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Archive for agosto 2015

Si è aperta a Lisbona una mostra dal titolo «A questão do Bom senso e bom gosto» riguardante una disputa culturale anche detta «Questão Coimbrã» che coinvolse nel XIX diversi scrittori, artisti ed intellettuali portoghesi in un vero e proprio complessissimo battibecco che riguardava la disattualizzazione della cultura locale rispetto alle tendenze europee. Si tratta di una questione e di una polemica di cui si trova traccia continuamente negli scrittori che ho già presentato in questa rivista, e cioè Camilo Castelo Branco e João Baptista Almeida Garrett. Per la verità era ben più che una questione letteraria e culturale, in quanto espressione di un atteggiamento generale delle classi elevate nella loro parte più intellettuale. E cioè era la raffinata polemica contro l’arretratezza del paese rispetto agli esempi delle nazioni più glamour del tempo, e cioè Francia ed Inghilterra. Alle quale si guardava specialmente nelle loro splendenti ed effervescenti capitali, Parigi e Londra.
Come ho già ricordato descrivendo i «Passeios literários» di Lisbona, uno degli intellettuali che prese parte alla disputa in questione, cioè Eça de Queiroz, fu l’esempio vivente di questa polemica. E non proprio un modo che possa fargli onore. Gaudente e scialacquatore, ed assurto alla comoda condizione di una carriera diplomatica solo grazie alle influenze della moglie Dona Amalia, appartenente ad una ricca e potente famiglia lisboeta, egli passò tutta la sua vita denigrando ferocemente la sua terra mentre intanto si approfittava di essa sistematicamente per procurarsi i soggetti per i suoi libri. Tuttavia la parte preferita del suo tempo egli la passava a Parigi facendo quella douce vie che solo amava, e lasciando intanto che la moglie ne pagasse gli ingenti debiti. E permettendosi peraltro anche il lusso di fare del paternalismo moralista con i personaggi perduti dei suoi romanzi che facevano esattamente la sua stessa vita dissipata.
La «Questão Coimbrã» si chiama del resto così perché, tra gli altri, vide come protagonisti, accusati ed accusatori, degli scapigliati studenti dell’austera e medievale università di Coimbra. I nomi dell’intero gruppo : ‒ Antero de Quental, Teófilo Braga, Castelo Branco, Vieira de Castro. Dall’altro lato invece Castilho e Ramalho Ortigão, quali difensori di uno spirito romantico anti-realista ed anti-verista (nel quale rientra quell’Alexandre Herculano di cui ho già raccontato) ed affatto affezionato all’idea che il Portogallo si gettasse armi e bagagli nelle braccia del Mito del Progresso, del Futuro e dell’Europa intesa come valore unilateralmente progressista. Racconterò nelle prossime settimane di un riflesso letterario di tale contrapposizione nella figura del nobile demodè e provinciale Calisto Elói de Silos e Benevidas de Barbuda (preso in giro da Castelo Branco in un libro di vago sapere mishimiano, A queda de um anjo). Prima deputato reazionario e dispregiatore dei costumi europei, e poi anch’egli raffinato gaudente e progressista.
Quasi inutile ricordare qui i nomi del nostro realismo e verismo (da Manzoni a Verga e Carducci) che si sviluppò negli stessi anni sebbene su tutt’altri registri estetici e morali. Ricorderei solo il canto di Leopardi ‒ Palinodia al marchese Gino Capponi. In cui egli, pur non essendo affatto un romantico in piena regola, si scagliava in modo estremamente violento contro uno spirito progressista che egli vedeva connesso proprio al fin troppo sventato (se non ipocrita) edonismo dei ricchi gaudenti. Ovvero quelli che lo stesso Almeida Garrett chiamava ironicamente «i baroni» (Viagem na minha terra).
Insomma di fronte alla mostra lisboeta, al richiamo di una complessa vicenda culturale ed allo scenario piuttosto ampio ed internazionale che ruotò intorno al trapasso da Romanticismo a Realismo, cosa di può dire con la consapevolezza di oggi? La prima cosa da dire è che la contrapposizione Tradizionalismo (o anche Conservatorismo) – Progressismo ha perso molto del suo senso ed attualità, e quindi anche  del suo mordente e smalto. Come del resto la contrapposizione Destra – Sinistra. I termini di tali contrapposizioni ci appaiono oggi infatti piuttosto bigi, se non insipidi e forse addirittura inautentici. Ciò che però sembra non avere perso né senso  né attualità appare stare in due elementi : ‒ 1) la polemica tra i resti di Antico di alcune società ed il sempre più esplicito e galoppante Moderno di altre ; 2) il conflitto tra il Sud ed il Nord del mondo (un cui aspetto specifico è la cesura tra Sud- e Nord-Europa che oggi invece di attenuarsi si è accentuata).
E su questo di certo si potrebbero scrivere interi trattati e dai più svariati punti di vista.
Io mi limiterei ad una sola constatazione, che insorgeva appunto mentre visitavo la mostra. E nella forma di un serpeggiante ma tenace disagio rispetto al pur grande interesse culturale del tema trattato. La costatazione, prescindente in modo dimesso, umile ed anche pragmatico, dai toni reboanti della polemica storica tra Tradizionalismo e Progressismo, si potrebbe riassumere in una semplicissima domanda che io mi pongo e che forse potrebbero porsi anche altri : ‒ Ma di tutto questo progresso, se pure in assoluto esso sia stato mai necessario, abbiamo oggi davvero ancora bisogno?
Era proprio quello che mi frullava nella testa mentre percorrevo le sale della mostra, nella forma di una sorda resistenza (alla retorica sottintesa dall’evento e dalla scelta del tema) che proprio non riuscivo a ricacciare indietro. Era l’affiorare impertinente di antichi ricordi di infanzia e relative dorate nostalgie. Il caso vuole che io sia nato nell’ormai lontanissimo 1955. Un anno ancora profondamente immerso in un XX secolo, ormai definitivamente archiviato dalla bruciante accelerazione dei suoi stessi ultimi due decenni. Anno di nascita che contraddistingue una generazione i cui esponenti, in un nostro privato colloquio, Marcello Veneziani definì una volta come «gli ultimi degli antichi». Ricordavo insomma quelle banane che erano un vero e proprio lusso, quasi un raffinato dolciume. Quegli utensili di «bachelite». Quei mastodontici, lentissimi ed antidiluviani apparecchi TV in bianco e nero marca Admiral. Quei cessi che erano cessi come un cesso deve essere esattamente nel senso che la parola suggerisce. Quelle anziane donne del sud, regolarmente poppute, sdentate e maleodoranti. Eppure confortanti. Ed insieme a tutto questo le fragranze d’altri tempi della multi-centenaria casa paesana di mia nonna ‒ quella dell’olio in un grosso bidone di ferro, quella dei salumi appesi alle travi nella stessa soffitta, quella dell’acqua di rose con cui la mattina presto ci si lavava la faccia a Maggio, quella del bucato fatto con cenere e limone nei calderoni della cucina in pietra ricca di neri forni e fornelli.
E mentre questi ricordi emergevano, mi colpiva il pensiero che in fondo da allora in poi, mediante la tecnologia,  non abbiamo fatto che affinare fino all’isterica esasperazione quel livello basico di benessere che comunque allora già sussisteva. La Guerra era passata da non molti anni ed il mondo Antico era già per sempre tramontato. Si iniziava a stare bene. E se, invece di progredire, ci fossimo fermati lì? Non vivremmo forse meglio ? Non ci sarebbero stati forse risparmiati gli aerei che precipitano per fulmini e grandine di improvvise tempeste estive? Non ci sarebbero forse state risparmiate le angosce per le ormai sempre più vicine «guerre dell’acqua»? Non ci sarebbero state risparmiate notizie del tipo dell’attuale scioglimento del ghiacciaio dell’Aletsch e della prossima ventura sommersione del Salento? E mi fermo nell’elenco di previsioni nostadamusiane, che pure è estremamente lungo.
Pensiamoci! Forse non è più nemmeno il caso di soffermarsi su complesse e di certo dolorose ridondanze ideologiche della contrapposizione Tradizionalismo-Progressismo. Le cose sono ormai molto più semplici. Più basiche. Più banalmente urgenti quanto a tragicità. E non direi che è necessario un «pensiero più laico», come su succedeoggi ha avuto a dire Luca Fortis a conclusione della sua disamina del fenomeno droghe-discoteche, nella quale mi sembra che dominasse il principio di quell’ossessiva (e sempre distruttiva) «espansione dell’Io» che Simone Weil aveva pur recisamente condannato già negli anni 30 del fatale XX secolo. Io direi che invece è necessario tutt’altro pensiero.

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Chi era l’Infante Dom Sebastião, asburgo di sangue e nipote di Carlos V, regnante sul Portogallo negli ultimi anni del suo splendore? Le risposte (di gente comune e storici) sono così tante e così diverse che con questa figura doveva proprio nascere un mito [deduciamo tutto ciò da tre opere ‒ M.A. Lima Cruz, Dom Sebastião, Temas Debates 2009 (DS); Fernando Pessoa, Pagine esoteriche, Adephi 2011 (PE); Fernando Pessoa, Mensagem, Assirio & Alvim 1997 (ME)]. Mito accresciuto poi nella sua probabilità da quattro fatali luoghi dell’esistenza del re : ‒ il castello lisboeta di São Jorge, il cabo São Vicente, il Covento di Cristo a Tomar, e le sabbie roventi di Alcácer Quibir, in Marocco. Dove la sua vita si spense combattendo e svanì nel nulla il suo stesso corpo.

Prima che però di qui si giunga al mito del «Quinto Império» nella sua pienezza, occorrono le figure di tre poeti visionari ‒ Bandarra [misterioso «profeta ciabattino» dell’Ordine di Cristo (PE, p. 154)], Antonio Vieira [fondatore del movimento gesuita in Brasile] , e Fernando Pessoa. Ma intanto, presso il popolo, il mito si costituì non appena la notizie dalla morte e scomparsa del giovane re raggiunse Lisbona (DS, p. 335-345). Infatti speravano tutti e nello stesso tempo nessuno. Non speravamo né credevano i così pragmatici saggi e potenti del regno. Sperava invece si il popolo. Ma meglio sarebbe parlare di una sorta di diffusa, occulta e misterica, consapevolezza insieme poetico-epica, religiosa e mitica. È poi l’originaria ispirazione e vocazione politica del paese e (per così dire) della sua mista razza. Qualcosa di profondo ma sempre pronto ad erompere. In succedeoggi ce ne ha parlato il Prof. Real come una ancora attuale «transcendência sagrada» ‒ il nucleo stesso della propensione lusa al mito storico-epico (Camões). Del resto si entri in una qualunque chiesa lisboeta e subito si avvertirà la straordinaria densità concentrata della fede di questo popolo. Dunque una profondità nucleare che tutto di sé impregna ‒ come ciò che da noi potrebbe promanare dal fuoco sempre vivo di un eterno Tempio di Vesta, oppure dal sacello in cui riposano le spoglie di Francesco nell’ipogeo della Basilica inferiore di Assisi.

Nacque così il mito di un giovane Re che aveva fallito storicamente nel portare il Portogallo al compimento della sua missione storico-spirituale. Ma che non avrebbe fallito iper-storicamente. Tornato un giorno tra i vivi, egli avrebbe portato la nazione al compimento della sua misteriosa missione. Per questo per il popolo «O Desejado» («Il Desiderato») e per i saggi e poeti visionari «O Encoberto». Egli emanazione del profondo nucleo, venne così alla luce divenendo storia e vita vissuta. Sebbene solo per il breve intervallo di visibilità sempre di tanto in tanto concesso alle eterne Utopie.

Lasciando dunque da parte le sempre connesse brutte storie di intolleranza razziale e religiosa (ed anche di troppo parziale teologia confessionale), comunque nell’anima e nel progetto di Dom Sebastião l’Utopia assunse la forma ed il volto di strenua purezza che ad essa più propriamente appartiene. Nessuna dietrologia per poterla vedere. E dunque saper porre tra parentesi quelli che sono comunque fatti incontestabili o almeno molto probabili. Il dibattito si svolge proprio intorno a questo. Chi fu davvero Dom Sebastião? Uno psicotico delirante? Un malato di tbc o di lues cerebrale? Un ragazzino socialmente disturbato e misogino ‒ forse vittima di abuso sessuale, e forse tendenzialmente omosessuale ‒ posto incautamente in posizione di re? Un fanatico religioso ammalato di odio anti-islamico? Un irresponsabile sognatore senza il minimo senso della realtà? Un re, statista e supremo capo militare privo del sia pur minimo senso politico? La costante opposizione alla sua politica fu ispirata proprio da tali perplessità (DS). In primis da parte della nonna e reggente di fatto, Dona Catarina, sorella di Carlos V.

Ma Dom Sebastião continuò imperterrito a sognare. E lo fece sempre di concerto con l’ispirazione profonda della sua nazione e del suo popolo. Così il sogno utopico e visionario andò di pari passo con simili sue propensioni. Un ascetismo estremo e monacale ‒ invece che nel magnifico palazzo manuelino di Terreiro di Paço, egli visse sempre nell’austero Castello di São Jorge, dove beveva da una rozza tazza (da cui non volle mai separarsi), e di fatto non conobbe donna (a parte la romantica improbabile leggenda di Almada). Una fervidissima fede religiosa venata di esoterismo che intrecciò strettamente la sua vicenda politica a quella dei resti dell’Ordine Templare. Un’attitudine contemplativa assolutamente divorante. In preda ad essa, egli sedeva al Cabo São Vicente, il «Sacro Promontório» (luogo misterico, emblematico per la storia del corvo e del vascello, simboli di Lisbona), contemplando l’Oceano ai piedi del «Mosteirinho», nel mentre lasciava che suonassero la musica che amava. Sogno utopico e visionario fu anche il suo sforzo continuo di correggere i corrotti costumi politici e commerciali del paese, introducendo in essi un purissimo concetto di imparziale Giustizia Sacra. Anche questo atto pochissimo pragmatico fino al fanatismo. Ma proprio per questo estremamente puro. Insomma nulla di tutto questo era destinato a trasformarsi davvero in storia. Meno che mai il culmine stesso dei suoi sogni (DS, p. 309-345), la spedizione che trionfalmente mosse dal Terreiro do Paço il 24 di Giugno del 1578. Con truppe non solo portoghesi ma anche tedesche, spagnole e italiane (incluso un nutrito gruppo di napoletani comandati dal capitano Francisco de Aldana). Il 4 di Agosto si attaccò battaglia. Poi fu il disastro. Il più grande disastro militare della storia portoghese.

Ebbene, dopo i sebastianisti storici (Bandarra e Vieira), Pessoa riconobbe in Dom Sebastião ciò che egli davvero dovette essere, ossia il prototipo umano destinato per nascita a penetrare da parte a parte la stessa Utopia da lui stesso intuita e rappresentata. Sfuggendo così alla storia e trapassando direttamente nell’Eternità. Di fronte alla quale nulla contavano i luoghi della fine ‒ «o areal e a morte e a desventura” (ME, III, I, 1-5). Anzi la «hora adversa» fu per lui lo stesso supremo dono divino, l’ora decisiva in cui finalmente si desvela il misterioso chi sei? di ognuno di noi. Ed è così a tutto questo che si intreccia un sogno di universalità che è il contrario stesso del «triste» e mero vivere storico. Quello di chi «vive porqué a vida dura». Molto stoico e molto nietzschiano, qui il nostro Pessoa. Ma soprattutto è proprio questo «O Quinto Império». E su tutto il paradigma sommo do «Encoberto», e cioè un Cristo sovrapposto ad una Croce che è «Rosa» (PE, IV, p. 153-173). Il Quinto Império non è altro che il gesuitico «Impero dello Spirito Santo» (PE, p. 167)

 

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Pare che la serie TV Gomorra arriverà anche in Portogallo. È nell’ordine delle cose, dato che si tratta di una serie estremamente vendibile. Da un altro punto di vista si tratta addirittura, come si tende a dire anche del libro, di un’operazione meritoria e salutare. Perché essa mostra ciò che invece sarebbe restato nascosto continuando ad operare insidiosamente sotto un’apparente normalità. Il punto di vista è assolutamente rispettabile e peraltro non poco condivisibile. Cosa poi sottolineata dai prezzi altissimi pagati da Saviano per un’inchiesta, e relativa opera, che se gli ha dato fama e notorietà internazionale ‒ facendo peraltro emergere un genere serissimo ed addirittura che va ben oltre i limiti di un’operazione leziosa e di puro spettacolo com’è la serie dei «Soprano» ‒ lo ha però condannato anche all’esilio e ad una vita impossibile.

Eppure però le perplessità restano. Esse emergono già davanti al libro. Io, personalmente, non sono riuscito ad andare oltre le prime pagine. Per spiegare il perché, direi che si tratta di quel che può provare un internato ad Auschwitz nel leggere un libro che racconta a presa diretta l’atrocità che egli stesso sta attualissimamente vivendo nella sua carne. Essere napoletani è un po’ questo. Inevitabile l’orgoglio, ma inevitabile anche una profonda vergogna ‒ che non può essere solo per ciò-che-ci-accade, ma deve essere giocoforza anche per ciò-che-si-è. Che infatti proprio a Napoli ‒ ovvero in una città e terra tutto sommato ricadente nella sfera delle nazioni occidentali civilizzate ‒ possa avere avuto luogo del tutto naturalmente una tale autentica Apocalisse civile e morale, questa è cosa che può spiegarsi solo in un modo. Al modo di una sorta di profonda disposizione patologica insita chissà dove nella nostra materia più che carne ‒ nel DNA, nelle falde acquifere, nelle determinazioni qualitative della nostra terra (in senso misteriosamente metafisico) ? Chissà? Io, come Goethe (Viaggio in Italia) inclino a credere che la maledizione (vissuta e condivisa, però, e non imposta!) risieda nella malefica anzi infernale impregnazione magmatica, effervescente, ribollente e rovente di tutto ciò che da noi è terra in senso propriamente chtònio. Qui sotto vive effettivamente un dio Hades, con tanto di figure correlate ‒ Plutoni, Persefoni, Demetre. E si sa bene che forte relazione che vi è sempre stata tra ciò e quanto in superficie è dionisiaco, e dunque, in senso lato, nietzschiano. Non c’è infatti nulla che impersoni di più i neo-Titani demoniaci e nichilisti che Ernst Jünger adombrò nell’intervista rilasciata tempo fa a Gnoli e Volpi (I prossimi titani).

Ebbene, più che deplorare tutto questo come qualcosa a cui in realtà siamo estranei, noi buoni napoletani dovremmo in primo luogo vergognarcene. Fare dunque un preventivo atto di abjura dall’orgoglio di essere-napoletani, anzi dalla stessa ineluttabilità dell’essere-nati-napoletani. Se lo siamo, in qualche modo è perché, in quest’inferno-paradiso in cui c’è stato dato di vivere, abbiamo senz’altro qualche dura lezione da imparare ‒ esattamente come secondo la teoria del karma o della pitagorica metempsicosi. Ma dicevo che si tratta di un atto preventivo, solo preventivo, ovvero di una sorta di epoché di tipo fenomenologico, che pone alcune cose tra parentesi (o «fuori circuito») solo per poi però poterle recuperare. In termini cristiani si potrebbe parlare di un atto di preventiva contrizione indispensabile per accedere poi al perdono. In termini filosofici è il radicale «disperare» kirkegaardiano.

Pentiamoci dunque alfine di essere napoletani. Se c’è qualcosa a cui possono servire il Gomorra-Libro e la Gomorra-Serie, ciò è proprio questo. Il resto rischia di essere solo un pretesto per fare fin troppo facilmente spettacolo e retorica su qualcosa che strazia le nostre stesse carni ed anche le carni dell’intero mondo. Gomorra è infatti un autentico fetido ed orrendo bubbone (del tipo di quelli della peste o del carbonchio), del quale ci si può augurare solo che venga estirpato ‒ con cieca violenza e senza volere altro che questo. Chirurgicamente affondare il bisturi nella carne ed asportare fino all’ultima fibra della capsula ascessuale. Senza riguardo per alcun genere di pianto e dolore. Fino a potere e dovere cancellare anche lo spettacolo che su tutto questo pur si deve fare. Questo sarà infatti l’ultimo segno della guarigione. Senza di esso, alcuna guarigione!

Bisogna quindi in pectore deprecare ed odiare i Savastano. Bisogna in pectore considerare come la più bestiale ed immonda mutazione della razza umana la capigliatura da calciatore di Genny, la pelata e l’occhio torbido di Ciro, lo sguardo crudele le sottovesti di seta e le colazioni bio di Imma. Bisogna in pectore odiare svisceratamente i tipi antropologici, perfino attraverso le maschere sceniche che li rappresentano (Esposito, D’Amore, Calzone). Bisogna in pectore volerne desiderare la morte tra i più atroci spasimi. In pectore (e non nell’atto concreto) significa insomma che bisogna ardentemente desiderare che tutto ciò non sia mai esistito e che quindi non sia mai stato necessario farci sopra un libro, un film ed una serie TV.

Ma intanto la serie TV Gomorra arriverà anche qui in Portogallo. Da allora in poi la gente che conosco, sapendomi napoletano, saprà da dove davvero vengo e di che pasta anch’io sono fatto. E non potrò che struggermi non più solo nella rabbia ma anche nella definitiva vergogna.

Ma, è pur vero! È bene che sia così! Perché, così come si tratta di una condivisione carnale e quindi involontaria di simili immonde bassezze, si tratta anche di una nostra condivisione volontaria.

Infatti, dove per davvero eravamo tutti noi quando venivano gettate le fondamenta di questa devastante Apocalisse ‒ dove gli intellettuali, dove i giornalisti, dove le istituzioni, dove la parte dorata della città, che La Capria definì come la «città-cartolina», e che è fermamente convinta di essere non solo l’ombelico estetico del mondo ma si ritiene anche sprezzantemente ed aristocraticamente estranea a questo immondezzaio di periferia «cafona»? Dove eravamo quando tra Napoli e la agreste davvero felice Campana felix di un tempo ‒ quella di cui Goethe lodava il perfetto equilibrio con la dimensione urbana ‒ veniva edificato uno dei tessuti para-urbani più immondamente cancerosi di tutto il pianeta? I cui centri nevralgici erano e sono i quartieri-ghetto tipo Scampia, con Vele e tutto. Cosa poteva nascere da questo immondo e fetido fango infernale se non creature immonde e demoniache come i Savastano?

E dunque mostriamo, svisceriamo, discutiamo, facciamo spettacolo e perfino audience, vendiamo pure urbi et orbi questi prodotti simil-artistici. Ma a quando il pentimento, a quando la contrizione, a quando lo sdegno feroce, a quando il desiderio divorante di rivalsa? A quando soprattutto la riscossa sul Male?

 

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Riportiamo qui in stralcio un passo del saggio critico che stiamo scrivendo su Nietzsche per l’editrice Victrix di Forlì.
Speriamo di poter contribuire in qualche modo al dibattito sul pensatore tedesco. A partire però da una posizione tradizionalista entro la quale la critica radicale al suo pensiero ci sembra assolutamente imprescindibile.
Va qui precisato però che con il termine “tradizionalista” non intendiamo affatto una sfera di idee integralmente sovrapponibile a quella che oggi si definisce come “conservatorismo”. Sia perché quest’ultimo è inteso in un senso “liberal” che non può assolutamente essere inteso come tradizionalista (in quanto inequivocabilmente progressista), sia perché, in un altro intendimento, il termine viene fatto equivalere alla dottrina “fascista”, o più in generale “di destra”.
Ci sembra che nessuna di questi intendimenti esaurisca davvero il significato autentico del temine “tradizionalista”.  Con il quale va intesa in primo luogo una severa e radicale critica alla Modernità in tutti i suoi aspetti.
E comunque, almeno entro l’intendimento attribuito da Leo Strauss al pensiero di Nietzsche, quest’ultimo può essere paradossalmente inteso proprio come tradizionalista. In un senso però che comunque resta largamente insufficiente per quello che è da intendere come autentico tradizionalismo (riferendoci con ciò a quello così definito entro gli studi di pensatori come Guénon, Schuon, ed LMA Viola).

Di autentici “critici” della visione nietzschiana per la verità non ve ne sono davvero molti. E peraltro vedremo qui come nemmeno Strauss in realtà lo sia fino in fondo.
Com’è del resto immutabile tradizione nella filosofia moderna, in cui vengono eletti dei mostri sacri il cui valore diviene subito dopo immediatamente indiscutibile. E Nietzsche senz’altro lo è. Forse addirittura più di Heidegger, dato che ultimamente egli è ben più di moda del secondo presso le Accademie planetarie di filosofia. (altro…)

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