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Archive for agosto 2016

Evidentemente non c’è bisogno di libri per sbugiardare Heidegger. E lo dimostra un articoletto di appena undici pagine di Paul Friedländer, che però mira al cuore del pensiero del (presunto) Gigante, e cioè al concetto di alétheia [titolo: Alétheia. Un confronto dell’autore con sé stesso e con Martin Heidegger, in: Paul Friedländer, Platone, Bompiani Milano 2014, II, XI p. 251-262]. Evidentemente quello del Gigante più che un pensiero era un castello di carte. A braccetto con il concetto di alétheia va infatti l’intero neo-linguaggio revisionista heideggeriano. Che vuole essere poi il suo fiore all’occhiello, ovvero l’acme stesso di quella prosopopea arrogante ed auto-referenziale con la quale egli intese erigere il suo proprio mito.
E si noti bene che lo stesso F. si guarda bene dall’attaccare frontalmente il Golia, smisurato Mito filosofico del suo tempo. Eppure i due erano del tutto alla pari, dato che F. fu il maestro di Gadamer come lo fu lo stesso Heidegger [Giovanni Reale, Introduzione, in: Paul Friedländer, Platone, 3 p. XII-XIII]. E così, anche se di fatto lo studioso svergogna il Mito ambulante, sente comunque l’esigenza di farlo con dolci parole e nel mezzo di una gran profusione di elogi. Che invece Heidegger (proprio per il fatto di essere stato così ignominiosamente svergognato) non merita affatto. Ciò che infatti F. demolisce è nientepopodimeno che l’intera retorica sofistica della «storia dell’essere» – che qui viene fatta risalire alla velenosa quanto deformante interpretazione heideggeriana del mito della Caverna. E come poteva essere diverso?! – se questo mito va al cuore stesso della definizione del filosofo come uno che è l’esatto contrario di Heidegger, cioè il contrario di un pavone e l’equivalente invece di un vero e proprio uomo ridicolo (comunque, per definizione, esautorato di fatto da qualunque forma di potere titanico!). Per il resto nel testo di F. vi è forse un solo velatissimo accenno ironico (che in realtà ha l’aria di essere invece un elogio). Egli registra infatti la necessità di accettare la lezione heideggeriana, attenendosi al suo mandato a guardarci da «una sfrenata mistica delle parole». Che è poi esattamente la neologistica heideggeriana, definita qui da F. come «etimologia». Un termine del resto molto sobrio rispetto ai fuochi pirotecnici ed apparati barocchi di cui Heidegger riveste il fatto nudo e crudo per farlo sembrare ben più impressionante di ciò che esso è. Ed è proprio qui che si rivela chiaramente chi tra i due è il vero filologo, e chi invece solo un funambolo.
Ma veniamo al dunque. F. (da filologo di razza che è) ritiene che etimologicamente il termine alétheia rientri nel caso generale delle parole greche che non sono di origine indoeuropea. Dunque qui la «a-» non è affatto privativa e quindi negante. Insomma qui non si vuole negare Lethe (l’oblio o dimenticanza), ma semmai la si vuole additare. Si vuole parlare proprio di lei, e non di ciò che lei nasconderebbe. Pertanto il termine alétheia non indica la negazione coprente (o velante) di qualcosa che invece sarebbe dovuto stare allo scoperto, non più nascosto e dimenticato (cfr. «dimenticanza dell’essere»). Qui la negazione della svelatezza (la negazione velante) non c’è affatto. C’è invece l’affermazione e l’avvaloramento di un atto legittimamente negante, in quanto svelante (e non velante) ciò che per davvero va svelato. Si tratta insomma della negazione della falsità (o insincerità) che può coprire la verità. E quindi si tratta dell’affermazione della verità.
Che non è affatto messa allo scoperto dell’evidenza quale verità. Verità che non è affatto appena non-oblio e non-occultamento, ossia evidenza nuda e primaria. Invece la verità è molto di più, e così l’evidenza è appena la circostanza sensibile in cui essa affiora. La verità, come ben sappiamo tutti (tranne Heidegger e Nietzsche!), non è di questo mondo.
Per tutto questo F. si rifà al mito (Esiodo ed Omero), mettendo così in luce Lethe come presenza fisica (persona), ossia come ciò che incarna (affermativamente) la non-falsità (negazione), che a sua volta rinvia alla verità non più sottomessa all’oblio. È in questo senso che si parla della svelatezza (e relativa velatezza), ma senza affidare ad essa alcun ruolo primario. E così la velatezza (che per Heidegger è la verità stessa, una volta sbugiardatane la sovrastruttura ideale) non è affatto uno stratagemma oppressivo per reprimere la svelatezza (quale verità).
Come si vede, già gli enormi sforzi che stiamo facendo per chiarire le cose, mostrano come e quanto si sia costretti a disingarbugliare il garbuglio creato proprio da gente come Heidegger.
Al fondo di tutto c’è però il fatto nudo e crudo che egli prese una colossale cantonata. E se la prese, ciò accadde per il suo orgoglio di protagonista a tutti i costi; dietro il quale parla poi lo spirito de-costruzionista (e dietrologista ad oltranza) della moderna filosofia. È questa forza ciò che lo ispira e lo guida. Ma anche lo tradisce! Però questo è tanto più grave in quanto egli, proprio nel fare questo, si spaccia per filologo. Esponendosi così fatalmente ad essere svergognato.
Insomma, per dire tutta la verità (che tutti riluttano a dire, incluso F.), Heidegger è di fatto un vero e proprio Nulla. E lo è tanto più quanto egli è davvero un filosofo superiore alla media. Ma egli non volle essere quello che era. Volle invece essere un Gigante. Icaro sempre cade! E per averne le prove decisive basta seguire ancora l’indagine di F. Infatti la verità è che Heidegger non vide assolutamente che la stessa distinzione (da lui introdotta a forza, parlando di «dominio» oppressivo della verità ideale sull’evidenza cosale) – tra Idea (intesa come il logico che vela la scopertezza) e la cosa (nella sua veritatività auto-sufficiente) –, in realtà rientrava perfettamente (per essere superata) nel vero e pieno concetto platonico di Idea. Che Heidegger semplicemente non vide. Per Platone infatti, dice F., l’Idea è in primo luogo «essere», e cioè paradigmatica e trascendente onticità ideale. E quindi è essere assoluto e paradigmatico proprio in quanto intellettuale. Lo è dunque come «essere trascendente» (Intelletto quale suprema Forma dell’ente), e non come «essere immanente» (essere svelato dall’ente). E pertanto non lo è come forma tra le forme, ma invece come Forma delle forme – Forma per eccellenza, e cioè il Bene come Verità. La più alta delle Idee. Per questo la verità rivelantesi nell’ente non equivale affatto a quest’ultimo, ma in esso trova appena un riflesso immanente (come ben vide Tommaso d’Aquino).
E così Platone, ponendo l’accento sulla visività dell’idea (eidos = idea come vedere) ha tutt’altro che l’intenzione di sopprimerne la carnalità sensibile. Anzi, al contrario, intende sottolineare l’indispensabilità del vedere (di certo sensibile ma al fondo ideale) perché ciò che viene visto sensibilmente venga anche davvero svelato, non restando così nascosto. Ma tutto ciò non avviene senza l’intervento del Trascendente (ideale), ovvero l’essenza che io riconosco nella cosa. Finché ne sono lontano – come nel logos astratto, o nel pieno della conoscenza sensibile – io non colgo l’essenza (che è trascendente). Devo invece esserle prossimo. E ciò accade esattamente quando ri-conosco una cosa per ciò che essa davvero è. Questo però è un vero miracolo e mistero!
Insomma ciò che davvero conta è l’alto, e non il basso. E così l’Idea nella sua valenza sensibile (vedere) non occupa affatto lo stesso luogo dell’ente svelato da sé stesso. Semmai ne è condizione. Essa non coincide affatto con il mero de-coprire l’apparenza immanente (visibilità), permettendole così di splendere finalmente. Essa non è mezzo ma fine. Vedere è vedere per mezzo dell’Idea, ossia permettere il suo agire dall’alto al basso perché la verità possa risplendere anche (e non solo!) laggiù. Senza tutto questo il mero svelamento non svela un bel nulla, dato che semplicemente non vi è un bel nulla ad accoglierlo e riconoscerlo.
Insomma Heidegger non solo non aveva capito un cavolo – applicando appena il volgare pregiudizio (da ignoranti) secondo il quale l’Idea platonica è solo un logico-astratto –, ma addirittura con questi così puerili mezzi ha preteso di criticare ed esautorare per sempre un genio immenso come Platone. Questo sì un Gigante! Non solo, ha preteso di farlo anche scimmiottando l’impiego platonico del mito (che è in realtà filosofia fatta arte, e non sofismo!). Il maldestro e volgare mito che egli ha cercato di contrabbandare è quello dell’Idea-Verità come soppressione storica di un’alétheia quale crassa evidenza, e che egli volle (a torto!) attribuire all’essenza del pensiero greco. E con ciò si intende l’assoluta verità dell’ente senza alcuna intermediazione ideale.
Sarebbero solo baggianate! Se solo su questo non riposasse invece buona parte della retorica di persecuzione anti-semita.

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ABSTRACT.
Questo articolo ha lo scopo di portare a compimento la tesi, da noi da tempo sostenuta, secondo la quale il pensiero di Edith Stein sarebbe riportabile ad un paradigma platonico (se non a Platone stesso). Tale tesi è giustificata a nostro avviso dall’evidenza dello spiritualismo essenzialista (immaterialista ed interiorista) che si manifestò già dalle prime fasi dell’opera steiniana e trovò poi prolungamento nella sua critica all’individuazione sostanzialista del tomismo. Per poi sfociare in un’ontologia anch’essa essenzialista (“cristo-centrica”), nella quale culminò il concetto di “spirito oggettivo” da lei già messo in risalto nella fase intermedia del suo pensiero (Der Aufbau der menschlichen Person). A ciò si aggiunge poi, nell’ultimissima fase della sua opera, l’oggettivo interesse da lei mostrato per il neoplatonismo apofatico (Dionigi l’Areopagita) collateralmente alla mistica dell’unione a Dio (Giovanni della Croce, Teresa d’Avila). Il significato platonico attribuibile a tali evidenze urta però contro la totale assenza di documenti o affermazioni della pensatrice che giustifichino un suo attivo e convinto rapportarsi a Platone quale modello di pensiero. Sebbene la sua conoscenza dell’opera del pensatore greco sia stata molto ampia e profonda. Tutto ciò consente pertanto al massimo di supporre un platonismo del tutto indiretto ed impersonale, se non addirittura inconsapevole (sebbene la così forte suggestione dell’evidenza comunque resti). E tale conclusione lascia la tesi complessiva piuttosto nel vago.
Tuttavia, approfondendo i nostri studi platonici (in una seconda fase della nostra investigazione su questo tema), e soprattutto approdando all’opera di Georges Vallin (dal titolo Via di gnosi e via d’amore), ci è sembrato che probabilmente sia ben più utile muoversi da un punto di partenza del tutto opposto. E cioè dall’ipotesi (basata sui nudi fatti) che la Stein non sia affatto platonica. Ma restando con ciò comunque di fronte al fatto che il suo pensiero suggerisce fortemente un’interpretazione platonica. Tale ipotesi è insorta in noi prendendo atto della straordinaria coincidenza tematica con diversi aspetti del pensiero steiniano, che sussiste entro l’esposizione valliniana di una metafisica tanto “integrale” quanto rigorosa ed estremistica. Una metafisica che istituisce una nettissima linea divisoria tra “via di conoscenza” (trascendentismo basato su un rigoroso intellettualismo essenzialista) e “via d’amore” (immanentismo basato su un sostanzialismo religioso). In estrema sintesi lo studioso ritiene che solo la conoscenza unisca per davvero intimamente l’ente finito ad un Infinito (per la via dell’onticità intellettuale che essi condividono), mentre la (solo apparente) “relazione” d’amore non è altro che il frutto della costatazione della radicale separazione dei due termini. Per questa via, dunque, la fenomenologia dell’unione mistica non potrà mai recare ad una reale unione, che invece resta pienamente accessibile sulla base della condivisione della stessa natura onto-intellettuale del finito e l’Infinito. Tale piena possibilità è identica a quella messa in luce da Frithjof Schuon nel sostenere la pienezza di una conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino (CIAD). Va comunque detto che tale complessiva metafisica si incentra soprattutto sul non-dualismo di Śankara, ma è comunque riportabile in larga parte anche alla visione platonica (più ancora che a quella neoplatonica). Anche per Vallin, infatti (così come anche per Friedländer), solo Platone afferma una dottrina rigorosamente intellettualistica del rapporto tra immanente (finito) e Trascendente (Infinito).
Orbene, per la sua radicalità e completezza, tale esposizione ci sembrava prestarsi molto bene a fungere da metro per la trattazione degli stessi temi entro la metafisica steiniana. E sta di fatto che tale confronto evidenziava costantemente l’insufficienza di quest’ultima (in termini di strenuità e pienezza dei concetti) rispetto al metro scelto (e quindi, in una qualche misura, soprattutto molto al di sotto delle proprie reali possibilità). Ed il motivo più prossimo di tale insufficienza ci sembrava potesse essere proprio la mancata scelta, da parte della Stein, di dare un’effettiva forma platonica al suo pensiero. Se ciò invece fosse avvenuto, la sua metafisica avrebbe potuto raggiungere quella valliniana in rigore, strenuità e completezza. Questo permette allora di mettere senz’altro in evidenza l’oggettivo non-platonismo della Stein. Ma nello stesso tempo permette anche di mettere in evidenza la sua giustificazione in forza della volontà espressa da parte della pensatrice di rinunciare al riferimento platonico che invece il suo pensiero avrebbe potuto ben avere per natura (e forse anche vocazione). Non crediamo che tale atto di rinuncia debba essere stato necessariamente consapevole ed esplicito, e nel presente lavoro ne abbiamo indicato i motivi. In particolare ci sembra essere stata decisiva in tal senso la (per così dire) istituzionalità del suo incontro con Tommaso ed Aristotele.
Su questa complessiva base ci sembra che sia possibile dare una forma più organica (e probabilmente anche definitiva) alla nostra tesi dell’approssimabilità platonica del pensiero steiniano. Ciò con la principale conseguenza dell’ipotesi secondo la quale si può supporre che, qualora la vita della pensatrice non fosse stata recisa così precocemente, la sua visione (una volta assolti i doveri istituzionali da essa contratti con la filosofia e la dogmatica teo-metafisica) avrebbe potuto piegare decisamente verso Platone ed il platonismo.
N.B. : L’autore sarà lieto di inviare l’articolo completo, in formato cartaceo, a chi volesse fargliene richiesta scritta.

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ABSTRACT:
In questo articolo abbiamo esaminato le conseguenze dell’impiego della metafisica integralmente intellettualistica (così come esposta da Georges Vallin in Via di gnosi e via di amore) quale metro di giudizio per il grado di effettiva metafisicità della riflessione religiosa. Secondo il Vallin infatti le due prospettive si contrappongono in modo largamente inconciliabile, e cioè come da un lato “via di conoscenza” (integrale metafisica intellettualistica) e dall’altro lato “via d’amore” (metafisica prevalentemente religiosa). Della prima lo studioso mette in luce soprattutto il radicale trascendentismo (“trans-ascendenza”), unito però alla postulazione di una perfetta intimità identitaria tra Trascendente (divino) ed immanente (umano). Mentre della seconda egli mette in luce soprattutto l’immanentismo, che però si coniuga paradossalmente con una concezione troppo letterale della trascendenza divina (“trans-discendenza”), nel senso di una radicale separazione tra Dio e mondo-uomo; che poi si pretende di compare per mezzo della reciproca relazione d’amore tra i due termini. Con la conseguenza però della postulazione in tal modo di un mondo immanente (naturale) non solo completamente separato da Dio (soprannaturale), e quindi ontologicamente del tutto auto-sufficiente, ma anche unico contesto nel quale il divino possa essere sperimentato.
Di conseguenza le due opposte visioni considerano l’ente umano in modo radicalmente diverso: –1) il trascendentismo metafisico-intellettualista lo considera come un totale nulla di essere (illusorio come il sensibile stesso) ma comunque del tutto intimo al Principio divino; 2) l’immanentismo religioso lo considera come pienezza di essere (“positivo ontologico”, e come tale effettivo paradigma assoluto di enticità), e però radicalmente separato dal Principio divino.
Tale dottrina corrisponde nel suo complesso al non-dualismo di Śankara. Ma essa corrisponde in larga parte anche alla tradizione platonica, ed in particolare al pensiero stesso di Platone (una volta però sottratto all’ipoteca unilateralmente laico-epistemologistica gettata su di lui dalla moderna filosofia). Grazie alle precisazioni fatte da Vallin, è stato possibile anche prendere atto del fatto che il neoplatonismo cristiano (ed in parte anche quello «pagano») non può rientrare del tutto, nonostante la sua forte portata gnostica, nel contesto della metafisica integralmente intellettualistica. Ecco comporta infatti sempre una componente agapica.
Orbene, prendendo a riferimento tale contesto di concetti, abbiamo tentato in primo luogo di chiarire a fondo il concetto di sostanza intellettuale (corrispondente poi alla più generale dottrina metafisica dell’Intelletto) che compare nella metafisica intellettualista. Esso vede la perfetta equivalenza tra Intelletto ed Essere, affermando così una radicale onticità dell’intellettuale-ideale, e conseguentemente una dottrina molto estrema dell’assoluta intellettualità della Realtà. In secondo luogo, spostando la nostra attenzione in particolare sul pensiero di Edith Stein (valutato specie nei suoi ipotetici rapporti con il neoplatonismo cristiano, specie nelle sue forme più apofatiche), abbiamo cercato di verificare quale potesse essere la via di abbordaggio più adeguata per valutare la possibile prossimità di tale pensiero a quello di Platone. In particolare si è cercato anche di valutare se sia più o meno vantaggioso servirsi del neoplatonismo cristiano come elemento intermedio per provare tale prossimità. E qui appariva di centrale importanza verificare se fosse o meno utilizzabile come criterio di approssimazione la possibile affermazione, entro il pensiero platonico-cristiano (con un’ipotetica convergenza tra la Stein ed il neoplatonismo), del persistere della pienezza dell’atto intellettuale anche nel contesto dei fenomeni amorosi dell’unione mistica al divino (da noi definita, sulla scorta di Schuon, come «conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino», o CIAD). Va anche precisato che l’intera ricerca si basava altresì su una collaterale investigazione da noi condotta. Qui difendevamo la tesi secondo la quale il possibile platonismo della Stein sarebbe sostenibile solo dopo aver preso atto della non-platonicità del suo pensiero, dovuta a sua volta alla volontà della stessa pensatrice in tal senso (vedi articolo dal titolo “Il non-platonismo platonico di Edith Stein”).
Il principale risultato della nostra indagine è stato quello di accertare che l’impiego della CIAD non è affatto adeguato come criterio. E ciò perché, sulla scorta di Vallin, una piena ammissione di essa è possibile solo in una visione rigorosamente metafisico-intellettualista (e che si incentri quindi sulla sola “via di conoscenza”). La “via d’amore” determina infatti invariabilmente una separazione tra i termini immanente e Trascendente (amante ed amato), che rende poi del tutto impossibile qualunque CIAD (invece possibile solo nel caso della perfetta intimità tra di essi fin dall’inizio). Ben più utile come criterio di approssimazione si è rivelato essere invece il ricorso ad una prospettiva in cui l’ascensione a Dio in forza della spinta amorosa si coniuga con l’esperienza sempre maggiore di un essere trascendente. Il che comporta poi inevitabilmente anche il suo riconoscimento (conoscenza) come suprema ed omni-abbracciante Realtà. Equivalente a questa prospettiva si è rivelata anche quella della conoscenza introspettiva (auto-conoscenza) come raggiungimento della più profonda onticità interiore. Questa complessiva via si è rivelata essere stata molto intensamente percorsa dalla Stein entro il suo commento alle opere di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila.
N.B. : L’autore sarà lieto di inviare l’articolo completo, in formato cartaceo, a chi volesse fargliene richiesta scritta.

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Innanzitutto non può esservi dubbio che Capalbio è l’Italia, anzi l’Europa, anzi l’Occidente intero.
Le restrizioni ideologico-politiche non c’entrano molto, dato che ciò che emerge è ben più generale nel senso di radicalmente umano. È del resto del tutto ridicolo aspettarsi che l’«essere-di-sinistra» metta in qualunque modo al riparo da questa così radicale dimensione, esentando così dal poter assumere posizioni definibili come «xenofobe». E ciò implica poi che anche queste ultime sono in definitiva radicalmente umane, e pertanto molto difficili da inquadrare in senso politico-ideologico. Tra poco cercherò di fare chiarezza proprio su questo. Per ora va detto solo che è del tutto naturale che posizioni xenofobe siano presenti in tutti gli individui di qualunque comunità, e del tutto indipendentemente da sovrastrutture ideologiche (di tipo etico-politico o etico-religioso).
Ora, però, che di fronte alle prese di posizioni collettive di Capalbio, ci sia da vergognarsi, questo è più che certo. Il problema è solo di cosa dobbiamo davvero vergognarci. Non certo del fatto che queste prese di posizione siano state assunte da uomini di sinistra. No! La questione è ben altra. E di essa (come ho già scritto) possiamo avere la tangibile percezione non appena usciamo di casa. E molto più se viaggiamo.
L’altro giorno, cercando la fermata di un autobus regionale nei pressi della Stazione Centrale di Napoli, l’ho trovata trasformata in un ricovero per migranti. Una sorta di casa con tanto di materassi e piccole suppellettili. Mancavano solo i mobili. Ovviamente a nulla vale chiedersi perché in questi casi non intervengano le forze dell’ordine presenti in loco in modo davvero ingente.
Insomma, prima ancora che tentiamo di rispondere alla domanda circa il «di cosa dobbiamo vergognarci?», dobbiamo rispondere alla domanda circa il «da cosa mai vogliamo difenderci?». Ma qui non è affatto in questione in primo piano la legittimità della difesa territoriale (sulla quale si è espresso recentemente a muso duro Salvini). Infatti è del tutto artificiosa, teorica e non poco ipocrita, la costante sollecitazione da più parti (papa Francesco compreso) alla generosa rinuncia delle comunità nazionali all’auto-difesa. Essa viola in realtà una tendenza assolutamente naturale che è propria della più elementare biologia umana (e che qui si sovrappone davvero decisamente a quella animale). E non a caso, quando quest’ultima viene dimenticata ad arte dalla politica e dall’etica, poi sempre si vendica in modo viscerale, assumendo proporzioni mostruose e divenendo poi travolgente.  In altre parole la responsabilità per le derive populiste-xenofobe delle società minacciate da forti ondate migratorie va imputata, prima che a chiunque altro, proprio alla retorica anti-xenofoba. Pertanto, tutto ciò è quanto sta mettendosi poco a poco in modo adesso. Ed a nulla vale indignarsi e protestare. Tutto dipende infatti solo dalla portata del fenomeno. Il quale può ancora consentire il lusso di ogni possibile retorica solo finché resta entro certi limiti. Quando invece questi limiti vengono superati (cosa sempre certa), allora la biologia prende decisamente il sopravvento sull’etica politica; ed allora la retorica viene comunque spazzata via. Per quanto prima possa essere stata impiegata con mano generosa e con ampia condivisione.
Dunque questo è il punto. Ed allora il punto (come ho già scritto) sta dentro la nostra società (così come sta anche dentro noi stessi) e non invece fuori di essa. Sta pertanto proprio qui la risposta al «da cosa mai vogliamo difenderci?» ed anche al «di cosa dobbiamo vergognarci?».  Dobbiamo vergognarci del fatto che, in Europa ed in Occidente, negli ultimi decenni, siamo a poco a poco scivolati verso un assetto sociale così iperplasico ed ipertrofico da essere ormai insostenibile. Insostenibile oggettivamente, e cioè in forza di certo teorico ideale di società. Per noi questo ormai mostruoso assetto sociale è insostenibile in eccesso, nel senso della totale degenerazione edonistico-consumistica dell’esistere. Per gli altri (i potenziali migranti), esso è insostenibile in difetto, e cioè nel senso di una sproporzione sempre inaccettabile tra il loro livello di esistenza ed il nostro. Laddove però il nostro è stato da noi di fatto presentato come quello ideale (mentre non lo è affatto!) Ed è esattamente a tale ideale che si appellano i disperati desideri dei migranti.
In altre parole siamo noi i motori generatori della migrazione, e non le guerre e le penurie di quei luoghi.
Intendiamoci, queste ultime esistono per davvero e spesso sono davvero disastrose e terribili. E tuttavia la migrazione non solo non viene sempre spiegata da esse, ma soprattutto non ne viene spiegata nel suo spirito profondo. Che è molto semplice: – essa è stata scatenata dalla sensazione di avere troppo poco rispetto allo standard ideale parossistico da noi generato. In altre parole chi possiede una casetta ed un podere per sfamarsi non è affatto povero in assoluto. Lo è però senz’altro se, in queste condizioni, si misura con le immensamente più alte possibilità alla portata di una famiglia europeo-occidentale.
Ebbene tutto questo corrisponde ad un del tutto nuovo e rivoluzionario ordine di valori da noi stessi introdotto e sviluppato. Si tratta della svalorizzazione in generale di tutto ciò che è località dimessa ed oscura – come se essa fosse vergognosa ed inaccettabile, e quindi altamente umiliante. Ciò da cui vogliamo difenderci è pertanto proprio la fame da benessere ipertrofico e sopra le righe che noi stessi abbiamo alimentato per sfuggire al disprezzato grigiore dei piccoli luoghi. Ciò da cui vogliamo difenderci è il fuoco divoratore al quale noi stessi ci siamo consegnati consacrando ad esso le nostre vite e permettendogli così di fare terra bruciata di tutto ciò che era semplice, tranquilla, ordinata, e soprattutto leggiadra, stasi.
E sempre da ciò discende cosa dobbiamo intendere per «vergogna».
La vergogna che si dovrebbe avere è questa: –  noi in realtà non abbiamo alcun diritto di difenderci da tutto questo, e semplicemente perché noi stessi lo abbiamo voluto. Chi semina vento, sempre raccoglie tempesta. Ebbene, se finora avevamo raccolto i frutti solo apparenti (ed illusori), ora è arrivato invece il momento di raccogliere quelli reali e definitivi. E non possiamo dunque in alcun modo far finta di essere le vittime del fenomeno. Le ondate migratorie (come già dimostrò Tolstoj in Guerra e pace) non costituiscono affatto un fenomeno metereologico e quindi naturale. Non si tratta affatto della Natura ferina accusata la Leopardi, ossia quella dalla cui offesa, se solo potessimo, avremmo ben ragione di difenderci. No! Si tratta invece di un fenomeno socio-politico e socio-economico, e quindi di un prodotto umano. E noi ne siamo peraltro triplamente responsabili perché lo abbiamo impersonato e voluto con tutte le nostre forze. Anzi la nostra intera ideologia dei «diritti civili» (null’altro, oggi, che una teoria del diritto al consumo illimitato) è frutto di tale prepotente afflato.
È pertanto lampantemente immorale, che, qualunque siano i motivi da noi accampati, noi pretendiamo di tener lontani i migranti solo e soltanto perché vogliamo mantenere intatte le isole dorate nelle quali imperterriti (in un mondo ormai sconvolto) crediamo ancora di poter consumare tranquillamente i riti consumistico-edonistici delle cosiddette «vacanze estive». Riti consumati in luoghi immorali sempre, che essi siano volgar-berlusconiani o raffinato-dalemiani.
Ed allora abbiamo la decenza di starcene semplicemente zitti. Che siamo di destra o di sinistra! Noi tutti abbiamo voluto tutto questo; e continuiamo anche a volerlo imperterriti, mettendo davanti alle atroci evidenze il paravento della nostra stupidità. Non a caso molto prossima da questa voluta inconsapevolezza è l’insopportabile quanto stantia retorica del Presidente Mattarella al raduno di CL. Che si affatica anch’essa intorno ai leggendari «ponti». Non c’è bisogno di alcun ponte! Perché la storia, quando diventa travolgente, dei ponti se ne infischia. E più ancora dei loro così inani costruttori. Smettiamola dunque con queste così superflue tirate e piuttosto sopportiamo virilmente ciò che dobbiamo sopportare, ma nel riflettere gravemente sulle relative cause. Stiamo insomma vivendo decisamente negli stessi tempi in cui vissero Ambrogio ed Agostino.
Non ci resta dunque altro che subire. Almeno finché l’ondata di piena non tracimerà, e del tutto giustamente spazzerà via questa nostra ormai così esangue civiltà. Della quale la storia decisamente non sa proprio più che farsene. Attendiamo allora serenamente l’inevitabile, e cioè il momento in cui la biologia prenderà il sopravvento. Momento questo in cui tutto ciò che ora è ancora sociale, politico ed economico, dovrà divenire ahimè militare. Sarà tristissimo e dolorosissimo, ma non potremo sottrarci. Ci sarà infatti da difendere l’essenziale e non più il superfluo. E nessun uomo si è mai tirato indietro davanti a questo così basico richiamo.
Del resto questo non è altro che ciò che accadde davanti alla marea delle armate hitleriane. Per quanto sia terribile, vi sono momenti in cui la pace non può essere conservata senza rendersi complici delle più atroci ed immonde ingiustizie. È terribile ed è anzi pure vergognoso. Ma è una vergogna di cui ci si deve macchiare. Per evitarla, infatti, ci si sarebbe dovuto pensare molto molto prima. E soprattutto lo si sarebbe dovuto fare privandosi sacrificalmente di qualcosa. Noi però non l’abbiamo voluto fare. Anche in questo caso da destra come da sinistra. La logica buonista non è infatti per nulla meno colpevole di quella oltranzista.
Quello che è certo è che saremmo dovuti essere così saggi ed umili da continuare a cercare una piccola ed umile felicità nei piccoli ed oscuri luoghi in cui il destino ci aveva dato di nascere. Ma invece, disprezzandoli ed abbandonandoli, abbiamo voluto mettere in moto un inesorabile volano esponenziale. Ed eccoci davanti ai suoi mostruosi frutti.
Ora, o uomini d’Europa e d’Occidente, cosa mai vogliamo?

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Dopo aver a lungo esplorato il Portogallo, per un breve intervallo di tempo mi imbatto di nuovo in Napoli.
È per la precisione la Napoli delle periferie, con la quale conservo ancora intensi contatti per lavoro.
Ora, Napoli può essere descritta in molti modi, tra i quali quello di uno sguardo che si concentra su scintillanti e prestigiosi eventi e luoghi della cultura (magari anche di raffinata avanguardia). Ma io resto convinto che colui che ama per davvero questa città e terra ne descrive il volto oscuro e non quello luminoso. Ed il tutto parte sempre dall’esperienza di nuovo inizio che tutti noi napoletani conosciamo molto bene: – ogni volta che ritorni Napoli ti afferra alla gola. E così, vendicativa com’è, ti strapazza rudemente. Decisa a farti pentire di esserti lasciato sedurre dalla così balzana idea di poterne giudicare la natura (condannandola) attraverso la bellezza e grandezza di altre terre. Lei lo fa ne modo più sozzamente brutale che si possa immaginare, e cioè strofinandoti in faccia quelle sue viscere maleodoranti che, nella sua folle presunzione di bellezza, sono una sola cosa con quei genitali da vecchia e laida Sirena.
Assolutamente convinta di essere ancora una bellissima Sirena (anzi la più bella al mondo!), Napoli esige dai suoi figli la fedeltà assoluta. Fedeltà che si manifesta proprio nell’adesione indiscussa al dogma del valore di questa terra così come essa è, e basta. Senza se e ma, e soprattutto senza paragoni. Nulla infatti può e deve reggere al suo confronto.
E così l’esperienza del nuovo inizio comporta quasi sempre il contatto con un simbolo estremamente concentrato di ciò che Napoli è, e soprattutto pretende a muso duro di essere. Proprio per questo a nulla vale soffermarsi sulle immagini patinate di questa terra. Esse possono essere del tutto reali, ma saranno sempre solo di vertice. E precisamente in senso gaussiano. Dunque esprimeranno per definizione solo un’infinitesima parte della natura di questa terra. Non esprimeranno però affatto la piena e reale estensione dei fenomeni che la caratterizzano. Ebbene, questa capacità è invece del tutto alla portata dei simboli. Sempre concentrazione del Tutto. Simboli nei quali, se abbiamo gli occhi davvero aperti, possiamo imbatterci ad ogni angolo di strada.
Ebbene, a me di simboli, non appena messo piede di nuovo qui, ne sono toccati addirittura due.
Il primo è quello costituito dall’immagine del moderno giovane napoletano. Almeno quello di periferia oppure dei quartieri difficili della città. Il paradigma al quale tale immagine si ispira è evidente a prima vista: – è il moderno boss camorristico alla Genny Savastano (come immagine scenica, una vera faccia da porco, e senza offesa per l’attore). Dunque: – complessione fisica e colori allusivamente ariani, rasatura alla moicano con regolare punta nucale, andatura spavalda, travolgente e scimmiesca (nessuno mi ferma a me!), con omero intraruotato (palme che guardano all’indietro) e coxa anteversa (piedi a papera), pantaloni arrolati al ginocchio da pescatore (con maliziose citazioni capresi), scarpe nere rigorosamente Nike. A tutto ciò, in ossequio alla storia della cronaca TG, si aggiunga una folta barba da fondamentalista islamico. Gli ingredienti ci sono tutti. Per cosa? Per incutere paura! Questo ragazzo però non sembra affatto un camorrista, anzi molto probabilmente non lo è affatto. La sua spavalderia è dunque solo il segno del fatto che il cosiddetto «orgoglio partenopeo» (tipico delle periferie!) si esprime oggi proprio nell’adesione al paradigma Savastano.  Questo, quindi, il principale risultato della complessiva operazione culturale «Gomorra». Cos’altro si poteva sperare da un intervento che, per censurare e correggere, svela senza ritegno, e soprattutto lo fa di fatto con un compiacimento estetico che non può non essere anche complicità? Cosa ci si poteva attendere se, per convertire alla Giustizia, non si propone come alimento la giustizia stessa, ma invece si mette a nudo e si espone l’ingiustizia? E peraltro fatta addirittura spettacolo. Cos’altro, se non l’emulazione, ci si aspettava dal comune spettatore della serie Gomorra; ancor più se testimone di fatto (per residenza storica) dei relativi fatti di cronaca? Siamo insomma ancora una volta alla dimensione dell’effettiva estensione dei fenomeni, ossia al corposo ventre della curva gaussiana. Non ai suoi così evanescenti e sottili estremi. È infatti del ventre (il famoso ventre di Napoli!) che bisogna preoccuparsi. Non degli evanescenti quanto insignificanti aloni che lo circondano! E quaggiù questi aloni sono due: – 1) il mondo edulcorato e sterilizzato della cosiddetta Cultura (che raccoglie di tutto, dai più raffinati intellettuali a coloro che erigono la loro fama proprio sulla descrizione senza passione del brutto e del deforme); 2) il non meno edulcorato quanto pochissimo responsabile e produttivo «bel mondo» napoletano. Il cui impegno principale è mostrare al mondo che Napoli sarebbe solo e soltanto la ristretta fascia costiera che va da Posillipo fino al Monte Echia incluso; risalendo poi (se proprio si vuole) le pendici della collina del Vomero per disseminarsi intorno al cocuzzolo di San Martino. E basta! Dio, per carità, ci liberi da qualunque indebita estensione oltre questi sacri confini. Tutto il resto infattu, per l’amor di Dio, non è Napoli. Ma è invece quello che da sempre si tende a definire come il regno dei cosiddetti «cafoni». Categoria che conosce poi una progressiva gradazione, a seconda della distanza radiale del luogo nell’emiciclo il cui centro sarebbe la (esclusivamente) costiera ed elegante «vera Napoli». Ovvero quella che La Capria definiva come la «città-cartolina».
Ebbene l’irresponsabilità improduttiva di quello strato sociale (con accluso ristrettissimo agglomerato urbano) – che a Napoli ama molto definirsi come «la classe dirigente» – consiste proprio nella convinzione che regge questa così insensata e stupida vanagloria. Consiste proprio in questo l’irresponsabilità improduttiva della dorata classe dirigente di qui – e cioè nella presunzione che una città così infinitamente suddivisa possa poi per davvero costituire un corpo vivo e funzionante (come se ognuna delle membra di un corpo potesse pretendere di rappresentare integralmente e da sola il tutto organico). Perché è proprio questo sdegnoso isolamento, respingente, rifiutante ed indifferente – in una cultura che blatera ed edulcora ma non ama per davvero (in quanto non soffre e conseguentemente non odia), ed in un coacervo persistentemente borbonico-ispanico-germanico di censo e sangue che celebra imperterrito i suoi vuoti riti ossessivi (l’immagine «Capri» ne è tuttora il centro simbolico!) – a permettere che intanto la malapianta germogli e prosperi indisturbata. Senza comprendere che però questa malapianta è un cancro che tutto divora, alimentando così solo sé stesso e quindi trasformando ogni cosa solo in sé stesso.
E dunque è proprio su questa così folle ed insensata base che può sussistere ed operare quel secondo simbolo nel quale mi è stato dato di imbattermi (nel mio ritorno), e cioè la magione stessa dei Savastano. Senza averlo voluto, senza nemmeno saperlo, e per circostanze che non menzionerò – insieme alle relative identità e luoghi (in quanto investono la privacy degli altri più ancora che la mia) –, mi è stato infatti concesso dal destino di entrare fisicamente in questa magione-tipo. Il sancta sanctorum di ciò che oggi a Napoli è il Male stesso nella sua schiacciante prevalenza. E quindi è stato come fare ingresso proprio sul set di Gomorra. La maestosità ricercata e lo sfarzo sopra le righe della magione ne erano l’immagine evidente. E lo stesso per le presenze. Ho tardato a capire dove mi trovassi. Ma, quando ho finalmente iniziato a capire, allora una terribile domanda non mi ha più abbandonato durante tutto il mio breve soggiorno in quel luogo: – «Perché? Com’è possibile?». Come è possibile che di fatto ormai non vi sia altro che il Male? Come è possibile che la terra che io amo visceralmente, la terra alla quale mi sento debitore per esservi nato e cresciuto, la terra la cui antica bellezza e grandezza impregna costantemente l’intera mia anima, com’è possibile che essa sia oggi espressa solo e soltanto da simboli come questi? Perché il resto, almeno in termini quantitativi, non conta davvero nulla.
Dove sono finiti il mondo e la terra, la Napoli, che io conoscevo quando tutto questo ancora non esisteva? Dov’è finito quel mondo, quella terra, in cui tutto questo era solo secondario e marginale?
Come abbiamo potuto, tutti quanti insieme, commettere un crimine così orrendo?

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Ecco che cosa può capitare ad un falso luogo di culto della così falsa cultura moderna. La stupenda libreria liberty e neogotica portuense Lello & Irmāo viene oggi direttamente coinvolta nell’uscita mondiale dell’ultimo libro della serie Harry Potter. Ma la libreria Lello & Irmāo aveva da tempo dovuto correre ai ripari a causa della massiccia e devastante invasione di turisti curiosi di cui era divenuta vittima dopo che alcune scene di Harry Potter erano state girate al suo interno. Ecco veri e propri eserciti di sfaccendati – tenaci calpestatori di suolo a tempo perso, fotografatori petulanti, sciamanti in un rigoglioso e rilassato trionfo di culetti basculanti, cosce e schiene nude ed ombelichi da mille e una notte (che pochissimo hanno a che fare con qualunque vera intellettualità) – scatenati nel percorrere da cima a fondo la libreria come formiche, con ingorghi stratosferici e peraltro senza comprare nemmeno un libro. Insomma, per farla corta, la libreria ha dovuto mettere per strada un botteghino che vende vaucer di ingresso, con i quali si ha uno sconto sull’acquisto di un libro. Solo così si può oggi entrare in Lello & Irmāo. Ed ancor più in occasione dell’uscita mondiale dell’ultimo libro di Harry Potter. Risultato: – file epiche. Peggio ancora di quelle di Disneyland. Ma io ho una figlia adolescente e quindi mi sono dovuto sobbarcare la fila, l’ingresso, le formiche e gli ingorghi. Ben presto però me la sono battuta, e non senza, come si dice in portoghese, espraguejar (bestemmiare) ad alta voce. «È proprio così che si uccide un luogo della cultura», blateravo fuori di me. Il che vale poi in qualche modo per l’intero Portogallo.
Tuttavia, nonostante la profanazione, c’era comunque molto da vedere e da raccontare. E non parlo dei culetti, bensì della grande ed oggettiva bellezza del luogo. È così, dunque, che appare oggi un luogo che all’inizio del secolo fu ardito e fantasmagorico scenario di appassionanti esperienze letterarie nella città nevralgica di un paese nel quale il nuovo non compare mai senza essere intimamente intrecciato all’antico. Qui nella sua forma più suggestiva, e cioè nelle forme di uno strabiliante barocchismo liberty che da ogni lato sconfina verso il più misterioso ed oscuro gotico. Ecco il motivo del passaggio di Harry Potter per questo autentico luogo del più fervido immaginario collettivo. Ma veniamo ai fatti. Appena si fa ingresso nella libreria subito lo sguardo è catturato dalla tortuosa scala in carvalho impressionantemente intarsiata, che si biforca ben presto in due eliche addentrantesi nel piano superiore. Nel seguire queste vertiginose torsioni verticali lo sguardo incontra poi i delicati ma maestosi costoloni color ghiaccio chiaro che si chiudono in alto in volte gotiche tra losanghe di un delicatissimo ed elegante rosa. E, dopo la fuga dall’inferno, è sempre tutto questa bellezza che lo sguardo cerca risalendo la facciata in grigio, ocra e corallo, e spiando l’interno dalle vetrate policrome. Così lo sguardo si arrampica lungo la facciata fino alla guglia centrale sormontata da un vessillo rosso-bianco, e questo sventola infine gaio perdendosi nel sognante e sempre sospirante cielo azzurro portoghese.
È con queste immagini in fondo agli occhi che si prende commiato dalla libreria Lello & Irmāo giurando a sé stessi che non vi si metterà mai più piede. Ed è così che ci si avvia verso il (di prammatica) giro in battello sotto gli altissimi ponti del Douro. Poi si va al litorale di Matosinhos dalle spiagge immense e splendenti. Che continuamente le fredde nebbie atlantiche sommergono in uno scenario da Donegal, mentre le sirene mandano segnali disperati e ti assale la voglia irrefrenabile di un whisky. Poi si abbandona Porto per la così veneziana Aveiro, i cui canali di acqua verde sono solcati a ciclo continuo da ricurve gondole multicolori, mentre alti e magri edifici si levano à la mode de Amsterdam. Dappertutto brulicanti mercati del pesce e ristoranti popolari dove si mangia il pesce davvero alla grande. Mentre una selvaggia voglia di vivere, animata dagli umori ed afrosi marini, ti ricomincia a pulsare violenta e briosa nelle vene.
È così che si arriva all’austera e bellissima Guimarães, culla della nazione portoghese e sua essenza perdurante. Città fatta tutta di grigio e possente granito. È immersa tra dolci colli e verdi valli, dominate da monasteri e fortezze merlate. L’essenza antica ed intangibile del Portogallo, quella medievale, è ancora tutta qui, testimoniata e perfino ancora proclamata dalle due possenti campane della torre del Mosteiro di Santa Marinha echeggianti nella valle. Mentre il cielo estivo è decisamente mediterraneo, e tutto sotto di esso ride e splende. Sta di fatto però che, in un mondo ormai totalmente dominato dal danaro, anche questo Mosteiro, così come tanti altri, doveva essere stato trasformato in una Pousada Historica, cioè in un raffinato albergo. Dunque la sua interminabile estensione di altissime sale, a perdita d’occhio e cintate di elegantissimi azulejos (un tempo luogo di soggiorno di aristocratici studenti di teologia), è stata opportunamente corredata di sterminate sale da colazione. Ed il suo parco secolare ha dovuto veder sorgere una piscina. E così anche le celle monacali, ora arredate con grandi e soffici letti, TV, frigobar e bagni con doccia, hanno cambiato decisamente faccia. La porta però resta quella antica. Così che, nel fare ingresso nella stanza, si può ancora fingere di essere un monaco. Serve, perché sul tavolino ti attende una rivista patinata di moda (Wink Issue, n° 11) il cui primo l’articolo dal titolo Fifty schades of Geres ti narra le vicende della suora-zoccola. Una monaca bellissima che perde progressivamente i suoi veli al cospetto di un giovane ecclesiastico anch’esso conturbantemente bello e, ad ogni pagina, sempre più nudo. Per poi poco a poco trasformarsi una baccante. Tutto turisticamente estremamente coerente. Anche qui dunque tutto lo spazio possibile per l’insieme perfetto di culetti appetitosi e culinaria intrigante.
Sta di fatto però che l’antico ed austero Portogallo è ancora comunque tutto qui. In qualche modo intatto, e dunque sorprendente per chi finora non l’aveva ancora visto. Era proprio così quel così arretrato paese «troppo irto di conventi» che il modernismo ad un certo punto fu fermamente deciso a spazzare via per sempre. Eppure l’identità era restata, sepolta tra queste valli poverissime e poi dimenticata. Ma in questo nascondiglio essa si è purificata dalla storia, ritrovando in tal modo la sua forza primigenia. E così ora la stessa città moderna, adagiata morbidamente sul fondo della verde valle sotto il peso dei rintocchi campanari, serba quest’identità che aspetta ancora di essere espressa. Ora che la storia ha fatto finalmente giustizia delle forme esteriori di allora. C’è insomma ancora un’utopia, quella delle più pura ed a-storica visione teocratica (per la quale combatterono e morirono re, guerrieri e missionari, specie quelli gesuiti), che non è stata affatto ancora espressa nella sua integralità. La sua essenza si concentra tutta in un ideale che è ben più platonico ed ultra-confessionale che non invece cristiano: – Bene, Vero, Giusto e Bello. Fu in suo nome che la Reconquista prese da qui le sue mosse riversandosi sull’intero paese. Ma essa agì con tutti i limiti di ciò che è storico. E quindi non solo si macchiò di ingiustizie e crimini, ma soprattutto lasciò non realizzato ciò a cui nel profondo della propria anima essa stessa puntava. E cioè la Città Celeste. Storicamente per definizione irrealizzabile. Essa è infatti appunto un’utopia. Quella portata a sud con la forza delle armi era pertanto l’idea utopica forgiata tra queste colline e montagne. Un’idea in sé pura ed integra come le acque di questo luogo.
Strano davvero. Il così curioso liberal-modernismo di qui, franato poi nel salazarismo, pur essendo davvero riuscito a rinnovare il Portogallo (sebbene ora langua comunque sotto il tallone della Merkel), non ha mai potuto eliminare l’antichissimo centro generatore di tale così pura utopia.

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