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Posts Tagged ‘crisi’

Accompagnata dalla salomonica ed austera locuzione  “È così! Questa è la realtà”.
È così che compare davanti a noi tale amara costatazione : ‒ Ci sono pochissimi posti di lavoro per l’enorme massa dei prestatori d’opera…..
Pare solo 1 milione e mezzo di posti contro 3 milioni e mezzo di disponibili prestatori d’opera in tutto il mondo.
Ma la costatazione non è in realtà affatto amara, bensì in realtà soprattutto sobria.
Quello qui all’opera è infatti il tipico modo di parlare, un modo di parlare tipicamente cieco, che è proprio dei tecnici. Gente che sa moltissimo, legge moltissimo ed è perennemente aggiornata sugli “ultimi dati”. Ma il grosso guaio è che è gente che non pensa.
Ed il pensare si rivela qui più che mai qualcosa che mai sfugge al piano della morale.
Qui parliamo di economisti, ossia i tecnici che oggi vanno per la maggiore, tanto da essere finalmente riusciti a conquistare il potere. Ma la cosa vale per tutti i tecnici : ‒ medici, ingegneri, avvocati, magistrati, sociologi etc.
Ebbene la conseguenza di questo modo non pensante di pensare (e conseguentemente di parlare) è che ciò che è aberrante diviene infine ovvio, scontato, inoppugnabile. Cioè cosa da accettare senza protestare.
Ed infatti, quando all’amico che mi diceva questo (riferendosi ad un convegno di tecnici di altissimo livello, “persone importanti…”) facevo notare che l’aspetto più grave di tale constatazione era che nel formularla non ci si interrogava per nulla sul fatto che la sua così inoppugnabile evidenza è una cosa fortemente impositiva, egli mi rispondeva quasi con fastidio : ‒ “Ma fatto sta che è così!”.
Di fronte all’evidenza di tale evidenza, dunque, non bisogna porsi domande di alcun genere. L’unica cosa che essa ci chiama a fare è ad accettarla così com’è.
Questo è insomma il mondo oggettivo prossimo futuro con il quale ci dobbiamo confrontare.
Questa pare essere la profondità della scienza degli attuali economisti! Realizzatori in pieno di quella strana sorta di ottimismo umanitario che fu il sobrio cinismo di uno Stuart Mill. E compagnia cantante.

Ma persone come me non possono evitare di porsi domande, e così sono costretto a chiedermi cosa mai si profili allora dietro tutto questo.
Si profila una fenomenologia sociale letta ormai in termini di Natura e non più invece di Civiltà. Il campo cioè di fenomeni che si impongono con l’evidenza impositiva (appunto!) di fatti determinati da leggi naturali, contro le quali è impensabile, e quindi, ridicolo, pensare di poter protestare.
Proprio come ci faceva vedere Hannah Arendt in Vita activa, la società è stata trasformata in pura e mera vita, cioè indifferente ritmicità circolare di fenomeni. Qualcosa in cui, come peraltro ci avevano già invitato a fare Nietzsche ed Heidegger, l’ultima cosa che bisogna cercare è un senso ed uno scopo.
Ed in tale contesto è pertanto assolutamente ovvio che rispetto a fenomeni aberranti ci si accontenti dell’inoppugnabilità di evidenze naturali e non ci si chieda invece come si è potuto giungere a questo. E cioè cosa si  è fatto e/o cosa non si è fatto per giungervi.
Il fatto che vi siano pochissimi posti di lavoro a fronte del numero enorme di richiedenti non è affatto un fenomeno che sia sullo stesso piano di un uragano. E ciò è più che evidente, anche se  è impressionante quanto facilmente a tale evidenza si preferisca quella opposta.
Cos’è allora questo fenomeno se non è simile a qualcosa come un uragano?
È qualcosa che, se è come è, è tale in conseguenza di una scelta positiva o negativa in tal senso, ossia per mezzo di un progetto oppure di un omissione. O meglio per mezzo di un progetto affermativo o omissivo.
E con ciò stiamo parlando di nient’altro che di governo degli affari del mondo. E non invece nemmeno lontanamente di Natura.
Non vedere questo, cioè scegliere di non protestare di fronte a fenomeni così aberranti, significa proibire a sé stessi di riconoscere la propria stessa gravissima omissione di considerare dietro di essi la presenza di una governance, positiva o negativa che sia.

E mettendo in luce questo siamo al solito tema della necessità, ormai più che mai urgente, di ritrovare la strada verso l’attitudine a guardare il mondo reale guidati da un modello puramente ideale.
È quanto Max Scheler mise in evidenza nella sua rivendicazione di una “materiale Ethik”, parlando di un Seinsollen, un dover essere, come autentico fulcro di una morale affatto formale ed astratta ma invece   profondamente radicata nella realtà per mezzo del ruolo decisivo che in essa ha la decisione arbitraria della Persona.
È questo il vero ruolo critico della “decisione”. Non quello rivendicato da Heidegger, che non a caso un ruolo così grande giocò nel sostegno ai Totalitarismi di massa.

Solo l’ideale come modello è il segnavia per una riforma del mondo che non sia solo illusoria e distruttiva.

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Personalmente, quale persona di mezz’età, provo una certa difficoltà a solidarizzare con ogni forma di entusiasmo giovanilista.
E pertanto dovrei sentirmi solidale con il giudizio così tranchant recentemente espresso dalla Fornero sui giovani della nostra società.
Eppure non posso proprio. C’è insomma qualcosa che decisamente me lo impedisce.
Cos’è questo qualcosa?
È un contro-giudizio che, davanti ad una persona come la Fornero, o davanti a persone del suo genere, sale in modo prepotente dal profondo stesso dell’anima : ? “Ma da che pulpito viene la predica?” (altro…)

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