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Posts Tagged ‘conservatorismo’

Il libro qui da noi recensito è quello di Charles Dickens dal titolo “Una storia tra due città”1.
Più che una storia che si svolga tra due città, questa è una storia che si svolge tra due tribunali,uno nella Londra monarchica ed imperialista e l’altro nella Parigi ormai già pienamente repubblicana e rivoluzionaria.
E per quanto entrambi i due luoghi siano farneticanti, il primo non è in realtà altro che l’avvisaglia del secondo. Nonostante la sua aggressività, esso resta così nei limiti di una sostanziale innocenza e comunque di una fisiologia della severità che si mantiene entro l’accettabile, visti anche i costumi del tempo.

In ogni caso comunque tra questi due luoghi se ne profila inevitabilmente un terzo, e questo è si veramente estremo e fatale. Esso è la cella.
Non a caso però questo luogo viene collocato dal narratore entro l’orizzonte del tribunale rivoluzionario e non invece di quello conservatore. Evidentemente è proprio entro lo spazio di quell’orizzonte che esso si rivela più pienamente per ciò che è.
La cella è prima quella del dottor Manette e poi quella di Charles Darnay, discendente degli spregevoli Evrémonde. Ed è sempre in Francia ed a Parigi che essa si trova.
Ma non è finita qui, perché questi tre luoghi segnano il limite, insieme dinamico e statico (dove il dinamico è rappresentato dai tribunali e lo statico dalla cella), tra due regimi e due segmenti della storia, quello dell’Antico che finisce e quello del Moderno che inizia.
Ed allora è proprio la cella, ancor più che il tribunale, ciò che più significativamente segna il trapasso tra i due. (altro…)

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Il 28.11.2012 è stato pubblicata su Il Sannio, a firma della Dr. Enza Nunziato un’intervista da me rilasciata in occasione della presentazione del mio libro “La mia Edith. Storia di un purissimo amore” presso la Fondazione Gerardino Romano in Telese (BN)

L’empatia di Edith Stein filosofa e religiosa. A settant’anni dalla morte ad Auschwitz dell’ebrea aconvertita al cattolicesimo.

Domande:

1) Lei è medico pediatra nonché psicosomatista e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. É vissuto diversi anni in Germania, ma come si è avvicinato al pensiero di Edith Stein?

É una storia abbastanza lunga che risale a due diversi aspetti della mia vita, entrambi credo affatto casuali.
Uno di questi due filoni esistenziali è il mio antico amore per la filosofia, apparentemente messo in archivio alla fine degli studi liceali classici (dopo i quali mi iscrissi a Medicina), ma poi apparso poco a poco essere stato messo in realtà solo tra parentesi. Fu proprio con il progressivo sviluppo di  un interesse per la psicoterapia e per la collegata simbologia, interesse emerso nel contesto della mia attività di pediatra, che ciò si rese per me sempre più evidente. Con esso infatti riemergevano in me le questioni fondamentali riguardanti l’uomo, ed inoltre quel vero e proprio nucleo della sapienza che è la scienza simbolica, una volta patrimonio non solo della metafisica e della teologia ma anche della più alta filosofia.
E fu così che poco a poco, passando per un intervallo poetico (che però ha continuato sempre ad influenzarmi facendo sì che il mio pensiero restasse sempre utopico-visionario), i miei interessi ed il mio lavoro di ricerca si rivolsero sempre più verso la filosofia ed in particolare quella più prossima alla metafisica.
Settore nel quale non potevo non imbattermi prima o poi nel pensiero di Edith Stein.
L’altro dei due rami esistenziali che mi riguardano, è quello del rapporto con la Germania e la cultura tedesca che è stato per me abbastanza fatale, cioè collegato ad un ben preciso destino strettamente personale. Fu per questo che buona parte della mia formazione di psicoterapeuta si svolse a Monaco, e poi i passi della mia vita si volsero ad un certo punto decisamente verso Berlino, dove passai tre anni lavorando come pediatra.
Poi ho abbandonato la Germania, ma la profonda affinità che sento con il modo di pensare, sentire ed esprimersi dei tedeschi non si è mai spenta ed è restata parte profonda di me.
Ed è per questo che buona parte degli autori che continuo a studiare sono autori di lingua tedesca.

2) Cosa l’ha colpito di più della vita di questa donna particolare, filosofa e ora anche Santa, e delle sue scelte?

Edith, o meglio “la mia Edith” ‒  cioè la Edith che ho sentito così fortemente al centro del mio immaginario filosofico-metafisico da  sentire di poter vantare un diritto di proprietà su una porzione della sua sostanza spirituale ‒, rappresenta per me un esempio unico e splendido di fusione tra le virtù della contemplazione e quelle dell’azione. E così il suo pensiero, la sua vita ed ancor più la sua morte, costituiscono l’incarnazione più piena di tutto quanto di altrettanto grande hanno splendidamente pensato e fortissimamente sentito, ma solo in parte vissuto, altri grandi pensatori europeo-ebraici, come ad esempio Hannah Arendt e Simone Weil.
Tale perfetta fusione tra contemplazione ed azione, in un mondo in cui (proprio come ci ha mostrato la Arendt), la prima attitudine è stata da tempo ormai completamente spazzata via, mi sembra una delle più luminose vie che si offrono alla nostra consapevolezza per trovare la via di uscita alla sempre più grave impasse costituita da tutto ciò che è Modernità. Ed un aspetto essenziale di tale indicazione è appunto quello di una spiritualità che non rifugge più affatto la capacità di sentire fortemente, di appassionarsi autenticamente e soprattutto di agire in maniera risoluta ma pura.
Non vi è però nulla di più puro nell’agire risoluto che la capacità di farlo in modo auto-sacrificale.

3) Edith Stein è il simbolo dell’Europa perché riassume in se le nostre radici culturali: sacro romano impero germanico, ebraismo e cristianesimo.

Non credo affatto che sia stato ben illustrato perché Edith Stein può realmente rappresentare il simbolo dell’Europa!
Io ho cercato di dare di questo una mia personale versione, ed un versione senz’altro polemica ed affatto allineata alle correnti mode di pensiero e di gusto. La mia Edith non è infatti per nulla una Edith che si conformi al santino che ancora una volta è stato creato nell’ambito di questa simbologia politico-culturale.
Ebbene questa donna è simbolo di queste tre grandi culture soprattutto perché rappresenta per tutte un acme di straordinaria limpidità ed insieme intensità, una limpidità in cui tutto diviene spasmodicamente sacro : ‒ il culturale, il politico, il sociale, l’emozionale, l’esistenziale, il religioso.
Ed è  proprio alla luce di questo che la più autentica possibilità di rinnovamento della missione di tali culture si rivela consistere nel recupero di un’integrale sacralità della politica.
In tutto ciò emergono soprattutto due figure di riferimento, talmente intense da aver potuto a ben ragione dare vita nel tempo a sempre nuove forme di epos : ‒ il sacro Guerriero, il sacro Legislatore ed il sacro Profeta.
Tutti loro capaci fino all’ultimo di contemplare, di fare ed infine di soffrire. Cioè fino ad essere capaci di sacrificare la propria vita per un ordine veramente nuovo, ovvero per un ordine in linea con il più puro ideale. Per quanto esso possa essere anche del tutto utopico.
E certamente al centro di tutto questo vi è la figura di Gesù Cristo, in qualche modo sintesi evidente di queste tre figure, almeno essendo capaci di guardarlo non dal punto di vista di troppo facili consuetudini morali, teologiche e filosofiche.
Un Gesù Cristo che, una volta non inteso in modo troppo semplificato, certamente non ha mai escluso né la gloria di Roma e la spiritualità del Paganesimo (non solo greco-romano), né la teologia metafisica dell’Ebraismo (e tutto ciò che stava dietro di essa), né l’autentica spiritualità guerriera che si incarnò nel Sacro Romano Impero romano-germanico.
E di tutto questo insieme di idee e valori certamente il nazismo che uccise Edith Stein fu momento di terribile ed infame tradimento. Ma lo fu proprio incarnando in modo misterioso, anche se in negativo o almeno in modo spesso controverso, tutte e tre le grandi correnti storiche convenute nel suo spazio.
Del resto un discorso non diverso va fatto per l’altro grande alter ego del nazismo, ovvero il comunismo sovietico.

4) Quest’anno è il settantesimo anniversario della morte di questa grande donna, secondo lei cosa si dovrebbe fare di più per avvicinare il pensiero peculiare della Stein ai giovani?

Lasciarsi fino in fondo provocare da ciò che lei può suggerire e cioè centralmente da ciò che la sua vita e la sua opera possono suggerire se si vuole anche solo indirettamente, e cioè il recupero della consapevolezza che l’amore ha un versante rigoroso e guerriero, e che questo però ha il dovere di essere e restare sempre puro, cioè di indulgere molto più al versare il proprio sangue che al versare quello degli altri.
Senza il recupero di questa capacità di puro eroismo sacrificale non si esce dal mefitico pantano della Modernità il cui lemma fondamentale è proprio il più atroce egoismo.
E tutto ciò significa in termini molto concreti uscire finalmente dal grande contagio nichilista che, attraverso l’alimentazione del titanismo, è stata la radice stessa delle più grandi aberrazioni della storia umana, sia di quelle “di destra” che di quelle “di sinistra”.
E questo nichilismo è purtroppo ancora qui e peraltro più forte che mai nella forma di un neo-titanismo ancora oggi differenziato in due volti ideologici solo apparentemente opposti ed entrambi ancora espressione di un unico e perdurante spirito di Distruzione.

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Abstract.

Come è per me usuale nel mio lavoro di continua ricerca letteraria e filosofica, ho sentito la necessità di mettere per iscritto le osservazioni fatte nel corso della lettura del volume  dal titolo “Poesie e Prose” di Giacomo Leopardi1, edito da Mondadori a cura di Andrea Rigoni nel 1988.
Ebbene, nell’elaborare gli appunti presi durante la lettura di tale testo mi sono reso che nel complesso essi davano una risposta alla domanda su chi fosse stato e fosse (almeno per me) il Leopardi che ora ritrovavo molto tempo dopo il termini dei miei studi liceali.
Il tentativo di dare risposta a questa domanda è specificamente l’oggetto della presente recensione.
Una recesione che considerata a latere si confronta necessariamente con il tema spinoso della distanza esistente tra il Leopardi giudicato indipendentemente da qualunque genere di canone esegetico ed il Leopardi giudicato invece strettamente in relazione ad essi.
Ciò che qui si propone al lettore è infatti un’interpretazione assolutamente personale e libera dell’uomo, del letterato, del poeta e del filosofo.
Questo può naturalmente essere considerato anche velleitario, ma prima di giungere a tale conclusione bisognerebbe tuttavia chiedersi quanto invece abbia potuto nuocere alla comprensione di una figura letteraria come Leopardi proprio l’applicazione anche nel suo caso di canoni esegetici ed interpretativi di tipo professionale e tecnico, cioè i canoni correnti nel contesto degli studi letterari ufficiali.
La tesi che sostengo in tale recensione è infatti che Leopardi è caratterizzato soprattutto dall’essere un uomo incompeso ed incomprensibile.
Ciò che di lui è essenziale, infatti, non può essere trattato nel quadro di ciò che è possibile entro un contesto letterario di tipo tecnico-professionale, senza correre così il rischio di perdere di vista di Leopardi ciò che è immediatamene vitale, e ciò fino al punto di essere mortalmente serio nella sua crucialità. Ed in tal modo il suo mondo letterario diviene qualcosa di astratto e vuoto, cioè una questione degna di essere trattata solo in oscure e polverose aule univesitarie oltre che in altrettanto oscuri e polverosi gabinetti letterari. Questione per cui nessuno riesce a provare un vero trasporto.
Ma il tentativo di rispondere in modo informale alla domanda circa chi sia veramente Leopardi si confronta anche con un’impressione che sorge quando si legge una raccolta di sue opere non più guidati da una scelta operata da un’autorità costituita.
Ed allora si è portati a chiedersi come mai alcuni dei suoi testi non ci siano mai stati proposti durante gli studi liceali. Può essere accaduto perchè abbiamo una pessima memoria, oppure perché siamo stati dei pessimi studenti. Oppure può essere anche accaduto per una del tutto non casuale omissione da parte dei nostri professori di letteratura. E se è così, potrebbe allora essere che ciò sia accaduto perchè essi erano uomini di parte.
Il senso di tale recensione può quindi anche essere quello di porsi tali domande e cercare di rispondere ad esse.

Testo recensione:

29.10.12
Chi era Leopardi ? ‒ Operette morali, Pensieri ed altro. Ovvero dell’essere filosofo (e metafisico) in quanto poeta.

Lungi da me l’intenzione di fare qui un’esegesi vera e propria del testo leopardiano. Intendo con esegesi un atto da professionista e tecnico della letteratura, cosa che io non sono affatto
Avverto quindi già qui il lettore che questo scritto, sebbene si riferisca direttamente al testo dal titolo “Poesie e Prose” di Giacomo Leopardi2, edito da Mondadori a cura di Andrea Rigoni nel 1988,  non è affatto una recensione in senso classico. Esso non potrebbe infatti esserlo senza essere allo stesso tempo anche pretenzioso ed offensivo verso l’autore e verso tutti coloro che finora hanno scritto su di lui con il titolo per farlo. (altro…)

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