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Archive for the ‘CARTOLINE DA LISBONA’ Category

Ecco che cosa può capitare ad un falso luogo di culto della così falsa cultura moderna. La stupenda libreria liberty e neogotica portuense Lello & Irmāo viene oggi direttamente coinvolta nell’uscita mondiale dell’ultimo libro della serie Harry Potter. Ma la libreria Lello & Irmāo aveva da tempo dovuto correre ai ripari a causa della massiccia e devastante invasione di turisti curiosi di cui era divenuta vittima dopo che alcune scene di Harry Potter erano state girate al suo interno. Ecco veri e propri eserciti di sfaccendati – tenaci calpestatori di suolo a tempo perso, fotografatori petulanti, sciamanti in un rigoglioso e rilassato trionfo di culetti basculanti, cosce e schiene nude ed ombelichi da mille e una notte (che pochissimo hanno a che fare con qualunque vera intellettualità) – scatenati nel percorrere da cima a fondo la libreria come formiche, con ingorghi stratosferici e peraltro senza comprare nemmeno un libro. Insomma, per farla corta, la libreria ha dovuto mettere per strada un botteghino che vende vaucer di ingresso, con i quali si ha uno sconto sull’acquisto di un libro. Solo così si può oggi entrare in Lello & Irmāo. Ed ancor più in occasione dell’uscita mondiale dell’ultimo libro di Harry Potter. Risultato: – file epiche. Peggio ancora di quelle di Disneyland. Ma io ho una figlia adolescente e quindi mi sono dovuto sobbarcare la fila, l’ingresso, le formiche e gli ingorghi. Ben presto però me la sono battuta, e non senza, come si dice in portoghese, espraguejar (bestemmiare) ad alta voce. «È proprio così che si uccide un luogo della cultura», blateravo fuori di me. Il che vale poi in qualche modo per l’intero Portogallo.
Tuttavia, nonostante la profanazione, c’era comunque molto da vedere e da raccontare. E non parlo dei culetti, bensì della grande ed oggettiva bellezza del luogo. È così, dunque, che appare oggi un luogo che all’inizio del secolo fu ardito e fantasmagorico scenario di appassionanti esperienze letterarie nella città nevralgica di un paese nel quale il nuovo non compare mai senza essere intimamente intrecciato all’antico. Qui nella sua forma più suggestiva, e cioè nelle forme di uno strabiliante barocchismo liberty che da ogni lato sconfina verso il più misterioso ed oscuro gotico. Ecco il motivo del passaggio di Harry Potter per questo autentico luogo del più fervido immaginario collettivo. Ma veniamo ai fatti. Appena si fa ingresso nella libreria subito lo sguardo è catturato dalla tortuosa scala in carvalho impressionantemente intarsiata, che si biforca ben presto in due eliche addentrantesi nel piano superiore. Nel seguire queste vertiginose torsioni verticali lo sguardo incontra poi i delicati ma maestosi costoloni color ghiaccio chiaro che si chiudono in alto in volte gotiche tra losanghe di un delicatissimo ed elegante rosa. E, dopo la fuga dall’inferno, è sempre tutto questa bellezza che lo sguardo cerca risalendo la facciata in grigio, ocra e corallo, e spiando l’interno dalle vetrate policrome. Così lo sguardo si arrampica lungo la facciata fino alla guglia centrale sormontata da un vessillo rosso-bianco, e questo sventola infine gaio perdendosi nel sognante e sempre sospirante cielo azzurro portoghese.
È con queste immagini in fondo agli occhi che si prende commiato dalla libreria Lello & Irmāo giurando a sé stessi che non vi si metterà mai più piede. Ed è così che ci si avvia verso il (di prammatica) giro in battello sotto gli altissimi ponti del Douro. Poi si va al litorale di Matosinhos dalle spiagge immense e splendenti. Che continuamente le fredde nebbie atlantiche sommergono in uno scenario da Donegal, mentre le sirene mandano segnali disperati e ti assale la voglia irrefrenabile di un whisky. Poi si abbandona Porto per la così veneziana Aveiro, i cui canali di acqua verde sono solcati a ciclo continuo da ricurve gondole multicolori, mentre alti e magri edifici si levano à la mode de Amsterdam. Dappertutto brulicanti mercati del pesce e ristoranti popolari dove si mangia il pesce davvero alla grande. Mentre una selvaggia voglia di vivere, animata dagli umori ed afrosi marini, ti ricomincia a pulsare violenta e briosa nelle vene.
È così che si arriva all’austera e bellissima Guimarães, culla della nazione portoghese e sua essenza perdurante. Città fatta tutta di grigio e possente granito. È immersa tra dolci colli e verdi valli, dominate da monasteri e fortezze merlate. L’essenza antica ed intangibile del Portogallo, quella medievale, è ancora tutta qui, testimoniata e perfino ancora proclamata dalle due possenti campane della torre del Mosteiro di Santa Marinha echeggianti nella valle. Mentre il cielo estivo è decisamente mediterraneo, e tutto sotto di esso ride e splende. Sta di fatto però che, in un mondo ormai totalmente dominato dal danaro, anche questo Mosteiro, così come tanti altri, doveva essere stato trasformato in una Pousada Historica, cioè in un raffinato albergo. Dunque la sua interminabile estensione di altissime sale, a perdita d’occhio e cintate di elegantissimi azulejos (un tempo luogo di soggiorno di aristocratici studenti di teologia), è stata opportunamente corredata di sterminate sale da colazione. Ed il suo parco secolare ha dovuto veder sorgere una piscina. E così anche le celle monacali, ora arredate con grandi e soffici letti, TV, frigobar e bagni con doccia, hanno cambiato decisamente faccia. La porta però resta quella antica. Così che, nel fare ingresso nella stanza, si può ancora fingere di essere un monaco. Serve, perché sul tavolino ti attende una rivista patinata di moda (Wink Issue, n° 11) il cui primo l’articolo dal titolo Fifty schades of Geres ti narra le vicende della suora-zoccola. Una monaca bellissima che perde progressivamente i suoi veli al cospetto di un giovane ecclesiastico anch’esso conturbantemente bello e, ad ogni pagina, sempre più nudo. Per poi poco a poco trasformarsi una baccante. Tutto turisticamente estremamente coerente. Anche qui dunque tutto lo spazio possibile per l’insieme perfetto di culetti appetitosi e culinaria intrigante.
Sta di fatto però che l’antico ed austero Portogallo è ancora comunque tutto qui. In qualche modo intatto, e dunque sorprendente per chi finora non l’aveva ancora visto. Era proprio così quel così arretrato paese «troppo irto di conventi» che il modernismo ad un certo punto fu fermamente deciso a spazzare via per sempre. Eppure l’identità era restata, sepolta tra queste valli poverissime e poi dimenticata. Ma in questo nascondiglio essa si è purificata dalla storia, ritrovando in tal modo la sua forza primigenia. E così ora la stessa città moderna, adagiata morbidamente sul fondo della verde valle sotto il peso dei rintocchi campanari, serba quest’identità che aspetta ancora di essere espressa. Ora che la storia ha fatto finalmente giustizia delle forme esteriori di allora. C’è insomma ancora un’utopia, quella delle più pura ed a-storica visione teocratica (per la quale combatterono e morirono re, guerrieri e missionari, specie quelli gesuiti), che non è stata affatto ancora espressa nella sua integralità. La sua essenza si concentra tutta in un ideale che è ben più platonico ed ultra-confessionale che non invece cristiano: – Bene, Vero, Giusto e Bello. Fu in suo nome che la Reconquista prese da qui le sue mosse riversandosi sull’intero paese. Ma essa agì con tutti i limiti di ciò che è storico. E quindi non solo si macchiò di ingiustizie e crimini, ma soprattutto lasciò non realizzato ciò a cui nel profondo della propria anima essa stessa puntava. E cioè la Città Celeste. Storicamente per definizione irrealizzabile. Essa è infatti appunto un’utopia. Quella portata a sud con la forza delle armi era pertanto l’idea utopica forgiata tra queste colline e montagne. Un’idea in sé pura ed integra come le acque di questo luogo.
Strano davvero. Il così curioso liberal-modernismo di qui, franato poi nel salazarismo, pur essendo davvero riuscito a rinnovare il Portogallo (sebbene ora langua comunque sotto il tallone della Merkel), non ha mai potuto eliminare l’antichissimo centro generatore di tale così pura utopia.

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Si è aperta a Lisbona una mostra dal titolo «A questão do Bom senso e bom gosto» riguardante una disputa culturale anche detta «Questão Coimbrã» che coinvolse nel XIX diversi scrittori, artisti ed intellettuali portoghesi in un vero e proprio complessissimo battibecco che riguardava la disattualizzazione della cultura locale rispetto alle tendenze europee. Si tratta di una questione e di una polemica di cui si trova traccia continuamente negli scrittori che ho già presentato in questa rivista, e cioè Camilo Castelo Branco e João Baptista Almeida Garrett. Per la verità era ben più che una questione letteraria e culturale, in quanto espressione di un atteggiamento generale delle classi elevate nella loro parte più intellettuale. E cioè era la raffinata polemica contro l’arretratezza del paese rispetto agli esempi delle nazioni più glamour del tempo, e cioè Francia ed Inghilterra. Alle quale si guardava specialmente nelle loro splendenti ed effervescenti capitali, Parigi e Londra.
Come ho già ricordato descrivendo i «Passeios literários» di Lisbona, uno degli intellettuali che prese parte alla disputa in questione, cioè Eça de Queiroz, fu l’esempio vivente di questa polemica. E non proprio un modo che possa fargli onore. Gaudente e scialacquatore, ed assurto alla comoda condizione di una carriera diplomatica solo grazie alle influenze della moglie Dona Amalia, appartenente ad una ricca e potente famiglia lisboeta, egli passò tutta la sua vita denigrando ferocemente la sua terra mentre intanto si approfittava di essa sistematicamente per procurarsi i soggetti per i suoi libri. Tuttavia la parte preferita del suo tempo egli la passava a Parigi facendo quella douce vie che solo amava, e lasciando intanto che la moglie ne pagasse gli ingenti debiti. E permettendosi peraltro anche il lusso di fare del paternalismo moralista con i personaggi perduti dei suoi romanzi che facevano esattamente la sua stessa vita dissipata.
La «Questão Coimbrã» si chiama del resto così perché, tra gli altri, vide come protagonisti, accusati ed accusatori, degli scapigliati studenti dell’austera e medievale università di Coimbra. I nomi dell’intero gruppo : ‒ Antero de Quental, Teófilo Braga, Castelo Branco, Vieira de Castro. Dall’altro lato invece Castilho e Ramalho Ortigão, quali difensori di uno spirito romantico anti-realista ed anti-verista (nel quale rientra quell’Alexandre Herculano di cui ho già raccontato) ed affatto affezionato all’idea che il Portogallo si gettasse armi e bagagli nelle braccia del Mito del Progresso, del Futuro e dell’Europa intesa come valore unilateralmente progressista. Racconterò nelle prossime settimane di un riflesso letterario di tale contrapposizione nella figura del nobile demodè e provinciale Calisto Elói de Silos e Benevidas de Barbuda (preso in giro da Castelo Branco in un libro di vago sapere mishimiano, A queda de um anjo). Prima deputato reazionario e dispregiatore dei costumi europei, e poi anch’egli raffinato gaudente e progressista.
Quasi inutile ricordare qui i nomi del nostro realismo e verismo (da Manzoni a Verga e Carducci) che si sviluppò negli stessi anni sebbene su tutt’altri registri estetici e morali. Ricorderei solo il canto di Leopardi ‒ Palinodia al marchese Gino Capponi. In cui egli, pur non essendo affatto un romantico in piena regola, si scagliava in modo estremamente violento contro uno spirito progressista che egli vedeva connesso proprio al fin troppo sventato (se non ipocrita) edonismo dei ricchi gaudenti. Ovvero quelli che lo stesso Almeida Garrett chiamava ironicamente «i baroni» (Viagem na minha terra).
Insomma di fronte alla mostra lisboeta, al richiamo di una complessa vicenda culturale ed allo scenario piuttosto ampio ed internazionale che ruotò intorno al trapasso da Romanticismo a Realismo, cosa di può dire con la consapevolezza di oggi? La prima cosa da dire è che la contrapposizione Tradizionalismo (o anche Conservatorismo) – Progressismo ha perso molto del suo senso ed attualità, e quindi anche  del suo mordente e smalto. Come del resto la contrapposizione Destra – Sinistra. I termini di tali contrapposizioni ci appaiono oggi infatti piuttosto bigi, se non insipidi e forse addirittura inautentici. Ciò che però sembra non avere perso né senso  né attualità appare stare in due elementi : ‒ 1) la polemica tra i resti di Antico di alcune società ed il sempre più esplicito e galoppante Moderno di altre ; 2) il conflitto tra il Sud ed il Nord del mondo (un cui aspetto specifico è la cesura tra Sud- e Nord-Europa che oggi invece di attenuarsi si è accentuata).
E su questo di certo si potrebbero scrivere interi trattati e dai più svariati punti di vista.
Io mi limiterei ad una sola constatazione, che insorgeva appunto mentre visitavo la mostra. E nella forma di un serpeggiante ma tenace disagio rispetto al pur grande interesse culturale del tema trattato. La costatazione, prescindente in modo dimesso, umile ed anche pragmatico, dai toni reboanti della polemica storica tra Tradizionalismo e Progressismo, si potrebbe riassumere in una semplicissima domanda che io mi pongo e che forse potrebbero porsi anche altri : ‒ Ma di tutto questo progresso, se pure in assoluto esso sia stato mai necessario, abbiamo oggi davvero ancora bisogno?
Era proprio quello che mi frullava nella testa mentre percorrevo le sale della mostra, nella forma di una sorda resistenza (alla retorica sottintesa dall’evento e dalla scelta del tema) che proprio non riuscivo a ricacciare indietro. Era l’affiorare impertinente di antichi ricordi di infanzia e relative dorate nostalgie. Il caso vuole che io sia nato nell’ormai lontanissimo 1955. Un anno ancora profondamente immerso in un XX secolo, ormai definitivamente archiviato dalla bruciante accelerazione dei suoi stessi ultimi due decenni. Anno di nascita che contraddistingue una generazione i cui esponenti, in un nostro privato colloquio, Marcello Veneziani definì una volta come «gli ultimi degli antichi». Ricordavo insomma quelle banane che erano un vero e proprio lusso, quasi un raffinato dolciume. Quegli utensili di «bachelite». Quei mastodontici, lentissimi ed antidiluviani apparecchi TV in bianco e nero marca Admiral. Quei cessi che erano cessi come un cesso deve essere esattamente nel senso che la parola suggerisce. Quelle anziane donne del sud, regolarmente poppute, sdentate e maleodoranti. Eppure confortanti. Ed insieme a tutto questo le fragranze d’altri tempi della multi-centenaria casa paesana di mia nonna ‒ quella dell’olio in un grosso bidone di ferro, quella dei salumi appesi alle travi nella stessa soffitta, quella dell’acqua di rose con cui la mattina presto ci si lavava la faccia a Maggio, quella del bucato fatto con cenere e limone nei calderoni della cucina in pietra ricca di neri forni e fornelli.
E mentre questi ricordi emergevano, mi colpiva il pensiero che in fondo da allora in poi, mediante la tecnologia,  non abbiamo fatto che affinare fino all’isterica esasperazione quel livello basico di benessere che comunque allora già sussisteva. La Guerra era passata da non molti anni ed il mondo Antico era già per sempre tramontato. Si iniziava a stare bene. E se, invece di progredire, ci fossimo fermati lì? Non vivremmo forse meglio ? Non ci sarebbero stati forse risparmiati gli aerei che precipitano per fulmini e grandine di improvvise tempeste estive? Non ci sarebbero forse state risparmiate le angosce per le ormai sempre più vicine «guerre dell’acqua»? Non ci sarebbero state risparmiate notizie del tipo dell’attuale scioglimento del ghiacciaio dell’Aletsch e della prossima ventura sommersione del Salento? E mi fermo nell’elenco di previsioni nostadamusiane, che pure è estremamente lungo.
Pensiamoci! Forse non è più nemmeno il caso di soffermarsi su complesse e di certo dolorose ridondanze ideologiche della contrapposizione Tradizionalismo-Progressismo. Le cose sono ormai molto più semplici. Più basiche. Più banalmente urgenti quanto a tragicità. E non direi che è necessario un «pensiero più laico», come su succedeoggi ha avuto a dire Luca Fortis a conclusione della sua disamina del fenomeno droghe-discoteche, nella quale mi sembra che dominasse il principio di quell’ossessiva (e sempre distruttiva) «espansione dell’Io» che Simone Weil aveva pur recisamente condannato già negli anni 30 del fatale XX secolo. Io direi che invece è necessario tutt’altro pensiero.

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A Lisbona, in un bigio sabato pomeriggio di Febbraio, si può, per un improvviso surto di vitalità, lasciare la propria cella di attempato studente ed incamminarsi vero Belém e verso o Mosteiro dos Jerónimos. Luogo assolutamente fatale. Era la porta di Lisbona sul mondo, dove nella bianca Torre, ben munita di cannoni, venivano sontuosamente ospitati gli ambasciatori stranieri in arrivo. Era ed è uno dei luoghi della più fervida spiritualità neo-gotica manuelina e gerolomina. Fu anche il luogo in cui il molto poco divino Marques de Pombal, grande plebeo, fece per vendetta giustiziare e squartare gli esponenti del fior fiore della nobiltà lusa di sangue goto (tra cui il potentissimo Principe di Távora). Uno sterminio pari a quello della partenopea contro-rivoluzione del ’99.

Ecco le strade semivuote del sabato pomeriggio ed i soliti sbandati, alcuni ubriachi, in cammino per gli spogli passaggi del Metro. Subito la voglia di tornare indietro a rintanarsi in cella. Ma in qualche modo si giunge alla vasta piazza sotterranea a multi-livelli di Baixa-Chiado,  tutta piastrellata color crema, e di lui subito alla sotto-stazione in direzione Cais do Sodrè. Altro luogo fatale, come si è già detto in altri reportages. Poi ecco Cais do Sodrè in carne ed ossa. E qui ci aggrediscono i ricordi del Ricardo Reis di Saramago che vi sbarca di ritorno dal Brasile. Poi la mano bianca di un muraglione semicircolare ci raccoglie dalla folla e ci espelle in superficie.

Ecco la vasta Avenida 24 de Julho ed le linee perdentesi all’infinito dei binari dell’elètrico 15 (gremito di turisti). L’infinito è Belém.

Di nuovo sfuggenti e cupe presenze alcooliche sguscianti tra la folla. È sabato. L’Avenida procede ordinata verso ovest, fiancheggiata da un lato dalle sponde e dai moli e dall’altro lato da antichi empori dalle austere facciate. Alcune di esse maestose ed eleganti. Una sormontato da tanto di cupola con uno squisito grande orologio. Sopra la cupola un pensoso sbuffo di nuvole cariche di umidità. Poi la foce di Rua das Janelas Verdes. Nome di per sé carico di un fascino pieno di assonanze spagnolesche. A sinistra svettano le gru dei moli. Facciate rosa e celesti corrono sullo sfondo dello sguardo.

La lunga prospettiva fa sì che mi colga di sorpresa il ricordo di una vecchia spiaggia semi-solitaria perduta in un tempo svanito.  E la sabbiosa atmosfera di luoghi balneari ancora sospesi tra il selvaggio ed il paesano. Anch’essi  esposti, come qui, da ogni lato all’infinito. Procedenti di qua e di là verso un vuoto colmo di quieto oblio. Poi il Ponte ed il Cristo. Ogni porta e finestra è delicatamente incorniciata di pietra. E muri scrostati di ogni colore : ‒ verde-naspro, giallo ocra, rosa, celeste.  Familiarità del decadente. La città trapassa qui nella periferia portuale e meccanica. Bui cortili sotto capannoni di ferro. La stazione dei tram-trenini. Viali di alberelli, e sole a secchiate sui rosa Baires. Severi sembianti di silos. Vicoletti inerpicantisi tra giardini. E muri e muriccioli dovunque. Di colpo un maculato azzurrino di azulejos rispecchia il sole abbagliando.

Promessa, ma di cosa? Familiarità, ma perché? Forse perché tutto sembra così mediterraneo.

Ma la vera promessa è Belém. Eccola. Si ergono da un lato e dall’altro la lunghissima facciata a perdita d’occhio del Mosteiro (Ahi, il vecchio sogno di una chiesa come questa!) e la mole del monumento ai Descobrimentos, con in testa Vasco da Gama. Amplissimi marciapiedi, file interminabili di lecci. Deliziosi giardinetti inframmezzati di olivi e cipressi. Ed in mezzo una grande fontana ansimante, tra soffi sibili e getti, torri crescenti e decrescenti d’acqua.

Si l’acqua. Bisogna cercare l’acqua. Quando la ho ai miei piedi vedo incedere maestosi i velieri e vedo l’agile arco rosso carminio del ponte scavalcare il fiume. Mentre il cielo, indeciso sul da farsi, si produce in cangianti sprazzi grigio-perlacei (non privi di venature d’azzurro) sull’acqua sotto il suo ventre. Dall’altro lato del fiume le rotonde colline indecise tra il verde ed il tabacco.

Il Monumento è ora qui davanti a me. Torreggiante. Orgogliosamente circondato di sfere armillari e costellato di Quinas. Affollatissima l’ascesa degli eroi. Una colonna traiana! Ora se ne vede anche la vasta ed alta Croce che gli fa da imbrunita nervatura e pilone.

Bianco il Monumento come tutto a Lisbona, ma più da vicino un coacervo di grigio-fumi dilavanti. Spezza in due il sole che lo ricambia cospargendolo da un lato di una placida e spenta ombra. Uggiosa come il resto del pomeriggio. Sarà proprio questo il mistero della Croce che esso conserva?

Sulla lunga facciata di fronte si lasciano cogliere lontanissime, nel rosa che avanza, sequenze di tornite torrette moresche. E due grandi torri gugliate. Su tutto il passare gridante dei gabbiani.

Al Centro Cultural Belém daranno «As Cavalhas do Vento». Mostre : ‒ «Meio corpo», «O Tempo resgatado ao Mar ». Vi entro inoltrandomi per i suoi passaggi decorati a larghi piastroni perlacei dalle chiazze bianco-sporco incrostate di ori e rossi ferrosi. Emergo nell’alta piazza in cui la vista è sbarrata da ogni lato da muraglioni ed amplissime campate. Ovunque condore cosparso di rosa. Raggiungo il Caffè e mi affaccio sulle desolate e grigie linee dei rossi comboios verso Cascáis e Sintra.

Poi mi siedo. Il cielo ad occidente è ovattato. Le nuvole nell’aurearsi di sole al tramonto si smaterializzano. Intensissimo il cinguettio dei passeri. Dilagante il basculare dei riflessi negli stagni del giardino. Ricordano i lavacri lustrali di un tempio pagano. Ma non sarà l’effetto del Mosteiro e della Croce? Le acque del fiume, ora immobili, sono divenute color giada. Vasco cerca di guardare oltre la collina dirimpetto. È proprio in lui che inizia l’interrogativa attesa dell’intera città e dell’intero paese. Posare lo sguardo su cosa? Andiamo e vedremo!

Poi il rosa, finora appena accennato in riflessi senza origine, inizia a prendere il sopravvento sulle nuvole finora sfolgoranti di oro. Ed il cielo diviene di un celeste pallido assolutamente improbabile. Trasmutazioni alchemiche di ogni tramonto.

È l’imbrunire, e finalmente entro nel Mosteiro, la mia vera meta. In un fantasmagorico alternarsi labirintico di luci di ogni tonalità e sfumatura, l’ombra aggetta dalle mura su di noi. In essa si intersecano nervose le venature intrecciate dei costoloni gotici e dei convoluti intarsi manuelini.

Sull’altare piove intanto una dolce luce dorata. Ed il prete, un simpatico, tenerissimo ed un po’ maldestro careca, ha proprio la postura, i modi e la voce chioccia ma carezzevole di un Sant’Alfonso de Liguori. La sua statua se ne sta offesa in un angolino nascosto di una stradaccia del quartiere di Napoli dal nome Chiaiano. Verso il vallone di San Rocco.

Là Napoli sembra proprio la Baires periferica di Borges. Lisbona un po’ meno.

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Inevitabile, da Lisbona, uno sguardo di ritorno, lungo ma molto lungo, verso Napoli.
Come evitarlo?
Ed è uno sguardo che trascende le pur straordinarie similitudini tra le due città. Perché come è impossibile non affermarle, nello stesso tempo è altrettanto impossibile non negarle.
Il che non toglie la comunità di modi e perfino di destini che unisce le due città. Come altrimenti spiegare il così strano caso di un’eroina portoghese della nostra Rivoluzione del 1799, la generosissima Eleonora Pimentel Fonseca? Ma come pure non vedere l’emblematicità della sua fine, di fatto proprio per mano della terribile onda di ritorno della sinistra lazzaritudine partenopea ‒ l’impiccagione senza mutande!
Dunque è impossibile, stando qui, non imbattersi continuamente nelle differenze che dividono «the two cities». Differenze nelle quali si rivela in primo luogo una cosa sola : ‒ Napoli è un luogo assolutamente unico (più ancora che una città unica ‒ qui il genere trascende la specie)! Nel bene, come ancor più nel male. Nell’odio, come ancor più nello sviscerato e perduto amore che ad essa ci lega. E questo i napoletani lo sanno benissimo, anche se in vari modi fanno di tutto per nasconderlo. Ma effettivamente non vi è modo migliore per notarlo, che guardare Napoli da lontano. Con quel così tanto raccontato sguardo dell’emigrante. Condizione che qualunque napoletano si augurerebbe di non dover impersonare mai!
Naturalmente ho riflettuto su questo continuamente durante il mio soggiorno qui, ma in questo genere di percezioni vi sono sempre dei vertici intuitivi. Nei quali l’evidenza diviene schiacciante. E chissà perché questi vertici mi colgono sempre nei pressi di Cais do Sodrè. Luogo emblematico, perché è  stato questo, sempre, il luogo degli imbarchi e degli sbarchi. Qui si trovava infatti la mitica Ribeira das Naus, il febbrile luogo dove si costruivano, calafatavano e poi lanciavano i vascelli destinati ad andare incontro all’Ignoto. Ebbene, una volta usciti dal vagone del metro e incamminatici tutti verso l’uscita, in quelle lunghe, folte e sempre meste file della mattina presto, mi colpiva la stupefacente silenziosità di questa massa umana.
A Napoli impossibile! : ‒ a qualunque ora del giorno e della notte ed a qualunque longitudine o latitudine dello stato d’animo della massa (brio, mestizia, o altro). Ed immediatamente dopo, al cospetto del bianco muraglione semicircolare posto di spalle alle scale mobili che menano in superficie, mi accorgevo di colpo del significato generale di questo silenzio. Si tratta di ciò che ben presto colpisce del carattere luso e di tutta l’ambientalità che da esso scaturisce : ‒ l’austerità!
La discrepanza non riguarda del resto solo Napoli ma l’italianità in generale. È ben noto qui che «o italiáno è barulhento! ». È rumoroso. Come il castelhano (qui odiato!).  Comune carattere zigáno, dice qualcuno con un certo sprezzo. Ricordo di uno scrittore portoalegrense (Brasile) che raccontava delle sue doppie origini, italiane e portoghesi, e descriveva il lato luso della sua famiglia appunto come austero. Io stesso, frequentando l’università di qui, ho avuto modo di sperimentare l’incontro-scontro con una forma particolare di austerità, e cioè quella intellettuale : ‒ il rigore! Rigoroso è infatti il luso in tutto : ‒ nel pensare, nel sentire, nel credere nell’amare. È il versante ombroso del sanguigno radicalismo fanatico del castelhano. Così che il loro comune atavico fervore religioso assume qui una nota vibrante in modo ben diverso. Specie nel senso del profondo. Il nostro, quello partenopeo, solo apparentemente simile, è invece in realtà superstizioso, scomposto e spesso addirittura sguaiato. Profondo per nulla! Chi non conosce cose come i cortei e gli eccessi dei fujenti, ed il loro senso?! Evidentemente l’orgiasmo orfico-pitagorico-dionisiaco non ha mai abbandonato le nostre terre.
E così tutto è qui austero e rigoroso : ‒ il cielo terso fino a ferire come una lama duramente azzurra,  il clima (anche nel calore), l’aspetto e modi di giovani uomini e donne, e di vecchi uomini e vecchie donne (insieme fragili e fortissimi, come giunchi), il candore affatto abbagliante di ogni edificio (ovunque bianco ed azzurro!), la stessa bandiera (pur nei suo sgargianti eppure discreti colori), le lunghe e dritte avenidas, dimesse e quasi campagnole (per quanto urbanissime) nella loro essenzialità (il Brasile ne è pieno!), la rozzezza sbrigativa degli irregolari muraglioni imbiancati a calce che circondano incombenti le più squisite ed eleganti architetture, i caseggiati ciechi di lato (senza finestre e balconi). E questo pur considerata ogni possibile variazione del brio, del calore e perfino della seducente malizia. Di tutto ciò vi sono qui tracce dappertutto : ‒ nell’architettura, nell’urbanesimo, e nell’umore della strada e del luogo pubblico. Nonostante Lisbona non manchi di essere spesso un luogo luminoso, colorato e vivace. A volte perfino confortevolmente rumoroso.
È evidentemente espressione di tutto questo quel così fascinoso tono retro e demodè dominante dappertutto, e così simile al decoroso riserbo perfino timido della gente. Tutto qui si ritrae su sé stesso, esitante (cheio de receios) e talvolta perfino un po’ sdegnoso.
E proprio così si ritrae dai clamori, sempre sguaiati e sopra le righe, del Moderno.  Anche Napoli si ritrae dal Moderno, e forse ancor più di Lisbona. Ma in modo radicalmente diverso. Cioè nell’ostinazione a radicarsi in sé stessa (volendo essere a tutti i costi, appunto, solo ciò che è e nient’altro : ‒ assolutamente unica e per questo meravigliosa!) così sprofondandovi sempre. Auto-amandosi, sognandosi, scrutandosi profondamente. Ma senza mai riuscire a vedersi, senza mai giungere alla comprensione del mistero inesplicabile che essa costituisce. Le cui tracce però sono non solo evidenti ma addirittura esplicite. Chiunque può leggere il mistero profondo di Napoli sulle sue stesse labbra, sui tratti del suo volto. E chiunque può averne addirittura un’intuizione totale. Ad ogni svoltare d’angolo, ad ogni scorcio, ad ogni attimo. Sempre!
Ma dire questo mistero è impossibile!
Napoli è dunque, in tutto questo, l’esatto opposto di Lisbona. Per quanto si affaccino entrambe, ridenti, sull’acqua. E per quanto si elevino entrambe in un saliscendi inquieto, pieno di incredibili ripidità, lungo le dolci curve della costa.
Napoli : ‒ approssimazione ribollente, efflorescente, rigogliosa, soverchiante / Lisbona  : ‒ ombrosa e luminosa delicatezza, piena di morbide pieghe, dell’austero rigore.
L’una luce fosca e l’altra luce brillante.
Una città, Napoli, «bella e pericolosa…assustadora», come benissimo diceva un’amica italianista di qui. Per  servirvi, la nostra Teresa Jorge Ferreira delle passeggiate letterarie.
Decisamente, da colui nelle cui vene scorre sangue luso, Napoli proprio non può farsi amare. Napoli è sì simile a Lisbona. Ma è anche perdutamente diversa : greca, mediterranea, medio-orientale, africana. Regno del variopinto Caos, e non del grazioso e raccolto decoro.
Napoli può farsi amare solo dai napoletani (sebbene non senza odio).
Ed io napoletano lo nacqui.

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Oltre la Lisbona che si può vedere con i propri occhi, vi è una Lisbona che si ritrova solo nei libri.
In questo caso nei libri di Alexandre Herculano. Per me personalmente bellissimi. Esempio pieno del “romanzo storico” tipicamente romantico. Rispetto al quale i “Promessi sposi” del nostro Manzoni (peraltro la loro traduzione in portoghese è stata presentata proprio la settimana scorsa al locale l’Istituto Italiano di Cultura) spiccano per una posizione comunque ancora abbastanza classicista. Il romanzo storico di Herculano è invece sombriamente (bellissimo termine portoghese per l’avverbio di “fosco”) ”gotico” nel vero senso della parola.  Cioè nel senso dei quel gusto che al tempo fece amare tutto ciò che era austeramente e quasi funereamente fantastico. Si vedano, per fare solo qualche esempio, opere come il  “Castello di Otranto” di Walpole  o “I demoni della notte” di Charles Nodier. Insomma vero e proprio ossianesimo. Ma “gotico” anche in un altro senso, e cioè nel senso dell’indagine scrupolosa (documentale) dell’autore sul passato “goto” (qui “godo”) delle nazioni iberiche. L’altro grande romanzo di Herculano (“Eurico, o presbitero”) descrive infatti proprio la Spagna ed il Portogallo occupati dai visigoti sul punto di essere sopraffatti dall’onda di conquista arabo-berbera da parte degli Omayyadi. (altro…)

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Risiedendo a Lisbona si può decidere di scoprire cosa c’è oltre i suoi confini urbani.
Lisbona è in qualche modo il Portogallo intero. Un po’ come Parigi è la Francia. Fatto curioso per una nazione come l’Italia (non diversa è la Germania) dove ogni metro quadrato di territorio, fittamente occupato, ha una sua identità specificissima.
Ma naturalmente ciò può valere solo “in qualche modo”. Perché non è che il Portogallo, pur essendo molto piccolo, non abbia le sue specificità locali. Per esempio le sue due estreme regioni, il nebbioso Minho al nord e l’assolato Algarve al sud, non solo si differenziano notevolmente tra di esse ma anche si distaccano abbastanza dal corpo centrale del paese. Comunque, data la sua non grande estensione, quest’ultimo può essere in qualche modo inteso come “dintorni di Lisbona” anche in zone e luoghi abbastanza distanti dalla capitale.
Due di questi luoghi sono Tomar e Santarém, l’uno borgo templare e l’altro borgo goticissimo.
A Tomar ci si va attirati innegabilmente dalla curiosità morbosa legata al mito templare, oggi così in voga nel mondo dei polimorfi gusti di un esoterismo new age che indubbiamente fa di ogni erba un fascio. Per cui, nel progettare la visita e poi ne condurla, bisogna fare il massimo sforzo per sottrarsi ai trabocchetti tesi da questa piuttosto volgare tentazione. Eppure però non c’è nulla da fare. In qualche modo da qualcosa del genere si viene inevitabilmente catturati. Ed affatto in negativo. Lo si sente subito non appena si varcano le poderose mura del Convento di Cristo e Castello di Tomar, rese ancora più alte ed imponenti a causa dell’apparecchio strategico dell’antica fortezza islamica (precedentemente forse romana),  e cioè l’alambor. Una pietrosa e scoscesa parete inclinata destinata a rendere difficile l’approssimazione del nemico alle torri (se ne può prendere visione per esempio nel castello crociato di Crac de Chevaliers in Siria). Immediatamente si è attirati irresistibilmente dalla mole tronco-conica della Charola (l’originale chiesa-fortezza ricavata da un pre-esistente edificio del castello arabo) e dal fantasmagorico apparato decorativo apposto poi ad esso nel corso della cinquecentesca riforma manuelina.
Questo già da lontano, ma quando poi ci si approssima di più si è letteralmente ingoiati da un vero e proprio apparato scenico fiabesco e surreale. Gargoils resi ancora più deliranti ed improbabili dalle tortuosità che ne cancellano i tratti distintivi, profusione lussureggiante di figure simboliche dall’esasperata resa scenica (vere e proprie immense catene e fibbie, rampicanti alberi della vita, fiori di loto…), teste da Bafometto, innumerevoli svettanti pinnacoli. E il rosone della Charola. Mai visto nulla di simile : ‒ un assolutamente asimmetrico vortice tortuoso ed ondoso inglobante vaghe e sospiranti ombre animiche.
Ma tutto questo è nulla davanti allo spettacolo a cui si assiste entrando. Di colpo, facendo ingresso nella navata centrale da una porticina laterale, ci si trova di fronte al ventre tenebroso della Charola. È un immenso e variopinto baldacchino quadrangolare sorretto dalle stesse colonne del  Tempio di Gerusalemme. Dentro di esso presenze statuarie bibliche e le gabbie dorate del gotico fiammeggiante.
Da qualche parte è inciso un sigillo di Davide. Ma dappertutto domina la spirale, riprodotta in ogni forma. Anche nella forma di un reticolo di intrecciate losanghe romboidali.
È abbastanza noto che la spirale è un elemento architettonico di culti assolutamente remoti, e risale infatti a strutture come i santuari sumerici ed il Palazzo di Cnosso, e dove ci viene suggerita la sua associazione alle scale incrociate e quindi ad un labirinto sempre conducente ad un tetto dove la Terra comunica con il Cielo. Così l’Albero della Vita e della Conoscenza, la cui vetta è la stessa Sapienza sacra (la Sofia) nella sua più integrale espressione. Equivalente allo Spirito che soffia sulle acque (pneuma, vayu, e ruah.  Ed infatti nel Convento di Cristo le scale della parte più recente (manuelina) recano proprio ad un tetto dove il sole letteralmente dilaga. Lì ci invade l’aroma delle vecchie pietre arroventate dal sole. Quello della così morbida ed aurea pietra di Tomar. Segno indelebile di un mondo ormai cancellato dal Moderno : ‒ io lo conosco dal profumo che avevano i terrazzi adiacenti al soffitto dell’antica casa paesana di mia nonna.
Poi c’è la cittadina attraversata dal lento e verde fiume Nabão. Anch’essa deliziosamente imbalsamata nel passato. Con viuzze fiancheggiate da negozi dalle austere e dolci vetrine di una volta. Il caffè centrale è un misto di Art Nouveau e lisce rotondità anni 30-40 ‒ il tutto amalgamato dalla rinfrancante sciatteria della decadenza. In questo reticolo sorgono diverse chiese romaniche e gotiche. Ma soprattutto l’antica sinagoga recuperata all’oblio succeduto alla conversione forzata dei giudei. Ha l’aspetto di un’umida ma venerabile cantina. L’altare circondata da un quadrato di sedie, antiche stele, vetrine con mezuzah, kippah ed altro.
Da questo luogo si può poi di nuovo regredire verso Lisbona.
Dopo aver visto Tomar, della città di Santarém ‒ zeppa di chiese romanico-gotiche, regolarmente provvista della sua antica Alcaçova (il castello), sede regale alternativa in quanto prossimissima a Lisbona, e fatta anch’essa di fascinose vie e viuzze ‒ non si fa nemmeno a tempo a parlare.
Molto prossima alla capitale è poi Mafra, sede di un palazzo che fu a lungo sede estiva dei re portoghesi. Altro edificio assolutamente fantasmagorico, con due candidi e possenti torrioni laterali che da soli lasciano a bocca aperta. Ma è di nuovo anche qui l’interno che ci cattura irresistibilmente. Gli amplissimi, altissimi e soleggiati corridoi che collegano i torrioni sono veri e propri viali da passeggio. Ad essi seguono poi gli ambienti di ogni genere e stile succedutisi nel tempo come luogo di soggiorno preferenziale dei reali. Due luoghi in particolare però avvincono allo stesso modo del castello di Tomar : ‒ l’ospedale francescano e la biblioteca.
Nell’ospedale colpisce soprattutto la sala di degenza. Non è altro che lo spazio di una chiesa, davanti al cui altare,  in  una penombra fresca ma ancora aleggiante di presenze, si allineano delle cellette decorate ad azulejos interamente occupate da letti fatti di ferro bruno e tavole di castagno. In fondo davanti all’altare se ne sta ancora, di spalle e pregando per i malati, un monaco di bassissima statura. Irresistibile la tentazione di guardargli in viso oltre il cappuccio calato su di esso. Ma non ci si riesce. È un fantasma. La biblioteca poi, molto simile a quella di Coimbra, appartiene al convento francescano,  anch’esso inglobato nel palazzo e parte integrante da sempre della sua vita.  È uno spazio ampio ed altissimo, dalle pareti decorate di ori e stucchi e zeppo di una quantità immensa di libri. Chissà se consultabili. Ma della loro manutenzione si occupano i morcegos, minuscoli pipistrelli che si nutrono di tarme.
Alla fine, prossimi ormai al ritorno a Lisbona, non si può non fare una deviazione verso Ericeira. La si può cogliere di sorpresa ormai molto prossima al crepuscolo. Mentre le nebbie create dalla risacca riflettono le ultime luci del giorno lungo la riva delle spiagge oceaniche, creando così un velario che più eroicamente romantico non potrebbe essere (ricorda molto Otto Runge e Caspar David Friedrich).  Dietro le spiagge immense falesie incredibilmente regolari e lisce, emicicliche o dritte come muraglie, si levano verso il paesino già illuminato. Tortuose stradine di acciottolato ascendenti e discendenti, che a volte si perdono in spiagge deserte. E dovunque giovani ed atletici surfisti barbuti. Al centro una serrata piazza rettangolare adorna di possenti platani tutti potati. A quell’ora vuota e sonnolenta, ma promettente profumate e brulicanti delizie estive.  E davanti a tutto questo un mare levigatissimo ancora emanante bagliori giallo-grigiastri. Quel mare inquietante e senza fine, che i pescatori di qui attraversavano su battelli mono-albero di venti metri giungendo fino in Brasile.
È il cuore nudo e povero, questo, dell’incredibile e favoloso coraggio sacrificale di questo popolo. Forse per questo la popolazione di Ericeira assistette silenziosa al definitivo addio al paese dell’ultimo suo re, Manuel  II, che da qui si imbarcò per l’esilio sullo yacht reale “Amelia”.
Ancora una volta il passato ci lascia sentire la sua palpabile presenza in questo paese.

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Una delle attività culturali offerte a Lisbona a turisti e non turisti (per chi fosse interessato offro i riferimenti alla fine di questo reportage) è quella dei “literary walks”.

Di iniziative come queste ce ne sono in tutte le città del mondo, ma, visto che la cosa mi interessa da vicino, sono andato a vedere di cosa si trattava. Mi ha accolto Teresa Jorge Ferreira in modo molto gentile ed accogliente. Il suo nome, pronunciato in portoghese, suona un po’ come T’resa. E questa  sonorità è così suggestivamente napoletana, e quindi cara e familiare, che da questo momento in poi la menzionerò proprio in questo modo. Mi sembra peraltro che questa assonanza possa rendere più prossima al lettore la specificità del luogo. T’resa è come me una dottoranda, ma in letteratura, e quindi su ogni aspetto della letterarietà urbana lisboeta ella è a conoscenza delle svariate teorie che i pesquisadores (ricercatori) si compiacciono di estrarre dai tanto amati documenti. Sembra infatti che nel settore delle scienze umane (una volta “scienze dello spirito”) non si possa più fare sapienza senza che essa, proprio per mezzo dei documenti, si renda credibile in quanto “scienza”. Io personalmente, come diceva Ferrini, “non capisco ma mi adeguo”.

In ogni caso questo scrupolo di ricerca risulta estremamente accattivante per il turista a caccia di informazioni e curiosità. E quindi, nella circostanza specifica, non si può che considerarlo benvenuto. E così anche chi, per sua passione personale di conoscenza, già sa degli autori e delle opere di cui in queste passeggiate letterarie si tratta, viene a sapere particolari molto interessanti. Gli scrittori, nel percorso offerto da T’resa, sono Camões, Eça de Queiroz, Pessoa e Saramago. Insomma i nomi più rappresentativi della cultura portoghese, anche se inevitabilmente solo la punta di un grande iceberg, e che quindi lascia fuori i nominativi di affascinanti poeti, narratori e pensatori. Del calibro di Antero de Quental, Camilo Castelo Branco, Alexandre Herculano, João Baptista Almeida Garrett, etc. In ogni caso  ce n’è più che abbastanza per cogliere l’aura e l’aroma dei luoghi che hanno fatto nel tempo la vita letteraria di Lisbona e la sua rappresentatività per l’intero paese. Escludendo ovviamente Coimbra (l’antica Coninbriga romana e celtica), che era stata dal Medioevo in poi il vero cuore pulsante della cultura lusa.

E su tutto ciò sembra curiosamente dominare proprio  Eça de Queiroz con il suo verismo così sprezzante verso la Lisbona provincialissima e perdutamente “borghese” della fine del XIX secolo. Insomma una nota polemica in più rispetto al verismo naturalista dei nostri Verga, Capuana, De Roberto, Deledda e Matilde Serao (ai quali assomiglia molto più un Camilo Castelo Branco). Eça, polarizzato com’era da Parigi e dai suoi piaceri “intellettuali” (dice lui), proprio non poteva soffrire questa Lisbona che si trascinava invece ancora dietro la zavorra di pesanti condizionamenti moralistico-religiosi. E che a lui quindi appariva come un provincialissimo luogo di noia borghese e di imbarazzanti corruzioni nemmeno poi tanto tenute nascoste. Fatto sta che però, pur vivendo prevalentemente a Parigi (dove le influenti amicizie della moglie Dona Emilia gli avevano procurato un prestigioso posto di diplomatico), egli dipendeva comunque strettamente da Lisbona per le ispirazioni necessarie alla sua produzione letteraria. La quale fu dunque una continua descrizione (critica ovviamente) della vita lisboeta.

Ma è proprio a tutto questo che si riaggancia la generazione successiva di scrittori, anch’essi polarizzati dalla trasgressiva creatività della vita parigina. Nella quale ritroviamo l’emblematico Fernando Pessoa. Lui era un uomo, uno scrittore ed un pensatore senz’altro del tutto sui generis (sebbene anche lui tutt’altro che non cosmopolita, in quanto come il grande Borges, scriveva correntemente anche in inglese), e quindi affatto paragonabile al del tutto prevedibile (e forse perfino non proprio autentico, se non cinico) Eça, ma comunque nella sua cerchia di sodali vi erano intellettuali come quell’Almada Negreiros la cui passione principale fu proprio quella di “épater les bourgeois” con trovate e sparate simili a quelle dei nostri futuristi. Cosa che riaggancia fortemente l’intero movimento a quel nietzschianesimo stravolgitore ed estremisticamente rinnovatore  che già nell’intero mondo di idee di Pessoa trovava un sostanzioso aggancio.

Ma su tutto ciò domina, tra vari luoghi (tra i quali il famosissimo Chiado), quella fatidica ed antica Praça do Rossio  che già aveva assistito alle intemperanze bohémiennes dello stesso Camões. Il quale pare ammettesse che proprio il ripudio subito da Dom Manuel I, che poi lo costrinse ad una vita girovaga da soldato ed avventuriero tra Africa ed Indie, non solo lo allontanò da quella Lisbona ctonia di eccessi notturni, ma anche fu alla radice della sua massima creatività artistica, ossia la stesura del poema bardico Os Lusíadas, cioè l’autentica epopea mitico-eroica dell’identità lusa. Proprio tra gli innumerevoli caffè di Praza do Rossio, Almada Negreiros saliva sui tavoli producendosi nelle sue improvvisate e convulse pieces trasgressive, destinate a cambiare  una volta per tutte la vita culturale portoghese. L’obiettivo primario era senz’altro quella Chiesa cattolica portoghese che sempre, nel corso di innumerevoli vicende (dalle baldanzose crociate anti-more, ai deliranti quanto fascinosi sogni teocratici e guerreschi dell’Infante Don Sebastião, alla reazione sanguinosa scatenata dal famigerato Don Miguel, ed infine allo Estado Novo fascista di Salazar) aveva giocato un ruolo chiave nella politica e nella cultura dell’intero paese. Ovviamente in primo luogo nella capitale. Infatti proprio a Praça do Rossio si ergeva ‒ laddove poi (dopo il distruttivo terremoto del  1755) sarebbe sorto il teatro nazionale Dona Maria II ‒ il cupo e sinistro edificio dell’Inquisizione portoghese. Che si insediò in quel luogo nel corso del 1500 proprio nel mentre si svolgeva la febbrile epopea dei “Descobrimentos” delle più remote plaghe del globo (che vide protagonisti, oltre Vasco da Gama, anche uomini come Camões e Fernando da Magalhães). E sempre a Praça do Rossio si svolsero gli atroci auto-da-fé, mentre nel 1506 nell’adiacente (impressionantissima) Igreja de São Domingos iniziò uno dei più violenti e sanguinosi pogrom della storia dell’antisemitismo.

T’resa guida il curioso di cultura lisboeta attraverso tutto questo, approdando infine al Saramago di Memorial do Convent, racconto che si estende dalle ombre senza pace del Rossio al palazzo reale di Mafra.

Ma sempre tra queste ombre si aggira anche il bellissimo libro di Miguel Real, A voz da terra, descrivendo l’allucinato e terrifico scenario proprio della piazza dopo il terremoto e nell’imminenza dell’onda di tsunami che avrebbe di lì a poco spazzato via quel pochissimo che era ancora restato in piedi. Un viaggio questo per davvero affascinante, del quale non si può che rendere grazie a T’resa ed al suo progetto (walks@tellastory.pt ) destinato a restringersi a pochissimi ma splendenti nomi di una tradizione di scrittori, intellettuali e pensatori veramente nutritissima ed invidiabile.

In conclusione c’è solo per un attimo da tornare ad Eça ed alle successive voci di un “modernismo” (tra cui senz’altro quella di Pessoa), che auspicava per Lisbona un’apertura a quel mondo di intelletto e di arte dalla quale essa era rimasta separata dopo il tramonto definitivo delle glorie di un intero popolo. Parigi e le sue raffinatezze sottili e trasgressive dominava questa vasta fantasia. Eppure non mancava di essere da lui stesso riconosciuto che anch’essa era città di vizio e corruzione. Proprio a Parigi egli collocava la perdizione di Maria Monforte (e galeotto fu proprio un nobile partenopeo come al solito senza scrupoli, Tancredo).

Oggi Lisbona, dopo la Lisbon Story di Wenders ha riconquistato il suo tocco internazionale. Aldilà del cosmopolitismo culturale e razziale che comunque non aveva mai perso. Ma la stessa T’resa sottolinea con amarezza che si tratta troppo spesso solo dell’attrazione esercitata da un immenso parco giochi. Sul quale aleggia sbiadita proprio l’icona del povero Pessoa. Proprio mentre ci illustra la storia delle ombre del Rossio ci passava davanti baldanzoso un veicolo amfibio giallissimo che trasporta i turisti in visibilio dalle acque del Tejo fin nelle vie e viuzze della città.

È veramente questo che vogliamo dal mondo e dalla cultura? E’ veramente questo ciò di cui abbiamo bisogno? È veramente questa la Lisbona che abbiamo bisogno di conoscere ? O non è invece forse molto quella di un passato che è qui ancora palpabilmente presente? Cosa che non implica affatto, a mio avviso, un provincialismo ipocrita da disprezzare. Sono infatti sempre più convinto che la noia dei luoghi piccoli ed appartati sia ormai solo protettiva. Per la salute, per la mente, e soprattutto per la “comunione” sociale.

Ma comunque le risposte ultime (sempre personali) le lascio al cortese lettore.

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