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Posts Tagged ‘heidegger scoto eriugena periphyseon scrivere’

La destinazione di questo post è esplicita. Ma attraverso di essa diviene anche chiara la natura del luogo da cui esso è stato scritto. Questo luogo è quell’isola di naufraghi sulla quale quasi invariabilmente finiscono coloro che, per ventura o forse per sventura, nascono con il pallino di “scrivere”. Che, diciamocelo chiaramente, è un’ossessione, e cioè qualcosa di non lontano da una vera malattia. Una malattia utile, però, perchè serve a sopportare il terribile male di vivere. Non a caso un mio caro e virtuoso amico brasiliano, anche lui un irrimediabile contagiato, la chiama “a nossa saudavel doença”, la “nostra sana malattia”. Ebbene, chi è affetto da tale malattia diviene esposto ai diversi colpi di un destino che lo attende in agguato con una certezza quasi matematica. È l’agguato teso dall'”appassionato scrittore” da un’editoria che proprio su questo punta per la sua sopravvivenza (in tempi difficilissimi per tutto ciò che è carta stampata). La formula è semplicissima, cioè ai limiti del banale : ‒ Visto che i libri non si vendono ai lettori, perchè non venderli agli scrittori? Ripeto semplicissimo e quindi del tutto alla luce del sole. L’unico a non accorgersene sembra allora proprio solo l'”appassionato scrittore”. E ciò ha un senso. Perchè proprio in virtù di questo, egli è destinato a cadere nella trappola senza fallo. Da qui per lui un penosissimo percorso che dall’esaltazione iniziale discenderà poi solo il desolante declivio dell’esperienza del “di-delusione-in-delusione”. Che per molti recerà alla fine alla giustissima decisione di smettere di scrivere. Una volta che la verità si sarà rivelata in tutta la sua evidenza, essa apparirà pertanto in tutta la sua disarmante semplicità proprio come la felicissima formula dell’editore. Così recita infatti in pectore l’editore mentre si spertica il lodi per lo scritto del malcapiato che gli sta di fronte pieno di speranza : ‒  “A nessuno, e per definizione, interessa del contenuto del tuo scritto. Ciò che interessa è solo che è uno scritto, e quindi che può essere pubblicato «a pagamento». Il che significa che esso non sarà nemmeno letto. Nè tanto meno sarà distribuito. L’unica cosa che ci interessa sono i soldi che ci dovrai dare. Punto!”. Unica eccezione è il rarissimo “libro di successo”, che l’editore riconoscerà a fiuto (quasi senza leggerlo, cioè dal solo titolo). Ossia quel libro di cui si può essere sicuri che colpirà il lettore al di sotto della cintola, bersaglio che, quando colpito, rappresenta il criterio infallibile di successo al quale l’editore si attiene nell’attuale congiuntura psico-spirituale del  mondo. Ebbene può anche trattarsi di libri di indubbio valore letterario, ma non è questo ciò che conta primariamente. Ciò che conta primariamente è ciò che oggi istituisce il “valore letterario” in un modo che è libero da possibilità di interpretazioni, ossia in modo assolutamente oggettivo. E ciò accade in varie circostanze, ovvero quando nei libro c’è: ‒ il turpiloquio (cioè quando il linguaggio del libro è infarcito di eccitanti e stimolanti parolacce), la dissacrazione di miti e valori, l’appello alla rivolta o alla trasgressione, il ricorso ad immagini a sfondo sessuale o almeno ammiccantemente sensuale, il riferimento alla follia (magico-realista) come legittima fonte di ispirazione, l’appello alle convenzioni della collettiva stupidità (vedi libri di “già famosi” nel senso del “glamour”…), la perizia scrittorio-venditoria secondo il verbo delle scuole di “creative writing” (= adesione al moderno conformismo estetico) etc. Non c’è alcun bisogno di completare questa lista in modo che sia esauriente. Il senso è già sufficientemente chiaro. Ebbene, chi non scrive mettendo in campo tutto questo, e sa bene di non poterlo nè saperlo fare, prima di sentirsi costretto a rinunciare, si perderà in un limbo di disperati affondi e tentativi di ogni genere. Ascolterà allora consigli vari da parte di quelli che “sono-già-arrivati” (puntare sui concorsi letterari, battere la strada del rapporo personale, rassegnati ma non mollare tanto-scrivi-per-te, mai pubblicare in questo o quel luogo!…., e così via). Ma noterà con disperazione che nessuno di tali consigli si attaglia al suo caso, nè è tanto meno in grado di risolverlo. Anch’io o naturalmente sono affondato in questo melmoso limbo e vi ho annaspato in pieno. E fino al punto di quasi decidere di smettere. La mia soluzione qual’è stata? Trasformare l’attività scittoria in qualcosa che poggiasse sullo studio, ed in un particolare uno studio istituzionalmente riconosciuto. Cioè ho iniziato un dottorato in filosofia. E dopo aver attraversato anche qui esperienze disperanti, una volta giunto ai primi esami e superatili brillantemente, mi sono accorto con stupore che di colpo si apriva davanti a me quel mondo della letteratura scritta, che prima era stato come un cittadella dalle mura invalicabili e dalle porte ermeticamente chiuse. Si tratta per la verità solo di una porzione di quel mondo, e cioè quello delle riviste di filosofia. Ma chi scrive per ossessione non guarda tanto per il sottile. L’importante è che il flusso possa scorrere e che non si ingolfi. L’ingolfamento è infatti disperazione per chi proprio non può fare a meno di continuare a scrivere. Basta dunque che un qualunque luogo di “store” di scritti accolga i suoi scritti e li diffonda. Il che significa che li diffonda veramente (e non solo per finta come fa il truffaldino editore “a pagamento”) ed in modo che il povero autore non vada sul lastrico per le spese. Ecco, è così che mi trovo io adesso. Ancora sull’isola del naufragio dove finiscce sempre l'”appassionato scrittore”, ma ormai in procinto di abbandonarla da un momento all’altro. Già le confortanti sagome delle navi di salvataggio si profilano infatti all’orizzonte. Ecco infatti che iniziano a piovere e fioccare da tutte le parti inviti a pubblicare. Nulla, nemmeno il concorso letterario vinto, era valso a questo.

Ebbene, per questo sento l’esigenza di inviare un messaggio urgente (in bottiglia) a tutti i naufraghi che condividono con me il comune destino. E spero proprio che almeno qualcuno lo legga. Il messaggio è articolato nei seguenti punti: non pubblicare MAI “a pagamento” (come giustamente consifìgliano gli stessi “già-arrivati”) non perdere però tempo andando dietro ai consigli dei “già-arrivati”. soprattutto non perdere tempo con i concorsi letterari (anche questi fanno grandi promesse ma in fondo vogliono solo i soldi della tassa di iscrizione) non perdere tempo pubblicando in e book (se non paghi per la pubblicità il tuo scritto non se lo filerà, cioè comprerà, nessuno) l’unica cosa giusta da fare è allora affogare nel pantano dell’isola dei naufraghi, ed annasparvi quanto basta per trovare la soluzione che si attaglia a voi. Tale soluzione, l’unica, consiste solo in qualcosa o in qualcuno che certifichi il vostro talento (nelle forme in cui esso si esprime) e così vi permetta di vendere (anche se non necessariamente in modo letterale) a pieno titolo il vostro prodotto. A chi? A chi, per venirne in possesso, dovrà sottomettersi alle dure regole del contrattualismo, regole che escludono le soluzioni truffaldine ed a buon mercato, cioè il ricorso alle scaltre trappole per acchiappare il povero “appassionato scrittore”.

Spero veramente che la mia esperienza personale possa servire a qualcuno. Credo infatti sia giunta ormai l’ora che vengano alla luce le trame di tanti loschi figuri senza scrupoli.

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Un passo dal terzo libro del Periphyseon di Scoto Eriugena [III, 678B-684A, pag. 833-847 ; da :  Nicola Gorlani (a cura di). Giovanni Scoto Eriugena. Divisione della Natura, Milano : Bompiani, 2013] Alcune premesse prima di giungere al clou: ‒  “Pertanto non dobbiamo intendere Dio e la creatura come due enti distanti fra loro, ma come una cosa sola e stessa cosa” (III, 678C) Dio è la stessa crreatura. Il Dasein, o ente-uomo? Inoltre : ‒ “Ma quando comincia a manifestarsi nelle sue teofanie, si dice che procede come da nulla verso qualcosa…”. Heideggerizzando Leibniz come fece anche con Paolo ed Agostino, il pensatore tedesco usò proprio  la tensione tra nulla e qualcosa per sostenere la sua teoria dell’Essere come svelamento, cioè come una sola cosa con il determinato in tutta la sua pienezza. Fatto sta però che già nei diversi precedenti passi di Scoto Eriugena in cui questa tematica ricorre, risultava chiaro che la tensione tra nulla e qualcosa non rimanda affatto al qualcosa determinato-immanente ma semmai ad un Qualcosa vertiginosamente trascendente, che è in realtà la cosa nella più intensa formulazione ideale, cioè proprio la più pura essenza. Ciò che ne derivava quindi era che in tale tensione tra termini l’asserzione risultante più rilevante non era nemmeno il “perchè qualcosa e non nulla?”, ma semmai il “Da Qualcosa nasce il qualcosa”, o “Solo da qualcosa nasce qualcosa”. Se si vuole il banalissimo “da nulla nasce nulla” del più pratico e meno filosofico uomo della strada. Ma lasciamo andare e veniamo ai vertici cui ci conduce Scoto Eriugena con Dionigi. Ciò che egli riporterà dal pensatore greco (di cui egli è traduttore) ci mostrer che, in tale così delicata questione, Heidegger fece forse solo un maquillage sofistico di  una materia complessissima. Che più che chiarire egli ha molto più cercato di occultare sotto il suo astruso linguaggio. Potenza della cattedra! Qui Scoto lascia emergere di nuovo la materia informe, ed essa si rivela essere nient’altro che l’inizio dell’essenza (o  Essere), ed al modo della divina sapienza che è appunto informe, cioè modello di forma, forma delle forme. L’essenza è la forma, ma al modo dell’informe cioè qualcosa che non è ancora essenza. Perciò di essa “si dice che non sia” e che quindi sia il Nulla assoluto. Che (come denunciato da Heidegger) la metafisica cristiana abbia nascosto il rapporto tra Essere e Nulla è evidentemente del tutto falso (come dice anche Edith Stein nel suo commento a Sein und Zeit). Si tratta perà di un Nulla che immediatamente si caratterizza in modo positivo, cioè come essenza (o almeno come premessa di tutto ciò che è essenza, cioè essere ed esistenza (“…è in tutte le realtà e si dice che sia poichè è l’essenza di tutto il creato”). Di esso si può certo dire che non è, ma intendendo con ciò che è al massimo grado. Non dunque qualcosa che si ritira davanti all’ente. Piuttosto è esso a svelarsi attivamente nell’ente come ciò che si ritira dalla sua tenebra originaria, apparendo così alla luce in virtù di una continuità e senza alcuna frattura. Ecco lo svelamento. Fin qui le premesse di Scoto. Ora viene la sua lunga citazione di Dionigi a proposito del rapporto tra il Bene (Dio) e l’On. E qui apparirà chiaro perchè Werner Beierwaltes (Idealismus und Platonismus) ritiene che l’On participiale greco non sia che una degenerazione del concetto ebraico-cristiano di Essere come Proton, così come espresso nell’Esodo. Ma inizialmente Dionigi chiama il Dio-Bene proprio On, cioè “causa sostanziale di tutto l’essere secondo la sua potenza sovraessenziale e creatore di ciò che esiste “. Proprio come tale egli è creatore della sostanza, così come dell’essenza stessa. Pur essendo esso stesso sostanza (On) ed essenza (sovraessenziale). Così come è anche creatore del tempo. Dunque l’essere, se però è inteso come divino, è creatore del tempo e non è invece il Tempo stesso come vuole Heidegger. Ma la verità ultima è, dice Dionigi, che esso non è On! Bensì è ciò che “comprende in sè stesso in modo semplice il tutto”. La comprensione dell’Essere non è ciò che svela l’essere dal  basso, ma ciò che impersona l’essere dall’alto. Come trascendente il tempo, il Dio-Bene è ciò che era e che sarà (vedi Beierwaltes : l'”immer gegenwärtig” proprio del Proton affermnte “Io sono colui che sono”, cioè “l’Essere sono Io!”) Ma lo è al mondo di chi “non è”: ‒ “non era, nè sarà, nè fu creato, ne è creato, nè lo sarà”. La strada è insomma sbarrata a qualunque Essere (che sia inteso come divino!) che si manifesti come Temporalità. Egli non è, eppure sia essenza, sia essere, sia esistenza, derivano da Lui. Egli è l’essere che “per tutti gli esistenti non viene mai meno”. È cioè l’Essere come Fondamento. Ma l’Essere stesso proviene da lui (come “ciò che da lui riceve l’essenza”. Quindi egli non è l’Essere. Piuttosto “l’essere lo possiede”, cioè ne è in possesso. L’Essere è tale solo perchè possiede tale principio di essere. Da Lui “riceve l’essenza ed il principio e la misura e l’On e principio di sostanza…”. Le Scritture lo definiscono “prima-di-On”, cioè il Proton tautologico dell’Esodo (Beierwaltes). E come tale, solo come tale, Egli è riconosciuto ora in modo contrario a prima cioè come manifestato : ‒ “ciò che era, che è, che sarà, che fu creato, che è creato e lo sarà”. Cioè il già stato sostanziale severamente condannato da Heidegger. Ora veramente l'”immer gegenwärtig”, il sempre presente,. Il Fondamento, il Dio-con-noi. Ma non al modo che la previetà ontologica lo condizioni (Heidegger) bensì in quanto esso stesso è la condizione di tale previetà. Egli trascende anche il già stato. Quindi il già stato non nasconde affatto l’Essere (ammesso che l’Essere sia inteso come divino o procedente da Dio) ma semmai rivela ciò che pone l’Essere molto prima del momento del già stato. E da un punto di partenza diametralmente opposto a quello scelto da Heidegger per condizionare l’Essere al determinato da sè stesso svelato, il Dasein. Ebbene tutto ciò è “l’essere sovraessenziale, secondo ogni intendimento”. Cioè la “causa di tutte le realtà”. Fin qui Dionigi. Ora interviene di nuovo Scoto. Che potenza di pensiero quella di Dionigi! ‒ egli commenta giustamente. Ecco con lui davanti a noi un “Dio che è creatore del tutto ed è creato nel tutto”. Se lo si cerca là dove si trova, cioè al di sopra di tutto, Egli non è nemmeno essenza. Ed allora non lo si trova. Se lo si cerca dove non dovrebbe trovarsi ma di fatto si trova, cioè “lo si intende in tutti gli enti” allora si scopre che “nulla in essi sussiste se non egli solo”. Ora si potrebbe anche attribuire proprio ad Heidegger questa affermazione. Nel senso  di una definizione dell’Essere come Nulla che proprio solo nell’ente si rivela. A patto però che Heidegger ammetta che questo è Dio, o almeno a patto che egli sia disposto a dirlo apertamente e non invece (come fa) nascondendosi dietro i trucchi illusionistici del suo astruso linguaggio. Ma anche ammesso questo, egli verrebbe di nuovo sorpreso da Scoto, perchè questi aggiunge dopo a postilla : ‒ però questo egli “neppure lo è, ma è tutte le realta”. Sembrava un Nulla-Essere svelato nell’ente, ma invece è un Tutto. Ciò che invece  proprio il Dasein pretende di essere.

Insomma qual’è la differenza tra di due pensieri, quelli di Scoto-Dionigi da un lato ed Heidegger dall’altro? È la differenza che corre tra pensatori antichi e moderni, umili i primi e vanagloriosi e protagonisti i secondi. La differenza sta allora nell’intenzione di fare per davvero metafisica e non per scherzo. Se infatti si decide di fare per davvero metafisica, allora si tace rispettosamente. E non si copre tutto con il proprio chiacchiericcio molesto. Qui infatti Scoto Eriugena e Dionigi tacciono, lasciando così parlare la Scritttura, cioè la Rivelazione, cioè la Verità. Cioè arrendendosi alla Verità e non invece pretendendo di (ri-) scoprirla.

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