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Archive for dicembre 2016

(ABSTRACT)
Presentiamo qui un testo da noi appena ultimato, che ci apprestiamo a dare alle stampe non appena possibile.
Questa ricerca è dedicata in primo luogo allo scopo di porre in evidenza le conoscenze (o germi di conoscenza) di ordine psicologico che si possono ritrovare in tutti i testi della Scienza Sacra (o Tradizione o Sapienza) sia occidentale che orientale.
A prima vita i testi della Sapienza sacra orientale appaiono essere i più ricchi di possibili significati psicologici. Ciò in quanto in essa più direttamente è stata condotta una riflessione sulla coscienza (e sui suoi stati) così come anche sulle relative pratiche di evoluzione psichica.
Senz’altro ciò ha spinto la moderna consapevolezza laica a cercare in tale sapere una psicologia metafisica sì ma affatto religiosa ed inoltre anche a-moralistica. Cosa che ovviamente costituisce però un grave errore di interpretazione. L’intero sapere orientale, infatti, era ed è ancora oggi un insieme molto bene integrato di diversi livelli e generi di conoscenza, entro il quale sussiste una continuità ininterrotta tra la dimensione etico-religiosa e quella laico-scientifica. E questa è una continuità che il sapere occidentale ormai da molto tempo non conosce più.
Nel contesto orientale, dunque, nessun livello e genere di conoscenza può dirsi del tutto immune da valenze etico-religiose. Anzi esistono interi settori della stessa più sofisticata metafisica religiosa (come il sāmkhya) che hanno la valenza di una vera e propria filosofia e scienza religiosa della Natura.
Ma la consapevolezza laico-occidentale fuggiva in realtà soprattutto dal sequestro esercitato sulla scienza naturale da parte, non della metafisica religiosa (nella sua integrale autenticità) bensì della teologia confessionale ed istituzionale (ebraico-cristiana ed islamica). Un sequestro, questo, che in Estremo Oriente non è forse mai esistito (almeno non con la stessa forza dogmatica). Questa cieca fuga, però, aveva ed ha il grave demerito di ignorare l’altra parte della metafisica religiosa occidentale, e cioè quella non-cristiana (o almeno non cristiano-dogmatica). Quest’ultima si identifica con l’amplissima Tradizione del sapere (prevalentemente greco-romano ma anche egizio e caldaico) manifestatasi specialmente nel pitagorismo orfico, nel platonismo e neoplatonismo e nello gnosticismo. Se la consapevolezza laica occidentale avesse tenuto presente questo sapere, le sue ragioni per fuggire verso l’Estremo Oriente sarebbero state senz’altro molto minori. Sebbene, in questo caso, la mancata fuga si sarebbe potuta verificare solo qualora all’etica religiosa fosse stato attribuito il dovuto valore. Essa infatti è tutt’altro che assente nella Tradizione metafisico-religiosa occidentale non-cristiana. Ma in fondo era proprio la fuga dall’etica ciò che ossessionava il moderno uomo occidentale
In ogni caso, comunque, il prodotto di tale sforzo di svincolamento fu costituito dal totale smantellamento di quel concetto di «anima» che è invece prima era rimasto costante nel corso dell’intera metafisica occidentale (che essa fosse puramente filosofica o anche religiosa). Tale concetto era sopravvissuto infatti perfino a quell’autentica rivoluzione copernicana che la visione cartesiana fu per la filosofia proprio nel costituire di fatto una Psicologia del tutto nuova.
Il momento terminale di questo sviluppo giunge senz’altro con Kant. Successivamente al suo pensiero il concetto di «anima» di fatto non esisté più. Ma oltre a ciò, i pensatori successivi si sarebbero adoperati molto per riassorbire tale concetto in un intendimento di «spirito» che era anch’esso ormai completamente pervertito rispetto al significato oggettivo che esso aveva sempre avuto nell’intera metafisica religiosa. Esso stava infatti ormai interamente per la Ragione e per l’Io cosciente.
E così andava perduto un immenso patrimonio non solo orientale ma anche occidentale. Infatti i concetti di anima e spirito (specie nella sua forma di intelletto), così come si erano sempre presentati entro la metafisica occidentale, non erano affatto lontani da quelli sviluppati nella metafisica orientale. Ciò perché essi si incentrarono soprattutto sull’intellettualità dell’anima (anima come luogo di conoscenza), ma senza in alcun modo escludere quei significati erotico-sentimentali, etici e soprattutto religiosi (fideistici) che erano così accentuati nel sapere orientale.
Non per nulla le due Tradizioni appaiono perfettamente solidali nel ricondurre l’intera riflessione sull’interiorità umana al più alto dei livelli metafisico-religiosi possibili, ossia all’Uno divino; ed inoltre nel ricondurla alla Totalità onto-metafisica, ossia all’Essere divino nella sua più assoluta originarietà e nella sua più radicale concezione (Essenza come Sovra-Essenza).
Ebbene, lo sforzo da noi fatto in questa investigazione è partito proprio da questo nucleo di concetti e significati relativi allo psichismo umano; e cioè dall’intima correlazione, esistente nell’intera psicologia antica, tra la componente cognitivo-intellettuale dell’anima spirituale e la sua componente erotico-emozionale, etica e religiosa. E ci è sembrato che l’aspetto primario di questo nucleo fosse costituito proprio dall’intendimento dell’interiorità animico-spirituale quale luogo di conoscenza interiore nella forma specifica dell’auto-conoscenza. Tema che è stato sviluppato con grande forza ed ampiezza di dottrina nella psicologia occidentale a partire da Pitagora e Platone.
Su questa base abbiamo esaminato l’assetto assunto dallo psichismo umano in seguito alla moderna riforma delle conoscenze; che è stata svolta dalla psicologia empirico-scientifica di concerto con la psicologia filosofica. Il fenomeno primario era naturalmente costituito dalla totale perdita della valenza animica del termine «psiche».  Ma, oltre a ciò, abbiamo dovuto rilevare in primo luogo l’affermarsi di una profonda scissione tra «psiche» (profonda) «mente» (superficiale). Abbiamo anche dovuto rilevare un’iniziale soffermarsi (sebbene molto controverso) della psicologia empirica sulla profondità interiore (psicanalisi), per poi spostare i propri interessi sempre più verso la superficie; ossia verso la mente intesa come chiara coscienza. Più o meno lo stesso percorso avveniva anche nella psicologia filosofica.
Partendo da tale scenario abbiamo poi esaminato i contenuti della psicologia filosofico-metafisica occidentale antica (particolarmente in Platone e nel platonismo cristiano, specie di Agostino, Gregorio di Nissa, Eckhart e Cusano), ed infine anche i suoi riflessi nella psicologia filosofica moderna (Edith Stein, Simone Weil). Qui siamo andati in particolare alla ricerca della presenza e del significato dei vari aspetti della conoscenza prevalentemente interiore: – auto-conoscenza, «conosci te stesso», ricerca della propria identità profonda (e del proprio Sé), relazioni tra conoscenza interiore e conoscenza esteriore, relazioni tra conoscenza interiore e conoscenza generale, valore ontologico dell’interiorità rispetto a quello dell’esteriorità, ecc.
Il valore assoluto e di impiego di tali concetti è stato da noi paragonato con quelli riscontrabili nella psicologia moderna.
Sulla base dei risultati di tale confronto siamo pervenuti all’obiettivo primario della nostra ricerca, e cioè quello di illustrare i contenuti di una vera e propria Psicologia Sacra, ossia quella direttamente in relazione con la Scienza Sacra nella sua integralità. Qui abbiamo tenuto presenti vari testi sapienziali e metafisico-religiosi; tra i quali quelli della Tradizione occidentale non-cristiana (neoplatonismo e scritti gnostici), della Tradizione orientale (Veda, Upaniṣad, Bhagavadgītā e sāmkhya), della Tradizione esoterica ebraica (Zohar), della Tradizione mazdeico-avestica. È stato in tale contesto che abbiamo potuto riconoscere i tratti più autentici di una Psicologia Sacra; e tuttavia non senza dover constatare anche profondissime convergenze con molti punti della psicologia di Platone. In particolare quest’ultima ci è sembrato possa essere considerata come una Psicologia davvero paradigmatica in qualunque senso, e quindi assolutamente tuttora attuale.
Una volta raggiunto questo risultato, ci è sembrato utile paragonare la psicologia antica e la Psicologia Sacra (vera e propria) con i contenuti dottrinari e metodi pratici propri della psicologia empirico-scientifica moderna (ed in parte anche della moderna psicologia filosofica). Abbiamo preso in esame tre possibili grandi direttrici della disciplina, e cioè la psicanalisi, il comportamentismo e la psicologia nietzschiano-dionisiaca. Il confronto di queste discipline con la Psicologia Sacra ha evidenziato in modo molto chiaro uno scenario di grande impoverimento di conoscenza, di degenerazione etica e di disintegrazione del pensiero. E ci è sembrato che, prendendo in considerazione tale scenario, si dovrebbe essere molto critici verso l’attuale universale accettazione (del tutto acritica) dei metodi della moderna psicologia quali autentici mezzi per l’effettiva realizzazione interiore ed esteriore dell’uomo. In particolare le moderne discipline psicologiche hanno decisamente spazzato via quello che era il centro stesso della psicologia antica, e cioè la teoria e prassi di realizzazione spirituale dell’individuo umano. Inoltre hanno completamente spazzato via la profonda coordinazione di tale percorso individuale con i grandi scopi delle Totalità politico-civili e cosmiche.
In conclusione, su questa complessiva base, abbiamo esaminato in particolare gli aspetti fondanti della moderna psicologia evolutiva; ossia quella che descrive la genetica evolutiva dello psichismo umano (attraverso le varie tappe del complessivo sviluppo neuro-psichico). Questo aspetto della moderna psicologia ci è sembrato particolarmente importante perché esso promette di fungere da vero e proprio anello di congiunzione tra la dimensione empirico-scientifica (e puro-filosofica) e la dimensione metafisico-religiosa delle conoscenze sullo psichismo umano. Abbiamo qui infatti esposto una nostra personale ipotesi, incentrata su un modello di sviluppo dominato dalla prospettiva sostanzialmente ascendente dell’evoluzione psichica. Entro tale modello il criterio assolutamente dominante è quello costituito dal raggiungimento dell’obiettivo finale dello sviluppo; e cioè la conquista del senso dei fenomeni entro il più alto e più ampio degli orizzonti di conoscenza possibili, ovvero quello trascendente. E questo non è altro che il sommo livello del sapere metafisico-religioso, cioè quello della Scienza Sacra.
Su questa complessiva base il valore della Psicologia Sacra riemerge decisamente dopo secoli e secoli di sua mortificazione ed annientamento da parte dei moderni pensatori ed intellettuali pratici (gli scienziati). Ma con ciò emerge anche la possibilità che essa funga da vero e proprio nuovo punto di riferimento da parte di discipline (Psicologia e Filosofia) che hanno il loro incontestabile valore sul piano di una conoscenza dianoetica, e tuttavia per nulla sul piano si una conoscenza davvero noetica.
Ebbene, il risultato di questo ipotizzabile nuovo inquadramento disciplinare della Psicologia, appare essere non una diminuzione di conoscenza, ma invece un suo incalcolabile incremento.
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1. Introduzione.
Andando alla ricerca della dimensione corporea del Diritto, andremo qui ad illustrare l’essenza della dottrina platonica dal punto di vista specifico della relazione esistente tra Idea e cosa o corpo.
E si potrà subito notare come la nozione trapeli dovunque nelle maglie del discorso di Platone. Essa fu infatti esattamente il centro del suo pensiero, e precisamente nella forma del trinomio strettissimo Idea-Bene-Giusto. Che poi corrisponde alla dimensione divina stessa.
Come dice infatti Huntington Cairns , il pensatore ateniese ha elaborato la più completa teoria della legge mai esistita. E ciò in quanto, diremmo, essa si trova distribuita sui due livelli primario dell’essere, ossia reale e ideale, laddove poi sopra e sotto ogni cosa l’Indicibile quale essenza trascendente. La dimensione del «sotto» è quella dello strato profondo sottostante all’immanenza, mentre la dimensione del «sopra» è quello dello strato supremo costituente l’Alto. Entrambi comunque invisibili. Ed è da questi due livelli invisibili che l’Essenza ideale informa di sé ogni cosa. In modo specifico come un Bene determinante il Giusto, e quindi configurante il Nomos stesso, o anche Dike.
Ora se tutto questo è l’Idea, tutto ciò che sta al di sotto di essa (come sua espressione ontica secondaria) non può che corpo. Almeno in un primo senso del termine, cioè quello immanente.
Poi vedremo il secondo senso, ossia quello trascendente. Dunque è corpo immanente, rispetto all’Idea del Bene-Giusto, l’intera sfera dei contenuti dottrinari e delle prassi del Diritto (corpus legislativo, attività legislativa, relativa teoria filosofica, o Filosofia del Diritto, prassi giurisprudenziale, relative figure professionali ecc.).
Rispetto a tutto questo la posizione di Platone è stata estremamente netta e senz’altro dirompente (Huntington Cairns, p. 302-306). Egli ha infatti chiaramente descritto la problematicità del dibattimento, e ne ha severamente condannato l’insufficienza. Ed ha inoltre deplorato la tipica retorica avvocatizia, contrapponendola proprio alla filosofia. L’interesse di Cicerone per la filosofia platonica non cambia assolutamente nulla in questo. In primo luogo perché egli non fu mai un platonico (sebbene abbia scritto il De republica)  ed in secondo luogo perché il platonismo che egli conobbe fu solo quello tardo e decisamente scettico. Quanto poi alla retorica sofistica, essa è l’esatto contrario del pensiero giuridico di Platone.
Dunque, se da un lato non vi è stato nessun filosofo che più di Platone che abbia fondato la Giustizia (in modo teorico e pratico), tuttavia non vi è nessuno che più di lui che la annienti completamente. Come? Come corpo, e cioè come apparato istituzionale e come tecnica.
Platone pertanto distrugge completamente tutto ciò che può essere considerato «giurisprudenza».
Entro la sua idea di Giustizia, infatti, nulla è in alcun modo «prudenza»: – né in senso comune e lato, né in senso tecnico e specialistico (perizia e cognizione di prassi giuridica e relativi principi…).
Semmai per Platone vi è un solo ed unico Principio, il Bene, ossia l’Uno stesso.
Pertanto non vi è nulla di più inappropriato che presentare il pensiero giuridico di Platone in un’aula della Facoltà di Giurisprudenza. Solo in un certo senso però, e cioè nel senso della ragionevolezza scientifica. In un altro senso, invece, e cioè quello dell’irragionevolezza metafisico-religiosa e strenuamente etica, le cose stanno in maniera del tutto opposta. In questo senso Platone è di importanza vitale per il Diritto. E lo è perché egli dischiude una sfera di riflessioni e meditazioni (quelle relative all’ideale), in assenza delle quali il Diritto resta abbandonato a sé stesso e cioè alla dimensione immanente e corporea.
Ebbene, nessuna disciplina (in primis la Medicina, che io rappresento insieme alla Filosofia) può permettersi davvero il lusso di restare abbandonata a sé stessa. Pertanto il facit principale di questa lezione è il seguente: – anche se il Diritto ha il pieno diritto di essere ciò che è (sul piano immanente), se esso si rifiuta di considerare la Legge così come la contempla Platone, perde qualcosa di davvero fondamentale.
La Legge è infatti per Platone il prodotto del Giusto-Bene. La Legge non è corpo ma è Idea, ossia è in primo luogo suprema e trascendente Unità onto-morale.
…. segue testo completo.
ATT : Il testo completo è di 20 pagine. L’autore sarà lieto di inviare (in forma cartacea) il testo completo dell’articolo a chi ne facesse richiesta scritta.

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