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Archive for febbraio 2015

Come tutte le città che hanno un certo charme (Napoli ne è cosmico esempio), anche Lisbona è una città dalle multi-facce.
Direi che per risvegliare un certo interesse in chi la visita, una città deve proprio  rinviare ad una certa dimensione di mistero. Di quale mistero si tratti è ovviamente difficile dirlo, altrimenti non sarebbe tale. Ma, almeno per quanto riguarda me personalmente, direi che si tratta del mistero, sempre inquietante, del “perché” dell’esistenza.
Alcune città in particolare, insomma, ci interrogano, e ci lasciano interrogare, proprio circa questo. E la forma della domanda prende corpo proprio nel volto che esse ci presentano. Volto, appunto, dalle mille riposte pieghe, dalle mille ombre, più o meno ampie, dalle mille sfumature, dai mille, ora lampeggianti ora smorti e spenti, misteri ondeggianti sotto la superficie. Nulla, più che un volto, può lasciarci penetrare nell’intimità sotto di esso nascosta, ed insieme anche repellerci, intimarci di colpo imperiosamente l’alt! Lo disse così bene la donna per la quale (intellettualmente!) sono qui a studiare, Edith Stein : ‒ “Io guardo negli occhi un essere umano ed il suo sguardo mi risponde. Egli mi lascia penetrare nel suo intimo o mi respinge …”. Due misteri l’uno davanti all’altro. Wir stehen uns genenüber, diceva Marlene Dietrich.
E dunque anche Lisbona ci presenta il suo volto. Pensoso e lungimirante, a volte ridente ma con discrezione, e sempre con una vena di vibrante malinconia (a saudade!). Non raramente torvo, con un cielo screziato di nuvole gelide,  come se lassù, sfumanti verso l’alto, passassero a volo d’uccello, ma lentissime, le sospensioni di vita di remoti e mai risolti crucci, o dolori, o perplessità. E sembra allora di udire nell’aria un sordo ed ottundente perentorio “No!”. A cosa? Forse ad una fin troppo facile esteriore felicità?
Ebbene, direi che non c’è luogo dai mille volti, rinvianti al mistero e parlanti in un vivo sembiante, che non ci rinvii anche alla percezione netta e dissecante della prosaicità ineluttabile dell’esistenza. Ogni identità di luogo,così come ogni identità di persona, eleva contro di essa sempre la sua vibrata protesta. E per questo, nel presentarsi a voi, come alla vita stessa, essa vi inganna. Si maschera agghindandosi, si sbraccia, si dà da fare, si riempie di luci, colori e suoni ; mentre però sotto cova il torvo risentimento, che è poi consapevolezza dell’inganno. Che esploderà prima o poi, quando la facciata di colpo crolla e le viscere si mostrano : ‒ nello schiattare dell’umore afoso di un giorno estivo, o nell’uggia serpeggiante di un giorno invernale o autunnale.
E così, è inutile dirlo, ogni città che meriti di essere contemplata, ha i suoi troppo autentici  bassifondi emozionali. Ricordo quelli di Berlino, una città all’apparenza ineccepibile nel suo grigio e gelido nitore germanico (ma basta passare una vuota domenica per le cupe ugge dei passaggi vetrati di una S-Bahn…!). Ebbene in tali bassifondi sempre si macera, ed a volte bolle, la certezza della delusione : ‒ il perenne nulla di nuovo sotto il sole! L’esistenza è disperantemente prosaica dappertutto.
Eppure con quale sontuosa dovizia di immaginazione! Con quale maestosità di rappresentazione tragica! Con quale scoppiettante scintillio di commedia! Dunque grandezza della bellezza e sempre insieme bruttezza. Non sembra che vi sia altra dignità.
Napoli qui docet insuperata ed insuperabile! Essa è una liquida voragine luminosa sotto le furie del Vulcano, in cui proprio tutto, a diverse profondità, galleggia. Dunque non per caso, da sempre, luogo di profonda sapienza. La sapienza del comprendere ultimo…

Ed ora con questo, amici, proviamo a guardare Lisbona.

La sua una discreta, a volte smagliante, a volta compromessa, bellezza…
Scendendo da Amoreiras verso Estrela, ecco lì in fondo, sottilissima, quasi impercettibile (se il led della contemplazione non fosse acceso!), la sfolgorante lamina d’oro del fiume sopra i caseggiati. In pratica tutta la città, scivolata davanti ai miei piedi ed affastellatasi sotto e dentro il Tejo. È oro per davvero, bianco e puro. Forse proprio quello che un giorno accese i sogni febbrili di questa gente intrepida. Ma alla mia destra poi il solito monito estetico-spirituale di Lisbona : ‒ il cielo strenuamente azzurro sopra candidi comignoli candidi. E del  resto basta guardarsi intorno per rendersi conto che la città ti sta intanto sorridendo nell’affastellamento di rosa, grigi e bianchi sotto il cielo sfolgorante.
Così l’occhio corre lungo le facciate di squisiti palazzi color grigio-crema con inframmezzata la splendida pietra bianca di spigoli e lesene. Tra questi qua e là gli ispidi ma lussureggianti campi incolti davanti a decrepite case già mezzo sventrate. I muri come denti erosi ancora si ergono con delicati piastrellati e resti di antichi e cari angusti passaggi spolverati un tempo della carezza di un tiepido sole. Sono vivi ancora vivi, mentre agonizzano in un interminabile sogno ad occhi aperti, costatando ancora stupiti l’inspiegabile essere esposto al sole delle loro viscere erbose. Finchè non saranno per sempre seppelliti. Forse erano lì da quando il sublime e volgarissimo Maques de Pombal ri-eresse Lisbona su immense travi sepolte e maree di macerie dopo il Terraemotus. Che pena! Al loro posto saranno erette facciate non più grigio-crema ma grigio-ghiaccio, con vetrate specchianti ed atroci abbaini, in un improbabile stile germanico di conquista culturale. Infine ci si ritrova seduti ad un caffè, con alle spalle i rintocchi tonanti della bianca Basilica di Estela e davanti  un’alta vetrata circolare oltre la quale, su un’acqua verde-petrolio dai cangianti ghirigori giallo-azzurri, nuotano anatre, oche e cigni. Ed intorno la gente al sole ridendo, seduta ai tavolini di ferro smaltati anch’essi di verde scuro. Lì gli splendidi capelli nero-ramati cascanti di una giovane donna ti colpiscono al cuore.

“Em  Portugal tudo è pequenino”, di diceva un giorno Joaquim, ri-emigrato qui dagli USA. Eccola la piccolezza ordinaria e malinconica….
Ecco allora (come a Napoles!) i panni stesi sventolando slla gialla facciata dallo splendore ora spento ora intensissimo, con da un lato un rettangolo verticale di ombra gettatovi con impressionante regolarità dal sole.
I panni sono già lì dalla mattutina Dämmerung (non è un crepuscolo ma lo sembra) dell’alba livida ed umida in faccia all’Oceano. Panni multicolori, avion, rosa scuro, grigio, rosso, con le braccia penzolanti. Ma ve ne è uno in alto che più degli altri intenerisce :  ‒ solitario, color carne, con tre mollette rosse e verdi che a tenerlo. Più degli altri in balia del vento. Posseduto, scivola continuamente verso destra. Poi si acquieta e lascia sventolare debolmente appena un risvolto come una coda. Poi bascula. Poi freme. Per poi, coitado (poverino!) è lui ad esultare per primo appena la facciata grigia si impregna di sole e vi appaiono le ombre di uccelli plananti come su uno schermo cinematografico.
Alfama ! Se ne parla tanto. Era l’antica Giudecca ed anche Kasbah ed anche luogo di residenza dei mouriscos, mezzo cristiani e mezzo mussulmani. Invisi a tutti. I binari del 28 (o Electrico) vi si arrovellano tenaci ma dubbiosi, sferragliando e cigolando da far pietà, come se serpeggiassero per i nostri Quartieri Spagnoli, tra bassi, bettolucce, panni stesi, afrori umidicci, odori di cucina miserabile. C’è forse qualcosa da conquistare lassù ai piedi del castello de São Jorge. Cos’è? Forse, come sempre, l’alta vedetta sull’Infinito?
E i  vecchietti in coppola bercianti alle panchine di Estrela. Seduti in modo piuttosto composto per dei latini (ma loro sono molto più celti!), eppure si danno delle gran manate e di tanto in tanto sghignazzano. Chissà perché non giocano né a carte né a bocce. Come fanno invece i vecchietti dei Giardinetti ombrosi di Via Ruoppolo, a Napoli, o al Parque da Redenção a Porto Alegre. Il loro è forse lo spirito dimesso di questo popolo, sempre  concentrato e chiuso in sé stesso, mentre cova in eterno la vocazione al dominio planetario dei mari. O quinto Imperio!. Gli spagnoli li hanno troppo umiliati. Poi gli inglesi, Salazar e la sublime Merkel fecero il resto. Ora non sanno bene chi sono e chi vorrebbero o dovrebbero essere.
Per il Parque da Estela, gioiello Belle Epoque, passeggiano anche ogni mattina i pavoni custoditi di solito dal custode in un alto recinto. Beccheggiando con la testa ritta si aggirano per le stradine circostanti emettendo a tratti il loro barrito. Il quartiere come un immenso pollaio domestico. Domesticità portuguesa. Amalia, l’eterna, la cantò nella famosa “È uma casa portuguesa con certeza…”
E tutto intorno, tra le bettole a buon prezzo come “A casa do Lavrador”, si aggirano affaccendate e sempre preoccupate le vecchiette. Ve ne sono tre tipi molto diversi : ‒ la signora aristocratica in tailleur dalla splendida corona di capelli bianchi, la donnetta ingobbita in loden e pantaloni, e quella con il fazzoletto in testa e la faccia sofrida, spesso senza denti. È quella che più assomiglia alle vecchiette del nostrano Sud.
Ma nel melange non manca una discreta varietà antropologica.
Giovani e vigorosi operai molto maschio-latino. Come i nostri, ma più asciutti ossuti ed alti, mediterraneamente sopraccigliuti. Curiosamente vociano bertucciando. È il loro  gergo di difesa da poveracci . Poi uomini tarchiati e tozzi dal ventre voluminoso (barrigudos) e dalla rubizza faccia larga e quadrata, che sgambettano veloci con uno sguardo pacioso. Infine sussiegosi borghesi, rigorosamente in blu scuro (azul marinho), con naso e labbro superiore inconfondibilmente celtico-ispanico, cioè respiratori buccali. E per il resto dappertutto donne bellissime, con i capelli corvini a manto da Madonna, labbra tumide, sorriso alla Gioconda, pelle candida. Splendori.

Il tempo qui è molto spesso fermo….
Minuscoli negozietti di cianfrusaglie con gli scaffali di legno colorato verde acqua e celeste. Tascas (trattorie) infinitesimali. Dietro le case, negli orticelli medievali (che sostennero Lisbona in molti assedii), ecco alti e svettanti gambi dei cavoli con le foglie in orizzontale disposte a sostenere il cielo. E dietro l’invariabile casetta a tegole rosse : quattro mura rozze e qualche finestra. Somiglia così struggentemente al “soppigno” (soffitta) di mia nonna nella vetusta città osca di Acerra. Oggi nella “terra dei fuochi”. Il giardinetto è solo un angusto rettangolo accanto alla sontuosa villa dalle preziose e svettanti verzure.
Le due eterne vocazioni vocazioni di questo popolo. Quella della miseria industriosa da padeiro (fornaio) e marinheiro mangiatore di sardinhas. E quella di una nobiltà volontariamente pigra, da “lavorare, non sia mai!”. Fu quella che conquistò e colonizzò il Brasile con i suoi sogni di grandezza.

Sì, qualcosa effettivamente si esaurisce qui, si chiude per aprirsi all’Ignoto. È forse la teorizzazione geografica dell’essere per la morte heideggeriano? Forse. Ma molto più, direi, vi si può leggere l’intuizione di una salvifica quanto improbabile Sprengung, sfondamento esplosivo del Tempo verso l’Eternità.
Non per nulla la gente qui è devota quanto mai si possa immaginare!

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Quando si arriva in aereo a Lisbona chissà perché sempre ci si perde.
Il serpeggiare lunghissimo e pigro del bruno Tejo, dai lontani monti spagnoli dai quali proviene, improvvisamente si interrompe per dilatarsi in una specie di amplissimo estuario costellato di isole sabbiose, da un groviglio di piccoli corsi d’acqua, profonde insenature e larghe baie. Tutte splendenti. E da un lato all’altro un ponte lunghissimo. Inverosimile come tutto il resto.
Ma Lisbona ancora non si vede. Dov’è mai?
La cerchi con lo sguardo, come al solito dimentico che essa guarda a sud e non invece a nord. In realtà se ne sta nascosta un po’ più avanti sotto la pancia dell’aereo. In agguato. Ma tu non la vedi. Vedi delle sponde cosparse di radi agglomerati di casette. Vedi l’acqua grigio-verde con qualche tocco di tremulo azzurro. Vedi il sole riflettersi su  una miriade di lagune specchianti a perdita d’occhio. Ma Lisbona non la vedi. Non vedi il braccio di fiume che la spacca in due. E non vedi nemmeno il mare.
Poi un po’ alla volta accade qualcosa. L’immenso estuario era un trucco. Non era un estuario ma solo un dilatarsi inspiegabile del fiume. Un curioso aneurisma. Una molle sacca venosa. In un insensato ed inspiegato disperdicio di dimensioni. Ed allora di colpo ti ricordi a cosa mai questo somigliava. Un’assonanza fulminea che per un attimo stava per lanciarti in modo misterioso su una prospettiva di spazio immensa e che aveva anch’essa dell’improbabile. Somigliava allo stesso intrico di lagune e corsi d’acqua (sebbene su scala molto maggiore e con un ben più sontuoso sfoggio di dovizie naturali) della città gemella : Rio de Janeiro.
È solo dopo aver assolto a quest’opera di riconoscimento di analogici misteri geografici che Lisbona finalmente si annuncia rivelandosi. L’estuario infatti si restringe e diviene da lassù uno stretto canale. Chi avrebbe mai detto che quel tratto d’acqua che in città sembra venire immutato dall’infinito non è altro che una specie di canale veneziano. Esso si allarga appena nello stretto spazio tra il largo e massiccio mammellone di terra che aggetta nel fiume con un’ampia curva convessa (e su cui le caso iniziano a moltiplicarsi ed addossarsi), e la sponda scoscesa che la segue passo passo dall’altro lato.
È allora che inizi a scorgere i confortanti punti di riferimento : ‒ i primi docs sotto Lapa e Madragoa, il rettangolino ombreggiato e quasi invisibile di Praça do Comercio, la larga macchia verde scuro di Monsanto e la lunga losanga di Parque Edoardo VII, e più lontano Belém. Ed è esattamente allora che scorgi stupito il mare. Incredibilmente vicino alla città, che pensavi solo di fiume. Più vicino di quanto mai avresti pensato. Una lunga e lenta curva estendentesi verso sud appena un po’ più in là della sponda dirimpetto ad essa. città. Quasi a ridosso delle sue basse e tonde colline. Se ne sta lì. Non appena l’estuario, dopo essere stato forzato a sfilare come una maestosa squadra navale tra le due così prossime sponde, finalmente supera la barra e di colpo, senza nemmeno avvertirti, si getta nell’Oceano.
E l’aereo planando placido la segue. Una larga lingua dai contorni perfetti fuoriesce dalla terra in mare aperto e ne tinge a perdita d’occhio di color cioccolata le acque azzurre. E lì come sempre le onde che corrono spumose. E la lunga ribattente risacca che irrompe sulle spiagge color tabacco di Cascais e dell’Estoril. Qui da qualche parte trascorse in una fronzuta villa il suo lungo esilio il nostro ultimo re. Ultimo erede, in questa terra in cui il tempo da sempre procede più lento che altrove, di una lunghissima spina dorsale storica che una volta aveva attraversato il nostro paese nel bel mezzo di glorie, infamie e tragedie di ogni genere. C’è anche parte della nostra memoria qui!
Sulla sponda dell’Oceano sempre battuta dal vento, l’aereo continua ad entrarvi dentro. Che ti chiedi dove mai stia andando. Forse che il pilota, affascinato dallo scintillio azzurro-smaltato, ha dimenticato di virare e si stia lasciando portare trasognato dai venti lungo le antiche rotte che poco a poco piegano a sud verso le mete delle Grandi Scoperte? Chissà? Ancora una volta sospensione e sorpresa. Ancora una volta mistero innestato nel bel mezzo del più prosaico ordinario.
“Che significa Lisbona ? Che significa questa terra ai bordi del ventoso Infinito?”, ti stai quasi cominciando a chiedere, che di colpo arriva la virata. L’ala destra si impenna e scivola in profondità. E l’azzurra tavola scintillante si fa di colpo vicina. La fusoliera oscilla non poco investita dal vento gagliardo. Il velivolo ritrova l’assetto ma plana ballonzolando sul vento come fosse un gabbiano. Saggia il vento e vi si adagia puntando ancora la prua verso il basso.
Intanto Lisbona era diventata lontana. Ma ora ti sta di colpo quasi davanti. Eccola. E l’aereo vi si avventa sopra. Prima che abbia completato la virata hai ancora il tempo di scorgere un’altra vasta curva di costa vagamente spumeggiante più a sud. Oltre il dirupato Cabo …….., affondante i suoi piedi nelle profondità sconosciute di quel mare sconosciuto. Sconosciuto per noi Mediterranei. Mare fiabesco ma non mitico. Mare celtico e goto con profonde venature di arabo e giudaico. Mare severo e corrusco. Mare che ha in serbo ben più abbondanti e remoti misteri del Mare Nostrum. Mare dilatantesi nello spazio invece che nel tempo. Infinite le alienità ai suoi estremi confini. Alcune inquietanti. Ma che tutte questo popolo ebbe il coraggio di rendere prossime ed ormai ordinarie. Dirupi costieri, baie placide, debordanti verzure costellate di spiagge di sabbia bianca. Ed oltre ancora foreste impenetrabili ed oscure. E monti altissimi. Deserti ed ori e pietre.
Tutto si può scorgere da qui.
Ma ora divoriamo la terra cosparsa di non più riconoscibili ed anonime architetture che ormai vicinissime ci scivolano velocissime sotto i piedi : ‒ grattacieli, stadi, viadotti, serpeggianti autostrade, piazze e piazze. La lunga costola das Aguas Livres. Sorvoliamo il tutto a volo radente. Il mistero è finito ed inizia l’ordinario.
La pista è vicina. Il vento ci spinge e continua a farci paurosamente oscillare. Ma l’atterraggio è assolutamente morbido.
Ecco Lisbona!

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Chiedi di amare…

O sapiente, non chiedere, di grazia, di essere amato. Specie non per mezzo della forza della tua conoscenza. Chiedi semmai la suprema forza di amare. È difficilissima da ottenere. E così chiedila in ginocchio ed in lacrime. Essa infine verrà, e cancellerà dunque ogni brama di conoscere. Specie per essere amato.
E con ciò estinguerà ogni tua sete e fame. Prima tra tutte quella della conoscenza.
Ma così ti elargirà anche ogni possibile conoscenza.
Sarai allora infatti, nudo, puro e felice, finalmente davanti alla Verità in cui semplicemente leggerai senza più alcuna distanza che vi separi. Si chiama intus-legere (intelligere).
Ascoltami, o sapiente!  Amare è sapere tutto ciò che c’è da sapere.
Dunque non chiedere di più.
Chiedi, se vuoi, al vescovo Myriel di Victor Hugo. E chiedilo anche all’ardito gesuita Domenico Bertoli : ‒ “Dio non chiese mai il capo a nessuno ma bensì il cuore a tutti…”.
Loro te lo diranno molto meglio di me.

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