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Abstract.

Come è per me usuale nel mio lavoro di continua ricerca letteraria e filosofica, ho sentito la necessità di mettere per iscritto le osservazioni fatte nel corso della lettura del volume  dal titolo “Poesie e Prose” di Giacomo Leopardi1, edito da Mondadori a cura di Andrea Rigoni nel 1988.
Ebbene, nell’elaborare gli appunti presi durante la lettura di tale testo mi sono reso che nel complesso essi davano una risposta alla domanda su chi fosse stato e fosse (almeno per me) il Leopardi che ora ritrovavo molto tempo dopo il termini dei miei studi liceali.
Il tentativo di dare risposta a questa domanda è specificamente l’oggetto della presente recensione.
Una recesione che considerata a latere si confronta necessariamente con il tema spinoso della distanza esistente tra il Leopardi giudicato indipendentemente da qualunque genere di canone esegetico ed il Leopardi giudicato invece strettamente in relazione ad essi.
Ciò che qui si propone al lettore è infatti un’interpretazione assolutamente personale e libera dell’uomo, del letterato, del poeta e del filosofo.
Questo può naturalmente essere considerato anche velleitario, ma prima di giungere a tale conclusione bisognerebbe tuttavia chiedersi quanto invece abbia potuto nuocere alla comprensione di una figura letteraria come Leopardi proprio l’applicazione anche nel suo caso di canoni esegetici ed interpretativi di tipo professionale e tecnico, cioè i canoni correnti nel contesto degli studi letterari ufficiali.
La tesi che sostengo in tale recensione è infatti che Leopardi è caratterizzato soprattutto dall’essere un uomo incompeso ed incomprensibile.
Ciò che di lui è essenziale, infatti, non può essere trattato nel quadro di ciò che è possibile entro un contesto letterario di tipo tecnico-professionale, senza correre così il rischio di perdere di vista di Leopardi ciò che è immediatamene vitale, e ciò fino al punto di essere mortalmente serio nella sua crucialità. Ed in tal modo il suo mondo letterario diviene qualcosa di astratto e vuoto, cioè una questione degna di essere trattata solo in oscure e polverose aule univesitarie oltre che in altrettanto oscuri e polverosi gabinetti letterari. Questione per cui nessuno riesce a provare un vero trasporto.
Ma il tentativo di rispondere in modo informale alla domanda circa chi sia veramente Leopardi si confronta anche con un’impressione che sorge quando si legge una raccolta di sue opere non più guidati da una scelta operata da un’autorità costituita.
Ed allora si è portati a chiedersi come mai alcuni dei suoi testi non ci siano mai stati proposti durante gli studi liceali. Può essere accaduto perchè abbiamo una pessima memoria, oppure perché siamo stati dei pessimi studenti. Oppure può essere anche accaduto per una del tutto non casuale omissione da parte dei nostri professori di letteratura. E se è così, potrebbe allora essere che ciò sia accaduto perchè essi erano uomini di parte.
Il senso di tale recensione può quindi anche essere quello di porsi tali domande e cercare di rispondere ad esse.

Testo recensione:

29.10.12
Chi era Leopardi ? ‒ Operette morali, Pensieri ed altro. Ovvero dell’essere filosofo (e metafisico) in quanto poeta.

Lungi da me l’intenzione di fare qui un’esegesi vera e propria del testo leopardiano. Intendo con esegesi un atto da professionista e tecnico della letteratura, cosa che io non sono affatto
Avverto quindi già qui il lettore che questo scritto, sebbene si riferisca direttamente al testo dal titolo “Poesie e Prose” di Giacomo Leopardi2, edito da Mondadori a cura di Andrea Rigoni nel 1988,  non è affatto una recensione in senso classico. Esso non potrebbe infatti esserlo senza essere allo stesso tempo anche pretenzioso ed offensivo verso l’autore e verso tutti coloro che finora hanno scritto su di lui con il titolo per farlo. (altro…)

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Eres sueño de un dios; cuando despierte

¿ al seno tornará de que surgiste?

¿ serás al cabo de lo que un día fuiste?

¿ parto de desnacer será tu muerte?//

¿El sueño yace en la vigilia inerte?

Por dicha aquí el misterio nos asiste;

para remedio de la vida triste,

secreto inquebrantable es nuestra suerte1

 

 

Cos’era stata la mia vita fino al momento di decidere cosa fare di essa?.

Me lo sono chiesto più volte in quell’ultimo anno, prima di decidere di lasciare la mia casa per andare per il mondo.

Era stata bella o è brutta?.

Non aveva senso questa domanda, questa fu l’unica conclusione alla quale fui capace di giungere.

Vivevo solo nella casa di mio padre, fatta eccezione per la sua saltuaria compagnia.

Ed ero proprio ciò che si dice un sognatore.

E cos’è il sognatore se non un uomo solo ?.

Egli, come dice il poeta, vive nel suo cantuccio inaccessibile, rintanato nel suo guscio da tartaruga come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno. La tartaruga, sapete, è un animale e una casa.

Uno che non sa ricevere nemmeno un visitatore, e che davanti a questi si confonde e balbetta, incapace com’è di dar brio alla conversazione.

 

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