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Archive for agosto 2013

La decadenza di una civiltà è sempre un fenomeno diffuso in quanto inesorabile. E viceversa. Il che ha due principali conseguenze.

La prima è che le manifestazioni della decadenza sono talmente regolari da apparire scontate, e così da finire per essere inapparenti. Con l’ulteriore conseguenza che il metterle in evidenza può generare sconcerto se non rifiuto da parte di chi ascolta.

La seconda è che, anche ammesso che il fatto descritto venga accettato come segnale di decadenza, ci si rifiuta categoricamente di pensare che su un fenomeno così diffuso e di fatto “normale” si possa esprimere un giudizio. Il giudizio insomma viene a priori  escluso (anzi proibito), davanti a qualunque forma di decadenza, proprio perchè essa è per definizione diffusa urbi et orbi.

Tipicamente, allora, viene letteralmente cancellato e soppresso, nella coscienza collettiva, il termine “decadenza“. E ciò anche perchè tale termine è esso stesso un giudizio.

È con questa consapevolezza che mi accingo a commentare, quale fenomeno tipico della decadenza della nostra civiltà, il recente fatto di cronaca religioso-sportiva (sic!) del ricevimento in pompa magna delle nazionali di Argentina ed Italia presso la Santa Sede, con poi successivo incontro amichevole di calcio. Bastino già, per comprendere, lo spazio concesso a tale evento dai media ed i toni enfatici e trionfali (secondo un compione comprovato) usati per descriverlo.

Decisamente “a buon intenditor poche parole“! Insomma veramente bastarebbe questo secco no comment per commentare questa sconvolgente notizia.

Eppure le cose stanno in modo così chiaro solo per poche persone che non hanno ancora perso il vizio di pensare. E pertanto questo articoletto di costume e di cronaca non è rivolto a loro, dato che essi sicuramente userebbero le mie stesse idee e parole, se non di molto migliori, per approfondire il senso dei fatti.

Premesso questo, non si può proprio nascondere il fastidio e lo stupore di chi è aduso a pensare davanti a questa conferma così eclatante dello spirito che sembra guidarre questo Papato. E ciò forse proprio per l’enfasi concorde con la quale esso è stato interzionalmente celebrato a tutti i livelli della nostra società. O meglio civiltà!

Bastò già la notizia del papa amante del tango per capire in che sorprendente direzione ci si stava muovendo. E ciò di concerto, cioè in uno stretto procedere parallello che vede da un lato l’immagine che il Papato consegna di sè stesso alla stampa ed istituzioni culturali e politiche e dall’altro l’immagine che questi ultimi sono disposti volentieri ad accogliere.

E che tutto ciò venga poi condito anche con manifestazioni di eclatante pietismo compassionevole, con la solita strizzatina d’occhio alle parole d’ordine filosofico-politiche vigenti (a favore del “povero” solo di facciata, ma in verità ferventemente appassionate del più sfrenato edonismo consumista), è cosa che può solo confermare il sospetto che gli altri esibizionismi intento suscitano.

E così abbiamo visto due cortei di scapigliati inseguitori e colpitori di palla in mutandoni venire ricevuti con tutti gli onori (del rito e della cronaca) da un Papa che vuole con ciò mostrare quanto egli sia vicino al semplice ed immediato sentire popolare.

Ebbene chi sono costoro? Cerchiamo di vedere meglio. I due cortei sono composti non solo dai protagonisti del calcio, ma anche da tutto uno stuolo variopinto e composito di seriosi tecnici auto-supponenti ed auto-referenziali il cui interesse ultimo è comunque solo e soltanto il soldo, come del resto lo è per gli eroi da operetta ed osannati ipertrofici gladiatori della palla dietro quali le comparse si nascondono.

Gi infiniti, ormai, scandali che li riguardano (anch’essi solo di facciata, visto che sesso, soldi e potere sono articoli di comune avido desiderio) hanno dimostrato oltre ogni dubbio che, in generale, il baricentro del loro agire si è spostato già da tempo ben oltre lo stupidissimo inseguire e calciare una palla, portandosi infine sul campo del guadagnare e godere in abbondanza e senza troppi scrupoli.

Inoltre i veri ed immensi scandali riguardanti questo genere di gente sono sostanzialmente tre : ‒

1- lo scandalo rappresentato dal fatto che tale gente gode di un prestigio (oltre che di stipendi) infinitamente al di sopra sia della media generale ma soprattutto infinitamente al di sopra di quello (quelli) di cui godono persone che svolgono lavori di impegno, responsabilità, serietà ed utilità essi stessi infinitamente superiori a quelli caratteristici del lavoro dell’inseguitore-pedecolpitore di palla.

2- lo scandalo rappresentato dal fatto che la girandola di stupidissimi eventi ruotante intorno a questa gente polarizzi l’attenzione, l’interesse e l’entusiasmo appassionato delle masse molto ma molto più di qualunque altro evento, e, ciò che ancora più grave, problema collettivo

3- lo scandalo rappresentato dal fatto che tutto ciò che riguarda questa gente alimenti il prestigio, l’impegno, e i salari di tutta una corte di “commentatori”, autorizzandoli peraltro ad esibire una sussiegosa gravità di parola, di modi e di pensiero (la “seriosità” di cui si parlava prima) che definire degna di miglior causa è ancora fin troppo generoso.

Ebbene qual’è allora il segnale rappresentato dal ricevimento in pompa magna di questa corte dei miracoli (con acclusa partita ) e soprattutto con le accluse esternazioni sa parte del Papa sulla religione, religiosità e teologia da intendere ormai alla stregua della stessa dimensione calcistica?

Secondo me il segnale è questo.

Il Papa, cioè il Capo supremo della Cristianità Cattolica (e quindi non solo rappresentante supremo di una delle più grandi ed estese religioni e teologie della terra ma anche rappresentante di un numero ristrettissimo di capi spirituali di immmensi popoli, cioè simbolo religioso per eccellenza), avalla ed autorizza di fatto gli scandali che questo immondo baraccone comporta e rappresenta. Per essere pratici ed espliciti, egli avalla ed autorizza quanto segue :‒

1- che un inseguitore-pedecolpitore di palla conti infinitamente di più (ed in tutti i sensi) di un uomo comune, ancor più quando costui è un uomo retto, pio e dotato di senso del dovere (e ciò in modo assolutamente indipendente dal fatto che sia un vero indigente o meno)

2- che il baraccone (fatto di scandali finanziari, sessuali e narcotici) di questi ineguitori-pedecolpitori sia degno di essere ricevuto personalmente ed in pompa magna da un Papa che non riserverebbe mai lo stesso trattamento a nessun uomo comune (o, se lo facesse, lo farebbe solo a condizione che quest’ultimo fosse ridotto a rappresentante di  una simbologia di sicuro impatto cieco-psicologico collettivo, cioè “povero“, “debole“, “oppresso“, “emarginato“, etc)

3- la nuova prassi religioso-teologica inaugurata dal Papa francescano, che vuole far sentire alla gente la sua intima vicinanza, passa di fatto attraverso l’avallo ed autorizzazione, ma infine anche l’esaltazione, delle peggiori e più cieche e più immorali e distruttive abitudini (se non vizi) mentali, estetici e pratici della gente stessa ; in altre parole non vi è più da parte del Capo supremo di una Religione-Teologia, alcuna aspirazione alla guida ed alla correzione di corpi ed anime.

Insomma ciò da cui Gesù Cristo mise in guardia, il dare scandalo, sembra invece aver perso tutto il suo potere dirompente.

Ebbene, se le cose stanno proprio così  (ed io non mi sbaglio invece su tutta la linea, cosa sempre possibile!), il Papa ed il Papato hanno messo a segno un vero e proprio colpo da maestro.

Ma ciò ahinoi non in positivo bensì invece in negativo. E ciò è del resto in perfetta linea con i fenomeni della decadenza, che è sempre anche degenerazione. Come ci ha infatti insegnato Renè Guènon, in tempi decadenza proprio i fenomeni spirituali si presentano nella forma della caricatura e dello scimmiottamento inversivo.

E dunque con questo autentico colpo da maestro portato a segno dal Papato si è ottenuto di accelerare e rafforzare la degenerazione in campo religioso, teologico, spirituale in generale, psicologico, estetico, civile, politico-sociale e di costume.

Con quello che ci è stato insegnato sappiamo insomma ormai tutti molto meglio come non ci si dovrebbe comportare ma come ci è di fatto, invece, caldamente consigliato di fare.

Erano queste le speranze di rinnovamento riposte su questo Papato?

Oppure dobbiamo rassegnarci a giudicare Chiesa, Teologia e Religione solo dall’angolo visivo che hanno da tempo solo l’utile e l’oeconomicus nella vita sociale? E dovremmo in questo caso ritenere più che sufficiente che il rinnovamento si riassuma nelle censure esercitate dal nuovo Papato verso lo IOR ed in generale verso i finanzieri vaticani.

Ma per me vi sono purtroppo ormai pochi dubbi.

Il Cattolicesimo ha deciso di farsi furbo e di imparare finalmente dall’esempio del faccione eterno-sorridente del Dalai Lama, anch’egli, da Capo supremo esemplare di una grande Religione-Teologia (il Buddhismo) e di un immenso insieme di popoli, trasformato ormai in vuota icona internazionale di un beotismo religioso-spirituale in virtù del quale di fatto “tutto va sempre bene e soprattutto volemose sempre bene e ubbriacamose pure ‘nsieme…!”.

Già ci aveva provato Woityla con le adunate oceaniche in delirio e Ratzinger con il sorriso timido e dimesso da eterno seminarista. Ora arriva el Papa argentino del tango de Gardel con i suoi trascorsi di visitatore ostinato di bidonvilles e con una nuova formula dentifricia di sorriso immarcescibile ed accattivante sul faccione da simpatico. Più accattivante questo, nelle intenzioni, dell’iconografia dentistica ormai scaduta del Dalai Lama.

E tutto ciò attira consensi a bizzeffe, promettendo così di riempire le chiese dalle porte laterali, visto che da quella principale ormai non ci si riesce proprio più.

Ma è da considerare un successo ed un progresso questo?

Questa è la rinnovata Religione e Teologia (non solo cattolico-cristiana), e questa è la nuova Spiritualità ? Sembra proprio di sì. E, per quanto incredibile, le loro lezioni appaiono proprio essere quelle che seguono.

Nessuna complessità, nessuna complicazione, nessuna profondità, nessuna spigolosità, nessun antipatico e scomodo rigore, please!

Tutto deve essere semplice, senza pretese, amichevole, melenso, fluido, insomma facilmente digeribile come una pappina per lattanti.

Ed il perenne invariabile sorriso deve esserne l’emblema. Sempre e davanti a tutto.

Ed inoltre che si ponga particolare attenzione alla più completa stupidità collettiva. Mai dunque una sola parola che si allontani dal suo spirito, dalla sua passione per il re-imbarbarimento de-complessizzante e de-civilizzante, per il quale l’elementare ed il semplice sono tutto.

Là è la vigna degli operai, là è il gregge dei pastori. Là potrete sorridere sempre ricevendone il cambio sempre e sicuramente il sorriso.

Ma non provate nemmeno a pensare di poter usare questo consenso per cambiare gli uomini. Lasciateli come sono altrimenti o vi uccideranno, o, peggio ancora, vi ignoreranno. E questo è ormai sommamente da evitare. Ite et amen!

Lo ripeto, ciò che spero di più è di sbagliarmi su tutta la linea. E se è proprio così, sarò lietissimo di ammetterlo, ammesso che si riesca a convincermi. In caso contrario vi è invece veramente da disperare. E non solo in senso kirkegaardiano!

Insomma, e lo dico con tutta l’umiltà che ciò richiede, anzi lo dico letteralmente inginocchiandomi davanti a questo Papa dell’ultima speranza :‒ Sua Santità, ma non è che si sta sbagliando su tutta la linea?

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Dò a questo scritto il suo titolo consapevole che con esso faccio un’affermazione alla quale molto probabilmente dovrebbe seguire una domanda non poco imbarazzante.
La domanda è la seguente : ‒ Devo forse vergognarmi?

Domanda dalla quale si può ben vedere quanto i tempi siano cambiati. Cosa che a me personalmente dispiace non poco, essendo un accanito ed appassionato conservatore. Una volta infatti sommamente volgare sarebbe stato considerato piuttosto l’esporsi senza ostacoli ai raggi del sole. Come appunto si tende a fare nelle vacanze al mare. Questo faceva troppo duro e servile lavoro della terra. E ciò, come è noto, era disprezzato. Non a caso erano allora altamente apprezzati solo e soltanto incarnati delicati, candidi e rosati. E pertanto che potesse mai esistere un luogo come la “spiaggia”, dove l’esposizione solare potesse essere volontaria e ricercata, ed anzi addirittura legata la riposo, era cosa che non sfiorava nemmeno la mente degli uomini e donne dell’epoca. Cosa del resto assolutamente sensata e saggia, se ci si pensa anche solo un attimo. Quanto mai più allora in tempi di buco dell’ozono! E pertanto, se allora pure si fosse giunti ad immaginare un luogo del genere, di certo lo si sarebbe visto, ancora una volta, come un luogo di disagio e dura fatica, ossia il mondo di pescatori e marinai. Poveri disgraziati trattati molto male dal destino! Ergo, la vacanza al mare era impensabile mentre la vacanza in campagna era invece un must, come si direbbe oggi. Quindi era il top dello chic. Essa prevedeva svagati soggiorni all’ombra di alberi frondosi e presso fresche e mormoranti acque correnti. E poi, nelle ore del giorno in cui ciò era possibile, passeggiate ritempranti. Guai allora a chi non poteva permetterselo.

Non c’è bisogno di dire che oggi le cose stanno in modo completamente diverso. E non da poco tempo. Cosa di cui io personalmente, per quanto ci pensi e per quanto io stesso sia stato un accanito appassionato di mare, in qualche modo non riesco a capacitarmi. È proprio per questo stupore che debbo confessare al lettore un’inconfessabile debolezza. Prima di scrivere questo post mi aveva infatti attraversato la mente la tentazione maliziosa di spacciare per vera l’uscita di un articolo su una famosa rivista di glamour, diffondente la sensazionale notizia che la vacanza al mare (specie se in barca) era ormai considerata trash, ossia cafona. E che, conseguentemente, la vacanza in campagna stesse tornando prepotentemente in auge. Si sarebbe trattato evidentemente di un crudele scherzo ai danni dei lettori, ma soprattutto di uno scherzo giocato a me stesso da quell’entità maligna che così spesso si nasconde dietro ognuno di noi. Insomma lo scherzo mi sarebbe stato giocato dall’indegno senso di frustrazione ed umiliazione,  se non (per essere sinceri fino in fondo) di vergogna, sicuramente serpeggianti in me (quale sostenitore ad oltranza del valore della vacanza in campagna), nel sentirmi ormai fuori dai circuiti appunto del glamour rigorosamente marino. E questo lo dico e lo ammetto pur dovendo anche dichiarare che il fatto di passare le vacanze in campagna è comunque stato per me e la mia famiglia una vera e propria scelta. Fatto sta che nei tempi difficilissimi che stiamo vivendo passare la vacanza al mare è divenuto francamente proibitivo. A meno che non si sia disposti a soluzioni parziali che onestamente trovo, oltre che deludenti (per chi è abituato a ben altro) anche umilianti se non francamente bestiali. E soprattutto, alla fine dei conti, addirittura lampantemente in contraddizione con ogni idea di relax da vacanza. A ciò è da aggiungere che per tradizione familiare appartengo a quella cerchia di ormai “fu-fortunati” ai quali era riservato il privilegio (colpa o merito, lascio la decisione al lettore) di passare tre mesi di ferie al  mare. E quindi, come ho già detto, non si potrebbe proprio dire che sono un odiatore del mare. Anzi ai luoghi di mare che io ho conosciuto ‒ quando essi conservavano ancora la grazia, la purezza, la pace ed il fascino di luoghi pressochè solitari ed ancora pieni di mistero (nei quali ci si sentiva veramente a contatto con la natura) ‒, sono legati tutti ma proprio tutti i miei più cari ed entusiasmanti ricordi. Per capirci, quel genere di ricordi ai quali, con il passare degli anni sul proprio groppone, ci si affeziona sempre più ostinatamente. Eppure oggi costituisco di fatto un escluso dal privilegio di una vacanza al mare che non sia solo una burla (come è per tanti cosiddetti “forzati della vacanza”). Come è potuto accadere? Naturalmente si sa che “sic transit gloria mundi”. Ma la costazione di tale ovvietà non esime dall’obbligo di porsi domande. Ebbene è successo che sono accadute molte cose che hanno sottratto allo strato sociale cui appartengo la condizione di privilegio (giusto o ingiusto che fosse) che le era propria. La rapinosità fiscale dello Stato ha preso a gravare sempre più pesantemente proprio su questo strato sociale rovinandolo così sempre più completamente cioè sottraendogli le risorse finanziarie che un tempo si tramandavano di generazione in generazione e che tendevano quindi a restare abbondanti nononostante il passare del tempo. Il prestigio si è ormai completamente dissociato dalla nobiltà della professione svolta, così che la consistenza degli introiti finanziari è diventata addirittura, poco a poco, inversamente proporzionale a quest’ultima. E così sono venute ormai alla ribalta professioni, figure professionali e status produttivi che prima, per la loro tendenziale volgarità, venivano guardati con sufficienza se non con disprezzo dagli appartenenti al ceto da cui io provengo nonchè da altri ancora più privilegiati ceti. Parlo insomma in generale della categoria dei “bottegai”, intendendo il termine molto più  in senso qualitativo che quantitativo. Così che oggi si può constatare il curioso fenomeno del trapasso di molti antichi ricchi, una volta “nobili” (a diverso titolo), proprio in questa nuova categoria produttiva, che di nobile non ha invece assolutamente nulla, riguardando essa solo e soltanto il più vile e bruto danaro. E conseguentemente le lunghe o almeno prestigiose (o almeno articolate e multiformi) vacanze al mare sono ormai riservate ormai solo a costoro, i rampanti e nouveaux riches. Non ne faccio il nome e cognome per non offendere nessuno. In altre parole la nuova ricchezza, contraddistinta in modo chiaro dalla volgarità, si concilia perfettamente con il costume della vacanza al mare che ormai, esclusivo o meno, si è anch’esso irrecuperabilmente involgarito. Insomma, di elementi per l’ipotetico articolo sulla rivista di glamour ce ne sarebbero pertanto in principio moltissimi. E quindi è probabile che sia solo questione di tempo. Oltre a ciò è accaduto che le località marine sono state prese d’assalto da una turba per lo meno socialmente composita, che ha fatto si che ogni tratto di roccia o spiaggia della nostra costa venisse occupato da Luglio ad Agosto da masse straripanti. Che fossero quelle dei poveracci, cioè villeggianti-viaggiatori da spiaggia libera (con relativa baracca e ruoti di pasta al forno) oppure quelle dei sussiegosi, e con relativa obbligatoria puzza al naso, frequentatori di località più o meno esclusive. Massa lo era sempre anche se rarefatta e vaporosa di delicati profumi di soldi e buone abitudini. E chi ha conosciuto il mare come lo ho conosciuto io, non può che avere un’enorme difficoltà a riconciliarsi con l’idea che immergersi in queste masse rumorose e da vari punti di vista odiose possa veramente costituire una vacanza. Pe tutti questi motivi, per la gente che si riconosce nella mia condizione, la vacanza in campagna può essere una scelta in qualche modo obbligata. Pur senza togliere a questo,  per essere onesti fino in fondo, il senso di frustrazione ed dispetto per essere in qualche modo obbligati a fare qualcosa che per la maggior parte della gente non costituisce un valore, anzi per molti costituisce un vero e proprio disvalore. Allora, che io abbia finto o meno nel sostenere che una famosa rivista di glamour abbia decretato la fine del prestigio e del fascino della vacanza al mare, riportando sul piedestallo di una volta  la vacanza in campagna, è cosa che non ha in fondo molta importanza. Finto o meno, sarebbe proprio giusta l’ora che un fenomeno del genere si verificasse per davvero e che quindi attirasse finalmente le avide attenzioni della stampa da boulevard. Ed allora potresti stare sicuro, caro lettore, che, per solo spirito di emulazione (è questo, e non altro, il vero spirito del così conformistico noblesse oblige che spinge varipinte masse verso le coste), sempre più consistenti fette di vacanzieri (a cominciare da quelli con la puzza al naso, accompagnati dalle loro svenevoli e viziate signore) inizierebbero l’esodo dal mare alla campagna. Ma a questo punto di nuovo in qualche modo i conti non tornerebbero più per chi si è sentito spinto verso la campagna dal disgusto che anima sempre solo il vero anti-conformista. Allora infatti non sarebbe più vero che l’autentica noblesse (quella se si vuole decaduta, incartapecorita ed impoverita, eppure ancora fedele alla sua essenza) contraddice a tal punto la noblesse smargiassa e sguaiata (di massa o di élite) che iinvece spinge tutti a fare la stessa cosa. Allora l’autentica noblesse, quella che sempre spinge a rifugiarsi in un altero, solitario e tranquillo angolino chi la sente scorrere le sue vene (anche in continuità con una vera e propria passata “grandezza”), ricomincerebbe a funzionare al contrario.

Ed allora, caro lettore, pensandoci bene, forse è meglio che la vacanza in campagna continui a restare rigorosamente out, e proprio come tale espressione di vera e pura noblesse. Con tutta la frustrazione, umiliazione, vergogna e senso di inferiorità che ciò può comportare, è meglio che un mal controllabile risolino di scherno minacci di affiorare sulle labbra della svenevole e viziata signora (legata al costume della vacanza marina quanto è legata al rigore nel vestire solo marche esclusive) nell’ascoltare la dichiarazione di colui che sceglie la vacanza in campagna. È meglio allora che il fenomeno del ritorno estivo alla campagna non si affermi mai e che quindi non venga mai scritto il famoso truffaldino articolo della mia vendetta da minusvalico del reddito e del prestigio sociale. Forse allora, nel passare l’estate in campagna, vale proprio la pena di continuare a godersi comunque con gusto cose come quelle che seguono : ‒ la contemplazione del mistero un puro cielo stellato notturno in assenza totale di laser da discoteca, la carezza immacolata di una fresca sera mentre si cena all’aperto in mezzo alle più fitte tenebre ed al più perfetto silenzio, lo starsene sdraiati a leggere all’ombra della chioma di un albero che quasi ci racchiude nel suo abbraccio, lo starsene in piscina lasciando vagare lo sguardo sulle stupende pendici boscose di una verdissima valle chiusa da ogni parte. E poi il contemplere gli steli verdi spuntanti dopo la pioggia, e l’aspirare a pieni polmoni i profumi del fieno e poi quello della frutta ormai matura. E poi, e poi… Non è forse magia questa? Non è forse poesia? Non è forse grazia? Quanto paragonabile ad una spiaggia assolata odorante di creme solari e gremita di culi e tette sbandierati al vento ? E quanto paragonabile ad una baia gremita di scafi e odorante di miscele al quattro per cento e gasolii, in cui ci si instupidisce lasciandosi dondolare pur non più volendolo mentre non si riesce proprio a trovare una posizione comoda per sistemare le proprie nutrite natiche? Insomma ogni dubbio è superato e con essa ogni fastidiosa domanda.

L’affermazione iniziale resta quella che era : ‒ Io passo le vacanze in campagna!

E dopo c’è solo un’altra affermazione : ‒ E me ne vanto!

E voi fate un po’ come volete. Cioè ognuno ne pensi quello che ritiene più opportuno.

Buone vacanze a tutti

 

 

 

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Vincenzo Nuzzo Un Dioniso-Cristo e l’originaria Religione della Vita.

Abstract:

Dopo la precedente recensione (“Il Dioniso di Kerényi e noi. Elementi antichi per  una critica al Moderno”) dedicata allo stesso testo di Karol Kerényi (“Dioniso”), l’autore affronta più specificamente il tema rappresentato dalle potenti suggestioni, derivanti da questo testo, che lasciano supporre una sorprendente affinità tra la figura di Dioniso e quella di Cristo, ed anche, conseguentemente, tra le rispettive liturgie e dottrine teologiche. Tuttavia va precisato che l’affinità appare sorprendente non sul piano sostanziale bensì soprattutto in relazione ad una circostanza tutto sommato secondaria dal punto di vista teologico e cioè quella rappresentata dalla polemica moralistica del Cristianesimo contro il dionisismo in particolare e contro la religiosità pagana greco-romana più in generale. Come già sostenuto in altri nostri scritti, anche qui viene da noi sottolineata la strumentalità di tale polemica, il cui scopo cosciente appare essere stato molto più quello di guadagnare facili consensi che non quello di affermare verità teologiche cardinali. Ciò che colpisce infatti è che, una volta sgombrato il campo dai termini di tale polemica (una volta cioè considerata la presunta immoralità del dionisismo nella giusta luce), allora l’affinità tra Dioniso e Cristo appare veramente palpabile. E ciò che è ancora più suggestivo è il fatto che tale affinità appare funzionare non solo in un senso, cioè da Dioniso a Cristo (nel senso cioè di una possibile elevazione del dionisismo al rango teologico del Cristianesimo) ma anche al contrario, e cioè da Cristo a Dioniso, ovvero nel senso di una possibile riducibilità del Cristianesimo al dionisismo. Il termine “riducibilità” va però qui ben compreso, in quanto con ciò non intendiamo affatto sostenere un’ipotetica de-costruzione del Cristianesimo a modelli teologici più elementari nel senso di un maggiore naturalismo e di una minore purezza. Di un’operazione di questo genere si sono manifestati diversi aspetti nel corso del pensiero filosofico e scientifico diversi aspetti Un aspetto particolare (tra i tanti) è stato la critica al Cristianesimo da parte di Nietzsche, critica che tendeva alla demolizione e non alla chiarificazione. Un altro aspetto particolare è rappresentato dalla vasta corrente di studi mitologico-antropologici miranti a de-costruire il religioso come riducibile a meri fatti naturalistici  e storici (inclusi quelli psicoligi), ed il cui intento è altrettanto demolitorio. Ed infine un ulteriore aspetto particolare è proprio la tesi più o meno apertamente sostenuta da Kerényi e secondo la quale, in fondo, il vero, autentico, e più condivisibile nucleo del dionisismo starebbe proprio nell’arcaica ma integra, viva e fresca religiosità cretese-mediterranea al centro della quale vi è un Dio-Vita riconoscibilmente femminile e non-civile che alla fine si identifica con la Natura. Una tesi questa che appare risentire della molto sentita esigenza da parte della psicologia del tempo (psicanalisi) di una nuova e rivoluzionaria igiene psichica che saltasse a piè pari il moralismo cristiano (e l’intero idealismo risalente a Platone) per ritrovare la freschezza delle fonti naturali greche e pre-greche. Noi personalmente (da convinti cristiani quali siamo!) non condividiamo affatto nessuna di queste tesi, e pertanto ciò che ci interessa nell’ipotesi di una profonda e forte affinità bilaterale reciproca tra Dioniso e Cristo è soprattutto la possibilità di riconoscere nel Cristianesimo elementi finora non evidenziati, e che permettano di ritrovare la via che conduce dalla teologia specifica ad una Metafisica superiore e primordiale, che siamo convinti rappresenti il contesto di riferimento unico e vero di ogni teologia. In questo senso crediamo che nè Dioniso nè Cristo possano e debbano prevalere l’uno sull’altro, e che quindi, se vi è un senso nella riducibilità del secondo al primo (alla quale deve necessariamente corrispondere anche la riducibilità del primo al secondo) questo senso stia nella sostanziale parità in rango dottrinario e purezza religiosa che dev’essere riconosciuta ad entrambi. E ciò, una volta ampiamente condiviso, rappresenterebbe  una riparazione abbastanza esaustiva al grave crimine, indubbiamente commesso dal Cristianesimo, di disprezzo e messa in ombra, entrambi del tutto ingiusti, del dionisismo e della religiosità pagana. Del resto tutto ciò è nell’interesse dello stesso Cristianesimo, così interessato com’è, per statuto, all’ecumenicità. Non è infatti di certo affermando la superiorità di rango di una teologia sull’altra che si potrà giungere alla teorizzazione di una religione universale. E ciò vale nello spazio (geografia dele religioni) come nel tempo (storia delle religioni). Precisato questo, va aggiunto, ad informazione dell’eventuale lettore, che l’affinità ipotizzata in questo scritto (sulla base dello scritto di Kerényi) viene da noi esplorata secondo due direttrici : ‒ 1) quella del trapasso storico-religioso (e geografico) dal Dio vitale-naturale (Dio-Vita) al Dio Trascendente e conseguentemente dall’impuro Dio della non-civiltà femminile al puro Dio della civiltà maschile ; 2) quella del progressivo rivelarsi di autentici concetti teologici cristiani nel bel mezzo della liturgia e teologia dionisiaca.

Riguardo a tale ultimo aspetto è  abbastanza scontato aspettarsi che molte delle nostre feste cristiane riconoscano alla loro  base nuclei liturgici dionisiaci. E  ciò richiederebbe una trattazione specifica che si integrerebbe ottimamente nel nostro scritto. Basti comunque solo a mo’ di suggestivo esempio menzionare a tale proposito ciò che recentemente ci è capitato di sperimentare seguendo la Processione della Spina Santa di Cusano Mutri (BN). L’inno sacro che veniva qui cantato, e proprio dalle donne che seguivano la processione (nella quale veniva trasportata la Madre del Dio), era caratterizzato da un ritornello riconoscibilmente estatico contenente queste parole : “Io ti adoro spina santa, hai toccato le carni sante, io ti adoro spina santa, hai toccato le carni divine…“. Il riferimento dionisiaco contenuto in queste parole ci sembra piuttosto chiaro.

( Del testo, ammontante a 78 cartelle, viene qui fornita solo una piccola parte iniziale  dell’introduzione, lasciando così la lettura del resto di esso alla volontà del lettore interessato, che potrà rivolgersi direttamente all’autore per la fornitura di una copia cartacea)

Testo:

Dioniso può equivalere a Cristo e Cristo può equivalere a Dioniso? La suggestione intellettuale e morale aperta da questa doppia domanda non è ami avviso affatto peregrina nè blasfema. Ed in entrambi i sensi. Essa deve infatti senz’altro essere passata per la testa di molti mitografi e filologi a fronte delle impressionanti coincidenze che, studiando non solo quello di Dioniso ma tutti i miti della terra, si possono trovare tra essi ed i più disparati aspetti della figura di Cristo e del Cristianesimo. E di conseguenza sicuramente tale suggestione intellettuale e morale deve avere spesso almeno sfiorato per un attimo anche la mente di molti teologi. Quanto ai filosofi il discorso è forse molto più semplice, dato che essi in genere si sono incaricati di compiti più specifici. In Schelling1 troviamo ad esempio la descrizione dottissima e profondissima di un legame di continuità tra Paganesimo e Cristianesimo, e ciò nel senso di una progressività che reca poco a poco ad una religione più perfetta, o religione autenticamente spirituale. Una religione spirituale che corrisponde essenzialmente al Cristianesimo paolino. In Kirkegaard troviamo invece la difesa intransigente e ad oltranza del valore del Cristianesimo contro quello del Paganesimo, laddove solo il primo è visto come luogo religioso di esplicazione di una tensione spirituale serissima e rigorosissima della colpa, che invece viene ritenuta mancare completamente nel secondo. Qui la religiosità è essenzialmente la dolente consapevolezza dell’immensa indegnità dell’uomo davanti a Dio e della miseria della condizione terrena che lo caratterizza. Qualunque gioia vitale è qui pertanto per definizione anti-religiosa. Ed infine in Nietzsche2 troviamo un nemico esplicito del Cristianesimo, con l’affermazione delle terribili colpe di quest’ultimo nell’abbattimento di un Paganesimo il quale, con la sua religione vitale e sensuale, garantiva l’unica e vera spiritualità sana possibile. Un discorso molto simile lo troviamo nell’altro filosofo tedesco, omonimo di un altro ben più famoso filosofo, e cioè Theodor Lessing3. Una delle tesi anti-cristiane di Nietzsche è peraltro quella che il Cristianesimo dottrinario più metafisicamente sofisticato non sia in realtà altro che una spregiudicata e cinica raccolta e copia di elementi pagano-ellenici (specie neo-platonici), i quali sarebbero stati innestati senza troppi complimenti sul tronco della religione giudaica. Secondo questa idea non vi è alcun Cristo (che sarebbe solo un’invenzione a tavolino), ma vi è invece solo un Gesù. E costui, a sua volta, non sarebbe stato altro che un buon diavolaccio, un uomo mite e senza pretese, una specie di hippy ante litteram, che a chi lo conobbe voleva solo insegnare il modo più piacevole e disimpegnato possibile di vivere.  Una tesi che può far storcere il naso, ma che, almeno per alcuni suoi aspetti, non è affatto priva di elementi di forte suggestione, se non di ragione. In ogni caso personalmente di questo tema ho parlato molto ed approfonditamente in due miei precedenti saggi4. Ed in essi, sulla base di un testo di mitografia (Gatto Chanu5), ho ricordato i  molti elementi di somiglianza esistenti tra diversi miti planetari ed il Cristianesimo. Pertanto il discorso del parallelismo tra Paganesimo e Cristianesimo può e deve muoversi lontano dal piano filosofico e molto più invece sul piano invece genuinamente mitografico. Prima di spostarci su questo piano va però menzionata però la suggestione aggiunta alla suggestione per mezzo della teosofia, e cioè con Steiner. Delle tesi del teosofo ho comunque già parlato in altre mie recensioni6. La sua idea è quella che il Cristianesimo rappresenti la tappa storica di una consapevolezza religiosa molto remota (risalente, almeno sulla terra, al tracollo della civiltà di Atlantide), che coincide con il Paganesimo greco-romano proprio perché già in esso si era differenziata un’idea antropomorfica del divino che, a sua volta, implica il concetto di incarnazione e quindi della profonda spiritualizzazione del mondo da parte del divino stesso. Ed il semplice affermarsi di tale idea nel suo complesso implica a sua volta necessariamente un successivo cammino ascensivo e contrario dell’umano-terreno in direzione del divino, che però deve passare necessariamente per la collaborazione impegnata dell’uomo alla completa spiritualizzazione del mondo. In altre parole qui la vita spirituale inizia a venire intesa come impegno nel mondo e non più come distacco ascetico. Tutto ciò avrebbe raggiunto il suo acme nel Cristianesimo ma avrebbe trovato tutte le sue premesse già nella religione pagana greco-romana, nella quale il cammino del puro Trascendente verso l’Immanente avrebbe trovato una sua tappa decisiva. Le tesi di Steiner sono sempre intrise di elementi estremamente fantasiosi, che lasciano per definizione perplesso il lettore più esigente e meno credulone, eppure bisogna dire che nel complesso questa tesi risulta estremamente convincente proprio perché essa sconfina in modo molto originale dai limiti di  un pregiudizio fin troppo diffuso circa il netto stacco esistente tra Paganesimo greco-romano ed il Cristianesimo e quindi circa un’insuperabile dissimilitudine tra queste due religioni. In tale tesi esistono pertanto molti punti di appoggio per l’idea che Dioniso e Cristo, se non sono una sola cosa, sono almeno due figure divine estremamente prossime. O almeno sono espressione entrambe di un unico spirito religioso.

Ma spostiamoci infine sul piano più puro ed elementare della mitografia, venendo così ancora una volta al Dioniso di Kerényi7, al quale abbiamo già dedicato un’altra recensione8. In questa recensione ho sostenuto la tesi di un’ipotizzabile conversione moderna al dionisismo nel senso della volgarizzazione dell’originale contenuto della religione dionisiaca, piegata alle esigenze dell’attuale edonismo consumista ed utilitarista. Ebbene, questo tema non mi sembra affatto  lontano da quello del rapporto tra Dioniso e Cristo così come emerge nel libro di Kerényi. Se infatti, come suggerisce Nietzsche, il Cristianesimo assomiglia fin troppo al dionisismo per non essere stato da esso direttamente contaminato, l’esito della così disinvolta operazione di maquillage usurpatorio che è ipotizzabile su tale sfondo (la supposta spregiudicata importazione occulta di materiali orfico-dionisiaci da parte del Cristianesimo nascente) non poteva che essere quello di una tremenda nemesi. Una nemesi in cui il dio che punisce è alla fine Dioniso e quello che subisce è invece proprio Cristo. Starebbe dunque accadendo che il Dioniso rinato nel mondo moderno si vendica sul suo fratello ed alter ego a causa di un sostanziale tradimento. Il tradimento ipoteticamente consumato da Cristo verso le sue vere radici religiose. Si delinea insomma uno scenario estremamente inquietante, che del resto è in straordinaria consonanza con le minacciose nubi che sempre più sembrano addensarsi sul mondo intero e sull’edificio stesso della Chiesa cristiana. Il tratto più generale di somiglianza tra dionisismo e Cristianesimo sta nel fatto, messo perfettamente in luce da Kerényi che il primo non è altro che una Religione della Vita.

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