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Archive for dicembre 2012

Chissà se a qualcun’altro, oltre che a me, ha dato nell’occhio il fatto che da un po’ di tempo a questa parte le correnti conversazioni tra persone sono caratterizzate da un intercalare che prima, mi sembra, non esisteva in questo modo specifico, oppure aveva un uso completamente diverso.
Si tratta dell’impiego dell’espressione “Allora!”.
Non mi riferisco naturalmente all’uso dell’espressione come usuale impiego linguistico, ma invece al suo impiego specifico come formula per introdurre un discorso ed inoltre, anzi soprattutto, alla forte intonazione retorica che tale impiego ha assunto.
Non  può sfuggire quindi il fatto che questa formula ha assunto un significato molto particolare, e che in questo suo specifico significato (il nuovo significato della neutra espressione allora) essa è venuta a sostituire altre forme dell’intercalare prima usuale nelle conversazioni.

Vediamo di capire in che consiste questo specifico e nuovo significato, ascoltando come sempre le subliminali allusioni che possono essere colte quando si viene a contatto con tale espresione.
Un modo per fare questo è il tentativo di tradurre questo “Allora!” in altre, e più esplicite, affermazioni.
Esso sembra insomma equivalere ad una o più delle seguenti espressioni.
Non mi importa un fico secco di ciò che pensi tu. Questo è ciò che penso io!”
Quello che hai detto finora non ha alcuna importanza, e la verità è invece questa. Ascolta!”
Ti ho finora ascoltato educatamente, ma non mi hai detto nulla che già non sapessi. Ora ti spiego come stanno veramente le cose!”
Non hai proprio nulla da insegnarmi ed ora te lo farò capire!”.
Quello che hai detto può essere vero per te, ma siccome di questo non mi interessa minimamente, ciò che conta è quello che è vero per me!”
Sta zitto che è meglio!”.
Oppure.
A me nessuno me la fa e nessuno me la da a bere!”
So io quello che ci vuole!”
Io ho e so tutto ciò che mi basta per fargliela vedere a questa gentaglia. E te lo dimostro!”
Lascia fare a me, che è meglio!”.
Non mi importa nulla del mondo. Conto solo io e nessun altro!”

E dunque, come si può constatare, con questo “Allora!” si tratta in modo piuttosto generale di una formula di disprezzo e di aggressività nei confronti delle opinioni se non della persona del proprio partner di conversazione, ovvero l’altro, detto una volta il prossimo. In termini più allargati si tratta poi anche di una formula di rivendicazione aggressiva ed armata, cioè di un vero e proprio grido di guerra lanciato dal singolo verso la collettività. E nello stesso tempo si tratta altresì di  un lirico peana solipsistico al valore incondizionato della propria persona.

Intendiamoci, i bulli della conversazione sono sempre esistiti. Ma qui si tratta di qualcosa di molto diverso, perchè insieme alla sbruffoneria fa la sua comparsa appunto la rivendicazione, ossia l’ossequio incondizionato tributato a sè stessi secondo il motto “Tu vali! E quindi hai il diritto di pretendere incondizionato rispetto per il semplice fatto che esisti!”

E cosa quindi questa formula potrebbe aver potuto venire a sostituire?
Mi sembra evidente che si tratta di tutte quelle una volta usuali formule di reciproca cortesia.
Formali, magari anche vuote e perfino ipocritamente piccolo-borghesi quanto si vuole, ma quanto  infinitamente più delicate!.
In altre parole : ‒ 1)  rispettose dell’altro e delle sue opinioni! 2) esprimenti un ossequio  incondizionato del singolo nei confronti di ciò che lo circondava, ovvero deferente umiltà!

Insomma siamo davanti ad un altro insopportabile segno della modernità.
Più specificamente mi sembra si tratti della vera e propria inflazionistica ipertrofia dell’Io alla quale le ultime generazioni sono state consegnate da un genere di educazione e da una specifica filosofia politica al centro dei quali vi è il valore incondizionato dell’individuo singolo con tutto il suo corredo di diritti, istinti da sfogare e desideri da soddisfare. E conseguenti rivendicazioni da scagliare intorno a sé come acuminate frecce contro altri singoli e contro qualsiasi genere di collettività.
Non è certo un caso che si osservi l’uso di questa formula in diretta relazione con l’anno di nascita, cioè da parte di quelle generazioni che hanno avuto i loro natali più o meno dall’inizio o metà degli anni settanta in poi, ed i cui membri quindi hanno oggi tra i trenta ed i quaranta anni

Insomma un ben triste e squallido segno.
Non sarebbe allora il caso di iniziare a disavvezzarci da questa così deplorevole ed insopportabile abitudine. Ovvero, come si sarebbe detto una volta, chiaro segno di maleducazione!

 

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5 leggendeNon c’è che dire, questo sì che è un bellissimo film. Anche se è solo una favola di Natale per bambini.
Il suo messaggio ‒ credere, credere, credere!
Perché?
Perché credere mantiene integro il legame tra mondo visibile ed il mondo invisibile.
Perché questo legame, come sa bene l’Uomo Nero, può spezzarsi. E per sempre!

E quale mondo avremo dopo che tale legame si sarà spezzato?
Il mondo che l’Uomo Nero offre a Jack Frost, esercitando su di lui un’insidiosa seduzione faustiana, una seduzione oggettivamente irresistibile. È l’offerta all’altro di un mondo in cui finalmente egli sarebbe stato riconosciuto e riconoscibile, un mondo di solidissime, rocciose evidenze. Solide e dure come il ghiaccio.
Ebbene, fu proprio questo il mondo che Heidegger, al culmine del nichilismo, aveva pensato per gli uomini restando sulle tracce di Nietzsche, il mondo in cui l’Essere non era altro che l’essente, l’ente, ossia ciò che abbiamo sotto gli occhi e basta.
E l’auspicio di Heidegger non tramontò affatto con il nazismo, ma invece il suo testimonio è stato raccolto dagli interpreti di punta della Modernità, cioè appunto coloro che, come l’Uomo Nero, ci offrono un mondo di estreme evidenze, quelle oltre le quali non si può proprio più andare.

È per questo che si sente oggi l’evidenza della necessità di combattere contro tutto questo.
Combattere, si!
Non importa che ciò possa sembrare politicamente scorretto, specie se la vittima è uno che porta il nome imbarazzante di “uomo nero”.
No, l’uomo nero non è affatto ciò che ci è stato fatto credere potesse essere, usando un ragionamento diabolico dello stesso genere di quello che ho commentato giorni orsono in “Hotel Transilvania”.
L’uomo nero è esattamente ciò che è! Quello che abbiamo imparato a conoscere nella nostra infanzia.
Ebbene è ormai giunto il tempo di decidersi a combatterlo!
Come?
Con la fede, la fede che va oltre le evidenze. E che, quindi, superata la disillusione dello scontro con l’evidenza, continua per scelta a credere a ciò che è divenuto ormai folle credere. Cioè crede ormai eroicamente. Crede quia absurdum.
Perché? Perché quella del bene è prima di ogni altra cosa una profonda intuizione, dunque un istinto. Come ci insegna Max Scheler.
Ed allora disponiamoci a combattere con la fede.
Perché è così e solo così che salveremo un mondo ormai minacciato alle sue radici.

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Ieri sera ho visto il film francese “E se vivesssimo tutti insieme?”.
Un film, per carità, gradevolissimo in quanto avvincente, garbato, delicatamente ironico, affatto ideologico e peraltro non poco malinconicamente poetico. Ed inoltre Dio solo sa se si possa anche solo minimamente mettere in dubbio la rilevanza e la terribile serietà del tema che esso porta alla ribalta.
E peraltro la cosa mi riguarda non poco essendo estremamente prossimo alla fatale soglia dei sessanta!
Non è quindi certo mia intenzione né mettere in dubbio questo né denigrare questo film sul quale si può dare tutto sommato un giudizio positivo.

E tuttavia, almeno per quanto mi riguarda, trovo inevitabile pormi di fronte ad esso la seguente domanda : ‒ ma esistono ancora, realmente, i vecchi?
Esistono ancora insomma degli esseri umano-terreni connotati integralmente da tutto ciò che oggettivamente è vecchiaia, ossia, in termini brutali, la vecchiaia intesa in termini schiettamente naturali?
Da ciò che si vuole mettere in primo piano in questo film sembrerebbe proprio di no.
In buona parte delle sue circostanze, infatti, esso si preoccupa di mettere a nudo il fatto che esistono tuttora troppi pregiudizi che impediscono di comprendere cosa realmente la vecchiaia sia.
Ed ecco come questo viene messo in luce.
C’è il fatuo fotografo libertino, un inveterato puttaniere (e perfino disinvolto traditore dei suoi migliori amici!) che rivendica la bellezza poetica semplice, fresca ed innocente, del continuare ad essere tutto ciò anche da vecchio.
C’è l’ancora bella ex professoressa di filosofia (Jane Fonda) che si diverte a titillare maliziosamente un ingenuo ragazzino tedesco con l’evidenza della persistente sessualità delle vecchie donne (per intenderci, quelle che una volta si definivano “gallina vecchia che fa buon brodo”).
C’è il vecchio signore prossimo all’Alzheimer che continua a gratificarsi con l’estetica teorica e pratica dei piaceri del palato.
C’è l’inveterato agitatore che non rinuncia a vivere la sua passione politico-filantropica nel bel mezzo della sua vecchiaia.
C’è infine la donna (Geraldine Chaplin) che si sente veramente invecchiata e non fa nulla per nasconderlo, ma si guarda bene dal metterlo in campo come argomento, limitandosi a desiderare di farsi i fatti i suoi.
Insomma tutti vecchi esseri umani che insistono sul fatto di non essere affatto riducibili al clichè pregiudiziale del vecchio, così come spontaneamente tende a venir inteso.

Eppure, proprio nel fare questo, l’immagine di vecchiaia presuntamente reale che ci viene proposta, e cioè quella che ci viene proposta come nudamente elementare, non è affatto nemmeno per un attimo quella naturale (per quanto si faccia appello non poco all’argomento retorico del naturale come normale : vedi sesso…). Ma molto più invece quella culturale-civile, cioè quella artificuiale.
Si tratta in poche parole non dell’idea eterna di vecchiaia, con tutto ciò che essa oggettivamente comporta, ma molto più dell’idea di vecchiaia che è propria di un assetto culturale e civile che poi è quello nostro tempo moderno, cioè l’assetto che si adegua ad un determinato spirito del tempo.
Il nostro!
E qual’è il modello che è al centro del moderno spirito del tempo?
È quello dell’edonismo!
Certo, almeno come rappresentato in questo film, si tratta di un edonismo piuttosto puro (sul modello di quello antico-filosofico di un Aristippo), ossia un edonismo che, come ci fa notare Max Scheler (Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori) non invita affatto a coltivare il desiderio delle “cose di piacere” (come i possessi, la fama, il potere…) ma invece proprio il piacere in sè
Gli uomini vecchi qui rappresentati sono quindi in definitiva dei vecchi e per nulla riprovevoli epicurei.. Tanto che il loro modo di essere, sentire e pensare sembra essere molto prossimo al modello, nobile, di epicureismo raccomandato da Montaigne nei suoi Saggi.

Ebbene cosa viene fuori da tutto questo melange peraltro così francese?
Qualcosa ahimè di assolutamente prevedibile, e cioè nient’altro che il topos estetico-letterario ormai veramente ossessivo in tutte le forme di arte, e specie nel cinema, del survivalismo.
La vecchia insegnante di filosofia, e garbata erotomane, si scoccia a morte di sopravvivere come una malata cronica e pertanto se ne frega della malattia che la sta portando alla morte. Ed allora progetta la sua morte come se essa potesse essere una continuazione della vita nel senso del brio, del colore e dell’allegria.
Si fa così seppellire in una bara color pink sotto un pergolato fiorito, e dà mandato ai sopravviventi di soffermarsi appena possono a bere champagne sulla sua tomba.
E non prima, peraltro, di aver fatto in modo che il ragazzino tedesco che le sta simpatico possa realizzare finalmente le sue fantasie sessuali godendosi una sontuosa scopata con una bruna tettona, cioè una “donna esotica dal seno abbondante”.
Bene! E cosa faranno allora i sopravviventi?
Si accorgeranno di colpo che chi ha ragione è proprio il semi-Alzheimer, il vedovo della filosofa, il quale, avendo completamente dimenticato la morte della moglie, va in giro a cercarla invocando il suo nome. E così, nell’ultima scena del film, tutti, i vecchi ed il ragazzino finalmente soddisfatto sessualmente, gli andranno dietro chiamando il nome della donna : ‒ “Jeanne!”.

È così che la vecchiaia e la morte possono tutto sommato essere archiviati nel contesto di un edonismo che promette di non cessare di far sentire i suoi benefici anche in tarda età.
Ne deve pur avere il diritto!
Insomma : ‒ …della questione se la vecchiaia e la morte possano essere i prodromi (per quanto oggettivamente infelici e sgradevoli) di un trapasso a quella che è realmente la vera vita, cioè quella per la quale vale la pena di lasciar battere il proprio cuore, di questa questione qui proprio nessuna traccia!

È questo lo spirito del tempo in cui viviamo. Un tempo di ormai irrimediabile e desolato estremo Materialismo. E proprio per questo volutamente brioso!
La domanda finale è dunque : ‒ ci serve veramente tutto questo ? Ovvero “cui prodest?”

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