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Archive for novembre 2012

Il 28.11.2012 è stato pubblicata su Il Sannio, a firma della Dr. Enza Nunziato un’intervista da me rilasciata in occasione della presentazione del mio libro “La mia Edith. Storia di un purissimo amore” presso la Fondazione Gerardino Romano in Telese (BN)

L’empatia di Edith Stein filosofa e religiosa. A settant’anni dalla morte ad Auschwitz dell’ebrea aconvertita al cattolicesimo.

Domande:

1) Lei è medico pediatra nonché psicosomatista e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. É vissuto diversi anni in Germania, ma come si è avvicinato al pensiero di Edith Stein?

É una storia abbastanza lunga che risale a due diversi aspetti della mia vita, entrambi credo affatto casuali.
Uno di questi due filoni esistenziali è il mio antico amore per la filosofia, apparentemente messo in archivio alla fine degli studi liceali classici (dopo i quali mi iscrissi a Medicina), ma poi apparso poco a poco essere stato messo in realtà solo tra parentesi. Fu proprio con il progressivo sviluppo di  un interesse per la psicoterapia e per la collegata simbologia, interesse emerso nel contesto della mia attività di pediatra, che ciò si rese per me sempre più evidente. Con esso infatti riemergevano in me le questioni fondamentali riguardanti l’uomo, ed inoltre quel vero e proprio nucleo della sapienza che è la scienza simbolica, una volta patrimonio non solo della metafisica e della teologia ma anche della più alta filosofia.
E fu così che poco a poco, passando per un intervallo poetico (che però ha continuato sempre ad influenzarmi facendo sì che il mio pensiero restasse sempre utopico-visionario), i miei interessi ed il mio lavoro di ricerca si rivolsero sempre più verso la filosofia ed in particolare quella più prossima alla metafisica.
Settore nel quale non potevo non imbattermi prima o poi nel pensiero di Edith Stein.
L’altro dei due rami esistenziali che mi riguardano, è quello del rapporto con la Germania e la cultura tedesca che è stato per me abbastanza fatale, cioè collegato ad un ben preciso destino strettamente personale. Fu per questo che buona parte della mia formazione di psicoterapeuta si svolse a Monaco, e poi i passi della mia vita si volsero ad un certo punto decisamente verso Berlino, dove passai tre anni lavorando come pediatra.
Poi ho abbandonato la Germania, ma la profonda affinità che sento con il modo di pensare, sentire ed esprimersi dei tedeschi non si è mai spenta ed è restata parte profonda di me.
Ed è per questo che buona parte degli autori che continuo a studiare sono autori di lingua tedesca.

2) Cosa l’ha colpito di più della vita di questa donna particolare, filosofa e ora anche Santa, e delle sue scelte?

Edith, o meglio “la mia Edith” ‒  cioè la Edith che ho sentito così fortemente al centro del mio immaginario filosofico-metafisico da  sentire di poter vantare un diritto di proprietà su una porzione della sua sostanza spirituale ‒, rappresenta per me un esempio unico e splendido di fusione tra le virtù della contemplazione e quelle dell’azione. E così il suo pensiero, la sua vita ed ancor più la sua morte, costituiscono l’incarnazione più piena di tutto quanto di altrettanto grande hanno splendidamente pensato e fortissimamente sentito, ma solo in parte vissuto, altri grandi pensatori europeo-ebraici, come ad esempio Hannah Arendt e Simone Weil.
Tale perfetta fusione tra contemplazione ed azione, in un mondo in cui (proprio come ci ha mostrato la Arendt), la prima attitudine è stata da tempo ormai completamente spazzata via, mi sembra una delle più luminose vie che si offrono alla nostra consapevolezza per trovare la via di uscita alla sempre più grave impasse costituita da tutto ciò che è Modernità. Ed un aspetto essenziale di tale indicazione è appunto quello di una spiritualità che non rifugge più affatto la capacità di sentire fortemente, di appassionarsi autenticamente e soprattutto di agire in maniera risoluta ma pura.
Non vi è però nulla di più puro nell’agire risoluto che la capacità di farlo in modo auto-sacrificale.

3) Edith Stein è il simbolo dell’Europa perché riassume in se le nostre radici culturali: sacro romano impero germanico, ebraismo e cristianesimo.

Non credo affatto che sia stato ben illustrato perché Edith Stein può realmente rappresentare il simbolo dell’Europa!
Io ho cercato di dare di questo una mia personale versione, ed un versione senz’altro polemica ed affatto allineata alle correnti mode di pensiero e di gusto. La mia Edith non è infatti per nulla una Edith che si conformi al santino che ancora una volta è stato creato nell’ambito di questa simbologia politico-culturale.
Ebbene questa donna è simbolo di queste tre grandi culture soprattutto perché rappresenta per tutte un acme di straordinaria limpidità ed insieme intensità, una limpidità in cui tutto diviene spasmodicamente sacro : ‒ il culturale, il politico, il sociale, l’emozionale, l’esistenziale, il religioso.
Ed è  proprio alla luce di questo che la più autentica possibilità di rinnovamento della missione di tali culture si rivela consistere nel recupero di un’integrale sacralità della politica.
In tutto ciò emergono soprattutto due figure di riferimento, talmente intense da aver potuto a ben ragione dare vita nel tempo a sempre nuove forme di epos : ‒ il sacro Guerriero, il sacro Legislatore ed il sacro Profeta.
Tutti loro capaci fino all’ultimo di contemplare, di fare ed infine di soffrire. Cioè fino ad essere capaci di sacrificare la propria vita per un ordine veramente nuovo, ovvero per un ordine in linea con il più puro ideale. Per quanto esso possa essere anche del tutto utopico.
E certamente al centro di tutto questo vi è la figura di Gesù Cristo, in qualche modo sintesi evidente di queste tre figure, almeno essendo capaci di guardarlo non dal punto di vista di troppo facili consuetudini morali, teologiche e filosofiche.
Un Gesù Cristo che, una volta non inteso in modo troppo semplificato, certamente non ha mai escluso né la gloria di Roma e la spiritualità del Paganesimo (non solo greco-romano), né la teologia metafisica dell’Ebraismo (e tutto ciò che stava dietro di essa), né l’autentica spiritualità guerriera che si incarnò nel Sacro Romano Impero romano-germanico.
E di tutto questo insieme di idee e valori certamente il nazismo che uccise Edith Stein fu momento di terribile ed infame tradimento. Ma lo fu proprio incarnando in modo misterioso, anche se in negativo o almeno in modo spesso controverso, tutte e tre le grandi correnti storiche convenute nel suo spazio.
Del resto un discorso non diverso va fatto per l’altro grande alter ego del nazismo, ovvero il comunismo sovietico.

4) Quest’anno è il settantesimo anniversario della morte di questa grande donna, secondo lei cosa si dovrebbe fare di più per avvicinare il pensiero peculiare della Stein ai giovani?

Lasciarsi fino in fondo provocare da ciò che lei può suggerire e cioè centralmente da ciò che la sua vita e la sua opera possono suggerire se si vuole anche solo indirettamente, e cioè il recupero della consapevolezza che l’amore ha un versante rigoroso e guerriero, e che questo però ha il dovere di essere e restare sempre puro, cioè di indulgere molto più al versare il proprio sangue che al versare quello degli altri.
Senza il recupero di questa capacità di puro eroismo sacrificale non si esce dal mefitico pantano della Modernità il cui lemma fondamentale è proprio il più atroce egoismo.
E tutto ciò significa in termini molto concreti uscire finalmente dal grande contagio nichilista che, attraverso l’alimentazione del titanismo, è stata la radice stessa delle più grandi aberrazioni della storia umana, sia di quelle “di destra” che di quelle “di sinistra”.
E questo nichilismo è purtroppo ancora qui e peraltro più forte che mai nella forma di un neo-titanismo ancora oggi differenziato in due volti ideologici solo apparentemente opposti ed entrambi ancora espressione di un unico e perdurante spirito di Distruzione.

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[Abstract:

Tale recensione tratta del libro di Martin Heidegger dal titolo Holzwege, un libro in cui furono pubblicati postumi diversi saggi scritti dall’autore prima, durante ed immediatamente dopo la seconda guerra mondiale.
Per la data della sua pubblicazione, il 1956, il libro passa, almeno per quanto ne dice lo storico Ernst  Nolte, per una testimonianza di un tardo Heidegger, ormai lontanissimo dal suo impegno nazionalsocialista ed estremamente prossimo ormai tutto sommato alle tesi di quel movimento che poi si sarebbe manifestato nel tempo come ecologismo verde tedesco.
La mia recensione mostra comunque che il filosofo, anche in questo suo nuovo volto, non fu affatto lontano dalla sua passata identità filosofico-politica ed ideologica e soprattutto non fu affatto lontano dal sostegno offerto alle tesi di un nichilismo titanico a sua volta al servizio di potenti forze di Distruzione, ma affatto conservatrici (come si è portati troppo facilmente a credere).
È su questa base che la complessiva posizione sostenuta da Heidegger in questo libro può essere considerata equivalente ad una visione filosofica che intende affermare una forma estremamente moderna di ultimativo e radicale Materialismo.
E tale visione non solo non mi sembra che dia alcuna vera risposta alle tremende sfide della Modernità ma addirittura contribuisca non poco al loro prodursi.

Testo recensione:

Decisamente non ci si può proprio sottrarre al fascino accattivante della lettura di Heidegger, ed Holzwege1 non si sottrae certo a questa regola.
Il libro, come ci racconta Ernst Nolte2, rappresenta a suo parere in pieno l’Heidegger tardivo, quell’Heidegger che, come ho raccontato nell’altra recensione di suoi testi3 , era sopravvissuto straordinariamente incolume alle tremende tempeste del dopoguerra post-nazionalsocialista.
Incolume non è certo l’espressione più appropriata, dato che poco mancò che il filosofo si togliesse la vita per l’umiliazione e la vergogna che subì dopo la guerra. Ma fatto sta che, come ho già raccontato4, con questo ed altri libri egli si ripresentò al mondo non più come filosofo del nazismo ma invece come filosofo in qualche modo della riscossa ecologica dell’uomo contro la modernità e la tecnica.
Ed in tal modo egli senz’altro riprese le fila di un’ispirazione iniziale ( e quindi di una sostanziale buona intenzione) che la compromissione con il nazismo aveva poi oscurato fin quasi ad annientarla. Ci tengo comunque a sottolineare che tale ispirazione e buona intenzione fu e restò autenticamente conservatrice, indicando così a noi come e quanto il conservatorismo autentico non sia affatto coinvolto nelle vergogne della destra storica.
Almeno è così, comunque, che la sua filosofia tarda ci viene presentata da Nolte.
Ciò è però abbastanza difficile da credere, visto che non è affatto arduo, nel presente libro, riconoscere ancora ben distinto quel filosofo del nazismo dietro il quale si nascondeva più che altro in realtà il pensatore di un estremo materialismo immanentista. (altro…)

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Accompagnata dalla salomonica ed austera locuzione  “È così! Questa è la realtà”.
È così che compare davanti a noi tale amara costatazione : ‒ Ci sono pochissimi posti di lavoro per l’enorme massa dei prestatori d’opera…..
Pare solo 1 milione e mezzo di posti contro 3 milioni e mezzo di disponibili prestatori d’opera in tutto il mondo.
Ma la costatazione non è in realtà affatto amara, bensì in realtà soprattutto sobria.
Quello qui all’opera è infatti il tipico modo di parlare, un modo di parlare tipicamente cieco, che è proprio dei tecnici. Gente che sa moltissimo, legge moltissimo ed è perennemente aggiornata sugli “ultimi dati”. Ma il grosso guaio è che è gente che non pensa.
Ed il pensare si rivela qui più che mai qualcosa che mai sfugge al piano della morale.
Qui parliamo di economisti, ossia i tecnici che oggi vanno per la maggiore, tanto da essere finalmente riusciti a conquistare il potere. Ma la cosa vale per tutti i tecnici : ‒ medici, ingegneri, avvocati, magistrati, sociologi etc.
Ebbene la conseguenza di questo modo non pensante di pensare (e conseguentemente di parlare) è che ciò che è aberrante diviene infine ovvio, scontato, inoppugnabile. Cioè cosa da accettare senza protestare.
Ed infatti, quando all’amico che mi diceva questo (riferendosi ad un convegno di tecnici di altissimo livello, “persone importanti…”) facevo notare che l’aspetto più grave di tale constatazione era che nel formularla non ci si interrogava per nulla sul fatto che la sua così inoppugnabile evidenza è una cosa fortemente impositiva, egli mi rispondeva quasi con fastidio : ‒ “Ma fatto sta che è così!”.
Di fronte all’evidenza di tale evidenza, dunque, non bisogna porsi domande di alcun genere. L’unica cosa che essa ci chiama a fare è ad accettarla così com’è.
Questo è insomma il mondo oggettivo prossimo futuro con il quale ci dobbiamo confrontare.
Questa pare essere la profondità della scienza degli attuali economisti! Realizzatori in pieno di quella strana sorta di ottimismo umanitario che fu il sobrio cinismo di uno Stuart Mill. E compagnia cantante.

Ma persone come me non possono evitare di porsi domande, e così sono costretto a chiedermi cosa mai si profili allora dietro tutto questo.
Si profila una fenomenologia sociale letta ormai in termini di Natura e non più invece di Civiltà. Il campo cioè di fenomeni che si impongono con l’evidenza impositiva (appunto!) di fatti determinati da leggi naturali, contro le quali è impensabile, e quindi, ridicolo, pensare di poter protestare.
Proprio come ci faceva vedere Hannah Arendt in Vita activa, la società è stata trasformata in pura e mera vita, cioè indifferente ritmicità circolare di fenomeni. Qualcosa in cui, come peraltro ci avevano già invitato a fare Nietzsche ed Heidegger, l’ultima cosa che bisogna cercare è un senso ed uno scopo.
Ed in tale contesto è pertanto assolutamente ovvio che rispetto a fenomeni aberranti ci si accontenti dell’inoppugnabilità di evidenze naturali e non ci si chieda invece come si è potuto giungere a questo. E cioè cosa si  è fatto e/o cosa non si è fatto per giungervi.
Il fatto che vi siano pochissimi posti di lavoro a fronte del numero enorme di richiedenti non è affatto un fenomeno che sia sullo stesso piano di un uragano. E ciò è più che evidente, anche se  è impressionante quanto facilmente a tale evidenza si preferisca quella opposta.
Cos’è allora questo fenomeno se non è simile a qualcosa come un uragano?
È qualcosa che, se è come è, è tale in conseguenza di una scelta positiva o negativa in tal senso, ossia per mezzo di un progetto oppure di un omissione. O meglio per mezzo di un progetto affermativo o omissivo.
E con ciò stiamo parlando di nient’altro che di governo degli affari del mondo. E non invece nemmeno lontanamente di Natura.
Non vedere questo, cioè scegliere di non protestare di fronte a fenomeni così aberranti, significa proibire a sé stessi di riconoscere la propria stessa gravissima omissione di considerare dietro di essi la presenza di una governance, positiva o negativa che sia.

E mettendo in luce questo siamo al solito tema della necessità, ormai più che mai urgente, di ritrovare la strada verso l’attitudine a guardare il mondo reale guidati da un modello puramente ideale.
È quanto Max Scheler mise in evidenza nella sua rivendicazione di una “materiale Ethik”, parlando di un Seinsollen, un dover essere, come autentico fulcro di una morale affatto formale ed astratta ma invece   profondamente radicata nella realtà per mezzo del ruolo decisivo che in essa ha la decisione arbitraria della Persona.
È questo il vero ruolo critico della “decisione”. Non quello rivendicato da Heidegger, che non a caso un ruolo così grande giocò nel sostegno ai Totalitarismi di massa.

Solo l’ideale come modello è il segnavia per una riforma del mondo che non sia solo illusoria e distruttiva.

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Sesso

Cos’è che disturba nell’ormai così intensivo uso di questo termine?
Basta infatti accendere una qualsiasi mattina una di quelle radio private dinamiche, spigliate e moderne, per ascoltarne la menzione più volte ed in diverse salse.
E ciò, almeno per orecchie all’antica come le mie, risulta piuttosto molesto.
Perché? Oso chiedermi.
Perché sono un moralista bacchettone? Perché temo colpevolmente la naturalizzazione di un tema che una volta generava un imbarazzo inammissibile in quanto del tutto prude?.
Non intendo negare queste colpe. E se esse veramente mi spettano, allora ne parlerò con il mio psicoterapeuta qualora mi capitasse di pensare di doverne avere uno.

Intanto però ho tutta l’impressione che il motivo del fastidio sia piuttosto un altro.
E cioè quel che di grigiore piuttosto squallido ed ordinario che si profila dietro questa naturalizzazione di ciò che una volta era fin troppo imbarazzante.
Che significa?
Per comprenderlo basta tendere le orecchie e cogliere le sfumature del modo in cui la giovane donna spigliata della radio in questione pronunzia l’espressione. Che ella usi o meno malizia nel farlo.
Vi si coglie infatti ben più che il fatto che si è ormai giunti per consenso collettivo a considerare il sesso tra i normali e legittimi bisogni fisiologici di uomini e finalmente anche di donne. E questo mettere sullo stesso piano bisogni di valenza piuttosto diversa già genera, almeno per un orecchio all’antica, una qualche stridenza che mette non poco a disagio.
Ma vogliamo mettere da parte questa riserva.
Allora quel quantum di poco entusiasmante che si coglie dietro tale naturalizzazione sembra risiedere infatti molto di più nel fatto che tutto quanto si definisce oggi come sesso (su un piano di naturale fisiologia) sia divenuto già assolutamente ordinario.
E che quindi se ne possa parlare ormai  senza più alcuna enfasi. Anzi forse addirittura con un iniziale sentore di tedio.
E tutto ciò appare condito irrimediabilmente dalla sgradevole sensazione che quasi vi sia qualcosa che ormai addirittura impone di usare il termine con tutto questo corteo di impliciti significati. Cioè nel contesto di un opprimente ed appunto grigio ed insipido conformismo.

Ecco allora che la pruderie di una volta, di cui ci si è finalmente liberati, appare essersi rovesciata nell’esatto opposto di ciò che ci si aspettava.
Ma a guardare bene, in questa strana brodaglia ultimo-moderna, quell’amore che allora come oggi stava sullo sfondo (di ciò che oggi senza remore si chiama sesso ed allora non si osava mai chiamare così), appare tendere a sprofondare molto di più nel nulla in ciò che oggi è tedio ma che ieri, invece, curiosamente, era tutt’altro che questo.

Secondo me varrebbe proprio la pena di rifletterci un po’ su prima di dare per inutile e retrogrado un discorso come questo.

 

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Ho da poco ultimato la stesura di un nuovo racconto. Eccone una sintesi in abstract.

L’autore resta disponibile, per chiunque sia interessato ad essa e ne facesse richiesta, all’invio di una copia cartacea per via postale.

La storia comincia con un risveglio, quello di Giacomo Leopardi dopo la morte, in una casa sconosciuta in cui egli ritrova due uomini a lui affini che poi si riveleranno Fernando Pessoa ed Yukio Mishima. La casa è tutta in un’ampia stanza, dietro la quale, in una fitta penombra si nasconde un’immensa biblioteca, nella quale compaiono sia i libri pubblicati sia quelli mai pubblicati ma comunque scritti. In questa biblioteca si rende poco a poco manifesta la presenza occulta di Martin Heidegger, che diviene sempre più l’oggetto esplicito e non esplicito dei dialoghi dei tre uomini.

I dialoghi rappresentano un percorso di catarsi dei tre poeti e pensatori per riscattarsi dei necessari errori intellettuali e morali, equivalenti ad altrettante parziali opinioni (ovvero molto parziali riflessi della verità), che essi hanno dovuto commettere in vita per assolvere al compito storico di opporsi all’idealismo sentimentalista.

Errori che si rivelano confinare sempre con la possibilità di un peccato, ma che comunque verranno riscattati nel cammino faticoso verso l’unità che, nelle condizioni della vita non più mortale, viene ad essere finalmente possibile. E con essa si apre la possibilità di un perdono.

Non però per chi, come Heidegger, oltre che di errori si è macchiato anche di un vero e proprio aperto peccato (da intendere con ciò è tutto ciò che ruota intorno alla sua adesione al nazismo, e cioè, nell’essenza, soprattutto il suo tradimento dell’iniziale vocazione di filosofo cristiano e quindi il suo tradimento della vera metafisica per una metafisica immanente e ferina), ed intorno a questo ha permesso che si muovesse l’intera sua vita.

Eppure anche per questo si profilerà alla fine il perdono, un perdono che qui avrà l’aspetto di un vero e proprio miracolo. Una possibilità insomma di gioia al di fuori di ogni misura, ovvero la traduzione in definitiva del concetto paolino-agostiniano di felix culpa.

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Quante sono le voci di protesta che si levano oggi! E quante di nuove se ne levano ogni giorno lamentando infamie in termini di diritti calpestati! Diritti che si ritiene essere stati fino a quel momento ignorati o ad arte o con violenza occultati.
E certo Dio solo sa (molto di meno noi uomini!) quanto sia necessario che esse si levino in questo mondo sempre più infame!
Eppure ciò non cambia il disagio ed il fastidio determinati dal dilagare delle voci di protesta  : ‒ è decisamente troppo!
Ieri, ascoltando RAI-Radio 3, un programma su uno spettacolo teatrale-musicale (purtroppo non ne ricordo più l’autore) credo sudafricano o almeno vertente su temi sudafricani, veniva presentata la voce di una cantante la cui arte consiste nel vocalizzare versi di protesta.
È una protesta attiva questa, e che peraltro si pone al centro di una fenomenologia estetica ed artistica.
Qualcosa insomma su cui non si può affatto scherzare in senso dispregiativo.
Anche perché, come ho detto, Dio solo sa quanto sia necessario che le voci di protesta si diffondano. E quale mezzo migliore dell’arte per farlo?
Eppure non vi è spazio per scherzare con questo nemmeno in termini celebrativi. (altro…)

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Ho iniziato al leggere il Livro do Desassossego1 all’inizio dell’estate scorsa e subito ne sono rimasto rapito.
Però il fatto è che non si tratta affatto di un libro come gli altri, e così ben presto mi sono dovuto rendere conto che con esso non si trattava affatto di una lettura che si potesse portare avanti senza pagare un prezzo abbastanza alto in termini di coinvolgimento emotivo.
È lo stesso Pessoa che lo dichiara senza mezzi termini, scoraggiando così ogni lettore che non sia animato da una vera e profonda passione per lui, per i suoi scritti e per il suo modo di vedere le cose : ‒ “Quero que a leitura deste livro vos  deixe a impressão de tèdio continuato em pesadelo voluptuoso”2
In poche opere infatti è esposta fin nelle minuzie infatti una dottrina più radicale e senza speranza del nulla rappresentato dall’esistenza umana e terrena.
Non è possibile quindi affrontare una tale lettura senza prima aver trovato una formula che permetta di non restare ad essa indifferente e nello stesso tempo di non esserne annientati.
E comunque la cosa non finisce affatto dopo aver letto il libro. Perché quando poi si tratta di rileggerlo, elaborando gli appunti da esso generati, tutto ricomincia daccapo ; così che di nuovo si fa una tremenda fatica ad arrivare alla fine. E qui giunti, come vedremo, bisogna a tutti i costi tirare di nuovo le somme e cercare così una nuova via di uscita dall’oppressione dell’evidenza di una terribile verità dalla quale, giunti a questo punto, non si può proprio più sfuggire.
Ma in ogni caso, dopo aver abbandonato il libro per diversi mesi, sono riuscito a riprenderlo in mano solo dopo avere realizzato che Pessoa pone al centro della sua vita ed opera il Nulla dell’esistenza sostanzialmente perché egli appartiene a quella categoria di uomini, poeti e pensatori, che non si accontentano affatto del mondo così com’è. E questo perché tengono continuamente presente il paradigma di un mondo del tutto ideale che non è né può essere di questo mondo.
Il tutto è perfettamente riassunto nel giudizio da lui dato a proposito della cattiva stampa di cui gode in generale il pessimismo, giudizio che, molto significativamente, chiama direttamente in causa anche il nostro Leopardi ‒  “Mas a maioria é feliz e goza a vida em isso valer. Em geral o homem chora pouco, e, quando se queixa, é a sua literatura. O pessimismo tem pouca visibilidade come fórmula / democrática /. Os que choram o mal do mundo são isolados….Um Leopardi, um Antero não tem amado ou amante? O universo é um mal”3
La visione filosofica e la posizione di tali uomini costituisce pertanto necessariamente una vera e propria teologia, ma una teologia che vive del rifiuto reciso di ogni illusione circa la verità ultima della terrenità e nello stesso tempo non rinuncia a collocare tale atteggiamento entro il desiderio sempre inesausto di una dimensione del tutto ultra-terrena in cui questa verità venga completamente  trasfigurata. Tuttavia di tutto ciò essi, come accade a Pessoa, possono non sentire il bisogno (e forse nemmeno il desiderio) di parlare espressamente. E probabilmente si rifiutano di farlo prima di tutto con sé stessi, convinti come sono del fatto che è ben più urgente dire quanto è invece del tutto evidente pur venendo colpevolmente nascosto.
E ciò genera necessariamente, per tutti coloro che pensano e sentono in tal modo, il pensare, il sentire, lo scrivere ed il parlare su un piano di più o meno evidente esoterismo. Il cui versante essoterico consiste poi proprio nell’ambizione a far finalmente trionfare sull’apparenza la verità dell’evidenza.
L’apparenza viene infatti ammessa solo sul piano più puramente ideale.
Le pochissime parole con le quali quindi in tale contesto si parla dell’Invisibile e del puro ideale possono essere ben rappresentate da un’espressione colta quasi per caso nel complesso tessuto del libro : ‒ “Sentemo-nos aqui. Daqui vê-se mais o céu…”4.
Sulla terra, insomma, del cielo si può parlare semmai solo di sfuggita, nascondendo la contemplazione nella pigrizia di una passeggiata svagata intrapresa per combattere il tedio di una giornata come tutte le altre.
Sono convinto del fatto che una siffatta forma di teologia si ponga sulla falsariga di tutta una corrente di teologia negativa che ha trovato grandi interpreti entro la stessa dottrina cristiana (Dionigi l’Areopagita, Scoto Eriugena, Meister Eckhart, ed in parte anche Nicola Cusano), ma che in fondo si salda ad una linea portante della metafisica che passando per i neo-platonici, e procedendo poi all’indietro fino a Platone e Pitagora, si rinsalda infine con i testi di teologie profondamente metafisiche non cristiane. Intendiamo con ciò la teologia indù dei Veda e della Upaniṣad, la teologia  aria mazdeico-avestica, la teologia egizia, e senz’altro anche quella teologia ebraica del tutto esoterica che è esposta nello Zohar.
Un momento di significativo passaggio da queste radici alla filosofia occidentale più e meno antica può poi essere considerato il Corpus Hermeticum.
Infine un momento cruciale di questo percorso, insieme filosofico e metafisico, non può non essere considerato il pensiero radicalmente innovatore di Nietzsche. Questo pensiero rappresentò sicuramente almeno per certi versi una forma di teologia negativa.
Ebbene è tutto questo che credo si agiti sullo sfondo del libro di Pessoa.

Ora, prima di entrare nel vivo delle recensione, devo rivolgere una piccola avvertenza al suo lettore , se mai ce ne sarà qualcuno!
Dei testi originali di Pessoa qui riportati alcuni sono tradotti in italiano ed alcuni, anzi la maggior parte, sono lasciati invece nella lingua originale.
Debbo riconoscere che ciò non è il frutto di una scelta ma piuttosto di una pigrizia, perché dopo aver completato la recensione, preso com’ero dall’urgenza di nuovi progetti, non ho avuto più la forza di dedicarmi alla traduzione di tali testi. Ciò significa che la data della traduzione è stata rimandata ad un improbabile futuro.
Pertanto se il lettore si imbatterà in questi testi non tradotti, nel caso non riesca a comprenderne un particolare importante, lo prego in anticipo di perdonarmi.
E comunque, se vorrà avere la bontà di scrivermi, sarò lieti di tradurli espressamente per lui.

(La recensione in 56 cartelle è disponibile in cartaceo a chi ne facesse richiesta all’autore)

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