ben più plausibile è invece la necessità di ricondurre il pensiero leopardiano alla visione gnostica. E ciò segnatamente per il così grande peso che ha in esso il mondo stesso (come problema), e soprattutto il giudizio di condanna da esprimere su di esso. Pertanto abbiamo messo in risalto le evidenze che sussistono in letteratura anche per questo genere di interpretazione, sebbene in misura sensibilmente minore.
Una volta accertato tutto questo, si è però imposto il problema rappresentato dall’inspiegabile comparire in Leopardi di una dottrina gnostica solo riduttiva ed incompleta. Nei testi infatti essa si presenta soltanto nella sua parte più pessimistica e distruttiva, ma non invece nella sua parte più ottimistica e costruttiva. Intanto però era già emerso un nucleo filosofico-dottrinario ancora più profondo della visione leopardiana circa il mondo. Si tratta cioè del sostanziale amarissimo rimpianto del poeta per la perdita irreparabile di quel mondo dell’infanzia; il quale poi, una volta spogliato del velo rappresentato dalle solo effimere immagini poetiche che lo ricoprono (immagini appena illusorie e che quindi non salvano affatto questo mondo dal suo tramonto nell’età adulta e poi anche con la morte stessa), mette chiaramente allo scoperto l’elemento davvero più fondamentale della visione leopardiana. Quest’ultimo è cioè la nostalgia per una perfezione originaria del tutto sovrannaturale e trascendente. Ma il sussistere di quest’ultima deve comportare inevitabilmente anche la presenza dell’anelito a quella Fine che si raggiunge effettivamente (dopo la morte) per mezzo del ritorno di tutto l’essere al Principio. E con ciò vediamo di fatto ricostituita nella sua integrità l’intera dottrina gnostica.
A nostro avviso, dunque, il perché essa non compaia in tale forma completa nell’opera leopardiana, trova un accenno di una spiegazione nell’inevitabile religiosità tendenziale di quella sua visione del mondo (di stampo gnostico), la quale esige così tanto un giudizio di condanna, da dover poi escludere qualunque possibile scetticismo religioso.
Di quest’ultimo il Leopardi si fa indubbiamente interprete (nel contesto del suo così radicale pessimismo verso il mondo).
Ma a nostro avviso ciò avviene solo per il timore che una visione religiosa confessionale (e quindi necessariamente retorica) venisse a mitigare quel giudizio che per lui era indispensabile. È possibile dunque che proprio qui possa essere ritrovata la ragione per l’ipotetica rinuncia del poeta all’esposizione integrale di quella visione gnostica, che anch’essa indubbiamente (almeno in una certa misura) comporta lo stesso identico rischio comportato dal fideismo religioso confessionale.
Abbiamo però concluso dichiarando che per fare chiarezza su tali aspetti occorrerebbero studi testuali ben più approfonditi.

N.B.: L’autore sarà lieto di fornire (a chi gliene volesse fare richiesta scritta) una copia cartacea dell’articolo completo che costa di circa 15 cartelle Word.

Abbiamo appena ultimato un articolo dedicato all’esplorazione della possibile prossimità esistente tra il pensiero di Léon Bloy e quello di Simone Weil. Ed in tale lavoro si sono poi delineate due ulteriori specifiche questioni; e cioè quella del valore da attribuire all’Ebraismo religioso e quella del posto che la dottrina gnostica (specie nella sua dimensione platonica) può assumere nelle due visioni congiunte.
Preliminarmente abbiamo però dovuto chiarire due aspetti prevalentemente filologico-filosofici.
Il primo aspetto consiste nella possibilità reale di attribuire a Bloy la natura e qualifica di «pensatore». Ed abbiamo pertanto esposto i motivi per i quali ciò ci sembra non solo possibile ma anche necessario.
Il secondo aspetto consiste nella mancanza (almeno per quanto a noi risulta) di prove documentali di un’effettiva relazione tra i due autori. Laddove poi una di tali prove potrebbe consistere nell’eventuale lettura delle opere di Bloy da parte di Simone Weil. Tuttavia, aldilà della stretta relazione che vi fu tra Bloy e l’amplissimo circolo di intellettuali cattolici che ruotò intorno ai coniugi Maritain, non ci sembra che vi siano altri indizi per una prossimità (anche solo indiretta) tra i due pensatori. A nostro avviso non resta pertanto altro che ritrovare tale prossimità (solo vagamente filologico-documentale) nel fatto che entrambi furono dei ferventi mistici.
In ogni caso la nostra indagine ha messo in luce le somiglianze, tra Bloy e Weil, che effettivamente possono essere ritrovate nell’analizzare i testi del primo; ricollegando poi così gli elementi in essi identificati con altrettanti relativi luoghi testuali e dottrinali del pensiero della seconda. Ci riferiamo comunque in particolare ad uno specifico testo dell’opera di Bloy, e cioè La salvezza dai giudei. Proprio questo testo pone in primo piano il tema dell’Ebraismo religioso; e che l’autore mette sul tappeto come una vera e propria “questione giudaica”. È immediatamente evidente il fatto che già solo questa definizione porta con sé rischi davvero molto grandi di avvalorare (se non impersonare) l’effettivo anti-semitismo che traspare innegabilmente nei testi dell’autore. Tuttavia ci siamo anche sforzati di mostrare come l’intento di fondo di Bloy – e cioè quello di additare nella spregevole antropologia etico-politica universale del Mercante e dell’Usuraio l’unico colpevole del prolungarsi infinito dell’Agonia di Cristo, ed in tal modo anche il solo colpevole dell’irrimediabile bruttura del mondo (specie quello moderno) – riscatti pienamente le specifiche forme retoriche con le quali il suo discorso si presenta a noi. In ogni caso è proprio in relazione a tutto questo che nei testi di Bloy emergono anche significativi appigli per sospettare in lui una presa di posizione fortemente gnostica. Anche quest’ultima fu infatti (ed in maniera molto simile a quanto sostenuto dal nostro autore) fortemente critica verso il Dio vetero-testamentario (da essa identificato come un vero e proprio maligno Demiurgo).
Tutta questa serie di elementi può poi essere ritrovata anche nel contesto del pensiero di Simone Weil – sebbene entro un discorso le cui forme sono spesso molto diverse. In ogni caso ciò che ci è sembrato approssimi più i due autori è il fatto che entrambi imperniano la propria concezione dell’Essere (e quindi del Mondo stesso) su una visione metafisico-religiosa e teologica al centro della quale sta proprio il fenomeno del rovinoso abbassamento volontario di Dio per mezzo dell’Incarnazione e della Croce. Ecco allora che il fenomeno dell’interminabile Agonia di Cristo (molto direttamente sottolineato da Bloy) si propone a noi come un modello per concepire l’Essere ed il Mondo partendo primariamente da un punto di vista valutativo e quindi davvero strenuamente etico. Si tratta insomma di un modello che non consente in alcun modo di ammettere sconti di pena a quel mondo immanente la cui essenza vuole essere espressamente deteriore. Ed è chiaro che si tratta molto più del mondo etico-civile (ossia quello umano) e molto meno invece del mondo immediatamente naturale.
Ebbene questo ci è sembrato essere il frutto più rilevante dell’indagine che abbiamo intrapreso. Il pensiero dei due autori congiunti si offre quindi a noi come un unico luogo di pensiero, nel quale noi possiamo ritrovare le ragioni davvero profonde per un vissuto del mondo che vuole essere estremamente disincantato senza però inclinare in alcun modo allo scetticismo religioso. L’invito che i due pensatori congiunti ci rivolgono è infatti radicalmente contrario a quest’ultimo.

PS.: L’autore sarà ben lieto di mettere a disposizione il testo completo dell’articolo (in forma cartacea) a chi gliene facesse richiesta scritta. Il testo completo consiste di 14 cartelle Word

Abbiamo appena ultimato un saggio dedicato specificamente alla riflessione filosofico-metafisica sul mistero del dolore e della sventura. In particolare l’indagine si concentra sulla specifica tipologia umana che più intensamente ed apertamente manifesta esistenzialmente questo mistero nella propria stessa carne. Essa è infatti costituita da quel genere di uomini, la cui esistenza è così caratterizzata da eventi dolorosi e mal-venturati, che essi stessi devono giungere prima o poi alla consapevolezza dell’essere predestinati «per natura» a questo genere di eventi.
La nostra tesi è però che ciò che più conta in tale fenomenologia (e nel relativo percorso esistenziale) non è tanto l’arrendersi fatalista a tale costatazione, quanto invece piuttosto proprio l’approdo attivo alla superiore consapevolezza che da essa alla fine può scaturire. Consapevolezza che da un lato coglie l’essenza qualitativa della propria natura personale e dall’altro lato coglie anche l’essenza qualitativa dello specifico destino legato a tale natura. Laddove poi la dimensione qualitativa di tale essenza è sempre inquietantemente prossima allo stesso mistero del male. In entrambi i casi, pertanto, l’atto di conquista della consapevolezza costituisce di fatto l’atto di penetrazione (sempre molto difficile e doloroso) di un vero e proprio mistero. Atto che poi, nel corso della nostra indagine, si è rivelato tutt’uno con la prassi costituita dal platonico-delfico «conosci te stesso»; ossia un processo per mezzo del quale poco a poco si giunge a mettere allo scoperto quella che è una vera e propria identità occulta. Identità sulla quale però la maggior parte degli uomini manca di interrogarsi. È così che allora la serie di eventi che tocca a coloro la cui esistenza viene costantemente marchiata a fuoco dal dolore e della sventura, si rivela costituire in effetti una delle più efficaci vie per approdare alla risposa alla domanda circa il «chi sei?» di ognuno di noi. E dunque ciò mette allo scoperto una natura che non può non essere elettiva, ossia non può non differenziarsi da quella di un’altra, radicalmente diversa, categoria di uomini, e cioè coloro che nella loro esistenza sperimentano mediamente quasi solo felicità e buona ventura (o fortuna). Tale categoria di uomini finisce pertanto per rivelarsi da un lato «media», e dall’altro lato anche difettiva. La sua medietà stessa, dunque, va perfettamente di pari passo con la difettività.
Questa serie di evidenze lascia così venire allo scoperto in maniera piuttosto intuitiva la dimensione naturalmente «gnostica» della fenomenologia propria del dolore-sventura. Quindi tale dimensione non può che divenire sempre più evidente man mano che la riflessione sul tema si approfondisce. Ed infatti non a caso gli aspetti rivelatisi poco a poco come i più importanti della nostra indagine, rispetto a questa tematica, ci sembrano essere stati sostanzialmente due.
Il primo aspetto è stato rappresentato dall’illustrazione di una «casuistica» poetico-letteraria, filosofica e metafisico-religiosa nella quale è stato possibile prendere atto dell’effettivo sussistere dei termini della questione (così come finora illustrati) ed inoltre anche dell’effettivo sussistere delle differenziazioni antropologiche or ora menzionate.
Ma il secondo aspetto è stato invece l’esplicitazione e giustificazione della relativa questione nel contesto della riflessione filosofico-metafisica che di essa (più o meno direttamente) si occupa. È stato quindi principalmente con questo che la nostra indagine si è confrontata nella sua parte più rilevante. E così in tale contesto sono emersi due principali elementi filosofico-metafisici ed etico-filosofici: – 1) la questione del «mondo»; 2) la primarietà in valore del giudizio soggettivo sul mondo. Entrambi di per sé ancora una volta estremamente prossimi alla presa di posizione gnostica.
In ogni caso sia l’uno che l’altro elemento ci hanno portato a muoverci sul piano di quella moderna riflessione filosofica, che si è sviluppata nel corso dell’idealismo fenomenologico, a sua volta in relazione fortemente conflittuale con il sempre più prepotente realismo. Il primo infatti ha sempre posto un forte accento sul ruolo dirimente del soggetto in qualunque presa in considerazione del mondo, e così ha posto inevitabilmente l’accento anche su quella presa di posizione «valutativa» che è sempre esclusivamente soggettuale, e quindi intellettuale (nel senso dell’auto-consapevolezza).
In tal modo, dunque, questa visione filosofica ha sempre (più o meno direttamente ed intensamente) configurato una «filosofia dei valori». Il realismo filosofico, invece, spingendo fortemente verso un’accettazione del mondo assolutamente incondizionata, ha sempre sostenuto la posizione diametralmente opposta. E cioè quella posizione che, negando al soggetto qualunque primarietà ontologica (e conseguentemente anche qualunque valore dirimente), considera il mondo totalmente auto-giustificato proprio perché ad esso (quale Natura) non va attribuito alcun senso assiologico («valori»).
La nostra indagine ha dovuto quindi occuparsi molto direttamente di tale questione. E così è risultato costantemente evidente quanto lontano un siffatto realismo filosofico sia lontano da quella visione gnostica, che invece è indubbiamente idealista.
Proprio su questo sfondo è emerso pertanto il valore primario da attribuire alla presa di posizione filosofico-metafisica di tipo «idealista». E questo ha costituito poi la base per la discussione della parte più significativa della dottrina metafisico-religiosa del Fato, ossia quella contenuta nel Vedānta (da noi illustrato per mezzo della base testuale offertaci da Coomaraswamy). Anche tale complessiva dottrina (per l’accento da essa posto proprio sulla dimensione intellettuale del vivere) è risultata fortemente approssimabile a quella della Gnosi occidentale. Ed entrambe dunque (insieme alla parte dell’idealismo filosofico che è più interessata all’etica) appaiono offrire un decisivo supporto al valore da assegnare al giudizio soggettivo sul mondo; e ciò ovviamente nel contesto di una sostanziale visione pessimistica di quest’ultimo (altro aspetto molto caratteristico della Gnosi).
Per tutti questi motivi, dunque, la fenomenologia così squisitamente esistenziale dell’uomo connatalmente infelice e mal-venturato si lascia in definitiva riportare al vasto e profondo orizzonte filosofico-metafisico or ora illustrato. E ciò sottolinea ancora più fortemente il fatto che l’aspetto più pregevole dell’esperienza del dolore-sventura sta proprio nel processo di progressiva conquista di consapevolezza; che appunto trova il suo culmine nella presa di posizione soggettivo-assiologica verso il mondo. E tale presa di posizione (specie per mezzo del richiamo a pensatori come Jonas e Arendt) si è mostrata essere poi davvero importante in quel contesto moderno, nel quale la de-eticizzazione della cultura e dell’agire umani (massima proprio nel realismo filosofico oggi alleato con la scienza tecnologica) comporta ormai un’immensa minaccia per la sopravvivenza dell’uomo e della Terra stessa.
La nostra complessiva indagine quindi, ci sembra aver rivelato che la trattazione di un tema apparentemente appena intimistico sfocia in realtà molto naturalmente verso un orizzonte di pensiero del quale l’uomo moderno è chiamato a tenere ormai strettamente ed urgentemente conto.

Un inquietante e mostruoso esercito di strani uomini ibridi, per metà scienziati e per metà filosofi, ha ormai invaso la conoscenza, ed in particolare la prassi stessa della teoria del conoscere e pensare, riportandola così alla realtà naturale quanto più elementare possibile, e cioè quella fisico-biologica: – il cervello!
Si tratta evidentemente di un nuovo ed estremamente virulento Positivismo. Esso poggia infatti su una teoria cognitiva la quale, di concerto con la più avanzata fisica matematico-cosmologica (teoria quantistica), ha raggiunto ormai un tale grado di perfezione e potenza, da permetterle di parlare dall’alto pulpito del livello proprio solo di una scienza tecnologica. Una scienza ormai in pieno possesso della Potenza. Essa infatti ormai crea cervelli, oltre che limitarsi a studiarli, ossia studia il proprio oggetto nel mentre lo lascia vivere dopo averlo fatto nascere dal nulla, ossia artificialmente. È ciò che oggi si definisce come “intelligenza artificiale”, ossia il nucleo di una robotica sempre più avanzata.
Nell’ormai lontano 1895, Hans Jonas [Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica, Einaudi, Torino 1997] aveva già descritto tutto questo. E per tale motivo useremo proprio la sua analisi come base per commentare il fenomeno. In particolare egli aveva mostrato l’ormai intima ed inestricabile relazione che il “conoscere” scientifico intrattiene con il “fare” tecnologico, ossia con la produzione industriale [I, 1, 1-6 p. 7-19, IV p. 55-64]. Ed in tale contesto egli aveva fatto anche notare che ormai la nuova scienza tecnologica applicata alla biologia non si limitava più a studiare un ente «già dato» in Natura, ma invece lo generava del tutto ex novo per poi poterlo studiare davvero intimamente [VII p. 122-154].
Ma intanto non vi è dubbio che tutto ciò costituisce un estremamente moderno faustismo. Non a caso lo scienziato impegnato in questa prassi si muove e si esprime esattamente come un Titano nietzschiano, estasiato dalla sua stessa totale disinvoltura morale, ossia del suo totale ed entusiastico fregarsene totalmente dell’etica (a vantaggio della conoscenza pura, dice lui!). E costui non è altro che un Faust, cioè lo scienziato ormai liberatosi con immenso sollievo dagli ammuffiti gabinetti di studio e così anche dall’oppressione etica dell’ideale [Johann Wolfgang Goethe, Faust, Garzanti Milano 2004, I, 398 p. 35, I, 1828-1829 p. 133, I, 2038-2039 p. 147]. Così egli grida a sé stesso: – “Flieh! Auf ! hinaus ins weite Land!” (“Fuggi! Alzati” Fuori nel vasto mondo!”). Ed a lui farà poi eco Mefistofele stesso, invitandolo così ad intonare il peana stesso di una tale così elettrizzante esperienza: – “Laß alles Sinnen sein, und grad’ mit in die Welt hinein“ (“Lascia stare ogni pensiero, e vieni, immergiti con me nel pieno del Mondo”; “Grau, teurer Freund, ist alle Theorie und grün des Lebens goldner Baum” (“Grigia, caro amico, è ogni teoria, e verde invece è l’Albero dorato della Vita”). Costui si sente dunque approdato alla Vita, abbandonando così il puro Pensiero. Ma più precisamente si tratta di quella pienezza di vita che può venirci procurata solo dall’oramai totale rinuncia alla morale.
Conseguentemente costui si bèa proprio della sua immoralità. Infatti ne va incredibilmente fiero. E così letteralmente gode nell’ostentare quella ostentata vanagloria narcisistica, che va poi di pari passo con la potenza che egli intanto si sente passare per le mani e scorrere nelle vene. È un inebriato, è un Sileno in piena estasi. È un coribante dionisiaco.
E non a caso ha una sete insaziabile del sangue dei suoi nemici, ossia di chi gli si oppone nelle argomentazioni, e magari gli rivolge accuse ed ingiurie. Egli sa infatti di avere trovato la chiave stessa della gioia illimitata come immunità da qualunque onta. E questa chiave consiste esattamente nell’avere ormai da tempo oltrepassato la soglia del binomio bene-male. È questo ciò che lo rende del tutto immune dall’accusa di commettere il male, ed inoltre fa sì che l’accusa di infamia lo riempia addirittura di orgoglio. Dunque è esattamente a questo che sono ispirate tutte le sue azioni, reazioni ed esternazioni. Ecco che non a caso il suo aspetto spaventa alquanto i suoi interlocutori. Perché esso assomiglia molto a quello di un vero e proprio Satan. Ma la trappola da lui costantemente preparata è esattamente questa – egli vuole stupire e sorprendere proprio attraverso lo spavento! Egli è colui che tende trappole! Continua a leggere »

Caro amico,
ho preso atto di tutto ciò che mi hai detto non solo con piacere, ma anche assumendolo come stimolo ad una mia certa auto-critica. Focalizzato infatti nella mia critica al classico empirismo scientifico, ho trascurato di prendere in considerazione i nuovi criteri mediante i quali una scienza del tutto nuova (ultra-particellare e non più meccanicistica) ormai definisce sé stessa.
E sì che avrei dovuto, dato che sono da un po’ entrato in contatto proprio con un gruppo di filosofi e scienziati americani (guidati dal cosmologo e filosofo Wolfgang Smith), i quali stanno tentando un’operazione di nuova riconciliazione della più estrema scienza fisico-cosmologica non solo con la filosofia ma anche addirittura con la metafisica religiosa.
Hai certamente colto nel segno intuendo che la mia posizione anti-scientifica nasce da quelle esperienze negative, al cospetto delle quali tu stesso (con grande generosità) hai parlato a favore di un certo ridimensionamento auto-critico dell’oggi fin troppo frequente fanatismo autarchico, auto-referenziale e dogmatico dello scienziato. È vero, mi sono scontrato con la scienza già negli anni in cui lavoravo (anche come ricercatore) alla Clinica Pediatrica di Napoli.
Ero cresciuto alla scuola di un grande teologo innovatore aversano (Prof. Vincenzo Romano), ora deceduto, dal quale avevo imparato dietro le apparenze dei fenomeni naturali ed inoltre un concetto alternativo di medicina (che mi aveva già portato all’omeopatia). Ma soprattutto fu subito disgustato dall’evidente tendenza a confondere l’arte medica con la conoscenza pura ed asettica. Mi feci ad esempio obiettore contro la pratica di fare biopsie epatiche (dolorose e pericolose) ai bambini solo per avere dati obiettivi in più nei lavori clinici. E ricordo che vivevo con angoscia lo svenamento a morte dei bambini alla ricerca non solo di una diagnosi impossibile, ma anche proprio per avere dati per le ricerche cliniche. Ricordo lo scherno sprezzante con il quale venivano accolte le mie idee. E tante altre cose. Poi sono venuti i miei scontri molto diretti con la medicina tradizionale in quanto omeopata; ed inoltre quelli dovuti all’opposizione del paradigma psico-somatico a quello meramente organicista nello studio delle patologie.

Tuttavia non si tratta affatto solo di questo. Infatti il nucleo della mia posizione anti-scientifica dipende molto più dal pensiero giudicante (valutativo e non puro) che non invece dalle esperienze (negative). Si tratta insomma in primo luogo del mio aver sposato una presa di posizione filosofica, e precisamente quella di una filosofia non pervertita dall’amplesso con la scienza. Ebbene questa presa di posizione esige espressamente l’evidenziazione di una deteriorità oggettiva della scienza in tutte le sue forme, anche quelle più estreme, avanzate, sofisticate, e quindi più lontane dal così rozzo paradigma tradizionale. Tutto questo però affatto per partito preso (e quindi per pura ideologia contrapposta ad un’altra ideologia), ma invece per i motivi oggettivi ben precisi che tra poco ti illustrerò. In ogni caso è di certo il fanatismo orgoglioso, sprezzante, autarchico ed intollerantemente libertario, della scienza (in quanto fattore di distruzione del mondo e soprattutto umiliazione dell’uomo), ciò che la vera filosofia ha oggi secondo me il dovere di combattere in campo aperto. Tuttavia non vi è dubbio circa il fatto che questa lotta deve essere in primo luogo cavalleresca, e quindi onesta e leale. Essa non può quindi in alcun modo sfuggire il confronto, laddove esso sia davvero possibile (ossia presso i migliori tra gli scienziati). E pertanto non può esimersi dall’obbligo di quella “gentilezza”, della quale molto giustamente tu parli. Del resto quando questi presupposti del confronto vengono accettati dallo scienziato (come accade nel tuo caso), allora di fatto non sussistono più le dis-virtù fanatiche di cui ho parlato prima. E così di fatto non esiste più quello scienziato invasato (di tipo fortemente titanico-nietzschiano) il quale, con malsano desiderio, cerca espressamente lo scontro ed il sangue.
Ebbene, quando tutto ciò svanisce dallo scenario, direi che le ragioni della lotta vengono decisamente a decadere. Mentre emergono invece chiaramente quelle di un confronto che può essere solo benvenuto. Infatti, per quanto si possa essere convinti delle proprie tesi, certo è che nessuno di noi può pretendere di possedere la verità, e quindi di non aver nulla da imparare dal proprio interlocutore. Ed allora è ben possibile che (come dice il mio amico Smith parafrasando Guénon) l’«era della quantità» sia ormai alla fine, e che pertanto fra non poco non vi saranno più ragioni di lotta (specie se cruenta) ma invece solo di confronto costruttivo. Può darsi insomma che filosofi e scienziati (veri, in quanto onesti e scrupolosi) stiano iniziando a intravvedere insieme il nuovo orizzonte conoscitivo universale che intanto si sta delineando. E vedrai tra poco che anche l’autore al quale mi riferisco intuisce una possibile prospettiva di questo genere.
Non si può negare però che filosofia e scienza naturale siano due ambiti di sapere che possono e debbono restare rigorosamente separati. Ed in questo senso sono totalmente d’accordo con chi afferma che la filosofia non può in alcun modo essere “scientifica”. La differenza tra i due ambiti non deve però affatto essere concepita (né da un lato né dall’altro) in termini di valore differenziale. E tuttavia l’esistenza di tale separazione è impossibile se la moderna scienza naturale non smette finalmente di proporsi come l’unico genere di conoscenza che oggi sia possibile, affidabile e credibile. Nel fare questo, essa deve però nuovamente concedere alla filosofia di essere l’unica forma di conoscenza che ha per davvero gli strumenti, il diritto ed anche l’autorità, per poter elaborare teorie realmente globali dell’essere. All’elaborazione di queste ultime, invece, la scienza naturale dovrebbe rinunciare del tutto. Ed i motivi di tale rinuncia ti risulteranno particolarmente evidenti in ciò che tra poco ti dirò. Infatti, per sua propria intima costituzione (e soprattutto per propria volontà), la moderna scienza naturale incorre inevitabilmente in difetti strutturali che sono così grandi e rilevanti, da doverle imporre (qualora essa ne divenga consapevole) un’umiltà auto-critica di non scarsa entità. E che dovrebbero quindi anche motivarla ad accettare (almeno per certi aspetti) nuovamente una certa subordinazione alla filosofia (specie se metafisico-religiosa). Subordinazione che però può essere solo benevola, sensata e costruttiva. Non invece di principio e fanatica, come è avvenuto in passato.

Ebbene, per motivarti meglio le ragioni di tutto questo, parafraserò alcune parti del libro di Hans Jonas (Tecnica, medicina ed etica); la cui tesi centrale è proprio che la moderna scienza va senz’altro giudicata (ed in parte condannata) in primo luogo a causa della sua inappropriatezza etica. Continua a leggere »

OSSERVATORE INQUIETO E NATURA INQUIETA. IL MODERNO RICERCATORE NARCISISTA.
Non ci ha mai colto il sospetto che l’immagine rivoluzionaria di Natura suggeritaci dalla nuova fisica cosmologica sia ben più voluta che non invece reale? Hans Jonas (Tecnica, medicina ed etica) testimonia che è proprio l’innovazione prodotta dallo strumento (tecnica) sempre più raffinato (allargamento del campo visivo sull’essere), ciò che stimola nella scienza (sapere) continue nuove idee e teorie circa l’essere. E queste ultime servono poi a loro volta la tecnica. Perché da esse nascono strumenti sempre più sofisticati e possenti. Ma queste nuove idee e teorie non servono forse anche l’ego del ricercatore, ed inoltre la giustificazione ad essere di istituti di ricerca sempre più finanziati ed estesi, con tutte le carriere che poi si in essi fioriscono e si moltiplicano? E questa non è forse in primo luogo una «sovra-struttura» (giustificata solo da sé stessa), più che invece una struttura oggettivamente giustificata (Marx)?
Il principio di indeterminazione di Heisemberg non ha forse statuito che l’oggetto di osservazione non va considerato più indipendente dalla presenza dell’osservatore? E dunque non potrebbe essere che un «osservatore inquieto» (il moderno conoscente) induca nell’essere la distorsione (puramente soggettiva) rappresentata da una Natura inquieta. E cioè quella sorta di iper-Natura che (come avviene oggi nella fisica sub-atomica) si moltiplica continuamente sotto i nostri occhi?
Ebbene, non è forse proprio questo il meccanismo centrale del cancro quale malattia del tempo?

Il reiterato porsi di «Napoli» come un vero e proprio tema (di riflessione, dibattito e creazione artistica), e più specificamente molto spesso anche come «problema» (nel senso ancora più specifico di un problema che continua a porsi nonostante il Progresso dovrebbe aver reso impossibile tale fenomeno), fa sì che non ci si possa porre davanti a tutto questo senza interrogarsi in maniera davvero profonda [Proprio con il termine “problema” Raffaele La Capria, diversi anni orsono, definì Napoli in una nostra privata corrispondenza: – “Napoli non è una città, è un problema”]. Ebbene, mio modesto avviso è che ciò non è mai davvero avvenuto nella riflessione-dibattito intorno a Napoli che è di fatto iniziata nelle cronache storiche e di costume del XVII secolo, proseguendo poi addirittura nelle impressioni di viaggio di alcuni protagonisti stranieri del Gran Tour (tra i quali soprattutto Goethe). E naturalmente a ciò va aggiunto anche tutto quanto poi è stato prodotto autoctonamente. Ossia il bozzettismo pittorico-letterario autoctono del XIX secolo ed infine l’autentica riflessione-dibattito (prevalentemente politico-sociologica e storiografica) che è avvenuta nel corso del XX secolo ed oltre. Ciò che a mio avviso è mancato in questo contesto è infatti proprio una riflessione più metafisica e contemplativa sul fenomeno. Anche se di essa si può senz’altro trovare un prototipo proprio in Goethe – con inoltre alcuni riflessi in quella riflessione immaginifico-letteraria, che, da La Capria in poi, si è prolungata in alcune parti della più o meno recente narrativa [Annamaria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Rizzoli, Milano 1975; Antonella Cilento, Napoli. Sul mare luccica, Laterza, Roma-Bari 2006; Erri De Luca, Napòlide, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2006]. Direi però che solo in Goethe noi possiamo trovare gli accenti più autentici di una riflessione effettivamente metafisica. E ciò proprio perché essa ha teso non poco alla contemplatività.
È esattamente su questo registro che vorrei proporre al lettore le linee portanti di una siffatta riflessione. E per questo mi servirò come base testuale del saggio che elaborai anni orsono (con il titolo Napoli. Manuale per decifrazione dei Figli del Vulcano), che però mai è giunto alle stampe.
Il termine «decifrazione», che allora impiegai, punta infatti proprio al nucleo secondo me più profondo della relativa questione, e cioè la necessità di disporsi ad indagare (e così illuminare) quello che nei fatti costituisce un vero e proprio mistero. E tale mistero consiste in primo luogo nel fenomeno costituito dall’invariabilità di fatto delle forme concrete con le quali Napoli si presenta a tutti noi nel vissuto sia quotidiano che riflessivo. Tale invariabilità sfida poi molto direttamente in primo luogo le speranze che da sempre i migliori tra noi ripongono da sempre nel «cambiamento in meglio» di questa città e terra. Il che poi pone inevitabilmente lo spinoso problema costituito da quella tendenza retorica (che oggi subisce un’intensissima recrudescenza) [Una delle sue forme più eclatanti e plateali risiede nel cosiddetto movimento «neo-borbonico»] la quale – per principio, dogmaticamente e violentemente – si esprime contro qualunque tematizzazione ritenuta «pessimistica» (nel senso dell’auto-critica) della realtà partenopea. Ma sta di fatto che la soluzione di tale mistero è impossibile se non ci si interroga anche sull’essenza dell’oggetto al quale ci si trova di fronte, e cioè l’essenza stessa di Napoli nella forma specifica di «problema». E secondo me tale essenza trova la sua forma primaria molto più nella dimensione antropologico-culturale che non invece in quella politico-sociologica, civile ed economica. Questo significa pertanto che la mia analisi diverge sensibilmente da quella propria di certo «meridionalismo». Per quanto io non mi sogni nemmeno di porre in forse la qualità ed il valore delle relative riflessioni. Devo infine anche dire che la mia presa di posizione non è affatto preconcetta e di puro principio. Essa è invece maturata nel contesto di una vera e propria intensissima esperienza sul campo, e cioè l’opera che ho svolto per ben 35 anni come Pediatra di Famiglia in diversi quartieri periferici di Napoli. Qui è nata infatti in me l’intuizione che forse è esattamente in questi luoghi così estremi e tragici (autentico «retrobottega» negativo della città) che risiede l’essenza di Napoli come «problema».
E ciò mi sembra vero soprattutto perché è esattamente qui che va cercata, a mio avviso, anche la sostanza antropologica che letteralmente impregna di sé la problematicità della città. Continua a leggere »

Del “Paese di…”

20/09/17

Qui dove sono, le vetrate riflettono smorte l’oro brunito
di un mare livido di sardine.
E aspettano. Non fremono.
Non Tu, Mediterraneo, mare azzurro, mare gioioso e fremente, mare luminoso.
Tu, come coltre aurea di sogno, palpi leggero ed ignoto le terre umide e quelle arse.
Antiche entrambe.
E Tu, sempre Tu, però anche sulle più recenti immondezze e nefandezze,
su quei quartieri fumiganti speranze già da sempre morte,
su quelle strade esalanti tristezze già da tempo marcite in furia.
Tu Mediterraneo, Taumaturgo, eterna culla di ombre sacre,
nebbie d’oro e d’acciaio – di eroi, dèi e santi – , calanti danzando e cantando
eternamente sulle acque e sulle terre.
Sciami d’api divine e incantate correnti di versi epici,
ad impregnare le nostre prosaiche sostanze
(di contadini, di pastori e di marinai),
per sé destinate alla veglia uggiosa,
e da Te irrimediabilmente disposte sempre al sogno e alla gloria.

(Vincenzo Nuzzo)

 

Abbiamo appena ultimato un articolo dal titolo “Esplorazione di un ipotetico idealismo «puro» entro l’idealismo vedantico”.
Esso esamina da un determinato angolo visivo la problematica dottrinaria e storico-filosofica dell’idealismo.
Ebbene, l’idealismo è stato indubbiamente una delle più caratteristiche prese di posizione della filosofia occidentale. Non a caso esso realizza in pieno una delle più centrali aspettative di tale disciplina, ossia quella di fare da guida e modello di qualunque forma di conoscenza. E probabilmente (almeno in un certo senso) l’idealismo è stato da sempre al centro della filosofia; oltre che a partire dall’epoca moderna. Tuttavia sta di fatto che un idealismo è esistito anche nel pensiero orientale. Più precisamente esso è esistito nel pensiero metafisico-religioso di questa parte del mondo. L’idealismo filosofico occidentale sembra però ultimamente aver decisamente esaurito la sua pur lunghissima traiettoria storica. Con l’emergere così di un realismo davvero estremistico ed aggressivo, la cui aspirazione è quella di far confluire ormai il pensiero filosofico nell’alveo della teoria e prassi della scienza naturale. Il che poi sussegue alla definitiva eradicazione di un’autentica metafisica religiosa dalla cultura occidentale. Infatti, quella che oggi definisce sé stessa come «metafisica», è semmai un pensiero immanentistico sia dell’essere che dello stesso Dio. La sua principale aspirazione è pertanto non a caso quella di converge con la teologia proprio nel sostenere quest’ultima nello sforzo di liberarsi per sempre anche dalle ultime tracce di metafisica. Le cose non sembrano invece stare affatto così entro la cultura orientale. In essa, infatti – ancorché anche lì sia comunque estremamente avanzata la laicizzazione dell’intera società e della cultura stessa, e sebbene si siano intanto affermati approcci filosofici personalistici e non poco divergenti da quelli ortodossi –, il pensiero religioso (teologico e metafisico) sembra aver conservato immutato il proprio assetto di sempre. E così sembra essere avvenuto anche per l’idealismo che del resto in esso ha sempre dominato incontrastato. Già questo fenomeno evidenzia pertanto una possibile ben maggiore vitalità ed integrità di tale idealismo rispetto a quello filosofico occidentale. Ed a ciò va peraltro aggiunto che esso in Oriente non è mai stato né laico né religiosamente scettico. Anzi ha rappresentato semmai una visione religiosa davvero estrema nelle sue convinzioni.
Lo scopo della ricerca da noi svolta in questo articolo è pertanto quello di ricollegarsi a tale complessa realtà comparativa, nell’esplorare proprio l’opinabile differenza – in termini di completezza e saldezza dottrinaria – dell’idealismo orientale (qui esaminato nella sua forma vedantica per mezzo del libro dal titolo La tenebra divina, di Ananda K. Coomaraswamy) rispetto al classico idealismo filosofico occidentale. Ebbene, sulla base testuale da noi esaminata e discussa, sembra proprio che tale differenza esista. Ed essa lascia pertanto emergere la sagoma di un ipotetico idealismo «puro» (e quindi impermeabile alle specifiche circostante storiche, geografiche e culturali), che intanto sembra poter trovare la propria piena manifestazione ben più nella sua forma orientale che non invece nella sua forma occidentale. Se così non fosse, infatti, probabilmente l’idealismo orientale avrebbe subito la stessa misera sorte di quello orientale. Questo lascia pertanto emergere la probabile evidenza di una limitatezza di fondo dell’idealismo filosofico occidentale (e ciò prevalentemente nella sua forma moderna), che sembra in grado di giustificare la fenomenologia di decadimento storico alla quale esso è andato effettivamente soggetto. Ciò appare peraltro molto probabilmente in stretta correlazione con il suo laicismo, ed inoltre con la sua aspirazione ad essere neutralmente «filosofico» (nel senso di un «rigore» razionalista che rifiuta categoricamente qualunque genere di condizionamento).

ATT: L’autore sarà lieto di mettere a disposizione il testo completo dell’articolo in forma cartacea (che consta di circa 20 cartelle) a chi volesse fargliene richiesta per iscritto

A quanto pare nel mondo filosofico non si è affatto spento l’interesse per la religione. Un recente numero monografico della rivista statunitense Sophia [56 (1) 2017] è stato infatti dedicato interamente al pensiero di Kevin Hart (filosofo, teologo e poeta australiano), il quale, ponendosi sulla scia del filosofo francese Jean Luc Marion, ha dedicato tutta la sua opera allo sforzo di equiparare la Fenomenologia ad una nuova forma di teologia. Il tentativo non è affatto recente, dato che già tra gli allievi di Husserl si sviluppò un pensiero fortemente religioso (Reinach, Stein, Hering, Koyré, Walter, Conrad-Martius). E del resto la disciplina denominata «fenomenologia della religione» vanta attualmente molti studiosi in tutto il mondo. I pensieri appaiati di Hart e Marion si muovono però intorno ad un progetto ben più specifico, e cioè quello di ri-fondare una teologia piuttosto diversa da quella istituzionale e confessionale. Tuttavia il mezzo per realizzare questo scopo è stato per loro la continuazione del lavoro di Heidegger, ossia l’opera di «distruzione della metafisica».
Tale progetto non è comunque comprensibile interamente se manca di considerare che, dopo la stagione dei pensatori come Husserl e Heidegger, vi è stato uno sviluppo nel pensiero, culminato in Derrida, al cui centro stava lo sforzo di «de-costruzione» della realtà [Heinrich von Sass]. E con quest’ultimo bisogna intendere il tentativo di de-idealisticizzare completamente la filosofia, sottraendo così il pensiero dell’essere a qualunque tentazione di rendere intelligibile e così ordinato un reale considerato solo caotico. Ovviamente in tal modo con la filosofia veniva esautorata la religione stessa; dato che nulla più dell’Intelletto divino pretende di ordinare il mondo. L’intenzione anti-metafisica ed anti-religiosa è quindi qui evidente.
Tale esigenza veniva comunque sentita soprattutto perché diverse discipline scientifico-naturali ed umane andavano intanto scoprendo proprio il valore del caos. E ciò avveniva nel mentre (sulla scorta della lezione heideggeriana) il concetto stesso di essere veniva collocato interamente nell’immanenza. Il risultato scientifico-gnoseologico netto di tale operazione era pertanto l’avvento di un nuovo realismo. Un realismo che mai era stato così ambizioso ed estremistico. In esso infatti filosofia e scienza della natura parlavano esattamente lo stesso linguaggio. È di fatto l’assetto più attuale della filosofia. Ma una forte sua anticipazione vi era stata già in Merleau-Ponty. Il quale aveva definito l’essere come quell’alienità immanente (irrecuperabile a qualunque presa di posizione filosofica), nella quale il soggetto è immerso totalmente. E non più come attivo pensante-ordinante bensì appena come passivo percipiente. In altre parole, in contraddizione con più di duemila anni di filosofia, si affermava ormai (di totale accordo con la scienza naturale) che non vi è altro essere (o realtà) se non il mondo sensibile stesso.
Hart si è per la verità avvalso anche della decostruzione derridaeana. Ma comunque la sua principale aspirazione è quella di affermare che l’avvento di Cristo (quale Figlio di un Padre in primo luogo ed illimitatamente accogliente ed amoroso) ha di fatto ridotto totalmente la metafisica alla teologia. Laddove quest’ultima equivale al Regno di Dio («Basileia tou theou») che viene sperimentato totalmente in forza dell’illimitatamente accogliente amore di Dio (parabola del Figliuol Prodigo). La componente fenomenologica sta, in tale contesto, in quell’azione del Cristo che è da considerare una vera e propria «riduzione trascendentale» (o epoché). E ciò nel senso specifico di un distacco da mondo che non indirizza affatto verso il Trascendente, ma invece appena libera dalla dimensione politica, economica e giuridica dell’esistenza. Siamo così al cospetto di una sorta di vera e propria «teologia della liberazione». Ma essa si differenzia comunque da qualunque altra forma di teologia proprio in quanto è «morale» in un senso molto specifico – essa non fa infatti appello né alla Rivoluzione né tantomeno alla rigida istituzionalizzazione giuridico-ecclesiale dell’esperienza religiosa. In questo senso essa si differenza radicalmente dalla teologia morale più dogmatico- e ortodosso-cristiana, e cioè quella cattolica.
Fatto sta che però vi è anche un altro intendimento moderno dell’esperienza religiosa, che pure si differenzia dalla teologia morale. Esso, anzi, lo fa con forza ancora maggiore, e cioè confutando totalmente quella retorica teologica in forza della quale l’insegnamento delle Scritture viene interpretato in maniera totalmente sentimentalistico-morale. Escludendo così pressoché totalmente quell’esperienza puramente intellettivo-spirituale del rapporto con Dio, che, in Occidente, ha trovato la sua affermazione più radicale nella Gnosi. Mi riferisco a quel settore del pensiero religioso sul quale si può gettare uno sguardo leggendo un libro come quello dello studioso indiano Ananda K. Coomaraswamy [La tenebra divina, Adelphi 2017]. Lo studioso è stato uno dei più grandi esegeti delle Scritture indù, ed inoltre è stato per molti anni ricercatore presso il Museum of Fine Arts di Boston. Ebbene, in tale sfera di studi religiosi – che si pone poi in collegamento con l’opera di tutti gli attuali studiosi anti-modernisti di «Tradizione» (Guénon, Schuon, Viola ecc.) – accade l’esatto contrario di quanto accade invece entro i moderni studi filosofico-religiosi di tipo fenomenologico. Infatti la metafisica pretende di espungere da sé totalmente la teologia, e più ancora la così retorica teologia morale. Più precisamente si tratta di una totale negazione di quella retorica moralistica, che tende ad imbellire incondizionatamente il mondo, l’uomo e Dio stesso. Con la conseguenza, poi, che la relazione dell’uomo con Dio (esperienza religiosa) viene forzata nell’alveo estremamente angusto del passaggio per un mondo cosmologico e puramente esteriore (quello immanente), del quale viene intanto dichiarata l’incontestabile positività. Il prevalere della retorica moralistica va quindi di pari passo con il prevalere assoluto delle ragioni dell’ottimismo su quelle del pessimismo – riguardo all’immanenza mondana e quindi anche all’essere. Ma ciò fa letteralmente a pugni con quelle «scoperte» dell’esistenzialismo, le quali, parallelamente al percorso prima illustrato, pure rinnovarono completamente la filosofia nel suo pensare l’essere immanente.
Ebbene, la più decisiva dirimente in termini di pensiero religioso sta nel fatto che questa moderna ripresa della Sapienza tradizionale metafisica (qui nella sua forma orientale) ci invita a fare l’esatto contrario di quanto invece raccomanda Hart. E cioè entrare nel Regno di Dio prendendo commiato radicalmente dall’immanenza. Non solo, quindi, dalla dimensione civile, ma anche da quella naturale; e cioè dal cosmo, dalla persona, dalla coscienza, dall’Io, e perfino dall’anima stessa.
L’invito rivolto all’uomo è insomma quello ad una totale spiritualizzazione, che è poi totale riduzione dell’immanenza (mondana, e naturale e reale) alla trascendenza (ultra-mondana, sovrannaturale e ideale). È in qualche modo la stessa via sempre indicata dalla Gnosi. Ed essa passa per un rigetto totale della retorica moralistico-ottimistica della teologia. Infatti il giudizio di condanna circa il mondo è qui nettissimo. Nel mentre poi a un Dio decisamente trascendente (e quindi ineffabile) vengono negati totalmente gli attributi positivi letterali ed espliciti (specie la bontà) che la morale umana spontaneamente si aspetta.
Questo è insomma il quadro generale. Che io mi sono limitato semplicemente ad esporre senza giudizi. Forse esso potrà essere di un qualche interesse per qualcuno. E forse potrà perfino indurre qualcuno a prendere posizione.

Può interessare al grande pubblico, nel bel mezzo di una precoce estate, che tra Fernando Pessoa e Friedrich Nietzsche sussistano delle grandi affinità? Al grande pubblico forse no, ma pare che invece agli studiosi la cosa interessi e molto. La Facoltà di Lettere di Lisbona (FLUL) offre infatti per il 2017 un corso per post-graduati basato proprio sulle relazioni tra i due pensatori. E peraltro il corso vede anche la partecipazione del nostro «Centro Colli-Montinari su Nietzsche e la cultura europea» (di Pisa e Lecce). Inoltre già dal 2011 esiste un gruppo di ricerca su questo tema presso il Dipartimento di Filosofia della seconda Università di Lisbona (IFILNOVA). E comunque negli ultimi anni sono stati pubblicati non pochi studi su questo argomento [Adelino Braz, Nietzsche et Pessoa: la metaphore du semblant, Philosophica, 2003, 21, 79-99; Michel Chandeigne, Fernando Pessoa, roi de notre Bavière, Librairie Séguier, Paris 1988; Stefano Cocco, Il Soggetto e l’Abisso. Critica e transvalutazione dei valori della tradizione metafisica nella filosofia di Friedrich Nietzsche e nella poesia di Fernando Pessoa, Tesi di laurea del Corso di laurea Magistrale in Scienze Filosofiche, Padova 2014-2015].
Eppure, spontaneamente, può sembrare non poco strano che possano essere così simili due personalità esistenziali e filosofiche pur tanto differenti. L’uno melanconico all’inverosimile, riservatissimo e discreto, totalmente dimesso nel vivere e nel sentire. L’altro euforico, esplosivo, e straordinariamente provocatore. L’uno sempre seduto da solo ai suoi tavolini lisboeti, con la tazzina di caffè ed una sigaretta accesa. L’altro che incarna lo spirito del danzatore estatico dionisiaco, sprofonda nella malattia e poi risorge, migra furiosamente da un luogo all’altro, tra le vette dell’Engadina e i caldi afrori mediterranei gremiti di ebbri satiri.
Quello che è certo è che furono entrambi straordinariamente modernisti e straordinariamente reazionari. Di Nietzsche questo è ben noto. Ma di Pessoa no. Spontaneamente si tende a credere che egli sia stato una specie di oppositore discreto e silenzioso resistente al fascismo salazariano. Ed invece non lo fu per nulla. Come del resto il suo sodale Almada Negreiros. Semmai egli si limitò ad irridere il Cristianesimo cattolico invocando il ritorno degli dèi pagani Quegli imperturbabili dèi del Fato, che si godono la loro vita perfetta se ne ridono della tragica esistenza umana. In questo fu peraltro uno stoico, e quindi invocò il ritorno alla fede in un Ordine cosmico che è tanto più perfetto quanto più è moralmente e sentimentalmente indifferente. Però alla fine la sua fede stoica si risolse comunque nei termini estremamente dimessi e delicati di uno dei suoi più struggenti versi delle Odes à Ricardo Reis: – «Rega tuas plantas / Ama as tuas rosas / O resto è a sombra…» («Irriga le tue piantine / Ama le tue rose / Il resto è l’ombra…». Proprio per questo si potrebbe pensare a lui come un poeta fortemente intimista. Fa pensare un po’ al nostro Dino Campana e ad alcuni lati di Pascoli. Oltre che richiamare, ovviamente, in modo davvero prossimo il pessimismo desolante di Leopardi.
Insomma il suo accostamento a Nietzsche si basa in realtà appena sul moderno (e modernistico) titanismo iconoclastico e anti-religioso che permea tutti questi orientamenti filosofici e poetici.
Ma questo basta per davvero? Oppure non si tratta invece forse solo di superficie?
Ebbene, se fosse così, ci troveremmo davanti ad uno di quei fenomeni così tipici della cultura moderna, e che poi trova la sua espressione emblematica nelle «voglie» tipiche del mondo accademico. Infatti il trovare accostamenti tra due autori – e soprattutto farlo lasciando occhieggiare i non-valori che oggi trovano immediato consenso tra la gente (quelli dell’edonismo sine cura) – è cosa che procura vantaggi immediati e tangibili. Subito emergono «linee di ricerca», e con queste anche «centri di ricerca»; e poi possibili cattedre e finanziamenti. Mi sbaglierò, ma viene insomma il sospetto che dietro tentativi funambolici come questi non vi sia poi così tanta autenticità.
Cosa è invece (a mio modesto avviso) davvero simile tra a questi due autori e pensatori?
Io direi che il tratto che forse più li accomuna è quel tendenziale pessimismo che già dalla fine del XIX secolo fu di così tanti intellettuali. Un pessimismo estremamente disomogeneo. Perché esso fu insieme modernista e anti-progressista, scientista all’inverosimile ed anti-scientista, rivoluzionario e conservatore, ossessionato dalla rinascita ma appassionato della distruzione, autenticista fino all’iconoclastia e nostalgico di miti e di metafisica. Uno stranissimo melange, insomma. Ed in questo strano bouillon ci ritroviamo benissimo Pessoa e Nietzsche. Però li ritroviamo come figure (o forse burattini) di quello spettacolo che fu messo su dallo Spirito del Tempo; e che fu poi ampio quanto il mondo stesso, contando così un numero esorbitante di attori. Se dunque Pessoa e Nietzsche si assomigliano in questo modo, allora nel mondo moderno ci assomigliamo tutti. Tutti infatti, chi più chi meno, ci muoviamo per lo strattone dei fili tirati dal Grande Burattinaio. Insomma qui si tratta alla fine solo di distruzione per la distruzione. E peraltro fatua, oltre che inquietantemente tragi-comica.
Serve dunque davvero porre proprio questo in primo piano? Secondo me no! Pertanto forse faremmo meglio a guardare più in profondità per riconoscere qualcosa che abbia almeno una parvenza di spirito costruttivo. E questo qualcosa è a mio avviso quella Gnosi che stranamente in questo così anti-religioso scenario trovò il suo curioso revival. Penso ai Vögelin, ai Bataille, agli Evola, ai Cioran. Personaggi tra i quali poi non è ci si possa trovare tanto facilmente a proprio agio; visti i non rari eccessi delle relative dottrine. Tuttavia questa modernistica Gnosi metteva allo scoperto quella antica; in gran parte platonica, anche se affatto coincidente con il platonismo.
E questa dottrina è secondo me oggi davvero una risorsa a fronte di un binomio uomo-mondo divenuto davvero brutto e non poco inquietante. Essa elude le ipocrisie dell’ottimismo cristiano. Essa dribbla l’indifferentismo etico della scienza empirica e della filosofia più rinchiusa nella torre d’avorio del suo rigoroso epistemologismo, oppure invece compromessa con la scienza empirica stessa in un realismo in cui non vi è più alcun pensiero. Essa infine surclassa soprattutto quell’atroce, mortuario e ferino nichilismo esistenzialista (nel cui letto sono nati tra i maggiori mostri del nostro tempo), ed il cui volto stranamente fu proprio quello della neo-Gnosi. Una Gnosi evidentemente abusiva e caricaturale.
Ebbene, tenuto conto di tutto questo, io credo che valga la pena di rivolgersi molto più all’intimismo melancolico di un Pessoa che non all’euforismo darwinista di un Nietzsche. Forse insomma i due sono simili solo nella differenza.

Pubblico qui l’incipit della nuova ricerca filosofico-metafisica che ho appena iniziato, ed il cui titolo è “Per una metafisica del mondo contemporaneo”.

 

«In che mondo stiamo mai vivendo?». È la domanda che credo ormai molti di noi si pongono; ed in modo piuttosto angoscioso. O forse bisognerebbe dire che se la pongono molti di coloro che ancora conservano occhi per vedere, orecchie per udire, e soprattutto un cuore per sentire. Parlo insomma di coloro per i quali si può ancora dire che essi hanno una vita animica. Cosa che da sempre una metafisica religiosa davvero schietta (come la Gnosi) ci ha mostrato essere tutt’altro che scontata. Infatti non è per nulla detto che per davvero tutti gli uomini hanno un’anima. Essi la posseggono senz’altro in termini naturalistici, ossia come facoltà di animazione; ed in tal modo la condividono con animali e piante (come descrissero Aristotele e perfino Tommaso d’Aquino).
E tuttavia le cose stanno in maniera molto diversa quando con il termine «anima» noi intendiamo in realtà «spirito». Anche a proposito di quest’ultimo si potrà dire che tutti gli uomini sono spirito, in quanto enti intellettuali, e cioè conoscenti. Ma in tal modo avremo scelto un intendimento qualitativo di spirito. Ben diversamente stanno le cose quando di esso sceglieremo l’intendimento qualitativo. Allora risulterà chiaro (come videro gli gnostici identificando l’uomo spirituale nell’uomo “pneumatico”, ossia divino per filiazione diretta) che non è affatto vero che tutti gli uomini sono ed hanno spirito. Tuttavia è anche vero che nell’esperienza autenticamente religiosa (che è tale quando essa è davvero spirituale, e non invece appena confessionale) l’uomo «di buona volontà» può accostarsi alla spiritualità; ossia può conquistarla. Ma questo presuppone un vedere ed un volere. E non è detto affatto che essi siano presenti nell’uomo per natura.
Ebbene, con tutto ciò andiamo al problema davvero centrale del mondo così come oggi può o meno apparire. La maggioranza degli esseri umani, infatti, non è più come l’uomo ideale che ho appena descritto. Laddove poi, quando il mondo era nel complesso più integro, l’uomo spirituale non equivaleva affatto a quello colto o comunque di alto livello sociale. Con la conseguenza che esso era ampiamente diffuso, ed anzi spesso trovava la sua espressione proprio tra i più semplici e comuni tra gli uomini. Quanti straordinari asceti della semplicità umana sono stati descritti dai più ispirati narratori russi (Dostoevskij, Tolstoj)?
Pertanto i «molti» di cui ho parlato all’inizio sono oggi in realtà solo dei «pochi». È infatti solo ad essi che il mondo si rivela nel modo sconcertante che è proprio della domanda posta alla radice di questa riflessione. Gli altri, invece, e cioè «i più», si limitano a prendere il mondo così com’è. Anzi spesso dedicano tutte le loro energie a fare in modo che esso sia il più brutto e malefico possibile. Questo è in realtà il frutto dell’oscura disperazione che quasi inconsapevolmente li tormenta – chi vive in un inferno, vuole infatti che esso sia affollato, e che quindi altri esseri infernali gli facciano compagnia. E così questo genere di uomini si adopera in modo davvero appassionato e fanatico nello smascherare infallibilmente la presunta bassezza degli altri.
Bisogna anche dire che per la verità le cose nel mondo sono andate sempre in un modo simile.
Nel senso che la maggioranza degli uomini si è sempre posta pochissime domande circa ciò che intanto viveva. E non a caso proprio questo ha sempre distinto il filosofo dal non-filosofo, ossia l’uomo comune. In modo tale che sempre ha avuto la tendenza a prendere il mondo così com’era. Ma sta di fatto che ora è il mondo ad essere diventato davvero molto diverso da come esso era quando ancora regnava un qualche equilibrio (al quale può ben essere attribuito il nome di «ordine cosmico»). Il suo aspetto è infatti ormai così oggettivamente orribile – in termini di desolazione e disintegrazione – da aver fatto sì che la domanda (circa la sua natura) si sia moltiplicata in maniera esponenziale. E ciò che è peggio è che tale orribile aspetto include lo stato stesso degli esseri umani, quale proprio carattere centrale. Anzi ormai lo pone in risalto in maniera davvero straordinaria.
Gli uomini sono infatti diventati davvero orribili a vedersi. A mo’ di indemoniati, essi si aggirano per le strade del mondo come cani rabbiosi – dimenandosi, ululando e sbavando, alla ricerca di qualcosa o qualcuno da divorare o da godere. Non vedono quasi nulla ed hanno pensieri cortissimi e di brevissimo raggio. Si direbbe che ormai si limitano a pensare per meri codici. Il loro pensare ha l’aria di essere appena una reazione binaria («si/no») ai segnali afferenti. E quindi esso si contraddistingue per la brutalità dell’immediatezza propria della risposta (o «soluzione») alla questione posta. Così la maggior parte degli uomini si tiene molto lontana dalle ampie prospettive di pensiero. Le evita infatti come la peste – in quanto inutilmente dispendiose e soprattutto poco fruttuose. Incapaci cioè di recare ciò che essi sempre si aspettano: – un frutto immediato da gustare!
Nello stesso tempo si odia molto, moltissimo. L’odio ha la stessa intensità del desiderio smodato di godere ad ogni costo. Esso rientra infatti nella disposizione a divorare. Perciò chiunque, anche minimamente, faccia da ostacolo a questa perenne corsa furiosa di tutti, viene immediatamente abbattuto senza tanti complimenti – e ciò avviene con una furia sempre unita al gusto. La dilacerazione delle carni crude da parte delle Menadi infoiate è divenuta insomma comportamento collettivo.
Tutto ciò che prima era pensiero critico si è dunque trasformato ormai in questo. La protesta contro le infamie del potere (ed in generale di ciò che è «ideale») si è trasformata così in un’insidiosa e malevola inclinazione al complottismo. Tutto è sospetto, tutto è male intenzionato, tutto è insidiosamente ambiguo, tutto è infetto, tutto è corrotto, tutto è marcio. Tutto va dunque rovesciato, nel senso che va purgato con il ferro e fuoco. Non si tratta più nemmeno di un’ideologia sovversiva. Perché in tutto ciò non vi è la benché minima intenzione trasfigurativa e costruttiva. Si tratta invece ormai solo di abbattere ciò che ci impedisce di vivere come vorremmo, e cioè al massimo. Questa non è più nemmeno la rivoluzione, ma è ormai solo il distillato mostruoso dell’idea rivoluzionaria – è l’idea ancora più elementare differenziatasi in essa e venuta ormai alla luce come un raccapricciante aborto vivo. È la pura idea della distruzione, a sua volta congiunta allo spasimo del piacere. È il puro Thanatos ormai dominante sovrano sull’Eros, e quindi segregatosi come unico aspetto della vitalità.
Pertanto non vi è più nemmeno alcuna distinzione – in termini di infamia – tra chi domina («potere») e chi è dominato. Né vi è più alcuna distinzione tra l’oggetto personale che sarebbe da giudicare «immorale» ed il soggetto personale che lo giudica, ricorrendo ai criteri di una morale.
Non vi è del resto più alcuna morale assoluta e oggettiva – e quindi stabile, come frutto di un’aspirazione costruttiva e frutto della conseguente stabilità già ottenuta. Ma vi è invece solo una morale relativa e soggettiva. E questa non è più per davvero una morale. Perché, nel suo giudizio, essa è solo e soltanto sfrenata. Sfrenata proprio come lo è l’aspirazione a correre senza mai poter essere ostacolati. E questa è poi l’unica forza che sorregge una morale che è solo falsa in quanto puramente strumentale.
Insomma non vi è dubbio che gli uomini si sono ormai trasformati in quelle masse sfrenate e malefiche di raccapriccianti zombies che ormai non a caso tutti i media incessantemente ci propongono. Quella così proposta è evidentemente di una lettura del mondo. Una lettura che denota la perdita ormai di qualunque speranza.
Ma a tutto ciò fa da contraltare anche l’aspetto oggettivo del mondo stesso. Il mondo però (almeno da un certo punto di vista) non è una creatura consapevole come lo è l’uomo. Pertanto il fatto che esso sia sempre più orribile ogni giorno che passa – in termini di impoverimento di bellezza ed incanto, in termini di dilagante laidezza e desolazione, in termini di insidiosa minaccia, ed infine in termini di violenza aggressiva di una Natura sconvolta – ci rinvia in maniera del tutto ovvia al vero nucleo del problema costituito dalla negatività del mondo. E tale nucleo è l’uomo che abbiamo appena descritto. Un uomo ormai decisamente brutto, anzi bruttissimo, anzi orribile.
Dunque è di questo che dobbiamo occuparci se vogliamo condurre una riflessione nel tentativo di dare un volto più preciso alla domanda posta all’inizio, per poi tentare anche di dare ad essa anche una possibile risposta.

In occasione dell’imminenza del decreto governativo sull’obbligo vaccinale, ed in relazione ai chiarimenti che mi sono stati chiesti da pazienti ed associazioni di genitori, vorrei esporre qui quelle che sono le mie opinioni al riguardo.
Devo però premettere che scrivo non solo come medico specialista in pediatria e come esperto in omeopatia, ma anche come filosofo (dati gli studi accademici in questa disciplina ai quali mi sono dedicato negli ultimi anni) [vedi curriculum su questo blog]. Anzi direi che in particolare scrivo da quest’ultimo punto di vista, dato che mi sembra che il più vantaggioso piano di discussione della problematica sia bio-etico (e quindi filosofico-umanistico) più che invece scientifico-naturalista.
Per tale motivo mi asterrò espressamente dal menzionare dati scientifico-sperimentali. Essi infatti hanno la loro oggettiva ed incontestabile importanza, ma non occupano a mio avviso un ruolo di primo piano nella questione che stiamo affrontando.
Oltre a ciò vanno fatte tre ulteriori importanti premesse.
La prima premessa riguarda la mia qualifica di “omeopata”. In questo settore sono in possesso di un’ampia ed approfondita qualificazione ed anche di un’esperienza clinica di ormai molti anni. Ritengo però che sia assolutamente sbagliato che un medico si attribuisca la qualifica di “omeopata”, ponendosi così in conflitto con la qualifica di “allopata” (o anche “medico tradizionale”). Dal mio punto di vista infatti entrambe le qualifiche sono riduttive, improprie ed irrealistiche. Ed ancor più lo è il conflitto che inevitabilmente insorge tra di esse. Non ritengo dunque che si possa in alcun modo parlare di una “medicina omeopatica”; dato che la relativa disciplina non è altro che una delle tante possibili dottrine diagnostico-terapeutiche che la medicina nella sua interezza può e deve ospitare. La cosiddetta “medicina omeopatica” rappresenta pertanto una mera realtà oggettiva, rispetto alla quale però il fattore soggettivo – ossia la persona del medico e l’omonima qualifica (“medico”), che è l’unica davvero legittima – gioca l’unico ruolo decisivo.
È infatti solo il medico in persona che, nell’adottare eventualmente l’omeopatia quale possibile opzione terapeutica (nell’estensione che a lui appare adeguata e lecita), giustifica poi l’impiego della relativa metodologia specifica. E va da sé che, nel farlo, egli non opera alcuna scelta radicale tra possibili opzioni diagnostico-terapeutiche (ed esempio tra omeopatia ed allopatia), ma semplicemente si limita ad accoglierle tutte nel contesto del complesso di conoscenze teorico-pratiche del quale dispone in forza dell’iter formativo svolto in ottemperanza alle leggi vigenti. Per essere concreti, ciò significa che in alcun modo il medico così identificato tenderà ad escludere in assoluto una modalità terapeutica laddove essa sia invece oggettivamente indicata secondo il famoso principio di “scienza e coscienza” (ad esempio: uso di antibiotici, cortisonici etc.).
La seconda premessa riguarda la liceità con la quale la medicina per così dire “ufficiale” ritiene di poter e dover imporre come unica dottrina diagnostico-terapeutica quella che invece coincide appena con una tra le tante possibili epistemologie (nel senso di conoscenza dell’uomo e del mondo, con il relativo metodo standardizzato), e cioè quella scientifico-sperimentale o anche empirista che è propria delle scienze naturali moderne. Discipline come l’omeopatia e l’agopuntura (e simili) sono quelle che sono proprio in forza di uno statuto epistemologico autonomo (e del tutto internamente coerente) che decisamente sfugge ad illecite cogenze come queste. E da ciò discende che il metodo diagnostico-terapeutico da essi impiegato può essere sottoposto a giudizio in assoluto, ma non invece ad opera di quella che è appena un’epistemologia tra le tante, e cioè quella scientifico-sperimentale. Questo genere di giudizio sarà infatti sempre soltanto parziale, relativo, e mai assoluto. Personalmente ho esposto considerazioni come queste in diversi scritti [Vincenzo Nuzzo, “L’esperimento conoscitivo tra medicina ‘evidente’ (EBM) e la ricerca scientifica non dogmatica: esperienza di un confronto”, Atti del Forum 2000 “L’insegnamento della Medicina. Il programma universitario per il medico del futuro: L’Omeopata”, Sorrento 24-27 Febbraio 2000; Vincenzo Nuzzo “Cosa significa curare?”, Homeopathy and Integrated Medicine, 3 (1) 2012, 1-14; Vincenzo Nuzzo, “Fondamenti filosofico-metafisici e religiosi della concezione medica dell’uomo”, Homeopathy and Integrated Medicine, 2017 (in via di pubblicazione)]. Pur fatti salvi i caposaldi dell’etica medica prima esposti, non è quindi in alcun modo ammissibile che da parte degli avversari di un metodo come quello omeopatico, si parli di esso come di una prassi illecita, indegna della medicina, o perfino truffaldina e tendenzialmente colposa.
La terza premessa consiste nella domanda circa il pubblico al quale è rivolto questo scritto. Ebbene, in primo luogo esso è rivolto ai pazienti ed ai genitori di pazienti, in modo che possono avere elementi di giudizio che solo un medico può dare loro. In secondo luogo esso è rivolto a quei medici che, sia da un lato che dall’altro (allopati ed omeopati), si schierano su posizioni ideologiche ed intolleranti, che impediscono loro di vedere (ed eventualmente anche riconoscere) le ragioni di coloro ai quali si oppongono. E rispetto a questo c’è anche da precisare che coloro che rivolgono all’omeopatia le più infamanti accuse sono in genere medici che semplicemente non la conoscono; in quanto essi non si sono dedicati ai lunghi e profondi studi che sono necessari per conoscere davvero questa disciplina.

Dico tutto questo perché buona parte della querelle intorno alle vaccinazioni investe propri i temi appena illustrati.
Ma veniamo ora al dunque.
Bisogna partire dalle perplessità da sempre espresse dalla dottrina omeopatica rispetto alla pratica vaccinale. Perplessità che si incentrano comunque su un principio del tutto interno a tale dottrina, e cioè quello secondo il quale la terapia dovrebbe basarsi sull’uso del “simile” e non invece del “contrario”. Ora prescindendo dal fatto che la vaccinazione non è affatto una terapia, sta di fatto che l’introduzione in un organismo di un agente patogeno costituisce uno dei casi più eclatanti di sollecitazione di esso per mezzo di “contrario”. Si tratta quindi di una sollecitazione totalmente esogena, e che peraltro sfugge completamente anche alle circostanze dell’infezione naturale. Quest’ultima infatti è in sé del tutto indipendente dall’azione volontaria ed arbitraria umana (e dunque anche dalla possibile azione jatrogena) (nota 1), ed è pertanto legata ad una casualità in gran parte imponderabile. In altre parole qui il possibile “male” arrecato all’individuo non ha alcun responsabile. Tutte queste caratteristiche fanno sì che la prassi vaccinale abbia un certo carattere di “innaturalità”, e (in una certa misura) anche di “immoralità”. Tuttavia metto severamente in guardia il lettore dal prendere questi aggettivi come giudizi di valore, e sono peraltro perfettamente consapevole del fatto che su di essi ci sarebbe da fare un discorso molto profondo ed articolato, entro il quale tutti i possibili punti di vista avranno la loro giustificazione. Non vi è qui però spazio per un discorso del genere.
Su questa complessiva base si può comprendere perché la dottrina omeopatica abbia da sempre sospettato che una così forzosa ed innaturale sollecitazione dell’organismo nella sua totalità, e soprattutto del suo sistema immunitario, possa indurre (oltre all’attesa risposta anticorpale protettiva) anche un tendenziale deragliamento dell’equilibrio omeostatico individuale. Ed in termini anatomo-fisiologici tale deragliamento va senz’altro nel senso di ciò che in medicina si intende come “ipertrofia” ed “iperplasia”. La dottrina omeopatica parla in questo caso di “sicosi”, ossia di una tendenza alla proliferazione (tendenzialmente incontrollata) dei tessuti, che può è sempre per definizione patologica.
Più concretamente si tratterebbe di una proliferazione possibilmente incontrollata del sistema immunitario individuale, il cui equilibrio potrebbe virare verso patologie come le allergie, le sindromi auto-immunitarie, le malattie da accumulo, e forse anche le proliferazioni neoplastiche.
Orbene, di tutto ciò non vi è però alcuna prova di tipo scientifico-sperimentale. E ciò per il fatto semplicissimo che mai è stata confrontata da un punto di vista statistico una popolazione di individui non vaccinati con una popolazione di individui vaccinati (alla ricerca di un’eventuale differenza significativa nella prevalenza di patologie). Quelle degli omeopati si limitano ad essere pertanto delle pure supposizioni non provate. Tuttavia va anche detto che, nel contesto della consapevolezza di un medico (il cui pensiero si basa sulla conoscenza generale dell’anatomo-fisiologia), le supposizioni sono da considerare tutt’altro che mere fantasie senza fondamento. Esse possono infatti sempre contenere rilevanti “sospetti”; i quali (almeno in una certa misura) meriterebbero di essere sottomessi alla verifica (positiva o negativa) di tipo scientifico-sperimentale. E qui va pertanto posta in evidenza una piuttosto grave pecca della prassi vaccinale in generale. Essa infatti è stata introdotta da Jenner nel XVIII secolo (e poi perfezionata da Pasteur nel XIX) su basi totalmente empiriche ed affatto invece scientifico-sperimentali. Ci si è infatti limitati a registrare l’effetto positivo costituito dalla resistenza del vaccinato all’agente patogeno in questione (constatazione poi ulteriormente approfondita in studi attestanti l’aumento ematico dei relativi anticorpi). Mai però sono stati condotti studi molto più generali, che tendessero ad indagare i fondamenti effettivi della prassi vaccinale, e cioè la sua oggettiva giustificazione a fronte di rischi e benefici. Rispetto a questo siamo in grado di citare solo alcuni dati molto indiretti. Essi stanno in connessione con la cosiddetta “hygiene hypotesis”, ossia quell’insieme di studi che suppongono la bassa prevalenza di malattie allergiche e auto-immuni (sulla base di specifiche modifiche del sistema immunitario) in quei paesi non sviluppati nei quali i bambini sono esposti alle infezioni naturali invece di essere sottoposti a vaccinazioni di massa [H. Okada, C. Kuhn, H Feillet, and J.-F. Bach, “The ‘hygiene hypothesis’ for autoimmune and allergic diseases: an update”, Clinic and Experimental Immunology, 160 (1) 2010, 1-9]. Dati come questi furono pubblicati anche diversi anni orsono in un articolo comparso su The Ped. Clin. Of North. Am., che però non siamo più stati in grado di rintracciare.
A tale proposito c’è comunque da menzionare anche un primo elemento squisitamente filosofico, e cioè la giustificatissima critica rivolta da Husserl e Edith Stein alle scienze empirico-naturali. Esse venivano infatti accusate di non avere un “fondamento”, ossia di non conoscere di fatto proprio l’essenza stessa (ossia la vera natura) del proprio oggetto di studio. Esattamente per questo i due pensatori mettevano a disposizione la ricerca filosofica sulle essenze (propria della Fenomenologia), quale strumento per offrire finalmente un fondamento alle scienze empirico-naturali. E ciò ha il rilevante risultato di rendere impossibile l’elaborazione autarchica di teorie puramente astratte e senza alcun fondamento conoscitivo da parte delle stesse scienze. Tali teorie tendono infatti ad essere elaborate dalle scienze empirico-naturali in modo del tutto fantasioso, e quindi senza alcun riguardo all’oggettiva razionalità degli assunti sui quali si basano. Si tratta di ciò che di fatto è accaduto con la teoria darwiniana dell’evoluzione. Orbene, applicando tutto questo alla medicina empirico-naturalistica, bisogna rilevare che, ponendosi come pura scienza sperimentale (come la biologia), essa di fatto ha rinunciato totalmente alla conoscenza approfondita del suo primario oggetto di studio, e cioè l’uomo immerso nel mondo dell’essere. E tale pecca si lascia riconoscere perfettamente proprio nella facilità (tutta pragmatistica e poco pensante) con la quale la prassi vaccinale è stata universalmente ammessa e poi anche istituzionalizzata.
Una volta detto tutto questo, va però riconosciuto che l’introduzione delle vaccinazioni è stata essenziale (anche solo come strumento empirico) nel debellare malattie davvero terrificanti (vaiolo, polio, difterite). Ed esse inoltre giocano ancora un ruolo fondamentale nel rendere nulle le possibilità di contrarre una malattia non meno terrificante com’è il tetano. Malattia che non è stata affatto debellata, e quindi costituisce una possibilità ancora del tutto reale. A tale proposito risultano molto dubbi gli argomenti di coloro che hanno sostenuto che la riduzione di tale malattie sarebbe il mero effetto delle migliorate condizioni igieniche delle società avanzate (nelle quali poi la vaccinazione è stata da tempo introdotta come prassi di massa). Tutto ciò non può essere considerato assolutamente vero, dato che in quelle circostanze storiche (come nel corso della caduta dell’Unione Sovietica) in cui c’è stata una rilevante caduta dell’immunità di gregge (la copertura vaccinale almeno del 95% della popolazione), si è assistito al ritorno delle malattie appena menzionate.
Parliamo con ciò delle cosiddette vaccinazioni “obbligatorie”, e cioè di quelle che fino ad alcuni anni orsono venivano praticate per mezzo della cosiddetta “tetravalente” (contenente polio, difterite, tetano e virus dell’epatite B). Ebbene, a mio avviso, sull’opportunità di praticare queste vaccinazioni non consiste di fatto alcun dubbio. Tutte le possibili perplessità ed obiezioni divengono infatti del tutto secondarie a fronte dell’incontestabile vantaggio costituito dalla scomparsa di malattie devastanti, mortali, inabilitanti e peraltro non facili da curare. Ed a tale proposito sarebbe ovviamente del tutto folle pensare di lasciare alla natura la possibilità che si contragga una malattia come quelle menzionate, provvedendo poi alla sua cura magare per la via di terapie “alternative” come l’omeopatia. A mio avviso infatti, se all’omeopatia può essere riconosciuto un ruolo nel trattamento delle malattie croniche e degenerative, tuttavia il suo uso nelle malattie acute (specie se molto acute e configuranti un’urgenza) è affetto da troppe possibili variabili (nell’efficacia) per poter essere ritenuto sufficiente ed affidabile. Del resto riposano proprio su questo le affermazioni (molto superficiali se non ignoranti) di coloro che dicono che «l’omeopatia non funziona».
Il discorso però cambia sensibilmente rispetto a tutte le vaccinazioni che (prima dell’imminenza dell’attuale decreto) erano considerate “facoltative”. In questo caso infatti le possibili perplessità di fondo circa la prassi vaccinale assumono nuovamente tutta la loro rilevanza. E ciò per un motivo primario molto semplice: – da diversi anni assistiamo ad una progressiva crescita esponenziale di vaccini contro tutte le possibili infezioni. E ciò avviene in una prospettiva che nulla vieta di considerare praticamente illimitata ed illimitabile. Inoltre vi è da considerare anche a tale proposito un importante elemento etico- e politico-filosofico, e cioè quello relativo alla vera e propria moderna ossessione per la «sicurezza totale e ad ogni costo». È infatti proprio questo il fattore di spinta che sollecita le strutture produttive (industria dei vaccini) ad allargare in maniera illimitatamente crescente l’offerta di nuovi vaccini. E ciò avviene peraltro nella certezza di fatto che, in forza del principio appena menzionato, tale prassi debba incontrare il consenso incondizionato della coscienza collettiva (specie da parte dello Stato). È comunque evidente che ci troviamo qui di fronte ad un principio che non è affatto detto che sia assoluto ed universalmente condivisibile. Esso è infatti invece meramente relativo. E ciò per il semplice motivo che è puramente ideologico (e quindi in una certa misura anche meramente soggettivo). Proprio qui inizia pertanto a profilarsi quel tema della libertà che più avanti discuteremo più in dettaglio.
Le infezioni verso le quali tali vaccinazioni vengono proposte non hanno comunque in alcun modo le caratteristiche di quelle prima menzionate. E ciò sia per la gravità del relativo stato acuto (con il rilevante rischio di morte o disabilità permanente), sia per la possibile estensione della compromissione di tessuti e organi, sia per l’estensione della relativa epidemia, sia infine per la curabilità. Non vi è alcun dubbio che la meningite sia una malattia molto grave, talvolta mortale o invalidante, ed anche non sempre facile da curare. E tuttavia essa non compare affatto con un andamento epidemico, ma invece solo in molto limitati focolai. Quanto poi al morbillo, non vi è dubbio che esso abbia un andamento clinico mediamente molto intenso e che comporti anche un numero non piccolo di rilevanti complicazioni. E tuttavia la sua gravità non è comparabile con quello delle malattie prima menzionate.
Ebbene, è proprio a proposito di tutto questo che emergono considerazioni di tipo filosofico del genere di quelle che già abbiamo fatto riguardo al fondamento della prassi vaccinale. Solo che qui emergono in modo ben più chiaro i relativi elementi etico-filosofici. Uno di questi è quello sostenuto con forza da parte dei movimenti anti-vaccinali, ossia la libertà di scelta che essi rivendicano per coloro che hanno la responsabilità della cura dei propri figli, ossia i genitori. A fronte di tale argomento si delinea però in modo chiaro il relativo contro-elemento etico-filosofico. E non a caso esso ha visto in Platone il più alto ed ampio paradigma di riflessione (specie nella Repubblica, nel Politico e nelle Leggi): – la comunità politico-sociale (retta dallo Stato) come entità organica ed organismica, ossia come insieme di parti integrate, ognuna delle quali svolge un determinato compito assolvendo così obbedientemente ad un dovere il cui senso primario è poi l’integrità dell’insieme. Integrità senz’altro minacciata se l’insieme sociale non è costituito da parti integrate, ma è invece costituito da parti ognuna delle quali si muove indipendentemente dalle altre, o addirittura contro le altre parti o contro l’insieme stesso. In termini bio-medici possiamo riconoscere in questo il paradigma stesso della crescita cancerosa; nella quale le cellule, sottratte ad ogni forma di controllo repressivo centrale, si comportano in maniera del tutto anarchica e quindi inevitabilmente distruttiva.
Indubbiamente ci troviamo qui insomma di fronte ad un rilevante conflitto: – libertà individuale incondizionabile da un lato, e limitazione della libertà individuali ai fini dell’interesse collettivo dall’altro lato. È esattamente per questo che ritengo che il piano primario sul quale va discussa la questione delle vaccinazioni, è proprio quello etico-filosofico.
E da quanto ho appena detto, appare chiaro che ciascuna delle due prese di posizione appena menzionate ha e deve avere le sue giustificazioni ed i suoi meriti. Nel campo della questione vaccinale abbiamo infatti da un lato i genitori che rivendicano la libertà di poter decidere senza costrizioni circa le prassi sanitarie alle quali sottoporre (o meno) i loro figli, e dall’altro lato abbiamo lo Stato che ha il dovere di rappresenta gli interessi collettivi della comunità, e quindi ha una ben precisa responsabilità nel raccomandare ed anche imporre (ove necessario) prassi sanitarie in assenza delle quali sussisterebbero dei gravi rischi per tutti. È dunque evidente che molto probabilmente il gold standard in questa così complessa materia sta in una via di mezzo. Ma ciò implica anche una discussione partecipativa nella quale non si protesti e si attacchi soltanto, ma si sia anche disposti a condividere la magari dovuta obbligatorietà di alcune determinate prassi vaccinali.
Per tutto ciò che abbiamo finora detto, a me sembra che non vi possano essere dubbi circa la necessità che pro-vaccinatori ad oltranza ed anti-vaccinatori ad oltranza convengano sull’imprescindibilità della prassi vaccinale relativa a quelle che prima erano considerate come vaccinazioni “obbligatorie”. Il che significa che, se una battaglia popolare per la “libertà” andrebbe combattuta, questa dovrebbe limitarsi che finalmente ricompaia sul mercato la vaccinazione tetravalente. Essa è infatti da molto tempo irreperibile nelle farmacie, ed inoltre (cosa ancora più grave) è del tutto assente anche presso i centri vaccinali. Una volta ripristinata questa disponibilità, allora il discorso della libertà può e deve essere posto, nel senso di lasciare ai genitori la scelta di sottoporre o meno i loro figli alle vaccinazioni “non obbligatorie”. E ciò in relazione ad una valutazione autonoma dei rischi che essi intendono (o meno) correre; valutazione che andrebbe effettivamente considerata inalienabile. Qui dunque gli argomenti scientifico-sperimentali (prevalenza delle relative infezioni, tasso differenziale di complicazioni tra infezione naturale e vaccinazione etc.) dovrebbero essere dai medici debitamente presentati ai genitori, in modo che essi abbiano effettivamente in mano dei saldi elementi per poi prendere una decisione autonoma. Ed in relazione a questo bisogna prendere atto del fatto che le associazioni anti-vaccinali hanno pienamente ragione nel protestare contro una prassi vaccinale, entro la quale molto spesso manca un’informazione preliminare dei genitori e talvolta perfino la stessa valutazione clinica antecedente la vaccinazione.
Circa i cosiddetti “esami prevaccinali” non mi risulta invece che essi esistano per davvero e siano giustificati (se non nell’immaginazione di alcuni irresponsabili colleghi, che purtroppo hanno eretto su questo la cura di interessi puramente personali).
In ogni caso, da un punto di vista etico-filosofico, non è ammissibile che i suddetti argomenti scientifico-sperimentali vengano invece impiegati come argomenti che supportano la decisione da parte dello Stato di imporre la relativa vaccinazione. E così veniamo ad uno dei nuclei dell’attuale querelle, e cioè il morbillo e la relativa vaccinazione.
È infatti proprio in relazione a questi ultimi che l’attuale imminente decreto si è posto, impiegando di fatto in modo impositivo (ma in principio legittimo) argomenti puramente scientifico-sperimentali. Ciò che insomma si sostiene è che, sulla base di una valutazione scientifico-sperimentale di tutti i dovuti elementi (intensità dell’infezione morbillosa, bassa prevalenza delle complicazioni vaccinali rispetto all’infezione naturale etc.), sarebbe tassativo mantenere i livelli di copertura vaccinale in prossimità di quel 95%, al di sotto del quale effettivamente non risultano spenti i possibili focolai di morbillo. Questo è del resto un dato di fatto, e non ha dunque alcun senso sforzarsi di contestare questo dato (come fanno oggi le associazioni anti-vaccinali). In questo caso infatti ci si muove sullo stesso piano scientifico-sperimentale sul quale si muove lo Stato. Come ho detto, il discorso va invece condotto sul piano etico-filosofico.
Premesso questo, va però anche precisato che ci sono qui gravissime responsabilità anche da parte dei movimenti anti-vaccinali. Troppo infatti si è insistito (e sulla base di supposte prove sperimentali assolutamente inconsistenti) sulla relazione tra vaccinazione anti-morbillosa e malattie come l’autismo. Ed esattamente questo ha determinato la caduta dei livelli di copertura, facendo poi sì che il morbillo ricomparisse. Ebbene, anche qui le considerazioni etico-filosofiche sono imprescindibili ed assolutamente primarie. Questa volta però decisamente a vantaggio dell’elemento costituito dalla piena liceità di provvedimenti impositivi da parte dello Stato nel momento in cui condizioni oggettive li impongano.
In questo senso divengono del tutto secondarie le considerazioni prima fatte circa l’effettiva appropriatezza della vaccinazione contro il morbillo. Infatti, puramente in via di principio (e cioè sulla base dell’elemento etico-filosofico appena menzionato), la decisione dello Stato di reagire alle conseguenze collettive determinate da una campagna di opinione irresponsabile, isterica e del tutto priva di fondamenti oggettivi, è da considerare assolutamente legittima.
E lo stesso credo si possa dire di una delle principali preoccupazioni espresse dai movimenti anti-vaccinali, e cioè il timore per possibili reazioni acute secondarie alla somministrazione di vaccini. Rispetto a questo si avanza in particolare il sospetto che tali reazioni siano dovute ad un’inappropriata preparazione dei vaccini (adjuvanti, metalli pesanti etc.) oppure anche ad un’incauta somministrazione. Anche qui ci troviamo di fronte a congetture e non a certezze. Sebbene sia chiaro anche in questo caso che, a fronte anche di vaghi sospetti, sarebbero tassativi studi seri ed affidabili tendenti a fare luce definitiva sulla materia. E qui è senz’altro lo Stato a doversi sottomettere al criterio etico-filosofico che impone di evitare in ogni modo l’esposizione della collettività a rischi assolutamente inaccettabili. In questo caso quindi il peso del suo potere dovrebbe gravare totalmente e severamente sull’industria produttrice dei vaccini ed anche sulle istituzioni culturali mediche che di fatto ne rappresentano gli interessi.
Tuttavia abbiamo già detto che se esistono delle preoccupazioni e perplessità mediche relative alla prassi vaccinale, esse riguardano gli effetti delle vaccinazioni che sono più occulti, profondi, insidiosi e a lungo termine. Fatte salve le precisazioni or ora fatte, tali preoccupazioni e perplessità non riguardano quindi affatto gli effetti più superficiali ed evidenti, e cioè quelli acuti. Del resto la tecnologia vaccinale ha i suoi limiti oggettivi, e quindi è del tutto illusorio pensare alla produzione di vaccini che non producano alcuna reazione acuta. Inoltre talvolta queste ultime sono determinate dall’agente patogeno stesso e non invece dagli adjuvanti: – agenti patogeni potenzialmente neurotropi possono almeno teoricamente provocare reazioni collaterali che investono il sistema neurologico del bambino (irritabilità, sonnolenza, convulsioni, febbre alta etc.). Dall’altro lato, almeno nel caso delle vaccinazioni obbligatorie, non vi può essere dubbio circa il fatto che chi lascia che il proprio figlio si sottoponga ad esse, deve sapere che tali reazioni sono possibili. Qui insomma gli inalienabili interessi della collettività prevalgono decisamente su quelli individuali. Dall’altro lato va anche considerato che, nel contesto di una società sottomessa ai rischi di un costante e crescente inquinamento (consistente peraltro proprio nei cosiddetti metalli pesanti), è piuttosto illogico attribuire un così grande valore all’eventuale somministrazione solo una tantum di possibili inquinanti per mezzo delle vaccinazioni.
Quanto poi alle proteste contro l’inizio delle somministrazioni di vaccini all’età di due mesi di vita, si dovrebbe considerare che essa si basa su studi immunologici i quali statuiscono con chiarezza l’efficacia molto maggiore dei vaccini stessi (in termini di risposta immunitaria) quando la somministrazione sia precoce. In questo non si ha dunque alcun motivo di accusare lo Stato si farsi complice di una sorta di sterminio di massa.
Anche rispetto a tutto questo le associazioni anti-vaccinali avrebbero pertanto il dovere di fare un passo indietro ed abbassare i toni di una polemica che ha spesso assunto i contorni di una vera e propria isteria di massa. Ed è evidente che non è su questa strada che si può procedere in modo credibile.

Non credo che vada aggiunto altro a quanto ho finora detto. In conclusione è evidente che il disegno dell’imminente decreto ha i suoi lati deboli ed in una certa misura anche inaccettabili. Bisognerebbe però anche considerare che questo decreto si è reso necessario sulla base degli effetti di una polemica che progressivamente è andata configurando una serie di cognizioni e di comportamenti i quali non si sono attenuti di certo né alla verità oggettiva né alle necessità oggettive della comunità (ed in fondo anche a quelle della salute individuale). Su questa base ritengo che tra associazioni anti-vaccinali, istituzioni dogmaticamente pro-vaccinali e Stato dovrebbe essere aperto un dibattito sul piano dei temi ed elementi che ho indicato. Il che significa che, tutto sommato, ci sono sufficienti motivi per sospendere la promulgazione di un decreto che verrebbe a configurare una situazione senza più alcuna via di uscita. Inoltre sul piano estremamente concreto, una volta che si sia receduto dallo scenario attuale, lo Stato dovrebbe adoperarsi per la soluzione dell’inaccettabile situazione rappresentata dall’assenza sul mercato del vaccino tetravalente.
Ed infine la cosa forse più importante di ogni altra è che tutti gli attori di questo scenario (pazienti, associazioni, medici, politici e produttori) dovrebbero fare un severo esame delle proprie affermazioni ed intenzioni, in modo che si ritrovi un piano di discussione sul quale (nel rispetto di quella che è la più ragionevole verità) sia possibile confrontarsi nel rispetto reciproco, al di fuori di irrigidimenti ideologici, ed al di fuori anche di inaccettabili atteggiamenti di tipo “stalinista” nella pretesa di programmare centralmente in modo dogmatico e dittatoriale entro una materia nella quale invece il rispetto della libertà deve essere assolutamente tenuto presente.

Nota 1: Per iatrogenesi va intesa l’induzione di effetti indesiderati per mezzo di pratiche terapeutiche in sé destinate a curare uno stato patologico.

 

 

Abstract.
In relazione ad un altro nostro recente articolo [< https://cieloeterra.wordpress.com/2017/04/30/platonismo-e-gnosi/ >] abbiamo cercato di verificare in questo ulteriore scritto se, oltre il pensiero di Gregorio di Nissa, anche quello di Meister Eckhart (esaminato prevalentemente attraverso i Commenti all’Antico Testamento e Le 64 prediche, oltre che per mezzo di opere critiche) permette di differenziare una visione metafisico-religiosa autenticamente platonica (cristiana o meno) da quella propria della Gnosi. Abbiamo esaminato quest’ultima in particolare attraverso la sua illustrazione da parte di diversi studiosi, ed inoltre sulla base di alcuni Vangeli apocrifi.
Il pensiero di Eckhart si muove però in uno scenario storico-filosofico molto più tardivo e quindi notevolmente diverso da quello che oppose la Patristica cristiana alla Gnosi. Tuttavia, da quello che abbiamo potuto verificare, non solo la relativa visione appare fortemente in linea con il più autentico platonismo, ma appare anche impiegabile con notevole successo nel confronto argomentativo con la dottrina gnostica. Laddove va poi anche considerato che quest’ultima è tutt’altro che datata storicamente, perché ha trovato modernamente diversi studiosi e pensatori che l’hanno fatto propria (Viola, Vallin, Schuon).
Pertanto riteniamo che l’ipotesi dalla quale siamo partiti abbia trovato conferma nell’investigazione testuale che abbiamo svolto. In tal modo è emersa però una complessiva visione che appare essere comunque estremamente prossima a quella gnostica. Essendo tuttavia il platonismo il suo vero fulcro, essa appare essere del tutto priva dei più problematici eccessi retorico-ideologici che sono invece propri della Gnosi (specie di quella più integrale).
In particolare (così come in Gregorio di Nissa) si è delineato il davvero cruciale concetto di una creazione divina che mette capo ad un essere puramente ideale, originario e trascendente (prima creazione), che ha le caratteristiche prevalenti di una creazione interiore. Conseguentemente anche l’uomo nella sua essenza, ed inoltre nella sua intima identità a Dio (umano-divinità), appare essere primariamente interiore. Ed a tale proposito la dottrina eckhartiana delle Idee si è rivelata peraltro essere perfettamente sovrapponibile a quella di Platone stesso. Ciononostante, abbiamo potuto constatare anche che in tale contesto non viene per nulla indebolito il tradizionale concetto di «essere»; sebbene esso si ponga con i sostanziali caratteri di una dottrina entro la quale esso coincide totalmente con Dio quale Tutto (ed ha inoltre un carattere decisamente dinamico).
E qui si delinea comunque in modo netto un’interpretazione rigorosamente onto-intellettuale (cioè puramente ideale) sia di Dio che della Realtà stessa nella sua Totalità. Nello stesso tempo (e peraltro in modo dottrinariamente molto più chiaro che non nella Gnosi) la dottrina ingenua e letterale della creazione viene da Eckhart inclusa in una ben più appropriata dottrina dell’emanazione.
Su questa base, come avviene anche in Gregorio di Nissa, il pessimismo gnostico circa il mondo, l’uomo ed il Dio creatore (giudicato un cattivo Demiurgo) scompare completamente entro la visione eckhartiana. E conseguentemente anche l’affermazione della totale identità Dio-uomo (che Eckhart senz’altro condivide fortemente con la Gnosi) si pone su una base completamente diversa. Entro tale visione c’è pertanto lo spazio per un radicale ed entusiasmante ottimismo circa la relazione tra Dio e uomo-mondo; e peraltro nel contesto di un’affermazione estremamente categorica dell’illimitata bontà amorevole del Dio creatore. In tal modo la complessiva dottrina esposta da Eckhart appare prestarsi perfettamente per una teoria e prassi metafisico-religiosa, che – pur nel suo essere fortemente gnostica – non ceda in alcun modo al distruttivo pessimismo, al purismo intellettualista, ed infine al discutibile élitarismo della salvezza che sono propri della Gnosi. Conseguentemente anche qui viene decisamente esclusa un’ascesa teoretico-iniziatica ha Dio che sia solo attiva ed unilaterale (da parte dell’uomo); escludendo così completamente le dimensioni della Grazia e dell’Amore e rischiando in tal modo di fare dell’uomo religioso appena un tiranno deicida.
N.B.: L’autore sarà ben lieto di inviare (a chi gliene facesse richiesta scritta) il testo completo (in cartaceo) dell’articolo; che consta di circa 13 cartelle.
Come medico ed anche omeopata, ho la fortuna (o forse sfortuna) di conoscere fin troppo bene la querelle sui vaccini. E peraltro conosco bene anche i nomi e i cognomi di coloro che, dal lato dei cosiddetti «anti-vaccinatori», hanno nel tempo diffuso notizie prive del benché minimo fondamento sulla relazione tra vaccini e gravi malattie. Si tratta in particolare della relazione tra vaccinazione anti-morbillo ed autismo. Ora, non c’è bisogno nemmeno di essere degli statistici, per sapere perfettamente, in qualità di medici, che tra vaccinazione ed autismo vi è esattamente la stessa relazione causa-effetto che esisterebbe tra l’autismo e l’essersi buscato un bruscolino in un occhio in una giornata ventosa. È dunque del tutto consapevolmente in male fede chi, come medico, sostiene cose come queste. E qui le cause dell’errata presa di posizione possono essere tanto eticamente ammissibili (l’eccesso di tipo ideologico e retorico), quanto anche eticamente inammissibili. Vi sono state infatti indagini (con tanto di atti processuali) che hanno sollevato il gravissimo sospetto di interesse privato nel caso di alcuni medici che hanno con ostinazione sostenuto fanfaluche come queste.
Dall’altro lato vi è però la del tutto legittima perplessità di chi, come medico, ha una visione diversa da quella cosiddetta «ufficiale» nei confronti della pratica vaccinale. Ed in questa cerchia di medici vanno annoverati gli onesti e consapevoli omeopati e più in generale naturopati. Ne vanno esclusi invece coloro che giungono, su questa base, a ritenere che la pratica vaccinale introdotta da Jenner (e poi progressivamente perfezionata da Pasteur in poi) sia da considerare un vero e proprio crimine contro l’umanità. Può infatti anche essere vero che (come costoro pretendono di dimostrare statistiche alla mano) le malattie infettivo-contagiose siano diminuite non per l’effetto delle vaccinazioni, ma invece solo per il miglioramento delle condizioni economico-sociali ed igienico-sanitarie. Questo non toglierebbe però affatto l’assoluta necessità di tenere alto il livello vaccinale almeno per scongiurare il ritorno di malattie devastanti e spesso difficili o impossibili da curare, come polio, difterite e tetano. E del resto l’attuale cronaca (il ritorno del morbillo a causa del calo nel numero di bambini vaccinati), unitamente alla ben nota epidemia di difterite che ci fu in Russia (per lo stesso motivo) dopo il crollo del regime sovietico, dimostrano bene quanto importante sia invece il ruolo delle vaccinazioni, a fronte del ruolo giocato anche dalle condizioni economico-sociali.
Naturalmente però non è affatto privo delle sue giustificazioni il sospetto nutrito in generale, da medici omeopati e naturopati onesti, nei confronti delle vaccinazioni. Ciò specie a fronte di uno scenario entro il quale la (certamente non disinteressata) fortissima pressione delle case produttrici fa sì che il numero di vaccinazioni praticate ai bambini aumenti in modo progressivo e di fatto illimitato. Ed anche qui vi sono senz’altro interessi molto vasti. Qui, insomma, gioca un ruolo un criterio abbastanza sospetto (se non insano), e cioè quello di una sicurezza sempre più ossessiva ed ermetica nei confronti degli eventi accidentali che possono costellare la nostra esistenza.
Ma proprio in ragione di tale criterio, fin dall’inizio della pratica vaccinale non si è fatto altro che generare un’infezione del tutto artificiale; alla quale l’organismo umano si trova poi di fatto costretto a reagire, ri-adattando così il suo sistema immunitario. Non vi è dubbio che si tratta di un fenomeno coercitivo, e quindi in una qualche misura anche «innaturale». Non fosse altro per il fatto che è opinabile che, in assenza di vaccinazioni, quel determinato individuo (per qualsivoglia ragione) non avrebbe mai avuto contatto con quel determinato germe patogeno. A fronte di tutto ciò viene allora davvero spontaneo sospettare che in tal modo (e specie con il crescere esponenziale delle vaccinazioni) il nostro organismo venga condotto a forza verso una crescita fuori misura (in medicina detta ipertrofia ed iperplasia) del proprio sistema immunitario.  E non è quindi davvero lontano il sospetto che anche a ciò possa essere ricollegato all’oggettivo aumento delle malattie allergiche, degenerative e cancerose nel mondo moderno. Su questo esistono peraltro indagini serissime; che constatano la frequenza molto minore di allergie nelle popolazioni di paesi non avanzati, in cui gli organismi sono esposti alle infezioni naturali e non invece a quelle artificiali (vaccini).
Tutto questo non abolisce comunque il dovere di prudenza e saggezza che il medico scrupoloso dovrebbe osservare, nell’ammettere i vantaggi delle vaccinazioni almeno nei casi sopra menzionati. Ed inoltre ciò non esime nemmeno dall’obbligo di poter affermare con certezza assoluta la dannosità della prassi vaccinale, solo e soltanto quando tale certezza esiste per davvero. Cosa che, teoricamente, sarebbe possibile solo se si confrontassero in modo rigorosamente statistico due popolazioni di individui, di cui una vaccinata e l’alta no.
Ebbene, gli «anti-vaccinatori» non si basano affatto su indagini come queste, ma invece appena su supposizioni. Sta di fatto però che nel tempo i loro argomenti (diffusi soprattutto in rete) hanno incontrato un consenso sempre crescente nell’opinione pubblica. Con la conseguenza del diffondersi di una vera e propria crescente isteria anti-vaccinale. La conseguenza di ciò è stata il calo oggettivo delle vaccinazioni. Poi il caso (o Dio) ha voluto che iniziasse a diffondersi una specie di «epidemia» (che davvero tale non è!) di meningite. Con i relativi morti. Ed infine è tornato il morbillo specie nell’adulto. Anch’esso con i suoi relativi morti. Ed ecco allora l’impennarsi puntuale e prepotente di una contro-isteria pro-vaccinale.
Qual’è allora la lezione che dovremmo trarre da tutto questo? Essa, come spesso accade, travalica la medicina, ed investe la sociologia, la politica e la cultura. Ma ancor più investe la filosofia e la metafisica. Infatti ciò che dovremmo chiederci è in che modo per davvero noi stiamo oggi vivendo; ossia in quali condizioni esistenziali, a loro volta in inevitabile correlazione con una serie di principi che vengono correntemente applicati. E qui emerge un fenomeno che sta davvero al centro di tutto ciò che abbiamo visto in forza dei fatti. Noi viviamo infatti in una condizione di perenne inquietudine ed insicurezza, che a sua volta esige sicurezze sempre più ossessive. In relazione a cosa? In relazione all’imperativo categorico che ormai tutti seguiamo ciecamente, ossia quello di vivere fisicamente sempre più intensamente e pienamente. Il che significa poi «sopravvivere» a tutto, e cioè prima di tutto alla morte (di cui la malattia è sempre un’avvisaglia). Ci troviamo così insomma di fronte ad una vera e propria malattia della nostra anima, prima che della nostra mente. Una malattia collettiva; ma molto più che «sociale».
Per questo inseguiamo sempre sicurezze ossessive; sia quando pretendiamo che i vaccini non vengano a mettere a repentaglio le nostre così preziose vite, sia quando pretendiamo che invece proprio i essi le garantiscano. E peraltro mostriamo così i segni di un’altra malattia collettiva (questa molto tipica del nostro paese): – il «complottismo». Che è poi figlio della sistematica sfiducia, nascente da quella disintegrazione della società che va mano nella mano con il survivalismo egocentrico. Noi infatti sospettiamo sempre che ci sia qualcuno che trami nell’ombra per toglierci di soppiatto e con l’inganno quello che invece ci spetta di diritto.
Dunque, tutto quello che sta accadendo non ha in fondo a che fare troppo con i vaccini, con le malattie infettive e con la medicina. Ha invece a che fare con noi tutti, ossia con la nostra consapevolezza collettiva.
Ancora una volta si tratta quindi di un campanello di allarme che ci richiama al ritorno (finalmente) alla sana ragione. Ma una ragione non priva di una capacità di sana fede. In tutti i sensi.

Qualcuno, nel mondo del Diritto, è mai giunto al riflettere su uno dei significati del famoso “sarete come dèi”, che ricorre anche nei famosi Karamàzov proprio come insidiosa tentazione satanica?

Meister Eckhart [Commenti alla Genesi, III, 201-204 p. 291-297, Bompiani 2013], sulla base di una riflessione di Maimonide [La guida dei perplessi, I, II, 15.20-17.20 p. 92-95, UTET 2009]), ci spiega questo significato. Per Maimonide la promessa del Serpente alla coppia edenica fu infatti la seguente: – “Sarete come elohim”.

Ora Elohim è Dio stesso ed inoltre anche gli esseri spirituali (angeli).
Ma corrisponde anche ai “giudici della città”, e cioè agli “uomini eminenti” che sono in possesso del potere di giudicare sul bene e sul male. Dunque uomini dotati dello stesso potere che è di Dio. Potere immensamente benefico, ma nello stesso, se male interpretato, terribile, devastante, ed a volte decisamente malefico.

Ebbene, si riflette su cose come queste nell’esaminare la psicologia di chi si presenta al concorso per magistratura? Oppure si verificano solo le conoscenze acquisite? Perché non pensare ad un test attitudinale psicologico?

Meditate gente, meditate!

Abstract.
Partendo da uno specifico stimolo intellettuale, che ci è pervenuto dallo studio dei testi di Gregorio di Nissa (Opere dogmatiche) –  la molto convincente sconfessione del concetto di «cattivo Demiurgo», in forza dell’argomento platonico costituito dalla creazione di un puro e trascendente essere ideale da parte di Dio –, abbiamo ritenuto opportuno ed utile saggiare l’ipotesi di una possibile oggettiva divergenza della complessiva dottrina platonica (pre-cristiana e cristiana) dalla dottrina propria della Gnosi. Ed anche con quest’ultima intendiamo sia quella non cristiana che quella cristiana.
A questo scopo abbiamo svolto una disamina di alcuni punti specifici del pensiero platonico (specie quello di Platone in persona), eleggendoli a criteri per la possibile differenziazione tra le due dottrine. I criteri da noi scelti sono stati sostanzialmente due: – 1) la presa d’atto dell’oggettiva negatività dell’immanenza (mondana, corporea e materiale) sulla base del valore e ruolo di norma che viene attribuito all’Idea rispetto all’Essere; 2) il concetto di «ignoranza» quale oblio di quello che è da considerare il vero essere, e cioè l’essere ideale (laddove questa difettiva conoscenza, si traduce poi, nel corso del pensiero platonico, in una vera e propria «colpa», che esige un’attiva catarsi). Specialmente in relazione a questo secondo gruppo di aspetti abbiamo constatato la fondamentalità che ebbe l’influsso orfico-pitagorico sul pensiero di Platone. E quest’ultimo elemento ci è sembrato poter costituire anche un effettivo e diretto anello di congiunzione tra Platone ed il pensiero cristiano, con il conseguente deciso sorpasso della presa di posizione gnostica.
Nel complesso, pur dovendo comunque constatare gli oggettivi momenti di contatto esistenti tra il platonismo e la Gnosi, la nostra indagine ha posto effettivamente in evidenza la sostanziale ed oggettiva divergenza tra le due dottrine. Tale divergenza può essere sintetizzata come segue: –
A) Elementi caratterizzanti il platonismo: – 1) l’evidenza di una chiara e netta presa di posizione etica verso l’immanenza mondana (nel senso della condanna), ma con i caratteri di una moderata relatività del giudizio; 2) la fondazione di tale (solo relativa) presa di posizione etica in un elemento positivo, e cioè nella valenza onto-normativa dell’Idea (con il configurarsi di un paradigmatico livello onto-ideale oggettivo e trascendente); 3) l’oggettivismo ultra-personale e universale del paradigma di essere così identificato (per via positiva); 4) la presa d’atto dell’«essere» come elemento fondamentale e vincolante di qualunque presa di posizione etica.
B) Elementi caratterizzanti la Gnosi: – 1) l’evidenza di un altrettanto chiara e netta presa di posizione etica verso l’immanenza mondana (nel senso della condanna), ma con in caratteri di una radicale assolutezza del giudizio; 2) la fondazione di tale assoluta presa di posizione etica in elemento negativo, e cioè nella supposta negazione della perfetta identità Dio-uomo da parte dell’onto-metafisica creazionista (il cui protagonista vero sarebbe proprio il maligno Demiurgo, ossia il Dio creatore testamentario); 3) il soggettivismo personalistico e privato del paradigma di essere così identificato (per via negativa); 4) il reciso rifiuto della presa d’atto dell’«essere» come elemento fondamentale e vincolante di qualunque presa di posizione etica.
Su questa base ci è sembrato che il platonismo (sostanzialmente a causa del suo moderatismo pragmatico, alieno da eccessi retorico-ideologici e da possibili deviazioni etiche) si presti molto meglio della Gnosi a configurare un’appropriata prassi etico-metafisica e religiosa. In particolare ci è sembrato che il primo sia molto più capace di accettare i limiti imposti da una del tutto realistica prospettiva escatologica (attesa paziente, entro la Storia, della «fine dei tempi»), sottraendosi così alla vera e proprio scorciatoia offerta dalla pura prospettiva apocalittica (ascesa diretta dell’uomo a Dio, con il totale rifiuto della Storia). Oltre che irrealistica (e forse addirittura farneticante) quest’ultima appare infatti essere densa di tutti i rischi connessi con un’ascesa, che la più recente storia delle idee (sostenute da moderni pensatori come Evola e Cioran) ha dimostrato poter essere sostanzialmente titanico-demonica e nei fatti quindi solo deicida.
Sulla base di tutto ciò ci è sembrato che l’eredità di un siffatto platonismo pre-cristiano (tenuto rigorosamente distinto dalla Gnosi) sia stata molto adeguatamente raccolta dal platonismo e dal neoplatonismo cristiano. Questo va affermato a causa delle motivazioni etiche or ora esposte, ma soprattutto a causa della dovuta oggettiva differenziazione dottrinaria. Queste precisazioni non tolgono comunque alcun valore alla Gnosi correttamente intesa dal punto di vista etico. Ma non intendono nemmeno negare i meriti oggettivi che essa ha avuto ed ha (da un punto di vista puramente dottrinario) nel chiarimento di aspetti della conoscenza di Dio (e della relazione tra uomo e Dio) che effettivamente, entro la metafisica dogmatica cristiana, hanno trovato un deplorevole occultamento (con l’inevitabile ingenerarsi di una dottrina lacunosa e spesso poco autentica).
N.B.: L’autore sarà ben lieto di inviare (a chi gliene facesse richiesta scritta) il testo completo (in cartaceo) dell’articolo; che consta di circa 15 cartelle.
La filosofia non è affatto uno scherzo, come invece si usava dire ai tempi del liceo («La filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale, il mondo resta tale è quale»). Non lo è di certo quando essa viene intesa all’antica, e cioè come la intendevano Socrate e Platone. I quali conoscevano bene il motto appena citato; visto che, come filosofi-tipo, si confrontavano continuamente con l’accusa di essere degli uomini ridicoli. Accusa che ad essi così spesso veniva rivolta dai così disinvolti giovani aristocratici rampanti del mondo politico ateniese. E tuttavia, quando intesa invece alla moderna, la filosofia rischia fortemente di essere per davvero uno scherzo. I filosofi odierni sono infatti molto meno credibili di quelli antichi quando si proclamano (ridicolmente) intangibili davanti alla pretesa dell’uomo comune di condizionarli nella loro così orgogliosa autarchia. Il problema, insomma, e che essi non accettano più con serena fermezza l’accusa di essere effettivamente ridicoli al cospetto di un mondo che intanto si sottrae a qualunque vera norma etica. E questo accade per il semplice fatto che i filosofi moderni sono ormai proprio coloro che stanno in prima linea nella guerra contro l’etica.
Ecco che allora, per poter ritrovare una filosofia schierata davvero in favore dell’etica, non ci resta che rivolgerci a quella antica. Il problema è però a questo punto quello di capire quando anche qui si esagera. Da questo lato, infatti, la filosofia potrebbe essere fin troppo poco uno scherzo. Senz’altro le cose stanno così per le prese di posizioni etiche della filosofia platonica e gnostica. Entrambe, com’è ampiamente noto, caratterizzate da una buona dose di pessimismo verso il mondo, ed in qualche modo anche verso lo stesso uomo.
Ma perché parlo di tutto questo? Naturalmente perché il mondo di oggi offre non pochi motivi per un siffatto pessimismo. Soprattutto però perché, diversamente dal platonismo, ai giorni nostri (almeno fino a poco fa) la Gnosi risulta essere stata tutt’altro che archiviata. Basti ricordare i così apertamente gnostici argomenti di un Emile Cioran, oltre che i deliri non poco gnostici di un Bataille (al quale succedeoggi ha recentemente dedicato un articolo). Ma Cioran e Bataille sono l’occasione migliore per constatare quanto l’etica gnostica sia capace di esagerare. Al di là dei deliri (tra dionisiaco-nietzschiano e pervertito sessuale) di Bataille, ci sono infatti da registrare le assurde farneticazioni di Cioran su un male che sarebbe costituito ben più dalla nascita che non dalla morte. Al di là di questo, però, per la verità vi sono state modernamente anche prese di posizioni gnostiche molto più equilibrate e serie (come quelle della Sofiologia russa e quelle degli studi tradizionali di uno studioso come il Viola). Ma comunque nel complesso la Gnosi tende oggettivamente a non pochi eccessi dottrinari di tipo retorico e ideologico. E senz’altro uno di questi è suo così il radicale pessimismo verso il mondo.
Ebbene, si può dire davvero che le cose stiano allo stesso modo per Platone ed il platonismo?
Non vi è dubbio che quest’ultimo si sia presentato in modo non poco strettamente intrecciato con la Gnosi. Ma non sembra che lo stesso si possa dire per Platone in persona, e cioè per il platonismo più autentico.
Ecco, con questa premessa, al cospetto dello scenario offertoci oggi dal mondo – e cioè nel nostro essere obbligatoriamente pessimisti –, dobbiamo ora porci una domanda molto simile al totòano «Siamo uomini o caporali?», e cioè questa: – «Siamo gnostici o platonici?». E se rispondiamo che siamo platonici, allora chi ascolterà i nostri argomenti vedrà che, sebbene non scherziamo affatto, nemmeno però tendiamo ad esagerare. La linea dirimente tra Gnosi e platonismo sembra infatti stare in un’etica davvero rigorosa, e quindi serena ed equilibrata per definizione. Essa è soltanto del secondo e non del primo, ossia è solo platonica (quando questo però è davvero autentico, e non è invece sbilanciato in senso gnostico). Orbene, questo genere di etica si basa su un elemento fondamentale, e cioè la valenza di norma assoluta di essere che viene attribuita all’Idea. Ma in Platone l’Idea è la più autentica delle cose, e quindi è anche la cosa più vera e la più reale. Proprio per questo Gregorio di Nissa poté sostenere – sbaragliando così le tesi della Gnosi – che non può esistere un mondo necessariamente cattivo in quanto creato da un maligno Demiurgo (come lo definisce poi anche Cioran). E questo perché la creazione divina genera solo un mondo puramente ideale, e non invece un mondo effettivamente reale. Si tratta del mondo che Gregorio ritenne essere quella prima e perfetta Creazione, entro la quale l’uomo stesso era perfetto. Così la dimensione del corpo, che poi sopravvenne a tale status ontologico, non fece altro che nascondere l’autentica natura dell’uomo, che però non per questo sarebbe svanita. Essa infatti covava ancora sotto la cenere.
Ora, al di là del fatto che si presti fede o meno a idee come queste, è evidente che tra le due prospettive esiste una differenza abissale, sia pure nell’ambito dello stesso pessimismo.
La dottrina gnostica, infatti, non offre alcun motivo di speranza, se non quella di un’attiva trasformazione ascensiva (eroico-titanica) dell’uomo in Dio stesso. Cosa che per la verità appare molto poco credibile anche al più fervente uomo di fede. Anzi gli appare decisamente blasfema.
E del resto in modo molto simile si presentava la fede gnostica nei deliri di un Bataille (e di gente simile, spesso di ispirazione non poco nazistoide). La dottrina platonica invece, nonostante il suo tangibile pessimismo, offre concreti ed abbondanti motivi di speranza. L’aspirazione è qui infatti quella di riportare il mondo reale al mondo ideale e divino. E questo prevede l’impegno attivo dell’uomo; grazie, peraltro, alla guida etico-politica esercitata proprio dal filosofo. Fu infatti esattamente questo il compito affidato da Platone a quel filosofo che, dopo essere evaso dalla caverna ed asceso al cielo ideale, era poi ridisceso tra gli uomini.
Ebbene, ecco qui davanti a noi lo scenario nella sua interezza. Davanti a tutto questo abbiamo due possibilità.
O noi decidiamo che (gnosi o platonismo) la filosofia è comunque per davvero solo una fanfaluca e una perdita di tempo; e pertanto ne concluderemo che il mondo va giudicato in base a ben altri strumenti, o addirittura va lasciato così com’è (e chissenefrega). E qui rischieremo però fortemente di essere per davvero solo «caporali» (cioè sfacciati e crudeli titani); come lo erano gli avversari di Socrate e Platone, ossia i nemici acerrimi di una filosofia effettivamente seria.
Oppure noi decidiamo che invece la filosofia – quando davvero viene presa sul serio, eppure senza esagerare (come avviene nel platonismo) – ci offre degli strumenti indispensabili per conservare la grave responsabilità che ci compete di fronte ai mali oggettivi del mondo (oggi senz’altro esponenzialmente moltiplicati).

Caro Montinari,
sono un collega e ti ho conosciuto molti anni fa in occasione di una tua conferenza alla LUIMO di Napoli. E già allora rimasi molto impressionato (negativamente) dalla sicurezza estrema con la quale facevi le tue osservazioni. Sono medico, sono pediatra, sono psicoterapeuta, sono omeopata ed omotossicologo. Ed infine sto ultimando un dottorato in filosofia. Insomma, so bene di cosa parlo.
Ed allora, con tutto il rispetto, devo chiederti questo: – perché l’hai fatto e perché lo fai?
Non vi è dubbio che sei stato tu, almeno in Italia, uno di coloro che hanno contribuito di più al calo delle vaccinazioni contro il morbillo. Dimmi, Massimo, lo ritiene davvero solo un onore e vanto?
Come omeopata, nutro naturalmente le stesse tue perplessità verso la dottrina e prassi delle vaccinazioni. Ma puoi tu dire davvero con la coscienza assolutamente tranquilla che esiste una solida ed incontrovertibile relazione di causa-effetto tra vaccinazione anti-morbillo ed una malattia come l’autismo? Puoi tu davvero con la coscienza assolutamente tranquilla offrire ai genitori dei bambini autistici delle speranze e soprattutto dei bersagli per un dolore trasformato ormai in rabbia sulla base delle tue certezze? Puoi tu davvero con la coscienza assolutamente tranquilla immergerti nell’oceano immenso del loro dolore, proponendoti a questa gente così colpita dalla sventura come potrebbe farlo solo un vero Salvatore?
Dimmi, dunque, Massimo. Permettimi. Abbiamo credo la stessa età ed abbiamo entrambi dedicato entrambi la nostra vita a questa bellissima e terribile professione. Allora dimmi Massimo, davvero non ti coglie mai nessun dubbio?
Intanto non credo che ti sia indifferente che iniziano ad esserci casi di morte per morbillo. Lo so che non si può solo per questo glorificare il vaccino come la panacea unica ed assoluta. Ma questi morti non ti dicono davvero nulla?
Un cordiale saluto
Vincenzo Nuzzo, Napoli

Vorrei proporre qui le conclusioni ultime di una mia recente ricerca metafisico-filosofica. In essa ho cercato di definire come è stato inteso il concetto di «realtà» nel complessivo percorso che va dalla sapienza metafisico-religiosa tradizionale (esposta nei testi sacri di tutte le principali religioni), alla riflessione metafisico-religiosa filosofica, per pervenire infine alla filosofia pura e laica affermatasi nella Modernità (da Cartesio in poi). Ebbene il principale elemento emerso in questa indagine è che il concetto antico di Realtà, e cioè quello decisamente metafisico-religioso, era ben più pieno di quello della pur così pragmatica (scettica e critica) filosofia moderna. Esso infatti poneva in particolare cinque elementi che sono del tutto assenti (in quanto tutti negati) entro il moderno pensiero. E tutti questi elementi facevano della Realtà qualcosa di incondizionatamente assoluto e trascendente, e quindi superiore perfino all’Essere stesso. Eccoli: – 1) Totalità di Realtà (TdR); 2) Pienezza di Realtà (PdR); 3) Realtà come onticità intellettuale, e quindi Essere incorporeo ed immateriale (IdR); 4) Realtà come atto auto-costitutivo e come tale poi creativo (AdR); 5) Eticità di Realtà (EdR). Ebbene, rispetto a tutto ciò, ho constatato che (paradossalmente) la relativa concezione offriva un’esperienza della Realtà ben più tangibile di quella offerta dalla filosofia e dalla scienza moderne. La Realtà appariva infatti all’uomo (intellettuale o meno che fosse) come un «contesto» di essere ed esistenza che, essendo incondizionabile e indiscutibile, gli permetteva davvero di sentirsi a casa sua nel mondo. E questo tanto in vita che dopo la vita.
Su questa base è emerso pertanto in modo chiarissimo l’oggettivo disvalore della concezione filosofico-scientifica moderna della Realtà. Essa è infatti largamente riduzionistica in vari sensi.
Ma in particolare lo è perché, quando è idealistica, si limita a configurare una pura gnoseologia della Realtà (nel senso che è reale solo quanto viene effettivamente conosciuto), mentre invece, quando è ben più decisamente realistica, si limita a considerare come reale solo e soltanto l’immanente (ossia l’esperibile in modo immediatamente sensibile).
Pertanto – prescindendo ora anche dal valore oggettivo degli elementi dottrinari che sono sembrati davvero paradigmatici per una piena concezione della Realtà (TdR, PdR, IdR, AdR, EdR) – in entrambi i casi viene sottratta all’uomo quella che è senz’altro la valenza principale di una tale concezione, ossia l’esperienza dell’esistere in un vero «contesto». Un contesto così fondamentale da travalicare perfino il concetto di «essere». Quest’ultimo infatti, come mostrato proprio dalla filosofia moderna più realista-esistenzialista (Heidegger, Sartre & Co), si limita alla fine ad essere appena quello che è, ossia appunto un mero concetto e non invece un’autentica esperienza.
Del resto appare destinato a fallire anche il tentativo esistenzialista di sostituire l’«essere» con l’«esistenza». Qui del tutto non a caso sconfiniamo decisamente nel nichilismo (dell’«essere-solo-per-la-morte»). Questa concezione, infatti, non solo ricade pienamente nell’immanentismo unilaterale del realismo filosofico, ma vi ricade in senso soprattutto etico, e precisamente in senso etico-negativo, ossia del tutto pessimistico. E ciò avviene tanto più quanto il realismo è autentico, ossia quando esso prende nudamente atto delle cose come stanno effettivamente sul piano dell’immanenza. Su questo piano infatti non vi è davvero scampo, e la Realtà deve essere necessariamente considerata come contesto di un totale non-senso, vuoto e morte.
Manca evidentemente un’ulteriore prospettiva, e quest’ultima è esattamente quella verticale; che ricostruisce per davvero una Totalità e Pienezza di Realtà.
È allora proprio di tutto questo che siamo stati deprivati con la concezione filosofico-scientifica della Realtà. Essa può essere pertanto razionalmente rigorosa quanto si vuole, oppure pragmaticamente realista quanto si vuole, oppure saggiamente esistenzialista (autenticista) quanto si vuole. Ma esattamente per questo essa risulterà del tutto inservibile. E il dire (come fa la Fenomenologia) che però essa serve molto al filosofo ed all’uomo di scienza, è cosa che aggiunge davvero poco. Infatti cosa sono in definitiva costoro se non uomini? E ciò ci riporta all’elemento davvero decisivo del collocarsi di un’autentica concezione della Realtà nel contesto dell’antico intendimento della Filosofia come prassi etico-spirituale.
Ebbene rispetto a tutto questo dobbiamo porci delle domande davvero radicali.
Cosa mai viene aggiunto allo scenario appena delineato dal concetto di “senso” così come sostenuto dalla Fenomenologia? Forse che una Realtà diviene più intensamente fruibile per il solo fatto di venire concepita in modo puramente gnoseologico? Il problema è qui allora esattamente quello dell’«intensità» di esperienza. Questo carattere può davvero essere attribuito alla Realtà che venga così intensivamente concepita in termini gnoseologici, da «avere un senso» solo perché noi sappiamo esattamente «cos’è» l’oggetto con il quale stiamo avendo a che fare? E forse che da tale esperienza conoscitiva possiamo allargare davvero il raggio della nostra esperienza ad una Realtà nella sua interezza che noi possiamo poi realmente sentire come un Qualcosa di tangibile che ci circonda?
Ebbene io mi sento di poter rispondere in modo decisamente negativo a tali domande. Ed ecco allora che, paradossalmente, proprio quella concezione della Realtà che più è ossessionata dall’effettiva «realtà» (nel senso di non «irrealtà») degli enti, finisce per fornirci l’esperienza meno concreta e tangibile possibile della Realtà.
L’ultima domanda che bisogna porsi è infine questa: – è forse un caso che, nel contesto del trionfo assoluto del realismo filosofico, l’esperienza della Realtà immanente sia divenuta ormai un letterale brulicare di stimoli sensoriali, e peraltro sempre più forti? Non sarà forse che proprio quando affidiamo alla sola immanenza tutto ciò che noi sappiamo della «realtà», la relativa esperienza diviene allora così deficitaria da costringerci a riempirla all’inverosimile con un’intensificazione dello stimolo sensoriale? Ebbene, qui non parla affatto il pensiero astratto, ma parlano invece la concreta esperienza storica collettiva ed inoltre anche l’ancora più concreta esperienza quotidiana individuale. Parla la tremenda sensazione di vuoto nella quale ormai tutti penosamente annaspiamo. Viene allora il sospetto che, proprio quando (anticamente) l’esperienza dell’immanenza era pochissimo intensiva (ossia povera di stimoli e fatta quindi di ampi spazi vuoti, ossia di vera e propria noia), l’uomo era in contatto con l’autentica esperienza del Reale.
Egli faceva infatti esattamente quello che fa l’homo religiosus nel concepire la Realtà, ovvero distoglie continuamente lo sguardo dall’immanenza per rivolgerlo alla Trascendenza. E così, senza che egli perfino lo voglia, la prospettiva verticale viene immediatamente ricostituita. E così la Realtà assume le dovute altezza, ampiezza e spessore. Qui dunque nessuna esperienza di vuoto è più possibile.
A questo non è necessario aggiungere più nulla. A questo punto, allora, a chi eventualmente leggerà la mia indagine, non resterà altro che prendere o meno la decisione di reclamare di nuovo ciò che così illegittimamente ci è stato tolto.
Si tratta infatti di qualcosa senza cui noi letteralmente non possiamo vivere!

Dopo ciò che è accaduto in questi giorni, a chi non è del luogo (giustamente) il nome Giugliano apparirà altrettanto raccapricciante quanto il nome Scampia o il nome Villa Literno. Ed è effettivamente così. È innegabile.
Io che però sono di qui, vorrei partire dal significato antico che ha per me il nome Giugliano; e cioè quello della leggiadra distesa a perdita d’occhio dei rigogliosi frutteti che nei primi giorni caldi di Maggio attraversavo in Autobianchi decappottabile con mio padre per andare al mare a Licola. Lungo la cosiddetta «strada degli Americani» (detta anche «doppio senso»). Giugliano era allora una distesa di immacolata natura sapientemente addomesticata dalla mano dell’uomo. E Licola era un luogo marino paradisiaco, fatto di immense spiagge bianche e di un mare cristallino in cui nuotavano gli ippocampi.
Ecco ora cosa ne è stato di tutto questo. E non ho bisogno di raccontarlo io, visto che lo hanno fatto già benissimo La Capria (Viaggi nell’Italia perduta) e Silvio Perrella (tra gli altri).
Ma si dà il caso che io ho speso una buona parte della mia vita di medico a fare il pediatra in una zona periferica di Napoli che, urbanisticamente e sociologicamente, ha le stesse identiche caratteristiche dell’immenso Oceano di Orrore in cui sono stati ingoiati luoghi come Giugliano.
E cosa io ho toccato con mano in questi lunghi anni?
Ho toccato con mano l’insidioso, inesorabile e minaccioso insorgere del male del «bullismo». Avevo iniziato a fare il pediatra all’inizio degli anni ’80, e per un po’ ebbi a che fare solo con le premesse del fenomeno. E cioè soprattutto con il suo versante ossessivo-alimentare: – bambini che già dall’età di un anno venivano inseguiti da mamme e nonne con il piatto di pasta in mano perché si lasciassero rimpinzare e infloridissero come gonfie mele rosse, allontanando così (dall’anima spaurita dei genitori) gli atavici spettri della fame, del rachitismo e della tbc. Questo era già il nucleo di un addestramento efficientissimo al capriccio per ottenere il totale asservimento degli altri all’affluenza vitale egocentrica verso sé stessi. Ed in questo modo si coltivavano già quei «fuchi» (pigri, neghittosi, tronfi e gonfi di umori malsani) che Platone aveva condannato nella Repubblica. Ma era ancora solo il nucleo, e cioè ancora nulla a paragone di ora. In fondo era solo un male tutto sommato ancora antico.
Tuttavia un nucleo è un nucleo. E così da esso poco a poco è sprigionato un progressivo crescere e deflagrare sempre più impetuoso e vertiginoso. Che intanto, all’esterno, si manifestava nell’affastellarsi di «belle palazzine»: Le quali, sostituendo le così belle muschiose case e masserie di tufo di una volta, andavano poco a poco divorando ed infetentendo la campagna. E con essa sparivano intanto ogni bellezza, ogni dimessa umiltà e ragionevolezza. Così il nucleo andava crescendo come un fetido, ripugnante e mostruoso tessuto canceroso – fuori e dentro le case, ma soprattutto dentro le anime, le menti ed i cuori. Esso cancellava minuto per minuto ora per ora giorno per giorno tutto quanto ci poteva essere di bello e di sano. Ed il parto teratologico di questa aberrante iperplasia ipertrofizzante è stato esattamente «il bullo». Un bambino cresciuto nell’assenza di qualunque limite formante, addestrato efficientissimamente alla manipolazione totale dell’altro per mezzo dell’esercizio infallibilmente efficace dell’ebbrezza orgasmica del potere illimitato. Un bambino educato con efficienza mostruosa a godere (come un tossicodipendente) di un autentico eros pervasivo del potere che ignora l’altro e lo asservisce a sé stesso come un morto oggetto. Un bambino cresciuto in un autentico culto ipertrofico di sé stesso.
Ebbene, era così lontano il limite estremo ancora da raggiungere, e cioè quello della depravazione, della perversione, del sadismo e dell’odiosa infamia?
Non lo era! Ed eccolo infatti ora davanti a noi in tutto il raccapriccio che esso sa evocare nelle nostre coscienze spaurite. Ed a che serve dichiarare ai TG che «ci è sfuggito un fenomeno gravissimo…!»? Non è stato di certo ora che ciò ci è sfuggito. Non è stato in questi anni in cui quei dieci infami seviziavano come se nulla fosse un innocente incapace di difendersi. Ciò che ci è sfuggito iniziava molto prima, e fioriva sotto i nostri occhi come un fiore malvagio con un’evidenza lampante che a nessuno sarebbe dovuta sfuggire. Cresceva tutto intorno a noi, nell’aspetto e negli atti delle persone, delle strade, delle case, dei campi, dei corsi d’acqua, del cielo, del mare.
E dove eravamo tutti noi?
Io personalmente allora sono stato in trincea, ed ho cercato di lottare contro questo mostro nemico. Ho cercato di additarlo ai genitori, ai colleghi, alle istituzioni medico-culturali, agli insegnanti. Ho fatto quello che potevo. E forse nemmeno io ho fatto abbastanza. Ma dov’eravamo intanto tutti noi: – medici, insegnanti, politici, psicologi, sociologi, giornalisti, scrittori, uomini di cultura? Dove?
Parlavamo, scrivevamo, facevamo, pontificavamo, impreziosivamo elzeviri. Ma ci siamo mai davvero misurati corpo a corpo con il mostro? Ed ora eccolo davanti a noi il Nemico, con l’impositività di una mostruosità ormai normale. «Ce ne sono tanti di casi di bullismo», diceva chissà perché ridendo una madre di Giugliano intervistata al TG.
Ma intanto dobbiamo gettare su tutto ciò anche uno sguardo ben più ampio. Il bullismo di certo non è solo fenomeno di Napoli e circondario. È espressione, amici miei – e diciamolo con parole chiarissime – del totale prevalere del Male sul Bene nel nostro mondo. È questo in sintesi, e non ci nascondiamo dietro i paroloni, le parolette e le formulette! Il Male regna sovrano. Il Male è ormai molto più di moda del Bene. Il Male è eccitante. Il Male gratifica. Il Male premia.
Ma questo, ancora una volta, non assolve affatto noi napoletani e para-napoletani. Perché qui tutto questo assume un volto ancora più significativo nella sua malvagità mostruosa. Lo leggi nel ghigno dei ragazzacci arroganti e malefici che incontri per strada, specie nelle periferie tipo Giugliano; e che senza il minimo dubbio hanno già fatto o faranno cose come quelle che hanno fatto quei dieci disgraziati. Il male qui si mescola con la feroce protervia del lazzaro, approdata ormai alla modernità ed esplosa. Corredata ormai di potenti mezzi e di orgogli vari – di abiti di griffe, ultra-telefonini, aggressivi tagli di capello alla Savastano. E confortata e nutrita ogni giorno dagli esempi atroci dei bulli di periferia più di moda, e cioè quelli delle metropoli americane e nordeuropee – i lubrichi danzanti e ghignanti, dai gestacci e mano sul pisello, mentre intorno ondeggiano e tremolano femminili culi nudi. Ma qui tutto questo si mescola con la cancerosa degenerazione urbana, con la sfacciata sfida camorrista, con la dissoluzione totale di una società discreta e solidale, con lo svanire completo di qualunque forma di costruttività.
Cosa dobbiamo fare? Piangere senz’altro. Ma anche finalmente svegliarci e guardare in faccia alla vera causa dei mali. Ne saremo mai davvero capaci?

Non cos’è «una donna», ma invece cos’è «la donna», ci dovremmo chiedere, miei cari amici e mie care amiche.
E chi ha avuto ed ha davvero coraggio ed onestà intellettuale (prima di tutto se donna), si è posto la seconda e non la prima domanda. Personalmente ne ho trattato ultimamente in due articoli (anche se un po’ alla lontana):
1) https://wordpress.com/stats/insights/cieloeterra.wordpress.com ;
2) http://www.succedeoggi.it/2017/02/trump-la-sofiologia/
Ma se quello de’ «la donna» fosse il criterio che davvero prevalesse, allora non ci sarebbero manifestazioni per l’orgoglio femminile come quelle viste ieri. Orgoglio tanto unilaterale (e quindi violento) quanto quello maschile. E soprattutto le avanguardie dei relativi cortei non sarebbero delle Menadi in reggiseno e minishorts che urlano, si dimenano e si baciano lingua in bocca. Così come i portavoce di questi cortei non sarebbero dei mastodontici John Wayne in versione femminile. No! Tutto questo non è affatto «la donna», ossia la donna (femmina) eterna, e come tale, se lo si vuole, anche naturale. Ossia quella donna (femmina) che non si può che venerare. E colpevole, mille volte colpevole, l’uomo (maschio) che osa fare di costei oggetto di qualunque genere di violenza.
Sta di fatto però che nemmeno questo violento è affatto «l’uomo», bensì invece è appena «un uomo».
Ora, l’articolo indeterminativo «un» sta in entrambi i casi per uno stato sociale di atomizzazione e disintegrazione.
In questo stato la società si definisce infatti non più come corpo unitario, ma invece come una sorta di mostruoso ermafrodito scisso già esternamente negli attributi sessuali maschili e femminili entrambi presenti. Essi insomma non sono più destinati a confluire in unione, ma invece sono destinati ad essere esposti così come sono – come quelle teste di decapitati che, un tempo, poste sulle picche stavano a testimonianza di un orrore che doveva educare. E così, in questo stato sociale disgregato nei suoi elementi fondanti (ma non più ricondotti ad unione) possono esistere solo degli atomi, ossia degli “uno”. Laddove l’”uno” così inteso non è affatto il vero uno, ma è invece appena quella parte che, orgogliosa della sua circoscritta e soffocante unità, non solo contraddice il Tutto (il vero Uno), ma anche si pone in fiero conflitto con esso. E però la faccia nascosta di questo orgoglio militaresco è però la disperazione. E con essa vanno una tremenda debolezza e miserevolezza impotente. Una spaventosa incapacità di capire e di agire.
E dunque un miserevole e disperato “uno” è l’uomo (maschio) che picchia o sfigura la donna (femmina). Ed un miserevole e disperato “uno” è anche costei stessa. Ma non tanto quando subisce la ripugnante violenza maschile, bensì proprio quando si costituisce nel suo orgoglio unilaterale. Conseguentemente, allora, sarà violenta anche la retorica vagamente pacificante che ella adotta in queste occasioni. Si dichiara allora ai TG: – «Gli uomini (maschi), che giustamente vengono accusati qui di essere dei boia, vengano alla nostra manifestazione. Perché così si cospargeranno il capo di cenere e la pace finalmente comincerà». Ma chi parla qui è «una donna», e non «la donna». E quindi questo è un grido di guerra e non di pace. Ad esso potrà allora rispondere solo «un uomo» e non invece «l’uomo», e quindi un altro grido di guerra.
E di conseguenza l’uomo (maschio) che farà per davvero quello che gli è stato chiesto dalle donne in marcia (e quindi parteciperà alla manifestazione), può essere solo due cose: – o è un ipocrita oppure è un quaqquaracquà. Ben più coerente ahimè sarà invece l’uomo (maschio) che dichiarerà ai TG: – «Le donne (femmine), che qui vengono accusate di essere delle boia, vengano alla nostra manifestazione. Perché così si cospargeranno il capo di cenere e la pace finalmente comincerà».
Come si vede, non se ne esce. Perché in un caso e nell’altro l’appello è (in pectore) veramente rivolto all’individuo caratterizzato dal stato del «la» o «lo», e non invece di «una» o «un». Però il messaggio è formulato malissimo. Per cui a presentarsi per davvero saranno soltanto degli «uno». Ma con le mazze in mano. E fatalmente la guerra ricomincerà.
Allora smettiamola un po’ tutti di fare gli imbecilli demagoghi, e guardiamo piuttosto alle vere cause della condizione in cui ci troviamo (nel caso specifico la violenza contro le donne). Le vere cause stanno nella totale disintegrazione della società. Ed è evidente che i colpevoli non sono affatto quelli che da un lato e dall’altro vengono identificati.
Ma comunque corresponsabili di questo lo siamo tutti, donne (femmine) e uomini (maschi). E lo siamo tanto più quanto più mostriamo i muscoli. Ben più onesta e costruttiva sarebbe quindi semmai una comune ammissione di colpa.
Quello che è certo è che questa guerra da scimmie stupide non serve a nulla ed a nessuno.

Un mattino, un Dio senza Volto e senza Nome mi disse (trasparendo come un’ombra attraverso le tremolanti acque limpide delle parole di Meister Eckhart):…..
«Devi disporti, figlio mio, sul dorso di un tempo infinito, infinitamente esteso, il mio tempo. È un tempo che non conosce accorciamenti per mezzo del desiderio, che non conosce contrazioni, che è solo interminabile dilatazione. Non attendere più, significa non agire più al cospetto del tempo, non andargli più incontro. Ma lasciare che invece esso ci rapisca e ci porti in groppa con il suo lento caracollare. Non è un correre. Il tempo non corre, ma sempre solo lentamente passa. Arrendersi al tempo è il principale modo per far cessare il desiderio. Ed il desiderio è ciò che uccide.
Non importano le tue ricadute, non importano i tuoi peccati, non importano le tue disperazioni (il tuo sempre rinnovato sprofondare nell’orrore), se questo non inficia il tuo lasciarti cadere in me, in questo mio tempo, tempo solo mio. L’arraffare, per lo spazio insignificante di un attimo, qualche misero e mortale oggetto, per me non significa nulla.
È qualcosa che dura appena lo spazio miserabile di un attimo. E subito dopo, appena oltre l’orlo del corto evento, trabocca nuovamente nell’abisso. Ciò che importa è trasfigurare l’abisso: trasfigurarlo in me, nell’Essere! L’importante è trasfigurare il mostro divorante del tempo.
E dunque alzati al mattino e vivi serenamente, senza attendere più nulla. Fallo come se stessi andando verso un nulla. Fallo come se non stessi facendo nulla. Fallo passivamente. Fallo lentamente, con implacabile ed imperturbabile serenità, lasciandoti cadere in ognuno degli attimi che intanto si susseguono. Come se ognuno di essi dovesse essere l’unico ed il solo. Essi in tal modo scivoleranno sotto di te, invece di ingoiarti come un’onda. Non anticipare l’attimo e gli attimi successivi. Appena lo fai, il tempo si trasforma di nuovo in abisso. Ed allora esso ti lascerà cadere, invece di sorreggerti. È l’attendere che ti espone al nulla. Ma dato che hai me, tu ora puoi rinunciare al nulla.
Io, l’Essere, ti sorreggo».

ABSTRACT
In questo articolo esponiamo alcuni tra i più fondamentali principi filosofico-metafisici che possono e debbono essere posti alla base di una concezione dell’uomo. Tali principi ci sembrano adeguati allo scopo di sottrarre la moderna scienza medica dalla sua incondizionata sottomissione alle scienze empirico-sperimentali della natura nel concepire l’oggetto del proprio studio e della propria prassi, ossia appunto l’uomo. In particolare infatti l’uomo viene oggi definito dalla medicina come un ente totalmente immerso nella natura, e quindi definibile di fatto solo in relazione alla sua composizione materiale-elementare. Non sfuggono del resto a questo vincolo nemmeno le aree della scienza medica che più si pongono in relazione con le cosiddette «scienze umane», discipline che però anch’esse ricadono interamente nei limiti della moderna scienza naturale. Ed in una certa misura rischiano di non sfuggirvi nemmeno le aree della scienza e prassi medica che si sforzano di definire sé stesse al di fuori di questo paradigma (medicina «naturale» o «alternativa»)
A nostro avviso dunque la concezione medica moderna dell’uomo può essere definita in ragione della grave carenza che la caratterizza; dato che i suoi fondamentali punti di riferimento dottrinari non danno in alcun modo ragione della natura effettiva (ossia essenziale) dell’ente denominato “uomo”. L’elemento più fondamentale di tale carenza ci è sembrato essere soprattutto una concezione davvero totalizzante dell’uomo, ovvero una visione di insieme che effettivamente sia in grado di dirci «chi» e «cosa» è l’uomo ultimamente. E per questo ci è sembrata di importanza capitale la definizione (filosofica prima e metafisico-religiosa poi) dell’uomo come un ente solo a metà immerso nella natura, ma per l’altra metà assolutamente trascendente.
Su questa base abbiamo esaminato tre aspetti particolarmente significativi delle dottrine filosofico-metafisico-religiose dell’uomo; aspetti che equivalgono poi anche a tre successivi momenti (dall’alto in basso) della relazione verticale che unisce la natura trascendente e la natura immanente dell’uomo. Questi tre fondamentali aspetti e momenti vengono però di fatto tenuti presenti in modo costante (sebbene solo inconsapevolmente) da parte della scienza medica, nello studiare quella relazione dell’uomo con l’ambiente che può essere osservata nella sua dimensione verticale (dalla psiche, al corpo, ed infine al mondo) così come nella sua dimensione orizzontale e radiale (dal centro alla periferia).
Il primo aspetto-momento esaminato è stato quello dell’Uomo primordiale e paradigmatico (Adam Kadmon), nel quale si riflette interamente l’essenza divina. Tale entità può quindi essere posta alla radice del concetto di uomo come essenzialmente intellettuale che è stato poi costantemente presente nell’intera tradizione filosofica occidentale. E dovrebbero essere fondate proprio su questo tutte le teorie dell’interezza psico-fisica umana (psicosomatica)
Il secondo aspetto-momento esaminato (strettamente in relazione con il primo) è stato quello del Soggetto come punto di partenza della conoscenza ed anche perfino della creazione del mondo (onto-generazione dinamica). Abbiamo qui esaminato le strettissime interrelazioni esistenti tra la prima valenza, puramente conoscitiva (Idealismo filosofico), e la seconda valenza invece francamente onto-generativa (Idealismo religioso). Ed entro tale conteso abbiamo preso in considerazione in particolare le gradazioni esistenti sulla linea che unisce le concezioni più e meno integrali della relazione tra Conoscenza (soggetto cosciente-conoscente) ed Essere (oggetto, mondo e Natura).
Il terzo aspetto-momento esaminato è stato quello del mondo stesso (conosciuto o anche creato), ossia la Natura.
E qui abbiamo constatato la piena disponibilità (specie nel sāṃkhya) di una dottrina metafisica in grado di collocare nell’immanenza mondano-naturale gli aspetti più pienamente metafisici dell’uomo, senza che però essi debbano essere sottomessi ad alcun riduzionismo. Questo ci è sembrato pertanto il luogo dottrinario più adeguato per portare a compimento lo svincolamento della concezione medica dell’uomo dall’imperio oppressivo delle scienze naturali empirico-scientifiche.
Nelle conclusioni abbiamo infine sottolineato l’importanza rappresentata dal tenere conto di tutti questi aspetti metafisici (della definizione dell’uomo) soprattutto allo scopo di contrastare la tendenza moderna della scienza medica ad essere in primo luogo tecnologica.
NB: A chi gliene farà espressa richiesta scritta, l’autore sarà ben lieto di mettere a disposizione in copia cartacea il testo integrale di questo articolo (che è di 15 cartelle)

ABSTRACT:

In questa ricerca siamo partiti dall’esposizione del pensiero cabalistico fatta da Scholem [Gershom Scholem, La Cabala, Mediterranee, Roma 1982], considerandola in particolare come possibile modello filosofico-metafisico del concetto di «emanazione» divina.
Ci sembra infatti che quest’ultima si trovi nella sua pienezza dottrinaria proprio entro la Cabala; più precisamente in quella meno toccata dal pensiero filosofico, e quindi più intuitivo-contemplativa e visionaria. Il nucleo più intimo del concetto di emanazione sta infatti nell’idea che la manifestazione dell’Ein-Sof (Uno divino) in entità sefirotiche è in realtà totalmente interiore alla realtà divina, e quindi solo apparentemente esteriore. Una volta però che ci si rappresenti comunque la sequenza manifestativa delle Sefirot (sul piano della discorsività filosofica dianoetica), l’immanenza intra-divina di queste ultime viene comunque ben rappresenta dal concetto di ininterrotta «continuità» tra Principio divino ed entità emanate. E la continuità sta poi nella sua pienezza solo in una dinamica quanto più unitaria possibile, e cioè quella fluente (da noi denominata “liquida”). Inoltre è solo in tal modo che si configura un davvero pieno onto-dinamismo che parta dal Principio manifestantesi. Pertanto i caratteri di «continuità» ed «onto-dinamismo» (nella loro pienezza) appaiono essere tipici dello stesso concetto di emanazione nella sua pienezza. Ma siccome l’onto-dinamismo pieno deve essere considerato il compimento integrale di qualunque dottrina della «produzione di essere» (Principio come Causa) e della «creazione», allora risulta chiaro che la dottrina integrale dell’emanazione va considerata assolutamente paradigmatica per qualunque concezione dell’azione onto-generativa (genericamente principiale o divina che sia).
Nell’introduzione abbiamo comunque cercato di collocare il concetto di emanazione entro lo stesso scenario storico in cui si formò il pensiero cabalistico – constatando così la sua intima prossimità a Cristianesimo, Ellenismo pre-cristiano ed Islam, specie per l’intermediazione della Gnosi. Abbiamo anche poi cercato di seguire il concetto di emanazione nel cammino da esso fatto anche nel pensiero moderno (da Spinoza in poi).
Partendo da tali presupposti abbiamo esaminato la tesi emanatista nei suoi specifici aspetti (dinamismo liquido, unità dinamica, nulla divino, «in principio») emergenti nel contesto della dottrina cabalistica esposta da Scholem. Successivamente abbiamo poi raffrontato tali aspetti, insieme alla tesi più generale, con il pensiero neoplatonico non-cristiano (Plotino, Proclo) e cristiano (Eckhart). Lo schema di pensiero di Proclo si è rivelato qui di fondamentale importanza; e ciò in quanto tendenzialmente opposto a quello dell’emanazione fluente. In ogni caso abbiamo anche discusso la dimensione neoplatonica dello stesso pensiero cabalistico.
In conclusione abbiamo constatato che il concetto di emanazione può essere colto nella sua pienezza solo se non si prescinde dalla sua concezione integralmente contemplativa (che è poi anche largamente misterico-esoterica). Esso pertanto può e deve essere discusso anche sul piano del logos puramente filosofico. Ma non esclusivamente, altrimenti si perde la possibilità di coglierne davvero la più intima essenza. Cogliere quest’ultima implica però qualcosa di più che la pienezza dottrinaria. Essa implica infatti la preziosa possibilità (sorpassando così qualunque aporia filosofica) di vivere la dottrina dell’emanazione sul piano dell’esperienza religiosa.
La solo apparente contraddizione (appena logico-analitica) esistente tra l’assoluta manenza del Principio in sé stesso e la sua (invece) piena manifestazione esternalizzante, si traduce in realtà nella ben più rilevante esperienza di un Dio che è tanto più presente quanto più invisibile. E questo richiede da parte del soggetto umano conoscente e credente una presa di posizione che trasfigura totalmente il suo modo di essere.
La Cabala, infatti, come ben illustrato da Scholem, per quanto profondamente mistico-contemplativa, è stata sempre (aldilà di alcuni suoi eccessi) una dottrina utile soprattutto al vissuto pieno e concreto del divino sul piano mondano. Naturalmente si è sempre trattato anche di una dottrina escatologica ed ancor più apocalittica; in quanto in essa è stato sempre pienamente espresso il mandato divino all’uomo di riportare (presto o tardi) il cosmo alla perfezione originaria (ossia alla riunificazione al Principio divino). Ebbene in tutto questo consiste senz’altro l’intendimento centrale della Cabala, nonostante le sue varie oscillazioni storiche. Tra queste ultime lo studioso pone bene in luce alcune devastanti derive messianico-apocalittiche (come i movimenti shabbataico e frankista) ma anche l’assolutamente pregevole dottrina ḥassidica, o chassidica (Ba’al Shem Tov). E riguardo a questa dottrina va assolutamente segnalata anche la splendida trattazione di Martin Buber [Martin Buber, Il messaggio del chassidismo, Giuntina, Firenze 2012].

Che Edith Stein possa, ed anzi debba, essere considerata estremamente prossima all’Ebraismo religioso, è cosa che ad un uomo di cultura media può ben apparire perfino lapalissiano. E del tutto a ragione. La pensatrice, infatti, nacque e si formò entro una cultura ebraica, ed inoltre sviluppò la sua visione filosofica sempre più in senso metafisico-religioso.
Di certo, come ebrea, ella fu sostanzialmente un’agnostica – come del resto allora moltissimi intellettuali della sua stessa cultura. Ed inoltre perfino si convertì al Cattolicesimo, e per di più si diede alla vita monastica.
Tuttavia come può essere ignorato che dopo, se ella non rinnegò tutto questo, comunque fece in modo che non potesse intralciare la sua scelta assolutamente eroica, ossia quella di condividere fino in fondo il destino del suo popolo? Naturalmente l’anti-semitismo nazista non aveva atteso che ella prendesse queste decisioni per far sentire anche su di lei il suo peso schiacciante. Molto presto infatti ella fu allontanata da qualunque forma di insegnamento. Eppure, sia il suo stato di religiosa cattolica sia anche l’opportunità che ebbe di lasciare la Germania, avrebbero potuto ben proteggerla dagli ulteriori tragici sviluppi della condizione nella quale si era venuta a trovare come ogni ebreo tedesco. Ebbene, ella non volle. Anzi i passi che fece poi (specie la fuga ad Echt, in Olanda, per soccorrere la sorella anche lei fattasi suora) la spinsero molto direttamente verso Auschwitz. Ma lei era stata ben consapevole di quella che fu una vera scelta volontaria, come dimostra ciò che scrisse nella sua biografia in riferimento alle esperienze fatte a Münster nel 1933: – «Ma in quel momento di colpo si accese una luce dentro di me, ed io vidi che ancora una volta Dio aveva posto pesantemente la Sua mano sul Suo popolo […], ora la Sua Croce era stata posta sul popolo ebraico».
Scriveva questo nel 1938.
Non è difficile pensare che i fatti, e soprattutto le sue decisioni, la mettessero allora – rispetto ad un passato che ella stessa aveva considerato senz’altro in qualche modo superato (sebbene mai rinnegato) –, in una posizione di colpo sensibilmente diversa. E come non pensare, dunque, che ella avesse fino ad allora serbato costantemente (nella sua mente, nel suo cuore e nella sua anima) un’appassionata fedeltà alla storia, al popolo ed alla cultura alla quale apparteneva? La sua conversione, insomma, non può essere affatto essere considerata un’apostasia. Sebbene proprio così venga considerata ancora oggi in molti gli ambienti ebraici (nei quali il solo fare il suo nome è una bestemmia!).
E del resto le cose non vanno meglio nemmeno in alcuni ambienti ultra-cattolici, che non hanno mai digerito la cattolicizzazione di un’ebrea (giungendo poi fino alla sua santificazione). Infine non bisognerebbe mai dimenticare il vero e proprio scandalo del gelo silenzioso che riscosse in Vaticano la sua accorata lettera, invocante una chiara presa di posizione contro le persecuzioni anti-semite.
Insomma, cosa mai vieta di pensare che, nel corso della sua intera vita (a margine della filosofia rigorosa e laica, ed a margine anche della sua vita da religiosa cattolica), Edith Stein abbia comunque coltivato un interesse per la cultura religiosa ebraica? A nostro avviso assolutamente nulla lo vieta. E la cosa interessa molto da vicino la filosofia. La filosofia però vuole documenti e non congetture. E quindi, siccome questi documenti (per ora) non ci sono, non sarebbe mai disposta ad avallare la tesi di un’ipotetica prossimità tra il pensiero steiniano ed i testi religiosi ebraici.
Tuttavia però – prescindendo anche dalle suggestioni che possano venire direttamente dai testi della pensatrice – sta di fatto che, quando si legge la letteratura religiosa ebraica (e perfino quella più estremista in senso contemplativo ed esoterico, come quella cabalistica), si ritrovano (a posteriori) delle tracce di prossimità che non possono indifferenti.
Si tratta di prossimità a volte molto generiche, ma a volte invece anche davvero impressionanti.
Ebbene, dopo lunga esitazione, ci siamo finalmente decisi ad esporre queste prossimità nell’articolo che qui presentiamo. A dire il vero non sappiamo se vi sarà mai una rivista di filosofia disposta a pubblicarlo, ma comunque abbiamo fatto un tentativo in tal senso. E staremo a vedere.
Qui vorremmo dunque sintetizzare i punti di questo articolo, nei quali ci è sembrato di poter riscontrare le prossimità più significative tra i testi religiosi ebraici ed alcuni aspetti del pensiero steiniano. Diciamo subito comunque che non si tratta solo di Ebraismo, ma di un insieme di sfere di sapere (Gnosi, Cristianesimo, Sofiologia greco-russa, Islam, ed Ellenismo non cristiano) che appaiono essere stati sempre profondamente intrecciati. Ed il baricentro di tale intreccio appare essere stato proprio la Gnosi (unita al pensiero platonico); alla quale poi si ricollega direttamente l’immagine di quella Sophia, o Sapienza Divina in persona, che più si lascia accostare all’opera steiniana. Come dimostriamo sulla base di diversi studi, infatti, l’Ebraismo religioso-esoterico costituì il perno stesso, intorno al quale ruotò fin dall’inizio l’intera dottrina gnostica. E ne sono prova gli stessi libri biblici, che concernono abbastanza direttamente la Sapienza Divina (Sapienza, Giobbe, Proverbi), ed inoltre la figura davvero cruciale del Re Salomone.
In ogni caso la Stein sentì direttamente la necessità di occuparsi della Sapienza Divina nella forma di un Femminile paradigmatico. Lo fece occupandosi del tema della donna nel corso di una serie di conferenze, che poi sono state raccolte postume nel libro della Herder dal titolo Die Frau. Per quanto oggi tutto questo possa suonare perfino un po’ provocatorio, la sua tesi in queste conferenze fu che il paradigma stesso dell’«anima femminile» è sostanzialmente umano-divino, ossia risiede nella Vergine Maria. Ma se questo non viene riconosciuto, allora l’anima femminile sprofonda in sé stessa, ossia in una naturalità immanente davvero estrema.
Ma l’intera metafisica religiosa, di cui parliamo qui, ha sempre riconosciuto la Sapienza trascendente proprio in questa Persona divina. La Sapienza Divina è però anche quella che crea mondi, e quindi la sua personificazione femminile è mediatrice per definizione: – dall’alto verso il basso, così come dal basso verso l’alto. È per questa complessiva via che la religiosità ebraica diviene qui attuale, specie per mezzo della dottrina cabalistica dell’emanazione del Principio divino (Ein-Sof) attraverso le Sefirot. Ma in questa così sofisticata (spesso astrusa) dottrina, l’emanazione (una creazione non letteralmente volontaria ed incentrata sull’esondazione di una Fonte sovrabbondante) ha tre valenze molto concrete: –1) l’amore bruciante; 2) la natura energetica dei suoi prodotti (più «forze» che non «enti»); 3) la manifestazione carnale, sociale e storica.
È per questo che tale dottrina si è di fatto sempre tradotta in un panteismo, ossia nell’affermazione di un mondo inteso come impregnato di divino. Ma tutto questo si lascia in fondo ricondurre ad una posizione filosofica che ha poi caratterizzato fortemente Edith Stein; e cioè quell’idealismo che ha sempre sfiorato abbastanza da vicino le dottrina dell’emanazione e della creazione, pensando all’Io cosciente-conoscente come un Soggetto generante mondi reali.
È stato sulla linea di questi concetti che abbiamo tentato di trovare le prossimità a ritroso dalla religiosità ebraica al pensiero di Edith Stein. Ed in alcuni casi le suggestioni indotte dalla Cabbale sono state davvero intense.
Intensa è stata la suggestione relativa alla grande insistenza della pensatrice sulla natura integralmente spirituale dell’anima e dell’uomo stesso. Ed entro la Cabala lo Spirito è da un lato il Pneuma divino stesso (il Soffio), e dall’altro è l’Adamo originario nella sua perfezione (Adam Kadmon), un corpo che altro non è se non lo spirito stesso. Intensa la suggestione è poi stata quella relativa alla dottrina cabalistica del «corpo astrale» (zelem), quale animicità intermedia rispetto al corpo e nello stesso tempo quintessenza dell’unicità irripetibile che caratterizza ognuno di noi.
Ecco. Di più qui non possiamo dire sull’articolo. Speriamo solo, con questa ricerca, di aver contribuito non solo a far comprendere meglio una grande pensatrice, ma ancor più a superare, grazie alla sua opera (di pensiero e di vita), le assurde barriere che purtroppo ancora dividono il mondo.
Complice, ahinoi, spesso anche la Filosofia.

Abstract.
In questo articolo abbiamo cercato di mostrare l’esistenza nel sapere Gnostico di una definizione assolutamente positiva della filosofia (in termini di giudizio di valore), ma senza che ciò esiga alcuna netta distinzione del suo ambito da quella del pensiero religioso e della fede. In particolare qui la filosofia viene definita identica alla “Sophia”. Questo concetto risale direttamente al chiarimento della sua essenza da parte di Platone. Laddove di esso venne formulata una definizione rigorosamente filosofica, ma senza nemmeno in questo caso ridurne la valenza profondamente religiosa. Il concetto di “Sophia” assunse però nella Gnosi un significato ben più ampio e cioè personologico-divino (precisamente femminile). Tale entità è stata definita poi in modo molto simile nella Sofiologia greco-slava (specie russa) e nella Mariologia cattolica – come Madre di Dio e Vergine Maria –, sebbene il suo paradigma dottrinario vada riconosciuto nella Gnosi più integrale. Parte dei significati sottolineati da quest’ultima sono rimasti comunque intatti anche nella riflessione patrologico-greca dalla valenza più intensamente gnostica; con vertice in Clemente, Origene e Evagrio Pontico, ed in maniera ben più attenuata in Gregorio di Nissa.
In tutti questi ambiti dottrinari la “Sophia” è apparsa comunque fortemente legata alla dimensione dell’
conoscitivo; approssimandosi così fortemente al concetto di filo-sofia così come coniato proprio in Platone.
Tale significato fu poi ripreso molto direttamente nelle riflessioni visionarie dell’Apostolo greco-slavo Cirillo, e successivamente nella dottrina di Solov’ëv.
Su questa base abbiamo indicato nella Gnosi un ambito di sapere nel quale compare una valutazione di positiva della filosofia (unitamente alla precisa definizione appena illustrata) che risalta fortemente rispetto a due valutazioni-definizioni storiche diametralmente opposte della disciplina. La prima posizione è quella maturata nel contesto di un pensiero che non si è mai divincolato dall’opposizione radicale tra Ragione e Fede. E così in tale ambito la filosofia (svalutata o ipervalutata che fosse) appariva comunque nettamente distinta dalla sfera religiosa. La seconda posizione è quella sviluppatasi nell’estremo pensiero moderno (dopo l’Idealismo e la Filosofia analitica). Essa sostiene ormai una totale svalutazione della filosofia, in quanto accusata di indebolire un realismo scientifico-etico e naturalista (assolutamente laico) che invece dovrebbe essere considerato assolutamente vincolante.
In questo senso ci sembra pertanto che, indipendentemente dalla piena condivisione del pensiero gnostico, quest’ultimo offra comunque a noi tutti la preziosa possibilità di giudicare positivamente la filosofia, assegnando così ad essa il ruolo che merita, ma senza incappare in alcuna rigorosa opposizione tra la sfera della Ragione e quella della Fede.
NB.: L’articolo consiste in 12 pagine. L’autore sarà lieto di fornirne (per posta) una copia cartacea a chi gliene facesse richiesta scritta.
Ho finito appena di ri-leggere L’età della ragione di Jean-Paul Sartre. Come accade spesso con questo genere di libri, io l’avevo letto in piena adolescenza ma solo a metà. Troppo angosciante per le mie inquietudini di allora. Però non mi ero mai rassegnato a fargli fare la fine del classico libro da collezione delle buone case borghesi – quella di non venire mai aperto. E così l’ho riletto e finito.
Il libro fa chiaramente emergere il Sartre esistenzialista. Sicuramente, insieme a Heidegger, uno dei maggiori. Ma diversamente da quest’ultimo, toccato direttamente dalla vita e dalla storia. Invece di mettersene scaltramente in salvo troneggiando sulla cattedra ed aspirando ad essere il Guru di una nuova era, tragica quanto eroica.
Ebbene, in tale costellazione, due sono le questioni (e forse domande) che il libro di Sartre lascia emergere: – 1) quella del senso e ruolo dell’esistenzialismo filosofico; 2) quella del perché si scrive e perché si legge un libro.
Partiamo dalla prima. Un libro oggettivamente devastante come L’età della ragione pone il lettore medio – non-raffinato e non-cinico letterato, quale io credo di essere – davanti alla terribile domanda circa la ragione di esistere di una simile letteratura. Che è poi la letteratura moderna nella sua più concreta essenza – fatta per descrivere l’autenticità esistenziale fino appunto alla «nausea». A volte poi (Joyce, Aragon) si aggiungono anche scelte stilistiche di scuola che spingono la materia narrativa in una tale astrusità da dover necessariamente scoraggiare il lettore appunto «medio». E diciamolo pure, in un certo senso letterariamente «ignorante». Non esito ad ammetterlo anche per me stesso.
Eppure un libro come questo merita, senza il minimo dubbio, di essere letto. Poco male se esso può spingerci sull’orlo del suicidio (com’è accaduto a me ieri sera dopo averlo chiuso). Il che implica che allora merita anche di essere scritto. E quindi Sartre non ha fatto male a scriverlo.
Proprio qui emerge allora l’«esistenzialismo» – filosofico solo nella misura in cui esso è autentico, e quindi reale, vissuto, prosaico, comune, umano. Insomma dell’uomo della strada. Io, tu, voi.
L’esistenzialismo ha insomma avuto il grande merito di dire finalmente tutto ciò che bisognava dire sull’esistenza, ossia sulla vita come tutti noi la viviamo nei fatti. E la vicenda di Mathieu, narrata in L’età della ragione, è emblematica di questo. Eccone solo alcune battute testuali, per realizzare come ciò che vive il personaggio è esattamente quanto tocca vivere ad ognuno di noi. Specie quando, con il procedere dell’età, si ritira e svanisce il tessuto smagliante della leopardiana giovanile illusione, lasciando così scoperta la sordida superficie non tanto della devastazione portata dagli eventi quanto della devastazione portata dalla percezione della nostra personale e sostanziale bassezza.
Chi aveva fatto della sua intera vita il culto stesso della «libertà», si accorge quindi che quest’ultima è tanto più priva di senso quanto lo è soprattutto la vita che la sorregge. Una vita che fatalmente procede fino al punto in cui si deve constatare: – «… è finita. Non aspetto più nulla»; «…ho finito col perdere il senso della realtà: non c’è più una cosa che mi sembri completamente vera»; «Chi sono? Che ne ho fatto della mia vita?». Di fronte a costatazioni così definitive Mathieu (l’uomo ormai «fregato») scopre che non si tratta di nulla di eclatante o tragicamente grandioso, ma invece appena di una prosaica miseria e sconfitta, pura normalità. Dopo la presa d’atto della quale non si può fare altro che vivere e basta («lasciarmi vivere»). L’autenticità è proprio questo presente ormai interamente prosaico. È il futuro ormai definitivo che spegne per sempre la tensione dell’«antico avvenire» dell’attesa giovanile. E l’esperienza che qui si fa è quella della pienezza assoluta del «nulla» terreno e del suo «vuoto» (il disfarsi del fascio delle cose intanto restate intatte ed ormai impassibili). Solo qui, dal futuro che guarda al passato, si comprende il senso dell’espressione destino: – «…la mia vita non è più che un destino». Ed è esattamente questo che significa anche l’espressione libertà – stare totalmente davanti a sé stesso, e completamente solo in quelle decisioni in cui nessuno può sostituirci. Dunque «libero in tutto». Era esattamente questo il motivo per cui, in Dostoevskij, gli uomini deponevano ai piedi del Grande Inquisitore quella terribile libertà della quale non sapevano che farsene. E così l’«età della ragione» consiste semplicemente nella costatazione che qualunque epicureismo o stoicismo non sono altro che il poter e voler gustare un’esistenza necessariamente sempre «fallita».
Così noi viviamo, e per questo viviamo. Non vi è dubbio!
Ma sta di fatto ciò che l’esistenzialismo ha gridato ai quattro venti, per mezzo della «letteratura» – cioè per mezzo dei testi che finiscono nelle mani di tutti, e cioè «i libri» quale narrativa (almeno fino ad un po’ di tempo fa) –, lo avevano già detto ben più sommessamente Platone, i neoplatonici, e soprattutto la Gnosi. Non a caso uno dei due versanti della filosofia di Platone può e deve essere considerata esistenzialismo puro. L’idealismo puro ne è solo l’altro versante. Ed è proprio per questo che egli è stato sempre accusato di «dualismo». Come del resto gli stessi gnostici. Accusati semplicemente perché dicevano la pura e semplice verità circa l’esistenza mondana. Nel mentre intanto suggerivano l’alternativa ultra-mondana
Ebbene, cosa resta oggi di tutto questo? E qual è allora il senso di una «letteratura» narrativa che si pone naturalmente nel solco dell’esistenzialismo?
Resta l’oblio di tutto quanto anticamente era stato vissuto, pensato, scritto e descritto. E compagna inseparabile di tale oblio è la Storia. Imperiosa e dominante quanto non mai. È la Storia colei che parla attraverso ciò che rende libri come questi un’esperienza ai limiti dell’intollerabile. La Storia come oblio dell’atto di esserci interamente consegnati ad essa. Dimenticando che noi (esistenzialisti) sentiamo, pensiamo e diciamo quello che sentiamo, pensiamo e diciamo, sostanzialmente perché siamo convinti (come l’imperio della Storia ci suggerisce) che al mondo non ci sia altro che questo. Insomma siamo fermamente convinti che ci sia solo il piano dell’esistenza (essere-esistente), e non invece anche il piano dell’ideale (essere-ideale). Ebbene, la consapevolezza simultanea di questi due piani era esattamente ciò che proteggeva l’integrità psico-fisica dell’uomo antico. E forse proprio per questo le durissime verità circa l’esistenza potevano essere pronunciate anche solo sommessamente, all’interno di circoli filosofico-iniziatici. Esse non avevano alcun bisogno di essere gridate ai quattro venti, come un indegno segreto che vada assolutamente svelato, come un bubbone che vada inciso o vada fatto scoppiare.
Ma oggi le cose si sono abbastanza complicate anche rispetto al tempo in cui Sartre scriveva questo libro (contemporaneamente alla guerra di Spagna e poco prima della II Guerra Mondiale). Anche se la condizione umana descritta è esattamente la stessa.
E cosa abbiamo oggi dunque in più, accanto alla bi-valente saggezza gnostico-platonica ed alla lucida quanto disperata autenticità esistenzialista? Abbiamo il menefreghismo cialtrone ed auto-soddisfatto, ossia quello che ci lascia crogiolare nel puro «divertimento» a qualunque livello.
Da quello della fruizione di libri o semplici scritti (senza alcuna profondità e pretesa, nonostante la loro apparente sofisticatezza), a quello della fruizione dei più disparati piaceri. Inevitabile allora l’insorgere di un atteggiamento di «scrittura», e connessa «lettura», che è ormai completamente diverso da quello che ho descritto con L’età della ragione. Insomma non ci si chiede più perché mai è stato scritto un libro che fa così tanto soffrire, e perché mai poi lo si sta leggendo. Non lo si legge e basta (anche se lo si legge)! O meglio lo sostituisce con ben altre letture. Oppure infine non si legge e basta – perfino quando si ha un testo davanti. Ed esattamente lo stesso di può dire dello scrivere. Dunque il corrispettivo speculare di tutto ciò può dunque essere una «letteratura» del tutto disinibita, del tutto leziosa (perfino quando descrive ciò che lo stesso Sartre descrive), del tutto calcolante (infallibilmente fiutante il ricavo prodotto dal sapiente titillamento dell’edonismo).
Ecco tutto. Non credo proprio di aver contribuito in alcun modo né agli studi su Sartre (e l’esistenzialismo) né a quelli sulla «letteratura». Mi sono limitato solo a proporre un’esperienza di lettura. Esperienza di lettura di libri che oggi quasi certamente non si leggono più o si leggono fin troppo meno e fin troppo peggio.
Abbiamo recentemente ultimato un saggio dedicato al tema della Sophia, ovvero quell’entità metafisica che è sempre stata identificata con la Sapienza Divina, e precisamente nella forma di un Femminile divino, trascendente e paradigmatico.
In questo articolo vorremmo riassumere più i temi che non invece la struttura particolareggiata del nostro saggio.
Tuttavia qualcosa della sua struttura va detto. Dobbiamo innanzitutto dire che suo principale scopo è stato quello di offrire al lettore una visione quanto più completa possibile del tema metafisico della Sophia. Ciò ci è sembrato possibile solo esponendo i diversi punti di vista dal quale essa è stata storicamente trattata, ed evitando così di prendere posizioni pregiudiziali e ideologiche. Ciò ha comportato la necessità di critica a tutte le dottrine in causa, in modo da fare emergere il più possibile l’oggettività della relativa dottrina.
Un cenno molto sintetico va poi fatto anche alla struttura della nostra investigazione. Essa si è posta sostanzialmente come isolamento delle diverse entità metafisiche concorrenti a costituire la Sophia come Sapienza Divina. E questi sono i seguenti: – la Sapienza stessa, il Femminile (Donna), l’Anima e il Corpo. Questi due ultimi elementi compaiono poi strettamente intrecciati nel concetto di “animicità corporale”, a sua volta in stretta relazione non solo con l’anima ed il corpo (specie nella relazione che essi intrattengono) ma anche in relazione con il concetto di “corporalità spirituale”.
Tale ultimo concetto è quello che poi si rivela essere in più suggestiva connessione con uno degli aspetti più tipici della Sophia, ossia quella carnalità della sua manifestazione che però non smentisce in alcun modo la sua essenziale onto-spiritualità. In tal senso la dottrina della Sophia si rivela costituire uno dei più sensibili luoghi della riflessione metafisica, nei termini specifici dell’espressione della natura sostanzialmente spirituale della corporalità. Essa ci rivela infatti che in realtà il corpo (una volta sottratto al sequestro dell’immanenza) altro non è se non spirito.
Un ultimo cenno va fatto anche ai testi ed autori ai quali ci siamo riferiti nell’individuare i quattro prevalenti punti di vista dottrinari relativi alla Sophia. Il primo è quello della metafisica integrale tradizionale o Scienza Sacra – i cui contenuti sono stati da noi ritrovati nei testi sapienziali esoterico-religiosi stessi (Veda, Zohar, Corpus Hermeticum, Bhagavadgītā e Sāmkhya), inoltre nei testi di studiosi di Tradizione, come Guénon, Coomaraswamy, Zolla, Evola, Louis Dumont, ed infine nei testi di teosofi come Böhme. Il secondo è quello della Sofiologia russa –  esaminata nei testi di Solov’ëv e Florenskij. Il terzo è quello della Mariologia connessa alla Sapienza Divina –  ritrovata nei testi di Luigi Grignion de Monfort. Il quarto è la dottrina religioso-metafisica ebraica –  esaminata nello Zohar, nella dottrina cabbalistica della Sefer Yezirah, e nel Libro biblico della Sapienza.
Va detto comunque che dobbiamo in realtà il concetto originario di sophia alla cultura e filosofia greca; entro la quale essa stava ad indicare appunto la conoscenza nella sua pienezza. Platone ne discute espressamente in tutte le sue opere, ma in particolare nel fondamentale dialogo del Teeteto, entro il quale la conoscenza fondamentale (“scienza”) viene posta in relazione alla “sapienza” o alla “saggezza” [Platone, Teeteto, Feltrinelli, Milano 2009, 145e-146a p. 41, 149a-152e p. 49-57, 155a-156e p. 67-71, 174-177c p. 123-131, 177e-180d p. 133-141; Platone, Cratilo, Laterza, Roma Bari 2008, XIV, 396cd p. 35-37; Platone, Fedone, Laterza, Roma Bari 2005, 74a-75a p. 49-51; Davide Spanio, La filosofia come ricerca dell’epistéme. Il paradigma del Teeteto platonico, in: Platone, Teeteto… cit., 1-24 p. 257-290; Giovanni Reale, Platone. Alla ricerca della sapienza segreta, XI p 223-239; Davide Spanio, Il mondo come teogonia, Aracne, Roma 2012, Introd., 1-2 p. 13-24; Luciano Montoneri, Il problema del male in Platone, I, IV, 1 p. 96-97].
Bisogna dire che certamente mai è stato lontano dalla mente del pensatore l’idea che con essa si trattasse di un’entità divina, ossia dell’Intelletto stesso nella sua trascendenza (quale somma della Idee). Lo testimonia la stessa sua dottrina della conoscenza, intesa come una scienza perfetta e totalizzante antecedente alla conoscenza umana, e che è da restaurare nella sua pienezza in forza della “reminiscenza” entro la prassi dialettica ma infine soprattutto nel percorso ascensivo filosofico-scientifico che reca alla visione diretta della Verità. Però è proprio in tal modo che si configurano i termini della filo-sofia, ovvero l’amore stesso della conoscenza. Qui in particolare ritroviamo la Sophia nella forma di oggetto di conoscenza non attuale ma potenziale. E questo fa di essa un’entità trascendente per definizione. Ma chiaramente viene formulata qui anche la dimensione dell’amore al quale essa è inscindibilmente connessa. Si tratta di quell’Eros al quale Platone affidò un ruolo dinamico fondamentale, ed entro il quale l’ontologia andava di pari passo con la gnoseologia [Paul Friedländer, Platone, Bompiani, Milano 2014, II, II, 20 p. 740-741; Luciano Montoneri, Il problema… cit., I, IV, 4 p. 134-136]. L’Eros era infatti per lui quella forza metafisica, trapiantata nell’immanenza, per mezzo della quale si ascendeva alla sommità dell’Essere non solo nel corso della conoscenza ma anche allo scopo di contemplare intellettivamente l’Essere stesso nella sua somma veritatività, e cioè quale suprema sostanza intellettuale immediatamente prossima all’Uno [Platone, Fedro…, Rizzoli Milano 2006, 244a-257b p. 177-227].
Ci sembra che tutto questo sia assolutamente da premettere a qualunque trattazione del tema della Sophia.
In tal modo infatti non solo emerge immediatamente la dimensione dell’Amore che essenzialmente la connota, ma anche risultano colmati in partenza tutti i vuoti dottrinari che si creano nel contesto della trattazione complessiva del tema da diversi punti di vista. Vuoti che sono dovuti al privilegiare ore l’uno ora l’altro dei suoi aspetti essenziali.
Nella nostra investigazione, infatti, nel prendere atto dei quattro punti di vista dottrinari prima menzionati, abbiamo anche dovuto constatare quattro identità della Sophia, che per alcuni versi sono anche molto distanti tra loro. In ogni caso, nel contesto della visione metafisico-integrale, spicca in particolare la dottrina della Gnosi cristiana. Di quest’ultima abbiamo discusso soprattutto sulla base del testo di LMA Viola dal titolo La Gnosi Cristica Integrale [LMA Viola, La Gnosi Cristica Integrale, Victrix, Forlì 2008]; testo nel quale poi la Gnosi Integrale viene nettamente distinta dalla solo riduttiva gnosi comparsa nel pensiero cristiano originario e poi anch’essa progressivamente contrastata, superata e cancellata [LMA Viola, La Gnosi… cit., I, I p. 28-30, I, II p. 30-32]. Il Viola usa pertanto non a caso l’aggettivo “cristico”; in quanto quello “cristiano” si confà invece per lui ad una tradizione di pensiero che a suo avviso sempre più si è segregata entro un’ortodossia dogmatica. Proprio quest’ultima tradizione ha quindi negato il principale compito al quale ha assolto il Cristo secondo la Gnosi Integrale, e cioè quello di ricondurre l’uomo alla pienezza della sua divinità per mezzo della via puramente religioso-intellettuale di ascesa (o ascesi) al Principio divino (quale Padre) [LMA Viola, La Gnosi… cit., I, Vc p. 79-83, I, VIa p. 101-104]. Secondo tale approccio la dottrina pienamente gnostica aveva dunque l’intento di generale una comunità di “cristi” (uomini assimilati alla natura del Cristo stesso) e non invece di “cristiani”.
Ebbene, la Gnosi Integrale cristiana si è senz’altro rifatta al pensiero sia di Platone che del neoplatonismo ellenico-romano; entro il quale l’originaria dottrina veniva sviluppata definendo in modo più esplicito in particolare l’entità metafisica divino-trascendente onto-intellettuale per eccellenza, ossia il Nous. Laddove poi quest’ultimo (come molto profondamente chiarito dal Viola) veniva fatto equivalere ad un Logos totalmente sovra-personale, il quale occupa pertanto un luogo ontologico ben più alto di quello del Logos così come concepito entro la dogmatica cristiana (specie sulla base di Paolo). Il Viola infatti, avvalorando soprattutto la posizione di Giovanni (e criticando quella di Paolo) attribuisce solo a questo Logos super-cristico l’occupazione del luogo ontologico equivalente all’”in principio”, ovvero quello dell’Origine nella sua radicale pienezza [LMA Viola, La Gnosi… cit., I, III p. 34-37, IVa p. 37-47]. Ma da tutto ciò risulta evidente anche che il Logos nella sua suprema formulazione metafisico-religiosa era comunque già pienamente presente entro la sapienza ellenico-romana pre-cristiana (ossia soprattutto nel neoplatonismo plotiniano).
Orbene, riassumendo tutto ciò che abbiamo finora detto, risulta allora chiaro che la Gnosi cristiana ha elaborato ed allargato proprio questo corpus di sapere (con Platone al suo centro), ricollegandosi così anche alla ben più antecedente ed ampia sapienza metafisico-integrale che giaceva dietro di esso. Tale rielaborazione è però comunque avvenuta sotto il segno del Cristo e della sua manifestazione storica nella persona di Gesù. E ciò implica necessariamente qualcosa di nuovo ed aggiuntivo rispetto al sapere metafisico-religioso precedente. Di tutto ciò prende atto (almeno in parte) lo stesso Viola, affermando infatti che la Rivelazione del Cristo veniva ad integrare (più che a revocare) la metafisica religiosa ebraica (trasformandola così in un credo del Figlio e del Padre); sebbene essa, sul piano specificamente teologico e fideistico, ne smentisse fortemente la natura di unilaterale Religione della Legge [LMA Viola, La Gnosi… cit., VIbc p. 99-127].
Tuttavia a noi sembra che la vera novità aggiuntiva della Rivelazione cristica (rispetto alla metafisica pre-cristiana) si faccia sentire in particolar modo sul piano del vissuto religioso concreto di supreme entità divino-metafisiche (come appunto la Sophia). E questo sarà chiarito più avanti.
Il principale portato della Rivelazione cristica era comunque, secondo la Gnosi, l’affermazione nettissima dell’umano-divinità nella forma di una totale identità dell’uomo con il Padre divino per mezzo della sua intermediazione di Figlio (ed anche di relativo Logos). Ciò comporta però comunque, almeno nel contesto della vera e propria tesi gnostico-integrale difesa dal Viola, l’identificazione del Dio vetero-testamentario con il Demiurgo, ossia un Dio personale (impegnato esclusivamente nell’onto- ed antropo-genesi) vertiginosamente inferiore (in quanto ben più immanente) rispetto al Padre [LMA Viola, La Gnosi… cit., I, IV p. 37-56]. E tutto ciò sta chiaramente in relazione, oltre che con Platone stesso in una molteplicità di dialoghi [Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone alla luce della “dottrine non scritte”, Bompiani, Milano 2010, III, XI, II p. 323-336, III, XVI, p. 434-453, IV, XVI  p. 497-544, IV, IV, XVIII, p. 583-597], anche con quella tradizione gnostica pre-cristiana – così come espressa ad esempio nel Corpus Hermeticum – entro al quale al Demiurgo stesso venivano attribuite una presenza ed azione decisamente negative e che pertanto sconfinavano addirittura nella maleficità.
Di certo, sia qui sia anche riguardo ad altre prese di posizione metafisico-religiose (come quella del rapporto tra Cristo e Logos), entriamo nel campo di temi che sono stati oggetti di durissimi conflitti all’interno della dottrina cristiana, e che quindi hanno portato a non pochi giudizi di eresia. Si tratta pertanto di un piano di discorso estremamente delicato, e sul quale non intendiamo assolutamente soffermarci. Qui cerchiamo infatti solo di esporre le cose come stanno nel modo più oggettivo possibile. Tra l’altro va qui detto, anticipando un aspetto discusso dopo, che la tesi gnostico-integrale nel suo complesso può essere considerata anche corretta (almeno sul piano di una dottrina metafisico-religiosa ultra-teologica), ma comunque va notato che essa si sbilancia troppo (ed in un modo davvero difficilmente condivisibile) nel porre l’assoluta identità tra uomo e Dio, e così nel postulare un’ascesa al divino che non abbia alcun bisogno della Grazia.
In ogni caso, su questa complessiva base si può dire che la Gnosi Integrale cristiana – i cui testi sono innumerevoli, e dei quali noi abbiamo considerato alcuni in particolare, ossia la Pistis Sophia [Luigi Moraldi (a cura di), Pistis Sophia, Adelphi, Milano 2014] e diversi Vangeli apocrifi [Marcello Craveri (a cura di), I Vangeli apocrifi, Einaudi, Torino 1969] – ha posto la figura della Sophia nel modo più appropriato dal punto di vista dottrinario. Essa compare infatti come un’entità divino-metafisica trascendente (cioè come uno dei più giovani tra gli Eoni), ed in tal modo viene ben illustrata la sua tragica vicenda di caduta nel mondo immanente, seguita poi dal ritorno al mondo trascendente solo per mezzo del soccorso portatole da Cristo stesso. È evidente che in tal modo viene descritta la natura metafisica dell’anima stessa e quindi la vicenda della sua caduta. Dal punto di vista della Gnosi Integrale si tratta però molto più dell’Intelletto, descritto nella sua natura e nella sua vicenda, ossia un’entità metafisica che rappresenta di fatto la forma ipostatica del Nous; rispetto al cui status trascendente parlare di “caduta” è quindi appena un modo figurato di esprimersi. Siamo insomma di fatto di fronte alla dottrina plotiniana della “non-discesa” dell’anima; entro la quale quest’ultima, quale facoltà essenzialmente ìntellettuale, resta costantemente in continuità con il Nous [Elena Gritti, Proclo. Dialettica anima esegesi, LED, Milano 2008, II, 1 p. 67-87]. Tutto ciò implica poi chiaramente anche la realtà circolare (tipicamente neoplatonica) del ritorno al Principio divino. Realtà che la Gnosi Cristica Integrale ha poi interpretato nel modo visto prima.
Ma, in relazione al tema specifico da noi trattato, emerge qui in particolare in fatto che la Sophia non può equivalere per davvero al Femminile divino-personologico, equivalente a sua volta alle figure congiunte della Madre di Dio e della Vergine Maria. Non a caso nella Pistis Sophia tali entità vengono nettamente distinte. In questo senso, quindi, l’equivalenza stabilita tra la Sophia, in forma di Persona divina Femminile, e la Sapienza – così come si presenta sia nella Sofiologia sia in alcune trattazioni mariologiche (come quella di Luigi Grignion de Monfort) –, deve essere considerata come appena un’approssimazione dottrinaria. Resta comunque la sua validità sul piano dell’esperienza religiosa concreta e della devozione di fede. E tuttavia il devoto più attivo intellettualmente non potrà non interrogarsi piuttosto angosciosamente su tali aspetti. Pertanto, se essi non vengono chiariti, è ben possibile che la pratica devozionale venga da lui abbandonata in quanto sospetta di reticenza, se non anche di mala fede religiosa.
E senz’altro lo stesso potrebbe essere detto anche per tutta la serie di fenomeni di entusiastica fede popolare che tendono a svilupparsi spontaneamente intorno alla figura di Maria Vergine. A tale proposito, infatti, è davvero difficile prestare fede alle specifiche forme di manifestazione di un’entità divina e trascendente che però parla per mezzo di un linguaggio non solo mondano, temporale e storico, ma anche in qualche misura formale e addirittura burocratico (come accade nei regolari “bollettini” sui supposti discorsi della Madonna).
In relazione a tutto questo il nostro ricorso al sapere metafisico-integrale ed anche gnostico ci ha permesso di constatare che il vero e proprio Femminile divino è in realtà radicalmente principiale. Ed ancora una volta diviene qui attualissimo Platone; dato che tale entità appare avere i caratteri della Diade da lui posta in immediata relazione con l’Uno [Giovanni Reale, Per una nuova… cit., I, VII, I-IV p. 214-227, III, XII, I-V p. 362-388]. E ciò significa allora che la Sophia quale Femminile divino, non può essere considerata esattamente equivalente alla Sapienza Divina. Entro la nostra investigazione abbiamo evidenziato in modo piuttosto circostanziato come (specie sulla base della metafisica integrale) la Sapienza va in realtà attribuita solo al Principio divino stesso.
Laddove poi la sua forma trascendente più prossima è costituita in verità dal Nous a sua volta connesso al supremo Logos. In questo senso la Sophia sarebbe da identificare con Dio stesso. L’entità divina personologica identificata nella sua forma femminile, si trova invece su un livello ontologico senz’altro molto inferiore. E questo è stato del resto recepito anche dalla Sofiologia e dalla Mariologia, nel postulare un’«intermedietà» della Madre di Dio (specie nel senso dell’intercessione da Lei esercitata verso le entità divine più alte). Noi abbiamo però mostrato che anche questo concetto non può essere preso del tutto alla lettera, e quindi andrebbe maneggiato con una certa prudenza.
Quanto abbiamo visto sulla base della Gnosi Integrale, tutto ciò ci mostra comunque anche che la Sophia va effettivamente identificata con l’animicità nella sua pienezza metafisica. Il che rende poi plausibile la sua costante identificazione (dal pensiero pre-cristiano a quello cristiano) con la dimensione universale dell’animicità, ossia l’Anima Mundi. Tuttavia non bisogna dimenticare che quest’ultima sta anche per una realtà sostanzialmente cosmica (dalla Gnosi non a caso riconosciuta quasi identica al Demiurgo) e quindi in una qualche misura anche immanente in senso naturalistico. Ci troviamo così al cospetto dell’animicità così come concepita nella metafisica più incline al naturalismo (ossia quella più tendente all’enticismo di stampo aristotelico). Ma non è possibile che la Sapienza Divina sia equivalente in modo letterale ad un’entità di questo genere. E pertanto nella nostra investigazione abbiamo cercato di chiarire bene quali sono le effettive relazioni tra Sophia ed Anima Mundi. Esse sono infatti da intendere nel senso di una continuità nella differenza ontologica, che però può essere concepita solo sul piano iper-razionale.
A tale riguardo va anche notato che (come abbiamo discusso a fondo nella nostra investigazione) va cercata proprio qui (nella troppo letterale identificazione della Madre di Dio con l’Anima Mundi) la radice di una deriva eticamente inaccettabile che ha avuto la dottrina (specie nella forma dell’identificazione di un “eterno Femminino” quale carnale “Beautiful Lady”) entro l’immaginario poetico (simbolista) collaterale alla Sofiologia russa.
Ora, però – al di là della serie di pur doverose precisazioni dottrinarie (permesse dalla Scienza Sacra e dalla Gnosi Integrale) e al di là quindi di una certa inferiorità metafisica in questo senso degli altri punti di vista –, il diretto coinvolgimento nella nostra indagine della Sofiologia e Mariologia ci ha permesso comunque di porre in evidenza aspetti che vanno ben oltre il piano della rigorosa oggettività metafisico-religiosa integrale. Quest’ultimo piano ha senz’altro la sua vincolante importanza, ma sarebbe un errore considerarlo assoluto nella sua pur opinabile fondamentalità.
In parole più semplici non è affatto detto che sia giustificato parlare della Sophia solo sul piano metafisico-religioso puramente intellettuale, e non invece anche sul piano metafisico-religioso fideistico e agapico.
E riteniamo che quello qui illustrato sia esattamente l’errore in cui incorrono gli gnostici più integralisti. Infatti, se quanto da essi affermato illumina senz’altro aspetti estremamente rilevanti della Verità metafisico-religiosa (ed è pertanto davvero semplicistico liquidare tutto questo come «eresia»), tuttavia in tal modo si finisce anche per trascurare un problema estremamente reale. Problema che non a caso si pone in maniera molto drammatica sul piano dell’esperienza religiosa concreta. Ebbene i problemi sono soprattutto due, ed essi possono essere sintetizzati in due davvero drammatiche questioni: – 1) si può essere davvero certi che, nel corso dell’esperienza puramente intellettuale dell’ascesa a Dio, si colga veramente quest’ultimo e non invece appena un’estensione ipertrofica di sé stessi?; 2) si può essere davvero certi che la nullità ontologica dell’ente finito umano possa davvero permettere un’ascesa a Dio, del tutto priva del soccorso della Grazia, che ricostituisca realmente l’uomo nella sua divinità?
In termini più semplici la questione è in che modo, concretamente, gli gnostici più integralisti vivono le loro convinzioni sul piano dell’esperienza religiosa e della fede. E qui non è affatto sufficiente invocare la necessità di maestri e prassi iniziatiche.
Va peraltro rilevato che uno dei più grandi sostenitori dell’assoluta identità uomo-Dio in ambito cristiano, Meister Eckhart, condizionò strettamente quest’ultima proprio al riconoscimento umano-terreno della propria nullità ontologica [Meister Eckhart, Predica 25 (Q 26), in: Loris Sturlese, Meister Eckhart, Bompiani, Milano 2014, p. 391-401; Meister Eckhart, Predica 39 (Q 36b), ibd. p. 561-573]. Insomma ciò che viene postulato dalla Gnosi Integrale può essere anche vero, ma in realtà molto probabilmente in quanto ci rinvia all’assoluta necessità di uno svuotamento per poter fare davvero spazio all’identificazione con Dio da parte di un ente terreno che è in sé irrecuperabile al divino. Si tratta insomma di quella “kenosis” di cui molto profondamente parlò Simone Weil [Simone Weil, L’ombra e la grazia, Bompiani, Milano 2002, p. 61-63; Miklos Vetö, La metafisica religiosa di Simone Weil, Arianna, Casalecchio 2001, p. 69-84].
Il fatto fondamentale che la Gnosi Integrale sembra volere ignorare è pertanto quello costituito dall’estrema prudenza che l’uomo deve adottare nel concepire l’atto di approssimazione a Dio partendo da quella sua così difettiva e tragica condizione immanente, che egli non può negare nemmeno per un attimo senza rendersi in tal modo scarsamente onesto, se non mentitore. E qui va detto che (nonostante i propri eccessi) l’esistenzialismo filosofico ci ha mostrato le cose esattamente come stanno.
In altre parole l’uomo non può in alcun modo parlare di Dio, e meno che mai progettare l’ascesa a Lui, senza prima essersi messo in ginocchio. E qui non si tratta del sottomettersi remissivamente ad un malefico e dispotico Dio demiurgico. Si tratta invece di concepire l’infinito amore di Dio nel mentre però si è lucidamente consapevoli dell’immenso jato ontologico che separa l’umano-terreno dal trascendente-divino. Jato che effettivamente può essere superato solo nel concorrere del così impetuoso Amore divino – per mezzo della Sua manifestazione cristica (Grazia) –con il nostro contemporaneo atto di auto-annullamento (atto altrettanto amoroso).
Ebbene questa serie di questioni trovano perfetta collocazione a margine della complessiva esposizione della realtà metafisica della Sophia, così come si ritrova nella Sofiologia (Solov’ëv, Florenskij) e nella Mariologia (Monfort).
La prima dottrina infatti – oltre a concepire in modo chiaro e netto la Sophia come una Madre di Dio (Maria Vergine), la cui immanentizzazione quale Sapienza è ispirata al più materno amore (fino a farsi matrice stessa degli esseri nella sua equivalenza all’Anima Mundi) – ci mostra anche come l’aspetto più rilevante della manifestazione di tale entità stia (specie secondo Solov’ëv) in quella dimensione ecclesiale e umano-societaria (storica e carnale) che è poi da considerare come lo stesso ultimo elemento della dinamica trinitaria, ossia lo Spirito. Il che poi conferma l’idea espressa da Edith Stein di un Femminile divino da intendere sostanzialmente come lo Spirito Santo stesso [Edith Stein, Die Frau, Herder, Freiburg 2000, 6, I-IV p. 80- 112].
In ogni caso è proprio in tal modo che la stessa Sapienza Divina (quale Intelligenza creativa) si sposta sul piano immanente per trasfigurare il mondo (per mezzo dell’azione umana) nel senso del recupero della sua perfezione ideale (di cui la Bellezza è chiara espressione). Comunque è proprio entro tale sfera di idee che Florenskij traccia chiaramente (anzi in modo molto severo) i limiti tra un’ascesa a Dio unicamente orgogliosa (quindi fatalmente illusoria, ed alla fine anche demoniaca) ed invece un’ascesa a Dio davvero autentica; ciò in quanto accompagnata dall’umiltà e dalla dimenticanza auto-sacrificale di sé.
La seconda dottrina poi pone la Sophia come quell’entità divina Femminile con la quale ci si pone in contatto in una preghiera (sempre accompagnata dalla meditazione dei misteri cristici) la quale va sempre di pari passo con l’esperienza religiosa che sta immersa nel pieno della nostra tragica esistenza; ossia con tutte le tribolazioni e debolezze impotenti che in essa insorgono. In tale complessiva esperienza si invoca insomma la Vergine Maria quale Madre amorosa ed anche Sapienza divina, la quale (ricollegandoci al Logos cristico) ci dona la luce per procedere nelle tenebre. Ebbene, molteplici sono le lacunosità dottrinarie (e perfino molto probabili reticenze) di tale dottrina, una volta che essa sia stata esaminata alla luce di quella metafisico-tradizionale. Molteplici sono pertanto anche i punti di appiglio per una critica ad essa (giustificata soprattutto dalla già commentata necessità di chiarezza ed autenticità). Eppure sta di fatto che essa si presta al vissuto di fede molto più di qualunque rigorosa ed ineccepibile dottrina intellettualistica.
È in questo complessivo modo (sebbene qui descritto in maniera molto sintetica) che abbiamo giustificato nella nostra investigazione la necessità di coinvolgere anche queste due visioni in un’esposizione davvero completa della dottrina della Sophia. In ogni caso abbiamo mostrato anche il non trascurabile contributo che esse offrono all’oggettività dottrinaria – e ciò in relazione agli aspetti più carnali-immanenti della Sophia, ossia in stretta relazione con la sua equivalenza all’”animicità corporale”. Cosa che riguarda poi molto da vicino la definizione metafisico-religiosa del Femminile.
È pertanto proprio in relazione a tale aspetto che un cenno va fatto all’espressa menzione che, nella nostra investigazione, abbiamo fatto della dottrina del Femminile divino così come esposta da Edith Stein (nel contesto di una sua presa di posizione decisamente mariologica). Tale contributo ci è sembrato fondamentale perché non solo esso ricollega direttamente la dottrina della Sophia alla questione metafisica del Femminile divino, ma inoltre pone chiaramente la questione della valenza di quest’ultimo come paradigma del femminile in generale. Il che poi pone necessariamente sul tappeto diversi aspetti della cosiddetta «questione femminile» così come si è posta nella moderna consapevolezza. In questo la pensatrice è molto coraggiosa, oltre che estremamente lucida dal punto di vista filosofico-scientifico. Ella infatti (da fenomenologa) pone in modo ben chiaro la realtà essenziale della cosiddetta “anima femminile”, e trae da quest’ultima tutte le coraggiose che da essa sono da trarre. Ella parla infatti degli enormi rischi comportati dall’anima femminile quando impersonata appena sul piano meramente materialistico, ossia al di fuori di un suo auspicabile conformarsi al relativo paradigma metafisico. Inoltre, proprio sulla base di quest’ultimo, la pensatrice pone in modo chiaro anche la necessità di una “sottomissione” della donna all’uomo – ma ciò non al di fuori dei termini eticamente rigorosi in cui essa è stata posta nelle Lettere paoline, e cioè sullo sfondo di una necessità altamente religioso-spirituale. Pertanto è proprio su questa complessiva base che la Stein fonda l’affermazione di una straordinaria dignità della donna. La quale comporta esattamente il conformarsi di essa al paradigma divino-femminile di Maria Vergine quale Madre dei Viventi ed anche Chiesa-Umanità quale Sposa di Cristo.
Infine fa fatto un ultimissimo cenno ad una costatazione molto chiara che è, secondo noi, è emersa non corso dell’investigazione. Si tratta del fatto che l’essenza della Sapienza sembra consistere nel riconoscimento di quella che è l’essenza stessa della Realtà, ovvero la sua natura radicalmente spirituale, e cioè, in termini più concreto corpora-spirituale. Ci sembra che le svariate forme in cui la Sophia si presenta a noi non smentiscano mai tale aspetto.
La Sapienza che essa può trasmetterci consiste pertanto esattamente in questo.

ABSTRACT.
In un nostro antecedente saggio [https://cieloeterra.wordpress.com/2017/01/06/il-localismo/] avevamo tentato un ri-avvaloramento dei piccoli luoghi (in relazione ai grandi) riferendoci in particolare ai piccoli centri urbani. La nostra recente lettura del libro di Guardini dal titolo “Der Herr” [Romano Guardini, Der Herr, Grünewald & Schöningh, Ostfildern Paderborn 2016] ci ha però fornito molti spunti non solo per riconfermare l’ipotesi sostenuta il quel saggio ma anche per rivederla in alcuni suoi importanti aspetti.
Infatti uno degli aspetti sui quali ci eravamo in particolare soffermati era stato quello rappresentato dall’intensa sacralità caratterizzante i piccoli luoghi, specie in relazione all’antico paradigma della religiosità incentrata in un «dio del luogo» − ossia una divinità che sacralizza il ristretto luogo, la sua terra ed il sangue o razza (o insieme delle stirpi o gentes) che lo caratterizzano.
Questa idea è senz’altro molto prossima a diverse moderne prese di posizioni neo-pagane; che quando abbiamo scritto il saggio sentivamo piuttosto vicine, ma che ora sentiamo estremamente lontane. Per cui le sollecitazioni esercitate su di noi dal libro di Guardini hanno operato soprattutto nel senso di approfondire la valenza cristiana di una sacralità e religiosità del piccolo luogo. Rispetto a questo abbiamo pertanto cercato di chiarire che la ristrettezza del culto locale non sta affatto in contraddizione con l’universalità che è tipica della fede cristiana.
Ma soprattutto Guardini ci ha fortemente sollecitato a considerare lo stesso concetto di Incarnazione divina (con la conseguente umano-divinità) come il paradigma forse più pieno di una sacralità radicata in un luogo ristretto. Infatti l’intera vicenda di Gesù (almeno come narrato ed analizzato dal pensatore tedesco) ruota di fatto intorno al cardine costituito dalla ristretta località; ossia la storia ed i costumi del popolo eletto che gli diedero i natali e costituirono anche (nel bene e nel male) il nucleo dell’intera sua opera. Per questi motivi ci è sembrato che, sulla base del Guardini, fosse non solo lecito ma anche estremamente coerente considerare la fede cristiana come estremamente appropriata a rappresentare la religiosità incentrata nel «dio del luogo».
Peraltro ciò avviene in assenza dei rischi comportati invece da quella religiosità pagana, che per definizione si oppone (spesso anche con violenza ed intolleranza) a qualunque universalità.
Il Cristianesimo ci è sembrato quindi un paradigma ottimale per trovare un equilibrio pressoché perfetto, tra localismo e universalismo, proprio nel contesto di quello che è l’aspetto più pregevole del piccolo luogo. Ossia il suo offrirsi come occasione ideale per ritrovare la sacralità dell’esistenza, che invece nei grandi luoghi è andata totalmente persa. E tale ultimo fenomeno ha avuto peraltro anche l’effetto non casuale di generare un universalismo del tutto distorto e perfino perverso e distruttivo (del genere di quello oggi indicato come «globalismo»).
Nel complesso quindi i nuovi elementi (specificamente cristiani), apportati alla questione dalla riflessione di Guardini, ci hanno permesso di sottolineare con forza ancora maggiore la necessità di auspicare il recupero del valore dei piccoli luoghi allo scopo di uscire dalla gravissima crisi nella quale la Modernità ha precipitato il mondo e l’umanità.

NB: Questo articolo può venire letto nel suo testo integrale nella rivista web Il Nuovo Monitore Napoletano; link: http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&amp%3Bview=article&amp%3Bid=2542%3Ail-fattore-gesu-e-l-auspicabile-ri-avvaloramento-dei-piccoli-centri-urbani&amp%3Bcatid=72%3Alibere-riflessioni-eventi&amp%3BItemid=108&fbclid=IwAR1sTml6nZiTHR08OrcV83-Sv2GcDYjf1uEEiI61k3325Tbd8cD0b5Xaotg