Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for luglio 2014

Abstract.

In questa recensione del libro di Fritjof Schuon dal titolo “Logica e trascendenza” si sostiene la tesi centrale secondo cui la filosofia avrebbe moltissimo da guadagnare nell’aprirsi onestamente, coraggiosamente e rispettosamente al messaggio esposto in esso. Tale messaggio è assolutamente multiforme, anche se può essere riassunto nell’affascinante tesi secondo cui la conoscenza dell’Assoluto più Ineffabile (la cui esistenza è peraltro colta pienamente solo da un pensiero aperto senza pregiudizi alla dimensione esoterico-misterica) è assolutamente alla portata dell’Intelletto umano. Il che rende poi del tutto plausibile una logica assolutamente ineccepibile del Trascendente, anche se esclude decisamente come praticabile, valida, e soprattutto come paradigmatica, la logica (qui giudicata appena inferiore) impiegata usualmente in modo intollerantemente dogmatico da ciò che viene qui deplorato come “razionalismo”.
Il risultato ultimo del libro è l’attarente prospettiva di una felice riconciliazione tra ragione e fede. Ma ciò avviene nel contesto della configurazione di una vera e propria, per così dire, intelligenza di fede, la quale a nostro avviso è proprio quanto, nell’interezza dei suoi aspetti, potrebbe offrire alla filosofia una serie di lezioni che non puntano affatto al suo impoverimento bensì semmai al suo arricchimento. Tutto ciò presuppone però come presupposto indispensabile la rinuncia della filosofia all’intollerante orgoglio che essa si attribuisce quasi per statuto identitario, e che costituisce un ostacolo assolutamente insormontabile alla possibilità che essa possa ammettere lezioni esterne al suo ambito e sfera di dominio. Meno che mai tali lezioni possono essere ammesse, se provengono dall’ambito di quella metafisica integrale della quale qui ci sembra che Schuon rappresenti in pieno lo spirito ed i contenuti dottrinari. Sebbene a partire da un punto di vista affatto universalmente condiviso in questo ambito di conoscenza.
Ebbene la nostra recensione può essere intesa propri come la consegna di questo prezioso libro nelle mani dei filosofi da parte di un metafisico integrale. Il risultato di tale offerta deve necessariamente essere considerato come aperto a qualunque sorpresa, eppure l’esito più prevedibile non potrà che essere quello di un reciso rifiuto. Speriamo comunque che almeno per alcuni filosofi ciò possa non accadere.
Testo : Introduzione.

Si può immaginare il libro di un anti-filosofo che possa giovare più ai filosofi?
Ebbene, se ciò è possibile, Logica e trascendenza di Fritjof Schuon (che d’ora in poi indicheremo con la sigla LT) è proprio questo. Un libro, diremmo, che ottimamente comparirebbe nel curriculum formativo dei giovani filosofi.
Questo ammesso naturalmente che la filosofia sia capace di autocritica, cosa che però è ad essa impossibile proprio per statuto. È quanto abbiamo spesso avuto modo di rilevare e far notare come “orgoglio filosofico”.
Sappiamo bene che ci sono molti, filosofi per professione o solo simpatizzanti, che si ribellano indignati contro una tale definizione. Essi infatti sono disposti a credere nelle fondamentali buone intenzione di quell’orientamento di fondo della filosofia come istituzione conoscitiva, che tende a delimitare piuttosto nettamente il sapere (o anche sapienza) dall’ignoranza.
Noi invece non siamo affatto disposti a credere in tale buona fede, e riconosciamo pertanto, in tale orientamento di fondo della filosofia, molto più quell’orgoglio tendenzialmente dogmatico che lo stesso Schuon lascia più volte emergere nella sua investigazione. E che poi non è altro che attaccamento volitivo, ovvero bramoso, all’esteriorità specie nella forma dell’esigente ego che appunto caratterizza la stragrande maggioranza dei filosofi.
Preso atto della vanità della nostra aspettativa di possibile accettazione di LT da parte dei filosofi, va comunque brevemente descritto lo scenario storico-pragmatico in cui tale fenomeno si colloca.
La filosofia ormai incapace di autocritica è infatti nello stesso tempo una filosofia divenuta incapace di essere “vita” (come rilevato da Hadot per alcuni aspetti e per altri aspetti rilevato da noi stessi extrapolando le tesi di Hadot stesso) (Pierre Hadot, Che cos’è la filosofia antica? Einaudi : Torino, 2010; Vincenzo Nuzzo, La “filosofia antica” di Hadot è veramente antica?, in : http://cieloeterra.worpress.com), una filosofia divenuta ristretta nel suo rigore nei termini di rifiuto dell’estensione del suo sapere alla cultura generale, ed infine una filosofia definitivamente istituzionalizzatasi come puro insegnamento.
Tutto questo trova un preciso riscontro nella riflessione di Hadot sui caratteri della transizione da filosofia antica a moderna. Per quanto comunque la filosofia antica possa essere stata molto diversa, sta di fatto comunque che la filosofia moderna è proprio così. E come tale essa si discosta in modo ormai drammatico dall’ipotetica immagine di una filosofia ideale e cioè presumibilmente corretta, così come essa emerge proprio nel contesto della riflessione di uno studioso come Schuon. Ebbene quest’ultima ha ottime probabilità (sebbene prendendo le dovute precauzioni, che qui non mancheremo di esporre) di coincidere con la filosofia antica.
È su tale base complessiva che può si può prendere atto della vera e propria difesa d’ufficio della filosofia (nei termini dell’ambizione al raggiungimento di un finalmente felice equilibrio tra ragione e fede) svolta da Schuon, pur essendo egli tutt’altro che un filosofo per scelta. Egli invece è chiaramente un metafisico ed un uomo religioso, ma proprio in tale veste egli fa una perorazione molto intensa dell’intelligenza a fronte di una fede che pretenda invece di escludere la ragione. E più volte rileveremo che, se è la teologia il primario accuato di tale pretesa, la filosofia non manca di prestarle in questo il suo braccio, sebbene non senza una certa maligna e distruttiva soddisfazione.
In ogni caso comunque la difesa di ufficio dell’intelligenza (ed anche della filosofia, sebbene spesso solo indirettamente) non può che ricondurre alla mera pura filosofia se essa non è congiunta ad un forte tentativo di riconiugazione della ragione alla fede. Il che implica il ripensare l’intelligenza proprio come intelligenza di fede in termini primari. Cosa che, per la filosofia, ha la conseguenza intanto di porre come legittimissima una nuova prospettiva teologico-.filosofica, ma soprattutto di istituire una filosofia apertamente religiosa come autentico volto della filosofia.
E diremmo che in questo consiste in definitiva la lezione impartita da LT ai filosofi. Ma così ritorniamo all’indisponibilità certissima di questi ultimi di trarre vantaggio da una lezione così stravolgente com’è questa.

Chiarito preliminarmente tutto questo possiamo addivenire alla presentazione quanto più sintetica possibile delle tesi esposte in LT.
………

(Il resto del testo, costituito da 39 cartelle, può essere richiesto direttamente dagli eventuale interessati all’autore, che sarà lieto di inviarlo in forma cartacea)

Annunci

Read Full Post »

Queste riflessioni nascono da un articolo di Marcello Veneziani sul Giornale nell’imminenza dell’incontro calcistico della finale di Coppa del Mondo. Bravo Marcello ad aver colto lo spirito aleggiante tutto intorno a noi!
Ed inevitabile era ciò che tu preconizzavi! Anch’io naturalmente ho tifato Argentina e non Germania.
Ciò pur avendo con la Germania e con lo spirito del popolo tedesco una lunghissima consuetudine personale (testimoniata peraltro dall’aver un figlio con sangue per metà germanico), e pur avendo vissuto della Germania solo il meglio che essa può dare. Parlo dell’aver potuto far conoscenza con le straordinarie ospitalità, lealtà, trasparenza ed affettuosità del tedesco come amico intimo e come collega. E parlo dell’immenso fascino esercitato non solo dalla cultura tedesca nelle sue svariate forme ma anche dallo stesso, per così dire, “spirito tedesco”. Animato com’esso è da una profondità e raffinatezza di pensiero e sensibilità ed inoltre da una tensione e passione ideale che, pur nel loro tendenziale estremismo, sono assolutamente senza pari. Oltre a ciò mi sembra che perfino nel loro tradizionale così vituperato spirito militare, almeno così come si è nel passato manifestato nella storia, si lasci riconoscere uno spirito cavalleresco assolutamente impareggiabile. E quest’ultimo denota tuttora i loro costumi del tutto al di fuori del militare.
Ebbene, per tutto ciò io personalmente nutro una profondissima e sconfinata ammirazione.
Eppure la così naturale tenacia con la quale oggi i tedeschi, inclusi i migliori tra loro, sostengono  la convinzione del loro diritto e dovere di farsi portatori di uno spirito di inflessibile rigore al quale tutti i popoli europei sarebbero tenuti strettamente ad attenersi, ricorda comunque troppo da vicino un’antica e nefasta rigidità del pensare e sentite per non suscitare sospetto, antipatia e rifiuto. Come è tipico del carattere tedesco, e com’è del resto spesso accaduto nella storia, la naturalezza (tanto da rasentare perfino l’ingenuità nel suo slancio ed afflato ideale) di tale tetragona convinzione si estende nella sua portata quasi indifferentemente dalla più alta nobilità d’animo, nel caso specifico un’etica ineccepibile nel suo rigore, fino alla più bieca e distruttiva abiezione.
Come ben scrive Marcello Veneziani, la loro è infatti di una vera e propria “oppressione”. E come lui stesso dice, la sfera di emozioni legata al calcio internazionale si è sempre prestata e si presta tuttora del tutto naturalmente a subire fortissimi influssi da questa sfera per così dire politico-morale.
Assolutamente nulla da stupirsi dunque se tutti in Italia abbiamo tifato per l’Argentina e contro la Germania. E da ciò che ho personalmente sperimentato in un paese come il Portogallo, direi che in fondo anche nel resto d’Europa le cose non sono andate diversamente. Di conseguenza è anche inevitabile pensare a questa così travolgente avanzata calcistica del tedesco come ad una sorta di rinnovato “rischio”.
Cos’è allora questo, insieme alla nuova coalizzazione degli animi europei contro la Germania di cui il calcio oggi si fa interprete?
È qualcosa che, ovviamente, ha un sapore estremamente antico e non certo piacevole. Tutti sappiamo benissimo cosa sia. E tutti dunque ne abbiamo istintivamente paura. Abbiamo paura degli antichi fantasmi da tutto ciò oggettivamente evocati e, nello stesso tempo, anche del fatto che noi stessi li abbiamo soggettivamente evocati. Abbiamo insomma paura anche di noi stessi nell’atto di aver nuovamente paura dei tedeschi e della Germania.
Ecco! Così sembra stiano le cose dopo che, una volta debitamente avvertiti da Veneziani, abbiamo visto accadere ciò che in qualche modo tutti si aspettavano (temevano), ed infine il sipario si è alzato sul trionfo tedesco (con Brandenburger Tor etc). Un trionfo, naturalmente, ben diverso da quello delle ultime coppe del mondo vinte dalla Germania. Cosa che non può nè deve assolutamente sfuggire!
Ora sarebbe troppo facile a tale proposito gettarsi a capofitto nel solito calderone ribollente dei giudizi e pregiudizi anti-tedeschi. Ed inevitabilmente le prime armi che ci ritroveremmo tra le mani sarebbero quelle, velenose, del commento sull’anti-semitismo e del tendenziale spirito aggressivo e spietato del popolo tedesco quando la sua autostima cresce oltre un certo limite. Naturalmente a porre il veto verso cose come queste vi sono mille segnali provenienti dalla società tedesca : ‒ la multiculturalità ormai acquisita, l’affermazione diffusa di anticorpi profondamente democratici capaci di opporsi a qualunque virus autoritario e nazionalista, etc. etc. Mettersi dunque a parlare di tutto questo mi sembra pertanto del fuori luogo rispetto al nucleo della questione, ed inoltre anche basso e volgare.
Il punto sta invece proprio in ciò che dicevo poc’anzi, e cioè in una certa auto-referenzialità soggettiva ed emozionale del sentimento antitedesco diffuso in Europa e specificamente in Italia. E comunque del tutto così naturalmente rinfocolata dagli eventi di questi mondiali di calcio da ritrovare perfino una certa dose di oggettività. Con ciò non intendo affatto dire che a tali sentimenti manchi in sè una base oggettiva. Anzi sostengo l’esatto contrario. Il fatto è però che in qualche modo gli attori principali in tutta questa faccenda non sono i tedeschi ma siamo invece proprio “noi”. Con questo “noi” posso intendere “gli europei”, ma prima di tutto devo intendere noi italiani.
Il problema è insomma la ricaduta che la “questione tedesca”, ripostasi ora nei termini finora esposti, ha sulla nostra identità nazionale di italiani. Identità che, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, non può che soffrire, e molto, in un confronto che da sempre ci vede perdenti, ma ora ci vede addirittura perdenti con un distacco divenuto praticamente intollerabile e pertanto dolorosissimo.
È sullo sfondo di tutto ciò che bisogna chiedersi cosa sono e cosa significano per noi, in tale costellazione, i tedeschi e la Germania. Ma così emergerà anche inevitabilmente la questione del cosa sono gli italiani e l’Italia per i tedeschi. In tali termini insomma la questione è molto reciproca. In qualche modo lo è sempre stata.
In tale contesto si pone soprattutto una questione che, tra le altre, occupa un ruolo veramente centrale.
Emerge cioè proprio qui la realtà della profondissima trasformazione della società tedesca prima in seguito alla sconfitta militare ed alla distruzione, e poi in seguito alla riunificazione nazionale (o meglio al definitivo superamento dei problemi enormi connessi a quest’ultima). A me personalmente la seconda è apparsa di portata ben maggiore della prima. Fino all’avvenuta digestione della riunificazione, infatti, i tedeschi non erano di certo più quelli che i nosti antenati avevano conosciuto ma erano comunque più o meno sempre gli stessi di prima. Dopo invece le cose non sono state più cosi. Basta infatti aggirarsi oggi nei luoghi in cui i tedeschi giungono come turisti per dover prendere atto di una mutazione quasi antropologica e genetica nel loro modo di essere. Tutta la fastosità dell’esteriore che fino a pochi decenni orsono era lontana anni luce dal loro modo di essere, ora invece appartiene loro pienamente. E giù allora look scanzonati ed indiavolati, scherzosi ed in linea con i trend più accorsati della moda e del glamour più esibizionista e trasgressivo. Insomma è proprio necessario usare questi anglicismi di immediata comprensione collettiva per dire che i tedeschi sono profondamente cambiati. Così cambiati che non sembrano più nemmeno tedeschi.
Chi sembrano, allora? Sembrano, si direbbe, degli italiani! Si proprio così.
Lo prova del resto la festa per la vittoria al Brandenburger Tor. Tripudio nazionalistico sì, ma soprattutto scanzonata allegria. Anche questo molto italiano, oltre che insopportabilmente cafone (come del resto le stesse adunate oceaniche di Hitler).
E che significa questo?
Significa che è giunto a compimento un processo in atto già da molto tempo e che riguarda proprio gli stretti legami di reciprocità che nel bene e male hanno sempre unito i nostri due popoli. Aldilà dei pur comprensibili sentimenti di rancore e perfino disprezzo (oltre che di senso di colpa) che potevano animare i tedeschi verso di noi dopo la guerra, almeno dal boom economico italiano in poi essi ci avevano comunque appassionatamente amato ed ammirato. Essi ci ammiravano per il nostro stile di vita, ed in particolare per la nostra capacità di “goderci la vita”. Una capacità che essi,  animati per natura da uno spirito austero, prudente e ben più rigorosamente razionale del nostro, non riconoscevano a sè stessi. Ma fatto sta che dentro questa nostra capacità di “vivere bene” c’era comunque anche quell’allegra e festosa disinvoltura che ha portato il nostro paese allo stato miserevole in cui si trova adesso, e cioè alla disintegrazione ed al collasso. E così, dall’Euro e soprattutto dalla Merkel in poi, i tedeschi hanno preso ad avercela con noi per il fatto che ci mangiavamo allegramente oltre i nostri soprattutto i loro soldi. E così l’ammirazione si è trasformata in indignazione ed inoltre nel desiderio di una ritorsione in termini di severa giustizia. Ecco dunque la spietatezza oppressiva del loro rigore.
In qualche modo anche questa volta (così come dall’8 Settembre in poi) non è che si possa dare del tutto torto ai tedeschi. Quello che noi abbiamo fatto a noi stessi ed ai nostri partner è infatti un’evidenza inoppugnabile. Fatto sta che essi non sono mai stato un popolo che solo subisce. E così, dopo avere, grazie alla Merkel ed al potere delle loro banche (oltre che, ovviamente, alle indubbie virtù civiche di un intero popolo), volto infine l’ago della bilancia della storia (specie finanziaria) di nuovo a loro favore, i tedeschi si sono presi su noi italiani una rivincita ancora più grande e crudele di quella militare del dopo 8 Settembre. Essi ci hanno infatti superato proprio in capacità di godersi la vita. E peraltro in modo ben più coerente ed efficace del nostro : ‒  cioè con le tasche piene, in primo luogo (e cioè su una base ben più solida di quella del tutto effimera su cui poggiava invece il nostro benessere di scanzonato popolo latino), ed in secondo luogo, con il coltello di nuovo dalla parte del manico.
Non parlo ovviamente qui dei mezzi produttivi, sociali e civili con i quali i tedeschi hanno raggiunto tale risultato, cosa in cui è ovvio che non hanno potuto imitare di certo noi (altrimenti il fallimento sarebbe stato sicuro).

Questa mi sembra la costellazione socio-politico-economica, morale e di costume entro la quale si pone il trionfo calcistico germanico entro l’attuale stato storico della “questione tedesca”. Almeno per quanto riguarda noi italiani ed i rapporti storici che i tedeschi hanno da sempre intrattenuto con noi. In fondo però in una maniera poi non tanto diversa da quella che può caratterizzare la posizione di altri tradizionali popoli europei (francesi, spagnoli, portoghesi, greci, inglesi, olandesi …)
Ebbene cosa può significare tutto questo almeno per noi italiani?
In negativo è veramente difficile dirlo, e ciò soprattutto perchè molto probabilmente (c’è da augurarselo!) non vi sarà alcun conseguente scenario negativo. Nè nel senso del mero costume (qui il calcio) nè nel senso di una possibile extrapolazione da questa sfera a quella politico-morale.
In positivo però credo che possiamo (e forse dobbiamo) dedurre da tutto questo una grande lezione per noi. Tra l’altro proprio per quella che è l’identità stessa del nostro popolo.
Ebbene, anche qui delle tantissime possibili questioni sul tappeto conviene sceglierne solo qualcuna. Ed avverto da subito il lettore che qui porrò solo domande senza tentare alcuna risposta.
Innanzitutto ci si dovrebbe chiedere se il culto di un’allegra esteriorità possa essere davvero un modello di vita universale al quale ispirarsi? Tale questione di per sè ci porterebe fuori strada, ma conviene comunque lasciarla sullo sfondo. Pertanto ciò che vale più la pena di chiederci è se abbiamo fatto veramente bene a lasciare che l’immagine del nostro popolo divenisse un esempio per gli altri proprio in questo modo così superficialmente edonistico. E con ciò intendo non solo la sventata scanzonatezza ma anche il fin troppo grande valore da noi attribuito a cose come il “doc nazionale” nel mangiare, bere, vestire ed in generale divertirsi. Guardando indietro a tutta la nostra straordinaria storia, possiamo con tutta coscienza dire che risiede veramente in questo il valore di ciò che è “italiano”?
Ma c’è un’altra questione che è speculare a questa, e riguarda da vicino quell’identità tedesca che negli ultimi tempi sembra essersi modellata così plasticamente sulla nostra.
Ebbene, è accettabile e credibile che un paese che fino a poco fa (al di là delle scintillanti punte di diamante dell’efficienza e della potenza) era la noia ed il grigiore personificato in tutti i sensi ‒ un paese in cui un “latino” non poteva e non può non sentirsi profondamente a disagio nel cogliere inevitabilmente in esso, al di là di tutte le possibili apparenze, quelle etiche e quelle non etiche (ossia proprio quelle che oggi rendono attraente la sola facciata della realtà germanica), la fatale mancanza di ciò che si può definire come “il sale della vita” ‒ sia divenuto da un momento all’altro il polo attrattivo di vastissime aspirazioni edonistiche? Quelle dei tedeschi e quelle dei non tedeschi, che ormai affluiscono in massa in questo paese, e non più con la valigia di cartone bensì con tanto di laurea in tasca e di notevole qualificazione professionale.
Ebbene tutto ciò, unitamente alla stessa infatuazione per gli italiani, volta poi a proprio favore dei tedeschi, ha l’aria di essere solo un colossale bluff. Che forse, come tutti i bluff, potrebbe prima o poi avere un naturale esito tutt’altro che piacevole.
Ora, rispetto a Germania-Argentina ed a tutta la ridda di sentimenti scatenati da tale evento, è forse proprio perchè intuiamo tutto questo che ci sentiamo impauriti o almeno infastiditi dal profilarsi davanti al nostro sguardo del possibile nuovo montare di una “prosopopea” tedesca? Qualcosa che, per le circostanze nuove di zecca con cui si presenta, non può che essere per noi del tutto sconosciuta (e ciò fino al punto di poterci sorprendere nel tempo perfino positivamente), ma nello stesso tempo non può non essere da noi anche ben conosciuta.
Ora, al di là del cupo scenario dell’ipotizzabile rinascere del peggio dello spirito tedesco (così come si è manifestato nella storia), cosa di per sè banale ed inoltre intellettualmente in fondo anche volgare, non sarà forse che quanto ci mette a disagio è proprio l’inautenticità di tutta questa costellazione (rispetto alla quale sorge così naturalmente il sempre saggio sospetto del “troppo bello per essere vero”)?
Ebbene, un volto di ciò è la scarsa credibilità, ed in fondo anche non germanicità, di quel nascente edonismo tedesco che è in sè così “italianorso” che appare essere semplicemente fin troppo sopra le righe. Se i tedeschi sono belli e buoni, è in fondo proprio per il rigore ascetico della loro straordinaria profondità, nobilità e purezza d’animo, e ciò esclude in termini qualunque esteriorismo edonista e superficiale. E ciò che è sopra le righe è come tale inquietante, per il fatto che allude fortemente ad un successivo tragico sgonfiamento di troppo facili entusiasmi.
Un altro volto di ciò è l’assoluta ed evidente non eticità di quell’oppressione finanziario-politica (messa appunto in luce da Veneziani) che è inquietantemente collaterale a tutto questo. Essa, alla luce di tutto quanto detto, appare essere dunque proprio il sottoscala o il trascurato pezzo di terreno dietro casa (lo dicono gli stessi tedeschi : ‒ “Vorne hui, hinten pfui!”, cioè “Davanti da urlo, e dietro da far schifo”) o la stanza di Barbablù o anche l’armadio abitato da scheletri, di tutto questo scintillio edonista ed esteriorista al quale è poi così difficile credere in quanto così poco tedesco.
Ed allora appare essere forse proprio questo lo scenario da tener primariamente presente affinchè in tutta questa questione si mantenga quel minimo di serietà ed equlibrio che è degno di uomini intelligenti e prudenti. Al di là di fin troppo facili giudizi e pregiudizi, dunque, ciò che conta è che, nel generale bagno di euforia e contro-euforia interessante tedeschi da un lato ed “il resto del mondo” (tra cui noi italiani) dall’altro lato, non si perda di vista quel primario interesse per l’etica politica e sociale del quale soprattutto ci si dovrebbe interessare.
La Germania ed i tedeschi possono essere tutto quello che vogliono, o possono anche essere tutto quello che si vuole che siano (nel bene e nel male). Ma fatto sta che gli apparati più potenti e più indiscriminati della loro società stanno oggi in ogni caso sfruttando vergognosamente quest’intera situazione per realizzare in Europa quello che il peggiore apparato occulto turbo-capitalista sta intanto realizzando in tutto il mondo in spregio dei più fondamentali e minimi valori morali ed umanistici (non classificabili nè come “di sinistra” nè come “di destra”). Dire che si tratta di sangue, sudore e lacrime è veramente poco.
Che significherà allora, in tale così sinistro e cupo scenario di fondo, il trionfo calcistico tedesco e la sua ricaduta sulla considerazione di sè stesso di un intero popolo? Non credo che nè noi italiani nè nessun altro popolo possa e debba rispondere a tale domanda. Sono i tedeschi stessi a doverlo fare. E però con estrema onestà, acutezza e lungimiranza! Cioè senza ingenuità nè in senso minusvalico che in senso plusvalico, e senza nemmeno alcuna leggerezza di facciata.
In un certo senso noblesse oblige!
Alexander Lernet-Holenia, un austriaco ma pur sempre tedesco, mise in bocca ad un ripugnante personaggio nazista di uno dei suoi racconti (“Il venti di luglio” ‒ vedi la recensione in questo blog) le parole che fanno capire effettivamente cosa significa “essere tedeschi”. Tali parole, per quanto farneticanti e piene di odio e violenza (se non di follia), ci insegnano che essere tedeschi è effettivamente una responsabilità ineludibile. Lo è per il massimo e per l’ottimo e per il minimo e per il pessimo. Si tratta insomma di un onore ed insieme di un onere. Qualcosa che insomma non ammette elusioni. E la così poco credibile scanzonatezza nel trionfo da parte dei tedeschi è di certo un modo per eludere troppo facilmente questa responsabilità.
Si tratta insomma di qualcosa che, proprio nella fortuna e nel trionfo, essi ci debbono sia per il peggio che li ha caratterizzato nella storia sia per l’altissimo meglio che nello stesso tempo sempre li ha caratterizzati.
Ma i tedeschi di oggi, così polarizzati come sono dal nuovo modo di essere che vogliono li caratterizzi, ormai solo nel bene e non più invece nel bene e nel male, lo sanno veramente questo? La disinvoltura con la quale essi vogliono ignorare l’oppressività feroce dell’apparato politico-finanziario che ha intanto restituito loro per intero la fierezza e la potenza di una volta insieme all’innocenza (entro un sistema che ha permesso tra l’altro anche il trionfo sportivo di oggi) lascia sospettare che non sia  così.
Il ghigno così insopportalmente tedesco, e solo a volte bonario, della Merkel lo dimostra del resto in pieno.
Dunque affacciamoci alla finestra della storia e stiamo a vedere cosa accadrà.

Più darsi che queste siano solo considerazioni di un ormai-disadattato storico, ma chissà forse esse si prestano  comunque ad essere condivise.

Read Full Post »

Chi in qualche modo ha già letto i posts pubblicati in questo blog, forse potrà trovare quest’ultimo alquanto strano sia per i contenuti che per il linguaggio. Eppure mi sembra che essi siano resi in qualche modo obbligatori dal tema stesso. Mi sembra cioè che nel caso specifico essi si impongano da soli. E tra poco spiegherò anche perchè.

La storia inizia così. Dopo dieci giorni passati al mare, l’occhio, taratosi ormai sulla sola estetica ed etica di un’umanità nuda, continua piuttosto naturalmente anche in città a soffermarsi sulle nudità così diffusamente esposte. Ed è dunque proprio di una di tali nudità che mi sento in qualche modo spinto a parlare. Dato, però, che in realtà direi che è in fondo essa stessa a parlare ed a chiedere a gran voce di essere ascoltata.
Più che di nudità si tratta per la precisione di ciò che si chiamerebbe un “nude-look” o se si vuole anche “audace trasparenza”. Sebbene mi viene qui di parlare di “audacia”, credo comunque che ciò sia del tutto inadeguato ai  modi ed ai tempi. Per intenderci, quelli moderni.
Insomma, per essere concreti, si trattava di un paio di ottimamente torniti glutei femminili messi ben in mostra da un nereggiante perizoma assassino, ed entrambi ben più che adombrati nelle trasparenze di un vestito che sembrava avere tutte le intenzioni possibili tranne quella di voler nascondere le parti da esso coperte. Il prepotente ancheggiare della legittima proprietaria di tali parti suggeriva un suo certo largheggiare oltremodo nell’offerta delle parti, che colpiva non tanto per la sua disinvoltura (cosa anch’essa del tutto superflua da sottolineare oggi come oggi) quanto per un che di stentoreo ed impositivo, quasi stizzoso ed urlante. E pensandoci bene lo faceva anche in qualche modo lasciando allo scoperto una certa noia ormai giunta ai limiti dell’esasperazione quale base del così pervicace, se non aggressivo, suo esibizionismo.
Ebbene, come dicevo, mi è sembrato che questo paio di generosi e vivacissimi glutei parlasse veramente da solo. Non solo esso parlava il linguaggio del nostro tempo ma anche lo descriveva e raccontava in dettaglio e con dovizia di particolari. Si trattava insomma di ciò che del nostro mondo chi guarda cose del genere, per caso o per interesse, sembra sia tenuto in qualunque modo a sapere.
Il discorso dei glutei era molto lungo, profondo e complesso, ma in primo luogo esso diceva che i tempi sono decisamente cambiati nei costumi. Il che significa che l’in qualche modo stupirsi o addirittura scandalizzarsi per un simile genere di modo di fare e vestire è cosa decisamente da escludere, se non da condannare.
Ma direi che sta proprio qui il punto. E perciò, nononostante i severi veti che traspirano da tutto ciò che mi circonda, mi ostino comunque a chiedermi ed a chiedere : ‒ ma è mai possibile?
Attenzione! Sgombriamo subito dal terreno una serie di possibili equivoci.
Con ciò che sto dicendo non intendo assolutamente fare il moralista.
Non intendo farlo nel senso di negare che, quando si guarda una cosa del genere, la si guarda e basta. Cosa che non può accadere senza un certo interesse (morboso?), e quindi anche non senza un certo inevitabile turbamento dei sensi. È infine quello che accade, anzi deve accadere, ad un, come si dice in psicosomatica, “maschio sano”. E del resto qualunque “nude-look” è solo ipocrita, oltre che violento, se intende negare di essere posto in atto proprio a tale scopo.
Ma non intendo essere moralista nemmeno nel senso di voler affermare che si tratta nè più nè meno che di un’indecenza, e che, come tale, essa andrebbe censurata e proibita invocando un certo repressivo codice legislativo “naturale” nei costumi. Anche su questo si potrebbe in gni caso discettare a lungo, ma non è di questo che credo valga la pena primariamente di parlare qui.
L’aspetto primario della faccenda mi sembra stare piuttosto proprio nella natura discorsiva di fenomeni del genere. E qui, finalmente, fuor di metafora e di qualunque ironia letteraria.
Tali fenomeni sono e vogliono essere segnali, e quindi essi parlano effettivamente. Sono discorso, logos. E lo sono in un modo che è in sintonia con le loro stesse caratteristiche qualitative. Perchè quella che qui parla è appunta una voce impositiva, e che quindi detta e non ammette deroghe. Proprio come facevano i due glutei ondeggianti.
È estremamente sintomatico lo stesso fatto che chi osserva e medita si senta così facilmente spinto a reprimere il moto di disappunto (se non sdegno) che lo coglie. Il fatto è infatti che, com’è accaduto con tutte le mode trasgressive insorte a partire dal dopoguerra in poi, esse hanno sempre avuto lo scoperto intento di cambiare radicalmente la società. E così effettivamente è stato di decennio in decennio e di anno in anno. Con i modi sintonici ai vari successivi prêt-a-porter sono quindi poi venute anche le corrispondenti impositive mode del costume. E così, accavallandosi le varie ondate l’una sull’altra nel corso del tempo, la società è veramente radicalmente cambiata. E con essa il mondo. Siamo così poco a poco giunti ad un’epoca in cui uno che abbia quasi 60 anni come me è portato sempre più a chiedersi, mentre passeggia per strada, se si trovi ancora sulla terra oppure sia stato un giorno rapito al cielo senza avvedersene, venendo così depositato su un altro pianeta.
Infatti ormai tutto ciò che prima sembrava non tanto sconveniente ma impossibile, e quindi in fondo anche senza senso (almeno in una sua ampia diffusione), ora invece non solo è divenuto possibile ma addirittura detta legge quale realtà unica.
E così la nuova soverchiante norma (prima di essere essa stessa soverchiata dalla prossima ventura) fa sì che la fatidica domanda ‒ ma è mai possibile? ‒ non possa essere più rivolta nemmeno a sè stessi.
Ebbene, o miei consimili umani, sta di fatto che pure questa domanda continua a porsi del tutto naturalmente (a costo di rischiare di essere moralisti). Almeno questo sembra non essere mai cambiato. E quindi ce la dobbiamo proprio porre.
Essa restava infatti atrocemente sospesa sullo sfondo proprio mentre io, nel rimanere in vari sensi polarizzato dall’ondeggiare ipnotico dei suddetti glutei parlanti, facevo il genere di riflessioni che sto esponendo qui.
E quindi riflettiamoci un pò sù, o miei cari consimili? Cioè almeno poniamoci ulteriori domande, oltre quella fatidica e quasi oggi proibita, invece che condurre il nostro cervello sempre più prossimo alla fatale linea di un EEG piatto.
È proprio vero che sia dovuto e normale tutto questo procedere vertiginoso, lungo la linea della trasgressione con ambizioni di norma, verso un futuro sempre più soverchiante e travolgente il passato e perfino anche il presente?
È proprio vero che questo progressivo normale stravolgimento del mondo non ci debba toccare più di tanto e non debba così turbarci nei nostri affetti e nei nostri rapporti con gli altri? È proprio vero che esso non significa null’altro che ciò che è, e che quindi debba essere preso come una scanzonata e legittima variante del quotidiano?
Ed è proprio vero che dobbiamo accettarne i modi, come nella fattispecie descritta, perfino quale atto di dovuto ossequio a quella che un amico descriveva come “la legittima gioia degli altri”? In altre parole, il diritto di ognuno alla sua gioia privata, qualunque essa sia.
Insomma che genere mai di tessuto sociale è quello in cui oggi viviamo? E che genere mai di condivisione ci tocca oggi considerare come un valore tale da essere vissuto?
Non vi è dubbio che in una società sempre più altamente eroticizzata e sessualizzata in tutti si suoi aspetti il messaggio diffuso a larghissimo raggio sembra essere non solo l’invito ma addirittura il monito a vivere tutti insieme solo e soltanto in questo modo, cioè bramando e desiderando agguantare e possedere solo per poi buttare via il conquistato per ricominciare daccapo. Il che significa che non si tratta affatto solo di sesso, ma di ben altro.
Non era forse proprio questo il messaggio da leggere dietro il largheggiare stentoreo nell’offerta di sè da parte di quei glutei ondeggianti ai due lati del loro turgido perizoma ?
Prendimi, prendimi, prendimi, che aspetti? Dammi, dammi, dammi, che aspetti?
È ovvio che era un messaggio rivolto a chi è pienamente in grado di prendere e dare, cosa che non corrisponde certo al caso di un quasi sessantenne. Il che significa che il segnale della condivisione-tipo segrega ormai anche tra ammessi e non ammessi alla socialità cui si attribuisce valore medio. A meno che, indipendentemente dall’età, i non ammissibili non si abilitino attrezzandosi anch’essi alla bisogna. Ma lasciamo andare tutto questo perchè qui non importa.
Il fatto è comunque che sembra essere ormai proprio questo ciò che condividiamo più largamente. Questi sono i segnali che vengono emessi e raccolti, e su questo genere di voci e di note si modula quindi l’armonia sinfonica della collettività sociale. Prova ne sia il fatto che nessuno più si meraviglia e si scandalizza, e nemmeno vuole più che lo si faccia.
Ebbene, lasciando anche stare la questione del se siamo giunti a questo proprio a botta di cedimenti alla pressione per la liberazione di questo e quello, in ogni caso esattamente questo è il tessuto sociale (in termini di logos o discorso inter-umano), che si è costituito poco a poco, e nel quale siamo pertanto chiamati a restare immersi.
A prescindere dalla decisione soldatesca con cui quei glutei presentavano sè stessi e la loro irresistibile dinamica ondulatoria, siamo proprio sicuri che sia veramente proprio questo che vogliamo e dobbiamo fare insieme? Insomma, siamo proprio sicuri che sia veramente proprio questo che può farci credere di essere immersi in una società che sia una vera comunità e non solo, invece, un coacervo di atomi impazziti senza più alcunchè di veramente comune in comune?
La vera e propria auto-ri-determinazione ed auto-ri-programmazione continua collettiva (moderna versione dell’antica “conversione” platonica) rivolte entrambe all’ossessione iper-sessuale ed iper-erotica dovrebbero essere qualcosa che, oltre a polarizzarci veneficamente su di sè, dovrebbe anche indurci a pensare.
Siamo proprio sicuri che ancora lo facciamo?
Più darsi che queste siano solo considerazioni di un ormai-disadattato storico, ma chissà forse esse si prestano  comunque ad essere condivise.

Read Full Post »