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Posts Tagged ‘eroismo’

Il 28.11.2012 è stato pubblicata su Il Sannio, a firma della Dr. Enza Nunziato un’intervista da me rilasciata in occasione della presentazione del mio libro “La mia Edith. Storia di un purissimo amore” presso la Fondazione Gerardino Romano in Telese (BN)

L’empatia di Edith Stein filosofa e religiosa. A settant’anni dalla morte ad Auschwitz dell’ebrea aconvertita al cattolicesimo.

Domande:

1) Lei è medico pediatra nonché psicosomatista e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. É vissuto diversi anni in Germania, ma come si è avvicinato al pensiero di Edith Stein?

É una storia abbastanza lunga che risale a due diversi aspetti della mia vita, entrambi credo affatto casuali.
Uno di questi due filoni esistenziali è il mio antico amore per la filosofia, apparentemente messo in archivio alla fine degli studi liceali classici (dopo i quali mi iscrissi a Medicina), ma poi apparso poco a poco essere stato messo in realtà solo tra parentesi. Fu proprio con il progressivo sviluppo di  un interesse per la psicoterapia e per la collegata simbologia, interesse emerso nel contesto della mia attività di pediatra, che ciò si rese per me sempre più evidente. Con esso infatti riemergevano in me le questioni fondamentali riguardanti l’uomo, ed inoltre quel vero e proprio nucleo della sapienza che è la scienza simbolica, una volta patrimonio non solo della metafisica e della teologia ma anche della più alta filosofia.
E fu così che poco a poco, passando per un intervallo poetico (che però ha continuato sempre ad influenzarmi facendo sì che il mio pensiero restasse sempre utopico-visionario), i miei interessi ed il mio lavoro di ricerca si rivolsero sempre più verso la filosofia ed in particolare quella più prossima alla metafisica.
Settore nel quale non potevo non imbattermi prima o poi nel pensiero di Edith Stein.
L’altro dei due rami esistenziali che mi riguardano, è quello del rapporto con la Germania e la cultura tedesca che è stato per me abbastanza fatale, cioè collegato ad un ben preciso destino strettamente personale. Fu per questo che buona parte della mia formazione di psicoterapeuta si svolse a Monaco, e poi i passi della mia vita si volsero ad un certo punto decisamente verso Berlino, dove passai tre anni lavorando come pediatra.
Poi ho abbandonato la Germania, ma la profonda affinità che sento con il modo di pensare, sentire ed esprimersi dei tedeschi non si è mai spenta ed è restata parte profonda di me.
Ed è per questo che buona parte degli autori che continuo a studiare sono autori di lingua tedesca.

2) Cosa l’ha colpito di più della vita di questa donna particolare, filosofa e ora anche Santa, e delle sue scelte?

Edith, o meglio “la mia Edith” ‒  cioè la Edith che ho sentito così fortemente al centro del mio immaginario filosofico-metafisico da  sentire di poter vantare un diritto di proprietà su una porzione della sua sostanza spirituale ‒, rappresenta per me un esempio unico e splendido di fusione tra le virtù della contemplazione e quelle dell’azione. E così il suo pensiero, la sua vita ed ancor più la sua morte, costituiscono l’incarnazione più piena di tutto quanto di altrettanto grande hanno splendidamente pensato e fortissimamente sentito, ma solo in parte vissuto, altri grandi pensatori europeo-ebraici, come ad esempio Hannah Arendt e Simone Weil.
Tale perfetta fusione tra contemplazione ed azione, in un mondo in cui (proprio come ci ha mostrato la Arendt), la prima attitudine è stata da tempo ormai completamente spazzata via, mi sembra una delle più luminose vie che si offrono alla nostra consapevolezza per trovare la via di uscita alla sempre più grave impasse costituita da tutto ciò che è Modernità. Ed un aspetto essenziale di tale indicazione è appunto quello di una spiritualità che non rifugge più affatto la capacità di sentire fortemente, di appassionarsi autenticamente e soprattutto di agire in maniera risoluta ma pura.
Non vi è però nulla di più puro nell’agire risoluto che la capacità di farlo in modo auto-sacrificale.

3) Edith Stein è il simbolo dell’Europa perché riassume in se le nostre radici culturali: sacro romano impero germanico, ebraismo e cristianesimo.

Non credo affatto che sia stato ben illustrato perché Edith Stein può realmente rappresentare il simbolo dell’Europa!
Io ho cercato di dare di questo una mia personale versione, ed un versione senz’altro polemica ed affatto allineata alle correnti mode di pensiero e di gusto. La mia Edith non è infatti per nulla una Edith che si conformi al santino che ancora una volta è stato creato nell’ambito di questa simbologia politico-culturale.
Ebbene questa donna è simbolo di queste tre grandi culture soprattutto perché rappresenta per tutte un acme di straordinaria limpidità ed insieme intensità, una limpidità in cui tutto diviene spasmodicamente sacro : ‒ il culturale, il politico, il sociale, l’emozionale, l’esistenziale, il religioso.
Ed è  proprio alla luce di questo che la più autentica possibilità di rinnovamento della missione di tali culture si rivela consistere nel recupero di un’integrale sacralità della politica.
In tutto ciò emergono soprattutto due figure di riferimento, talmente intense da aver potuto a ben ragione dare vita nel tempo a sempre nuove forme di epos : ‒ il sacro Guerriero, il sacro Legislatore ed il sacro Profeta.
Tutti loro capaci fino all’ultimo di contemplare, di fare ed infine di soffrire. Cioè fino ad essere capaci di sacrificare la propria vita per un ordine veramente nuovo, ovvero per un ordine in linea con il più puro ideale. Per quanto esso possa essere anche del tutto utopico.
E certamente al centro di tutto questo vi è la figura di Gesù Cristo, in qualche modo sintesi evidente di queste tre figure, almeno essendo capaci di guardarlo non dal punto di vista di troppo facili consuetudini morali, teologiche e filosofiche.
Un Gesù Cristo che, una volta non inteso in modo troppo semplificato, certamente non ha mai escluso né la gloria di Roma e la spiritualità del Paganesimo (non solo greco-romano), né la teologia metafisica dell’Ebraismo (e tutto ciò che stava dietro di essa), né l’autentica spiritualità guerriera che si incarnò nel Sacro Romano Impero romano-germanico.
E di tutto questo insieme di idee e valori certamente il nazismo che uccise Edith Stein fu momento di terribile ed infame tradimento. Ma lo fu proprio incarnando in modo misterioso, anche se in negativo o almeno in modo spesso controverso, tutte e tre le grandi correnti storiche convenute nel suo spazio.
Del resto un discorso non diverso va fatto per l’altro grande alter ego del nazismo, ovvero il comunismo sovietico.

4) Quest’anno è il settantesimo anniversario della morte di questa grande donna, secondo lei cosa si dovrebbe fare di più per avvicinare il pensiero peculiare della Stein ai giovani?

Lasciarsi fino in fondo provocare da ciò che lei può suggerire e cioè centralmente da ciò che la sua vita e la sua opera possono suggerire se si vuole anche solo indirettamente, e cioè il recupero della consapevolezza che l’amore ha un versante rigoroso e guerriero, e che questo però ha il dovere di essere e restare sempre puro, cioè di indulgere molto più al versare il proprio sangue che al versare quello degli altri.
Senza il recupero di questa capacità di puro eroismo sacrificale non si esce dal mefitico pantano della Modernità il cui lemma fondamentale è proprio il più atroce egoismo.
E tutto ciò significa in termini molto concreti uscire finalmente dal grande contagio nichilista che, attraverso l’alimentazione del titanismo, è stata la radice stessa delle più grandi aberrazioni della storia umana, sia di quelle “di destra” che di quelle “di sinistra”.
E questo nichilismo è purtroppo ancora qui e peraltro più forte che mai nella forma di un neo-titanismo ancora oggi differenziato in due volti ideologici solo apparentemente opposti ed entrambi ancora espressione di un unico e perdurante spirito di Distruzione.

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 El Alamein Nov 42 / fine maggio 43 in tunisia

 

 “Sperae ! Cahi no areal e na hora adversa / que Deus concede aos seus / para o intervallo em que esteja a alma immersa / em sonhos que são Deus. / Que importa o areal e a morte e a desventura / se com Deus me guardei? É O que eu me sonhei que eterno dura, / É Esse que regressarei” (Fernando Pessoa, Mensagem, III, I, I)

 

Não tem nome entre nós a sombra agora errante nas margens dos rios soturnos ; o seu nome é sombra também. Morreu pela Pátria, sem saber como nem porquê…”(Fernando Pessoa, Livro do Desassossego, pag. 262)

 

 

Cronaca:

Dopo una lunga e spasmodica attesa e dopo tante discussioni, il 17 di Settembre finalmente ricevemmo l’ordine di attaccare la postazione di artiglieria costiera tedesca di capo Mounda.

Due distaccamenti si sarebbero uniti sulla spiaggia provenendo da due opposte direzioni.

Il grosso, formato da tre compagnie di fanteria del 17° reggimento di fanteria della Acqui, mortaisti e mitraglieri, e guidato dai capitani Balbi e Bianchi, proveniva per via Skala da sud-est e cioè dalle nostre forze stanziate a Sami, mentre due plotoni, costituiti da fanti di marina, proveniva da nord, cioè da Argostoli. Io appartenevo a quest’ultimo gruppo, e ne ero capo con il grado di tenente.

L’intera operazione era coordinata dal maggiore Altavilla che si muoveva insieme alle compagnie di Balbi e Bianchi.

Eravamo tutti ansiosi di entrare in azione, visto che da troppo tempo il generale Gandin esitava a prendere una decisione, e la nostra manovra rientrava in un piano prevedente sostanzialmente un attacco da varie direzioni alle posizioni tedesche della penisola di Paliki. La postazione tedesca di capo Mounda, situata molto più a sud-est rispetto alla penisola, apparteneva comunque all’apparato difensivo di quest’ultima, dato che serviva a proteggerla dall’eventuale arrivo di forze navali in nostro aiuto.

Eravamo stati posti in pre-allarme circa una settimana fa, ed in gran segreto, visto che i tedeschi erano da tempo diffidenti nei nostri confronti e di conseguenza stavano cercando di consolidare e rafforzare le loro posizioni. Poi giunse l’ordine definitivo. La partenza, dopo che i preparativi fossero stati ultimati, era stata prevista per la mattina.

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O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l’erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

I nostri padri antichi, Or, fatta inerme

Nuda la fronte e nudo il petto mostri….” (Leopardi)1

Per la verità non so se tutto questo sia storia, sogno o appena una privata allucinazione. E nemmeno so se ciò che viene qui narrato e considerato possa avere un vero valore storico, morale, filosofico e politico per la nostra gente ed il nostro paese.

Giudicate pure voi stessi.

L’inizio di tutto è in un lontanissimo passato, ma gli eventi di cui si narra appaiono essersi sorprendentemente svolti in fondo nello spazio di appena ventiquattrore.

Gli eventi storici da cui prende le mosse questo racconto si svolgono intorno al periodo che va tra la fine del 300 e gli inizi del 400 dC, anno dopo il quale, nel 401, i Visigoti, spinti dagli Unni, entrarono finalmente in Italia, dando così uno sfogo finale all’immensa pressione che i popoli slavo-germanici avevano iniziato ad esercitare sui confini dell’Impero Romano da oramai almeno due secoli, e così mettendo fino una volta per tutte alla millenaria potenza di Roma.

Tali eventi erano stati preceduti da un’immane catastrofe militare, quella di Adrianopoli nel 378 dC, dove l’esercito romano aveva subito un tracollo da cui non si sarebbe mai più ripreso.

Dopo questa decisiva sconfitta, nel 395 dC il generale romano Stilicone aveva poi cercato di nuovo, ma invano, di fermare i Visigoti in Tracia. Ed inoltre poi in Italia, dopo l’avvenuta invasione, nel 402 dC, si tentò ancora con la battaglia di Pollenzo, in cui truppe romane furono ancora guidate da Stilicone, di cacciare i Visigoti dall’Italia.

Tuttavia anche questo fu del tutto inutile.

Dopo pochi anni anche gli Ostrogoti avrebbero invaso l’Italia, e successivamente una massa immensa di popoli germanici, superato il Reno, si sarebbe rovesciata sulla Gallia schiacciando le truppe romane che soggiornavano al confine. Vane furono nei decenni che seguirono perfino le prodezze del magister militum Ezio, che addirittura riuscì ad infliggere una grave sconfitta agli Unni ai Campi Catalaunici nel 451 dC, in un’estrema fiammata di orgoglio militare romano. Ma intanto uno dopo l’altro, vaste aree di territorio imperiale al di fuori dell’Italia sarebbero cadute saldamente in mano barbara.

L’ora fatale per l’impero Romano era per sempre scoccata.

Tutto ciò che seguì, fino all’ascesa al trono d’Italia da parte di Odoacre nel 476 dC, non fu che la lenta agonia di un corpo ormai già votato alla morte. Ciò che recò ancora il nome di esercito romano non fu infatti in questo periodo che un’accozzaglia di truppe formate esclusivamente da ex foederati germanici, cioè soprattutto Goti e Franchi ed a cui si aggiunsero perfino degli Unni. I romani erano stati intanto del tutto privati del diritto di farne parte.

Quella che portò al trono il barbaro Odoacre, alla testa di orde di Eruli, Turcilingi, Rugi e Sciti, non fu che la marcia trionfale di una razza divenuta ormai per sempre padrona, davanti alla cui stapotenza l’Imperatore fantoccio Romolo Augustolo non potè che piegare il capo ed il ginocchio, in un atto che sancì la definitiva umiliazione della razza romana ed italica.

Tutto ciò che sarebbe accaduto in Italia, da allora fino ai giorni nostri, non sarebbe stata che l’eco, infinitamente riverberata , di questi terribili e maestosi eventi.

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