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Archive for the ‘BOZZETTI NAPOLETANI’ Category

Le considerazioni svolte in questo articolo hanno lo scopo di illustrare molto a fondo le ragioni che mi hanno spinto a lanciare su Facebook una petizione per richiedere a Sky l’abolizione della serie Gomorra. Ecco il link mediante il quale si può decidere (se si vuole) di firmare la petizione: https://www.change.org/p/sky-atlantic-aboliamo-la-serie-gomorra/fbog/835699949?recruiter=835699949&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_page&utm_term=triggered
È evidente che una simile richiesta urta contro sostanziosi interessi economici, e quindi potrebbe anche venire rigettata. Ma comunque essa ha in primo luogo il senso di manifestare la voce dei tanti che non sono più disposti ad accettare supinamente il sussistere e prosperare di un’operazione di spettacolo, i cui effetti devastanti sono immediatamente intuitivi. E proprio alla descrizione di tali effetti questo articolo è dedicato. In ogni caso devo dire che la petizione sta riscuotendo un grande successo. In sole 24 ore sono state infatti raccolte già ben 70 firme. Ed inoltre il loro numero continua a crescere. Ciò che io sostengo incontra quindi senz’altro un sentimento di scontento e indignazione che è molto diffuso tra i Napoletani. Ed era quindi decisamente ora che esso venisse allo scoperto.

Noi viviamo ormai in tempi assolutamente terribili, nei quali il confine tra bene e male è divenuto labilissimo. Tempi in cui, come ha scritto Hannah Arendt [Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio, Einaudi, Torino 2010, p. 15-27, 41-126] (commentando la grande stagione dei processi contro i criminali nazisti) tre fenomeni congiunti aprono ormai la strada al male senza che assolutamente nulla si possa frapporre alla sua marcia distruttiva: – 1) la paralisi del giudizio impostaci dal relativismo morale sul quale tutti concordiamo; 2) l’assenza di fatto del crimine, in una società il cui ordine è criminale in quanto conformisticamente compatta nel ritenere che l’etica sia ormai morta e seppellita; 3) il già avvenuto naufragio di tutte le forme possibili di teorie morali, filosofiche (quella socratica del male come irrazionale, e quella kantiana dell’«io devo») e religiose (quella cristiano-paolina, del libero «volere-il-bene»). In altre parole quel Nichilismo che nel XIX e XX secolo fu intuito, pensato ed in gran parte anche vissuto, da parte di sofisticati intellettuali (Stirner, Nietzsche, Heidegger, Michelstaedter, Sartre etc), è oggi diventato pane quotidiano e credo delle masse, cioè di tutti noi. E proprio il Nichilismo, con la definitiva archiviazione dei valori da esso determinata – anche se molto più come costatazione di evidenze già in atto, che non invece come promozione della distruzione dei valori –, determinò di fatto quel “collasso morale” [Hannah Arendt, Responsabilità… cit., p. 30-32] che rese poi totalmente plausibile un ordine criminale (incentrato sull’anti-comandamento dell’”uccidi!”). Esso era infatti ormai sostenuto saldissimamente da un conformismo non più scalfito da alcuna eccezione o deroga. Ed è esattamente questo conformismo granitico, ciò che per la Arendt contraddistingue un’effettiva “società totalitaria” (la quale è ben più che una semplice “dittatura”).
La cosa più terribile fu però che, di fronte all’evidenza di tale collasso morale, ci si trovò solo dopo gli eventi. E non prima, o anche magari nel corso dello svolgimento dei fatti. Fu solo dopo, infatti, che un’intera società – fino a poche ore prima schierata come un corpo solo sotto il proprio indiscusso Führer –si riscosse di colpo dall’incanto e dall’inganno, e si vide così costretta ad interrogarsi su come fosse stato possibile che fosse accaduto ciò che intanto era davvero accaduto.
Lo dimostra magnificamente il “Was ist geschehen?” (“Cos’è mai accaduto?”) cantato allora da Marlene Dietrich. Ma la Arendt ci mostra come la spiegazione di ciò non è affatto complessa, ma è invece semplicissima. Era infatti semplicemente accaduto che tutti avevano continuato a comportarsi come ottimi cittadini (obbedendo ed eseguendo a puntino i compiti loro affidati) in una compagine statale burocratica perfettamente organizzata, il cui fine era ormai divenuto il male e non più il bene.
Ebbene questo è esattamente ciò che può accadere tutte le volte che in una società non agisce più alcuna morale. L’ordine resta, perché in assenza di esso una società cessa totalmente di essere un corpo (perfino un disintegrato corpo canceroso). Ma diviene del tutto indifferente se questo ordine, nel suo essere, pensare ed agire, si ispira al bene o al male.
Questo è senz’altro avvenuto in tutto il mondo, ed inoltre accade proprio oggi, sotto i nostri stessi occhi, in maniera ancora più terribile che non sotto le svastiche naziste (o le bandiere rosse di Lenin e Stalin). Il conformismo nella supina e perfino complice accettazione del male – come sfrenato edonismo egocentrico, ricchezza sempre piò smodata e illegale, perversioni e crimini atroci di ogni genere, e soprattutto totale disintegrazione della società – domina infatti oggi non solo sovrano, ma anche sotto del tutto mentite spoglie (e cioè quelle di un ipocrita buonismo lassista e della collettiva ossessione per la «sicurezza» e per la political correctness). Ma che dire allora di una società come quella napoletana nella quale da sempre il bene ed il male (il bello ed il brutto) sussistono l’uno accanto all’altro? Ed in quale società, se non in quella napoletana (come sto dimostrando nei miei articoli), domina sovrano quel conformismo che volontariamente maschera come bene ciò che invece è male?
Ma è qui che emerge il fenomeno «Gomorra» come uno straordinario fattore aggravante di tutto questo. Insomma, amici miei, cosa si può dire di una società come quella napoletana, nella quale (proprio grazie alla serie Gomorra) possono tranquillamente coesistere addirittura due speculari versioni del male: – quello concretamente e ordinariamente vissuto (cioè visto con i propri occhi e toccato con mano) per le strade e nella vita stessa delle istituzioni; e quello spettacolarizzato in una fiction che però non sarebbe affatto ciò che è, se non rispecchiasse fedelissimamente la realtà effettiva e ordinaria? L’uno è il male da noi direttamente vissuto senza alcun diaframma, e l’altro è il male da noi vissuto attraverso il diaframma dello schermo televisivo o cinematografico. (altro…)

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ABSTRACT.

Leopardi decisamente non amò né Napoli né Napoletani. Eppure il destino lo portò a finire i suoi giorni proprio a Napoli. La sua morte avvenne inoltre alle falde del Vesuvio. E non a caso, prima di morire, egli, nel contemplare la ginestra, aveva perfettamente intuito cosa il Vesuvio rappresentasse spiritualmente nel contesto della mondanità in generale. Ma in tal modo egli aveva anche colto lo stesso spirito profondo che impregna di sé Napoli e i Napoletani.
In questo articolo io ho cercato di seguire nei testi la linea del discorso leopardiano su Napoli e sui Napoletani. Discorso che ha le sue espressioni molto dirette e tutte consistenti in un giudizio estremamente negativo. Meno diretto, ma non meno inerente i Napoletani, il discorso si fa poi quando egli descrive il carattere e la natura degli Italiani. Tuttavia anche quando egli parla dell’uomo nella sua universalità, si possono ancora comunque ritrovare nel suo discorso non pochi spunti per un giudizio sul carattere e la natura dei Napoletani.
In ogni caso la fondamentalità delle costatazioni da lui fatte proprio a Napoli sull’uomo, sull’esistenza e sul mondo, dimostrano che questa terra è effettivamente una straordinaria palestra metafisica. Nella quale è possibile comprendere le cose in maniera ben più profonda che non in qualunque altro luogo.
Dunque, a mio avviso, tutto questo può servire a noi Napoletani per ritrovare, nel genio di un osservatore davvero di eccezione, degli elementi oggettivi per quell’auto-critica che credo sia assolutamente necessaria. Non si tratta però affatto di autolesionismo, e cioè non si tratta affatto di un’autocritica fine a sé stessa. Si tratta invece semmai di ciò a cui finalmente dobbiamo guardare in faccia e con coraggio, affinché quella città e questa terra trovino finalmente la forza di riscattarsi dal male che così profondamente le affligge e le mina.

NB: L’autore sarà lieto di mettere a disposizione a chi gliene facesse richiesta per iscritto, una copia cartacea dell’articolo integrale che consta di circa 8 cartelle Word.

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Il reiterato porsi di «Napoli» come un vero e proprio tema (di riflessione, dibattito e creazione artistica), e più specificamente molto spesso anche come «problema» (nel senso ancora più specifico di un problema che continua a porsi nonostante il Progresso dovrebbe aver reso impossibile tale fenomeno), fa sì che non ci si possa porre davanti a tutto questo senza interrogarsi in maniera davvero profonda [Proprio con il termine “problema” Raffaele La Capria, diversi anni orsono, definì Napoli in una nostra privata corrispondenza: – “Napoli non è una città, è un problema”]. Ebbene, mio modesto avviso è che ciò non è mai davvero avvenuto nella riflessione-dibattito intorno a Napoli che è di fatto iniziata nelle cronache storiche e di costume del XVII secolo, proseguendo poi addirittura nelle impressioni di viaggio di alcuni protagonisti stranieri del Gran Tour (tra i quali soprattutto Goethe). E naturalmente a ciò va aggiunto anche tutto quanto poi è stato prodotto autoctonamente. Ossia il bozzettismo pittorico-letterario autoctono del XIX secolo ed infine l’autentica riflessione-dibattito (prevalentemente politico-sociologica e storiografica) che è avvenuta nel corso del XX secolo ed oltre. Ciò che a mio avviso è mancato in questo contesto è infatti proprio una riflessione più metafisica e contemplativa sul fenomeno. Anche se di essa si può senz’altro trovare un prototipo proprio in Goethe – con inoltre alcuni riflessi in quella riflessione immaginifico-letteraria, che, da La Capria in poi, si è prolungata in alcune parti della più o meno recente narrativa [Annamaria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Rizzoli, Milano 1975; Antonella Cilento, Napoli. Sul mare luccica, Laterza, Roma-Bari 2006; Erri De Luca, Napòlide, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2006]. Direi però che solo in Goethe noi possiamo trovare gli accenti più autentici di una riflessione effettivamente metafisica. E ciò proprio perché essa ha teso non poco alla contemplatività.
È esattamente su questo registro che vorrei proporre al lettore le linee portanti di una siffatta riflessione. E per questo mi servirò come base testuale del saggio che elaborai anni orsono (con il titolo Napoli. Manuale per decifrazione dei Figli del Vulcano), che però mai è giunto alle stampe.
Il termine «decifrazione», che allora impiegai, punta infatti proprio al nucleo secondo me più profondo della relativa questione, e cioè la necessità di disporsi ad indagare (e così illuminare) quello che nei fatti costituisce un vero e proprio mistero. E tale mistero consiste in primo luogo nel fenomeno costituito dall’invariabilità di fatto delle forme concrete con le quali Napoli si presenta a tutti noi nel vissuto sia quotidiano che riflessivo. Tale invariabilità sfida poi molto direttamente in primo luogo le speranze che da sempre i migliori tra noi ripongono da sempre nel «cambiamento in meglio» di questa città e terra. Il che poi pone inevitabilmente lo spinoso problema costituito da quella tendenza retorica (che oggi subisce un’intensissima recrudescenza) [Una delle sue forme più eclatanti e plateali risiede nel cosiddetto movimento «neo-borbonico»] la quale – per principio, dogmaticamente e violentemente – si esprime contro qualunque tematizzazione ritenuta «pessimistica» (nel senso dell’auto-critica) della realtà partenopea. Ma sta di fatto che la soluzione di tale mistero è impossibile se non ci si interroga anche sull’essenza dell’oggetto al quale ci si trova di fronte, e cioè l’essenza stessa di Napoli nella forma specifica di «problema». E secondo me tale essenza trova la sua forma primaria molto più nella dimensione antropologico-culturale che non invece in quella politico-sociologica, civile ed economica. Questo significa pertanto che la mia analisi diverge sensibilmente da quella propria di certo «meridionalismo». Per quanto io non mi sogni nemmeno di porre in forse la qualità ed il valore delle relative riflessioni. Devo infine anche dire che la mia presa di posizione non è affatto preconcetta e di puro principio. Essa è invece maturata nel contesto di una vera e propria intensissima esperienza sul campo, e cioè l’opera che ho svolto per ben 35 anni come Pediatra di Famiglia in diversi quartieri periferici di Napoli. Qui è nata infatti in me l’intuizione che forse è esattamente in questi luoghi così estremi e tragici (autentico «retrobottega» negativo della città) che risiede l’essenza di Napoli come «problema».
E ciò mi sembra vero soprattutto perché è esattamente qui che va cercata, a mio avviso, anche la sostanza antropologica che letteralmente impregna di sé la problematicità della città. (altro…)

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Dopo aver a lungo esplorato il Portogallo, per un breve intervallo di tempo mi imbatto di nuovo in Napoli.
È per la precisione la Napoli delle periferie, con la quale conservo ancora intensi contatti per lavoro.
Ora, Napoli può essere descritta in molti modi, tra i quali quello di uno sguardo che si concentra su scintillanti e prestigiosi eventi e luoghi della cultura (magari anche di raffinata avanguardia). Ma io resto convinto che colui che ama per davvero questa città e terra ne descrive il volto oscuro e non quello luminoso. Ed il tutto parte sempre dall’esperienza di nuovo inizio che tutti noi napoletani conosciamo molto bene: – ogni volta che ritorni Napoli ti afferra alla gola. E così, vendicativa com’è, ti strapazza rudemente. Decisa a farti pentire di esserti lasciato sedurre dalla così balzana idea di poterne giudicare la natura (condannandola) attraverso la bellezza e grandezza di altre terre. Lei lo fa ne modo più sozzamente brutale che si possa immaginare, e cioè strofinandoti in faccia quelle sue viscere maleodoranti che, nella sua folle presunzione di bellezza, sono una sola cosa con quei genitali da vecchia e laida Sirena.
Assolutamente convinta di essere ancora una bellissima Sirena (anzi la più bella al mondo!), Napoli esige dai suoi figli la fedeltà assoluta. Fedeltà che si manifesta proprio nell’adesione indiscussa al dogma del valore di questa terra così come essa è, e basta. Senza se e ma, e soprattutto senza paragoni. Nulla infatti può e deve reggere al suo confronto.
E così l’esperienza del nuovo inizio comporta quasi sempre il contatto con un simbolo estremamente concentrato di ciò che Napoli è, e soprattutto pretende a muso duro di essere. Proprio per questo a nulla vale soffermarsi sulle immagini patinate di questa terra. Esse possono essere del tutto reali, ma saranno sempre solo di vertice. E precisamente in senso gaussiano. Dunque esprimeranno per definizione solo un’infinitesima parte della natura di questa terra. Non esprimeranno però affatto la piena e reale estensione dei fenomeni che la caratterizzano. Ebbene, questa capacità è invece del tutto alla portata dei simboli. Sempre concentrazione del Tutto. Simboli nei quali, se abbiamo gli occhi davvero aperti, possiamo imbatterci ad ogni angolo di strada.
Ebbene, a me di simboli, non appena messo piede di nuovo qui, ne sono toccati addirittura due.
Il primo è quello costituito dall’immagine del moderno giovane napoletano. Almeno quello di periferia oppure dei quartieri difficili della città. Il paradigma al quale tale immagine si ispira è evidente a prima vista: – è il moderno boss camorristico alla Genny Savastano (come immagine scenica, una vera faccia da porco, e senza offesa per l’attore). Dunque: – complessione fisica e colori allusivamente ariani, rasatura alla moicano con regolare punta nucale, andatura spavalda, travolgente e scimmiesca (nessuno mi ferma a me!), con omero intraruotato (palme che guardano all’indietro) e coxa anteversa (piedi a papera), pantaloni arrolati al ginocchio da pescatore (con maliziose citazioni capresi), scarpe nere rigorosamente Nike. A tutto ciò, in ossequio alla storia della cronaca TG, si aggiunga una folta barba da fondamentalista islamico. Gli ingredienti ci sono tutti. Per cosa? Per incutere paura! Questo ragazzo però non sembra affatto un camorrista, anzi molto probabilmente non lo è affatto. La sua spavalderia è dunque solo il segno del fatto che il cosiddetto «orgoglio partenopeo» (tipico delle periferie!) si esprime oggi proprio nell’adesione al paradigma Savastano.  Questo, quindi, il principale risultato della complessiva operazione culturale «Gomorra». Cos’altro si poteva sperare da un intervento che, per censurare e correggere, svela senza ritegno, e soprattutto lo fa di fatto con un compiacimento estetico che non può non essere anche complicità? Cosa ci si poteva attendere se, per convertire alla Giustizia, non si propone come alimento la giustizia stessa, ma invece si mette a nudo e si espone l’ingiustizia? E peraltro fatta addirittura spettacolo. Cos’altro, se non l’emulazione, ci si aspettava dal comune spettatore della serie Gomorra; ancor più se testimone di fatto (per residenza storica) dei relativi fatti di cronaca? Siamo insomma ancora una volta alla dimensione dell’effettiva estensione dei fenomeni, ossia al corposo ventre della curva gaussiana. Non ai suoi così evanescenti e sottili estremi. È infatti del ventre (il famoso ventre di Napoli!) che bisogna preoccuparsi. Non degli evanescenti quanto insignificanti aloni che lo circondano! E quaggiù questi aloni sono due: – 1) il mondo edulcorato e sterilizzato della cosiddetta Cultura (che raccoglie di tutto, dai più raffinati intellettuali a coloro che erigono la loro fama proprio sulla descrizione senza passione del brutto e del deforme); 2) il non meno edulcorato quanto pochissimo responsabile e produttivo «bel mondo» napoletano. Il cui impegno principale è mostrare al mondo che Napoli sarebbe solo e soltanto la ristretta fascia costiera che va da Posillipo fino al Monte Echia incluso; risalendo poi (se proprio si vuole) le pendici della collina del Vomero per disseminarsi intorno al cocuzzolo di San Martino. E basta! Dio, per carità, ci liberi da qualunque indebita estensione oltre questi sacri confini. Tutto il resto infattu, per l’amor di Dio, non è Napoli. Ma è invece quello che da sempre si tende a definire come il regno dei cosiddetti «cafoni». Categoria che conosce poi una progressiva gradazione, a seconda della distanza radiale del luogo nell’emiciclo il cui centro sarebbe la (esclusivamente) costiera ed elegante «vera Napoli». Ovvero quella che La Capria definiva come la «città-cartolina».
Ebbene l’irresponsabilità improduttiva di quello strato sociale (con accluso ristrettissimo agglomerato urbano) – che a Napoli ama molto definirsi come «la classe dirigente» – consiste proprio nella convinzione che regge questa così insensata e stupida vanagloria. Consiste proprio in questo l’irresponsabilità improduttiva della dorata classe dirigente di qui – e cioè nella presunzione che una città così infinitamente suddivisa possa poi per davvero costituire un corpo vivo e funzionante (come se ognuna delle membra di un corpo potesse pretendere di rappresentare integralmente e da sola il tutto organico). Perché è proprio questo sdegnoso isolamento, respingente, rifiutante ed indifferente – in una cultura che blatera ed edulcora ma non ama per davvero (in quanto non soffre e conseguentemente non odia), ed in un coacervo persistentemente borbonico-ispanico-germanico di censo e sangue che celebra imperterrito i suoi vuoti riti ossessivi (l’immagine «Capri» ne è tuttora il centro simbolico!) – a permettere che intanto la malapianta germogli e prosperi indisturbata. Senza comprendere che però questa malapianta è un cancro che tutto divora, alimentando così solo sé stesso e quindi trasformando ogni cosa solo in sé stesso.
E dunque è proprio su questa così folle ed insensata base che può sussistere ed operare quel secondo simbolo nel quale mi è stato dato di imbattermi (nel mio ritorno), e cioè la magione stessa dei Savastano. Senza averlo voluto, senza nemmeno saperlo, e per circostanze che non menzionerò – insieme alle relative identità e luoghi (in quanto investono la privacy degli altri più ancora che la mia) –, mi è stato infatti concesso dal destino di entrare fisicamente in questa magione-tipo. Il sancta sanctorum di ciò che oggi a Napoli è il Male stesso nella sua schiacciante prevalenza. E quindi è stato come fare ingresso proprio sul set di Gomorra. La maestosità ricercata e lo sfarzo sopra le righe della magione ne erano l’immagine evidente. E lo stesso per le presenze. Ho tardato a capire dove mi trovassi. Ma, quando ho finalmente iniziato a capire, allora una terribile domanda non mi ha più abbandonato durante tutto il mio breve soggiorno in quel luogo: – «Perché? Com’è possibile?». Come è possibile che di fatto ormai non vi sia altro che il Male? Come è possibile che la terra che io amo visceralmente, la terra alla quale mi sento debitore per esservi nato e cresciuto, la terra la cui antica bellezza e grandezza impregna costantemente l’intera mia anima, com’è possibile che essa sia oggi espressa solo e soltanto da simboli come questi? Perché il resto, almeno in termini quantitativi, non conta davvero nulla.
Dove sono finiti il mondo e la terra, la Napoli, che io conoscevo quando tutto questo ancora non esisteva? Dov’è finito quel mondo, quella terra, in cui tutto questo era solo secondario e marginale?
Come abbiamo potuto, tutti quanti insieme, commettere un crimine così orrendo?

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Come tutti sanno, al Museo Archeologico di Napoli è esposto un mosaico del I sec. a.C. che raffigura la vita nell’Accademia di Platone richiamando così l’omonimo dipinto di Raffaello. In quest’ultimo campeggia il maestro circondato dai discepoli (come un Cristo ma senza esserlo).

Si dice che l’immagine simboleggi il cosiddetto «symphilosophein», e quindi la fondamentalità della dialettica dialogica. Ma a me sembra che ciò ci sia vero solo in parte. Molto in parte. Infatti l’elemento più essenziale della complessiva immagine è il gesto di Platone, di cui però parlerò più avanti. Ebbene, come platonico appassionato e convinto (in senso per antico e non moderno), ed ovviamente come napoletano, ho sempre pensato con gratitudine alla presenza di questa doppia immagine in un luogo così significativo della terra alla quale inevitabilmente mi legano profonde vene vitali ed emotive (evidenti ed occulte). Ma «pensato» non è l’espressione giusta. Perché per la verità non avevo mai davvero pensato a questo. L’avevo invece solo confusamente sentito. Tanto che nella mia testa le due immagini pittoriche si confondevano. (altro…)

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Pare che la serie TV Gomorra arriverà anche in Portogallo. È nell’ordine delle cose, dato che si tratta di una serie estremamente vendibile. Da un altro punto di vista si tratta addirittura, come si tende a dire anche del libro, di un’operazione meritoria e salutare. Perché essa mostra ciò che invece sarebbe restato nascosto continuando ad operare insidiosamente sotto un’apparente normalità. Il punto di vista è assolutamente rispettabile e peraltro non poco condivisibile. Cosa poi sottolineata dai prezzi altissimi pagati da Saviano per un’inchiesta, e relativa opera, che se gli ha dato fama e notorietà internazionale ‒ facendo peraltro emergere un genere serissimo ed addirittura che va ben oltre i limiti di un’operazione leziosa e di puro spettacolo com’è la serie dei «Soprano» ‒ lo ha però condannato anche all’esilio e ad una vita impossibile.

Eppure però le perplessità restano. Esse emergono già davanti al libro. Io, personalmente, non sono riuscito ad andare oltre le prime pagine. Per spiegare il perché, direi che si tratta di quel che può provare un internato ad Auschwitz nel leggere un libro che racconta a presa diretta l’atrocità che egli stesso sta attualissimamente vivendo nella sua carne. Essere napoletani è un po’ questo. Inevitabile l’orgoglio, ma inevitabile anche una profonda vergogna ‒ che non può essere solo per ciò-che-ci-accade, ma deve essere giocoforza anche per ciò-che-si-è. Che infatti proprio a Napoli ‒ ovvero in una città e terra tutto sommato ricadente nella sfera delle nazioni occidentali civilizzate ‒ possa avere avuto luogo del tutto naturalmente una tale autentica Apocalisse civile e morale, questa è cosa che può spiegarsi solo in un modo. Al modo di una sorta di profonda disposizione patologica insita chissà dove nella nostra materia più che carne ‒ nel DNA, nelle falde acquifere, nelle determinazioni qualitative della nostra terra (in senso misteriosamente metafisico) ? Chissà? Io, come Goethe (Viaggio in Italia) inclino a credere che la maledizione (vissuta e condivisa, però, e non imposta!) risieda nella malefica anzi infernale impregnazione magmatica, effervescente, ribollente e rovente di tutto ciò che da noi è terra in senso propriamente chtònio. Qui sotto vive effettivamente un dio Hades, con tanto di figure correlate ‒ Plutoni, Persefoni, Demetre. E si sa bene che forte relazione che vi è sempre stata tra ciò e quanto in superficie è dionisiaco, e dunque, in senso lato, nietzschiano. Non c’è infatti nulla che impersoni di più i neo-Titani demoniaci e nichilisti che Ernst Jünger adombrò nell’intervista rilasciata tempo fa a Gnoli e Volpi (I prossimi titani).

Ebbene, più che deplorare tutto questo come qualcosa a cui in realtà siamo estranei, noi buoni napoletani dovremmo in primo luogo vergognarcene. Fare dunque un preventivo atto di abjura dall’orgoglio di essere-napoletani, anzi dalla stessa ineluttabilità dell’essere-nati-napoletani. Se lo siamo, in qualche modo è perché, in quest’inferno-paradiso in cui c’è stato dato di vivere, abbiamo senz’altro qualche dura lezione da imparare ‒ esattamente come secondo la teoria del karma o della pitagorica metempsicosi. Ma dicevo che si tratta di un atto preventivo, solo preventivo, ovvero di una sorta di epoché di tipo fenomenologico, che pone alcune cose tra parentesi (o «fuori circuito») solo per poi però poterle recuperare. In termini cristiani si potrebbe parlare di un atto di preventiva contrizione indispensabile per accedere poi al perdono. In termini filosofici è il radicale «disperare» kirkegaardiano.

Pentiamoci dunque alfine di essere napoletani. Se c’è qualcosa a cui possono servire il Gomorra-Libro e la Gomorra-Serie, ciò è proprio questo. Il resto rischia di essere solo un pretesto per fare fin troppo facilmente spettacolo e retorica su qualcosa che strazia le nostre stesse carni ed anche le carni dell’intero mondo. Gomorra è infatti un autentico fetido ed orrendo bubbone (del tipo di quelli della peste o del carbonchio), del quale ci si può augurare solo che venga estirpato ‒ con cieca violenza e senza volere altro che questo. Chirurgicamente affondare il bisturi nella carne ed asportare fino all’ultima fibra della capsula ascessuale. Senza riguardo per alcun genere di pianto e dolore. Fino a potere e dovere cancellare anche lo spettacolo che su tutto questo pur si deve fare. Questo sarà infatti l’ultimo segno della guarigione. Senza di esso, alcuna guarigione!

Bisogna quindi in pectore deprecare ed odiare i Savastano. Bisogna in pectore considerare come la più bestiale ed immonda mutazione della razza umana la capigliatura da calciatore di Genny, la pelata e l’occhio torbido di Ciro, lo sguardo crudele le sottovesti di seta e le colazioni bio di Imma. Bisogna in pectore odiare svisceratamente i tipi antropologici, perfino attraverso le maschere sceniche che li rappresentano (Esposito, D’Amore, Calzone). Bisogna in pectore volerne desiderare la morte tra i più atroci spasimi. In pectore (e non nell’atto concreto) significa insomma che bisogna ardentemente desiderare che tutto ciò non sia mai esistito e che quindi non sia mai stato necessario farci sopra un libro, un film ed una serie TV.

Ma intanto la serie TV Gomorra arriverà anche qui in Portogallo. Da allora in poi la gente che conosco, sapendomi napoletano, saprà da dove davvero vengo e di che pasta anch’io sono fatto. E non potrò che struggermi non più solo nella rabbia ma anche nella definitiva vergogna.

Ma, è pur vero! È bene che sia così! Perché, così come si tratta di una condivisione carnale e quindi involontaria di simili immonde bassezze, si tratta anche di una nostra condivisione volontaria.

Infatti, dove per davvero eravamo tutti noi quando venivano gettate le fondamenta di questa devastante Apocalisse ‒ dove gli intellettuali, dove i giornalisti, dove le istituzioni, dove la parte dorata della città, che La Capria definì come la «città-cartolina», e che è fermamente convinta di essere non solo l’ombelico estetico del mondo ma si ritiene anche sprezzantemente ed aristocraticamente estranea a questo immondezzaio di periferia «cafona»? Dove eravamo quando tra Napoli e la agreste davvero felice Campana felix di un tempo ‒ quella di cui Goethe lodava il perfetto equilibrio con la dimensione urbana ‒ veniva edificato uno dei tessuti para-urbani più immondamente cancerosi di tutto il pianeta? I cui centri nevralgici erano e sono i quartieri-ghetto tipo Scampia, con Vele e tutto. Cosa poteva nascere da questo immondo e fetido fango infernale se non creature immonde e demoniache come i Savastano?

E dunque mostriamo, svisceriamo, discutiamo, facciamo spettacolo e perfino audience, vendiamo pure urbi et orbi questi prodotti simil-artistici. Ma a quando il pentimento, a quando la contrizione, a quando lo sdegno feroce, a quando il desiderio divorante di rivalsa? A quando soprattutto la riscossa sul Male?

 

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Tornando per un breve periodo a Napoli da Lisbona, dove risiedo, mi sono ritrovato a guardare la città alla quale da lontano solo potevo pensare.  Ed ecco, insieme al solito insidioso ed amaro disagio del rientro, emergere anche la solita fatale domanda sul perché mai Napoli e come è, e perché mai essa sembra fare di tutto per non lasciarsi amare. Nello stesso tempo però mi sono accorto questa volta che più si soggiace alla necessità di stare all’estero, più si è portati, specie se in età avanzata, a chiedersi se è proprio vero che in tal modo stiamo marciando nel verso giusto. È proprio vero, insomma, che, appartenendo per sangue ad una terra come Napoli, si debba per forza cercare fuori ciò che essa non ci dà? E soprattutto è realmente autentico pensare questo? E dunque cos’è esattamente che Napoli non ci dà?
Ora, oltre ad aver dedicato alla filosofia gli ultimi anni della mia vita, io in realtà ho fatto il pediatra per ben 35 anni (e lo faccio ancora). E così ho visto moltissimi dei miei ex-pazienti, ormai uomini fatti, aggregarsi alla diaspora di cervelli e forza che lavoro che si disperde per il mondo intero. A Lisbona, poi, ho udito tanti italiani, dal dottorando al pizzaiolo, decantare la “fortuna” offerta da terre diverse dalla nostra così disunita ed esausta Italia. Infine ho udito cari amici affermare, dopo aver consegnato le loro vite a gelide ed anonime megalopoli nord-europee, che “lì si che si respira!”. Bene! Non posso negare le ottime ragioni che questa gente ha avuto nel fare ciò che ha fatto. Ma siamo proprio sicuri che le loro ragioni siano per davvero oggettive, oltre che solo legittimamente soggettive?
E giungiamo così di nuovo al cospetto delle domande postesi prima. Insomma, nuovamente, quali sono le cose che Napoli (e la terra cui essa appartiene) non ci dà? E, una volta compresolo, siamo proprio sicuri che di esse abbiamo assoluto bisogno? Ma qui emerge una domanda ancora più decisiva, anzi per meglio dire un sospetto : ‒ Ma non sarà che questo suo diniego ha forse  una giustificazione? Non sarà forse che Napoli non ci dà per saggezza, e forse per amore, invece che solo per crudele e neghittoso odio verso i suoi figli?
Un possibile indizio per rispondere a ciò sta nei rifiuti viscerali che la stessa sostanza umana della città oppone a chi, come spesso io stesso faccio, esprime con indignato ed amaro sarcasmo la sua insoddisfazione per lo stato delle cose (che poi in fondo è viscerale amore!). Può accadere dal tabaccaio, o anche nella fila della Posta. Provate a farlo e vedrete che almeno una sostanziosa parte del vostro uditorio risponderà ai vostri improperi con una resistenza non poco infastidita.  Ebbene, forse si tratta di quei napoletani pigri e neghittosi ai quali con una certa ragione si rimprovera da tanto tempo che “non vogliono cambiare”. Ma siamo proprio sicuri che ciò di cui abbiamo bisogno sia veramente cambiare?
Di certo è un fatto inoppugnabile che Napoli è una di quelle città che di “cambiare” proprio non vuole saperne. Io stesso l’ho detto spesso con rabbia. Ma ora mi coglie il dubbio che possa trattarsi di saggezza e non stoltezza. La saggezza coincidente con l’intuizione di un certo quale nascosto valore del “non cambiare”. Valore che impedisce di volere, ma soprattutto di potere, cambiare.
Può darsi insomma che Napoli non abbia mai cessato di essere una grande città nel senso delle grandi città-capitali europee specie del ‘600. Importanti almeno quanto insieme popolose, caotiche, luride ed in qualche modo anche sinistre. Tutte le grandi città europee all’epoca lo erano. Ma sta di fatto che quasi tutte si sono poi progressivamente trasformate in direzione di una sempre maggiore efficienza, pulizia, sicurezza, e soprattutto di un sempre maggiore “interesse culturale” (parolona dietro la quale si nascondono poi di fatto i piaceri promessi da un mero parco divertimenti). Ebbene, Napoli si è sempre rifiutata  categoricamente di trasformarsi in questo senso. E generazioni di intellettuali “illuminati” gliel’hanno severamente rimproverato.
Insomma, queste le mie meditazioni di flaneur. Ma come spesso accade le meditazioni vengono significativamente accompagnate da eventi sincronici. Nel mio caso si trattava della sequenza di gigantografie di “vittime innocenti della criminalità” collocata davanti a Palazzo Reale a Piazza del Plebiscito. Vi passavo davanti con una crescente emozione e poco a poco mi invadeva la curiosa sensazione di stare passando in rassegna (a gloria tutta loro e non certo mia!) un esercito di morti non morti. Resi vivi eternamente dalla generosità del loro sacrificio. In fondo del tutto gratuito, considerato ciò che la nostra terra è. Ma di colpo, nel mentre del tutto inatteso mi entrava nelle narici l’aroma della salsedine da tempo non più sentito (vero e proprio sipario, al cui sollevarsi fiumi di grati ricordi rompevano gli argini), mi coglieva a tradimento un pensiero inconcepibile : ‒ “Cosa non darei per essere uno di loro!”.
Non è il desiderio di un eroe. Non lo sono.  È qualcosa di molto più semplice, e cioè amore. Al cui oggetto potete dare il nome che volete : ‒ la propria terra o città, le radici, le linfe vitali, la Patria…! Poco importa.
Ciò che importa è che proprio qui il cerchio si chiude. Napoli è la città che non fa nulla per essere amata, e lo fa proprio rifiutandosi di cambiare, e quindi di dare ciò che vorrebbero coloro i quali pensano che essa invece proprio dovrebbe. Ma nel fare questo Napoli mantiene la sua identità.  Il che significa che forse essa proprio non è fatta per “essere amata”. Proprio come un’austera e severa Madre. Una Madre all’antica. Dietro i cui modi bruschi però si nasconde il più appassionato amore. Che merita rispetto e gratitudine. Cioè amore.  Ed allora è forse proprio questo il punto : ‒ l’amare prima ancora dell’essere amati!
Un corpo non sopravvive se le sue cellule, sottraendo sia all’unità, gli sfuggono dileguandosi. È così che la malattia si trasforma in corruzione, in decomposizione. Morte. Non c’è scampo!
Proviamo dunque un po’ a pensare che noi da Napoli non riceviamo solo ciò che in realtà non dobbiamo ricevere. Il resto poi dipende solo da noi. Perché forse non si tratta di amare riamati ma soprattutto di amare per primi. E così, quando non si riceve, bisogna saper distinguere tra quanto deve essere così per immutabili circostanze oggettive,  e quanto invece è così solo  perché dipende da noi. Ovvero da ciò abbiamo mancato di dare e di fare.
Forse allora dovremmo lasciare che Napoli continui a restare ‒ come vuole e come (forse) deve ! ‒, una città-capitale del ‘600. Non è affatto detto che essa abbia vitalmente bisogno del Moderno. E non è affatto detto che ne abbiamo vitalmente bisogno noi. Però intanto diamole quello di cui essa ha bisogno per potercelo poi restituire a modo suo, cioè come può e deve. Diamole operosità, onestà, nobiltà e limpidità morale, coraggio civile, lealtà, generosità, spirito di abnegazione. Cioè diamole amore.
La verità è che solo dopo averla amata svisceratamente,  e dando in questo tutti noi stessi, potremo poi giudicarla. Ed io sono certo che a questo punto il giudizio non potrebbe che essere positivo.

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