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Archive for novembre 2017

Le considerazioni svolte in questo articolo hanno lo scopo di illustrare molto a fondo le ragioni che mi hanno spinto a lanciare su Facebook una petizione per richiedere a Sky l’abolizione della serie Gomorra. Ecco il link mediante il quale si può decidere (se si vuole) di firmare la petizione: https://www.change.org/p/sky-atlantic-aboliamo-la-serie-gomorra/fbog/835699949?recruiter=835699949&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_page&utm_term=triggered
È evidente che una simile richiesta urta contro sostanziosi interessi economici, e quindi potrebbe anche venire rigettata. Ma comunque essa ha in primo luogo il senso di manifestare la voce dei tanti che non sono più disposti ad accettare supinamente il sussistere e prosperare di un’operazione di spettacolo, i cui effetti devastanti sono immediatamente intuitivi. E proprio alla descrizione di tali effetti questo articolo è dedicato. In ogni caso devo dire che la petizione sta riscuotendo un grande successo. In sole 24 ore sono state infatti raccolte già ben 70 firme. Ed inoltre il loro numero continua a crescere. Ciò che io sostengo incontra quindi senz’altro un sentimento di scontento e indignazione che è molto diffuso tra i Napoletani. Ed era quindi decisamente ora che esso venisse allo scoperto.

Noi viviamo ormai in tempi assolutamente terribili, nei quali il confine tra bene e male è divenuto labilissimo. Tempi in cui, come ha scritto Hannah Arendt [Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio, Einaudi, Torino 2010, p. 15-27, 41-126] (commentando la grande stagione dei processi contro i criminali nazisti) tre fenomeni congiunti aprono ormai la strada al male senza che assolutamente nulla si possa frapporre alla sua marcia distruttiva: – 1) la paralisi del giudizio impostaci dal relativismo morale sul quale tutti concordiamo; 2) l’assenza di fatto del crimine, in una società il cui ordine è criminale in quanto conformisticamente compatta nel ritenere che l’etica sia ormai morta e seppellita; 3) il già avvenuto naufragio di tutte le forme possibili di teorie morali, filosofiche (quella socratica del male come irrazionale, e quella kantiana dell’«io devo») e religiose (quella cristiano-paolina, del libero «volere-il-bene»). In altre parole quel Nichilismo che nel XIX e XX secolo fu intuito, pensato ed in gran parte anche vissuto, da parte di sofisticati intellettuali (Stirner, Nietzsche, Heidegger, Michelstaedter, Sartre etc), è oggi diventato pane quotidiano e credo delle masse, cioè di tutti noi. E proprio il Nichilismo, con la definitiva archiviazione dei valori da esso determinata – anche se molto più come costatazione di evidenze già in atto, che non invece come promozione della distruzione dei valori –, determinò di fatto quel “collasso morale” [Hannah Arendt, Responsabilità… cit., p. 30-32] che rese poi totalmente plausibile un ordine criminale (incentrato sull’anti-comandamento dell’”uccidi!”). Esso era infatti ormai sostenuto saldissimamente da un conformismo non più scalfito da alcuna eccezione o deroga. Ed è esattamente questo conformismo granitico, ciò che per la Arendt contraddistingue un’effettiva “società totalitaria” (la quale è ben più che una semplice “dittatura”).
La cosa più terribile fu però che, di fronte all’evidenza di tale collasso morale, ci si trovò solo dopo gli eventi. E non prima, o anche magari nel corso dello svolgimento dei fatti. Fu solo dopo, infatti, che un’intera società – fino a poche ore prima schierata come un corpo solo sotto il proprio indiscusso Führer –si riscosse di colpo dall’incanto e dall’inganno, e si vide così costretta ad interrogarsi su come fosse stato possibile che fosse accaduto ciò che intanto era davvero accaduto.
Lo dimostra magnificamente il “Was ist geschehen?” (“Cos’è mai accaduto?”) cantato allora da Marlene Dietrich. Ma la Arendt ci mostra come la spiegazione di ciò non è affatto complessa, ma è invece semplicissima. Era infatti semplicemente accaduto che tutti avevano continuato a comportarsi come ottimi cittadini (obbedendo ed eseguendo a puntino i compiti loro affidati) in una compagine statale burocratica perfettamente organizzata, il cui fine era ormai divenuto il male e non più il bene.
Ebbene questo è esattamente ciò che può accadere tutte le volte che in una società non agisce più alcuna morale. L’ordine resta, perché in assenza di esso una società cessa totalmente di essere un corpo (perfino un disintegrato corpo canceroso). Ma diviene del tutto indifferente se questo ordine, nel suo essere, pensare ed agire, si ispira al bene o al male.
Questo è senz’altro avvenuto in tutto il mondo, ed inoltre accade proprio oggi, sotto i nostri stessi occhi, in maniera ancora più terribile che non sotto le svastiche naziste (o le bandiere rosse di Lenin e Stalin). Il conformismo nella supina e perfino complice accettazione del male – come sfrenato edonismo egocentrico, ricchezza sempre piò smodata e illegale, perversioni e crimini atroci di ogni genere, e soprattutto totale disintegrazione della società – domina infatti oggi non solo sovrano, ma anche sotto del tutto mentite spoglie (e cioè quelle di un ipocrita buonismo lassista e della collettiva ossessione per la «sicurezza» e per la political correctness). Ma che dire allora di una società come quella napoletana nella quale da sempre il bene ed il male (il bello ed il brutto) sussistono l’uno accanto all’altro? Ed in quale società, se non in quella napoletana (come sto dimostrando nei miei articoli), domina sovrano quel conformismo che volontariamente maschera come bene ciò che invece è male?
Ma è qui che emerge il fenomeno «Gomorra» come uno straordinario fattore aggravante di tutto questo. Insomma, amici miei, cosa si può dire di una società come quella napoletana, nella quale (proprio grazie alla serie Gomorra) possono tranquillamente coesistere addirittura due speculari versioni del male: – quello concretamente e ordinariamente vissuto (cioè visto con i propri occhi e toccato con mano) per le strade e nella vita stessa delle istituzioni; e quello spettacolarizzato in una fiction che però non sarebbe affatto ciò che è, se non rispecchiasse fedelissimamente la realtà effettiva e ordinaria? L’uno è il male da noi direttamente vissuto senza alcun diaframma, e l’altro è il male da noi vissuto attraverso il diaframma dello schermo televisivo o cinematografico. (altro…)

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Nell’articolo con questo titolo (che qui presentiamo) ci siamo sforzati di esaminare in maniera quanto più ampia possibile il dibattito ufficiale attuale su questo tema. Abbiamo così esaminato una serie di articoli recentemente pubblicati, i quali cercano di dare un’immagine complessiva di quella disciplina che oggi reca il nome di «filosofia religiosa».
Si tratta per la precisione di una disciplina sostanzialmente filosofica, che intanto però si pone comunque in stretta relazione con gli attuali studi teologici. E l’obiettivo di tale collaborazione appare essere il sostanziale tentativo di fondamentare questi ultimi per mezzo dei metodi filosofici più attuali. In qualche modo si tratta insomma dell’antica aspirazione della Scolastica cristiana. Solo però essa vede ormai protagonista la filosofia, e non invece la teologia. Quest’ultima resta infatti in un atteggiamento semmai di sola ricezione.
In primo piano sta qui senz’altro il metodo fenomenologico husserliano. È il metodo che ha avuto come proprio obiettivo quello di chiarire le essenze effettive di tutti i possibili oggetti della conoscenza umana; inclusa naturalmente quella religiosa, ossia quella che ha come proprio oggetto l’esperienza umana del divino. Nell’ambito dell’attuale filosofia religiosa tale metodo viene però rappresentato da pensatori che hanno condotto una critica molto demolitoria ad Husserl; e ciò sostanzialmente nel mantenersi sulla scia della critica heideggeriana alla fenomenologia di quest’ultimo. Pertanto l’attuale filosofia religiosa può essere considerata «fenomenologica» soltanto nella misura in cui essa venga riconosciuta come esistenzialista in termini sostanzialmente heideggeriani. E proprio in questi termini l’elemento centrale della visione dell’intera disciplina è da considerare lo sforzo di “distruzione” della metafisica. Sforzo che poi vede attivi non solo i filosofi ma anche gli stessi teologi. La religiosità così proposta comporta quindi in primo luogo la totale esautorazione (ed anche cancellazione) delle tradizionali verità metafisico-religiose.
Ecco allora che un aspetto fondamentale dell’intera filosofia religiosa qui all’opera è quello rappresentato dalla «ricerca» di autentiche nuove verità da parte della ricerca teologica.
E ciò avviene soprattutto per mezzo di un’esegesi innovativa che noi nell’articolo non abbiamo esitato a definire come sostanzialmente «neo-formativa», e quindi condotta a partire dalle pure prese di posizione pregiudiziali del moderno esegeta. Laddove però dietro queste ultime vanno riconosciute le ben più condizionanti tendenze di pensiero del secolo; e cioè esattamente quell’aspirazione «decostruttiva» che una larga fetta della filosofia moderna (quella comunque ancora incentrata sull’uomo e sull’etica) ha fatto propria ed ha sviluppato restando sulle tracce di Heidegger.
Con queste premesse sono già ben chiari i tratti distintivi dell’intero scenario dell’attuale filosofia religiosa. Tratti che sono da considerare sostanzialmente negativi. L’attuale filosofia religiosa consiste infatti nel lavoro congiunto di filosofi fortemente modernisti – il cui pensiero è poi sostanzialmente in linea con una più generale filosofia iconoclastica e rivoluzionaria, i cui intenti sono a-religiosi ma anche spesso francamente anti-religiosi – e di teologi, i quali sentono l’esigenza che la loro opera si adegui totalmente ai dettami della più attuale filosofia. Come abbiamo messo in luce nell’articolo, si tratta quindi in primo luogo di un gioco «professorale» ed intellettualistico.
Ed esso non solo appare essere appena fine a sé stesso, ma inoltre davvero sembra avere pochissimo a che fare con l’autentica e viva esperienza religiosa – tanto nei suoi aspetti più pratici, quanto anche in quelli più contemplativi. Ci siamo però sforzati anche di chiarire il fatto che tale complessiva disciplina non può essere considerata una vera filosofia religiosa proprio in relazione ai suoi aspetti più filosofici. In definitiva infatti l’obiettivo generale di tutti i pensatori e studiosi in essa coinvolti appare essere quello di una totale filosofizzazione della teologia. E ciò viene inteso nel senso che in tal modo venga generata una «teologia filosofica» radicalmente diversa da quella di tradizione scolastica. Tale disciplina intende dunque di fatto abolire qualunque reale barriera divisoria tra «teologia» e «filosofia». Il senso di tale intenzione non è però quello di configurare un discorso religioso che «filosofa» nel mentre resta intanto sé stesso, ossia muovendosi sul piano delle Verità sovrannaturali e trascendenti. La teologia qui in causa aspira invece semmai a muoversi sul piano di quel moderno filosofare, il quale più che mai vuole avere come proprio oggetto la più totale immanenza. E proprio su quest’ultimo piano, allora, la nuova teologia filosofica intende ricostruire il discorso religioso (e la relativa esperienza) totalmente ex novo.
Ebbene di tale complessivo orizzonte di pensiero e ricerca noi abbiamo tentato di ricostruire criticamente i tratti – attenendoci comunque intanto all’analisi del pensiero dei principali pensatori coinvolti (Lévinas, Marion, Kevin Hart, Henry, Derrida, Heidegger etc.), che viene condotta dagli studiosi autori degli articoli esaminati.
Ed abbiamo quindi cercato di illustrare a fondo i motivi in base ai quali non si potrebbe né dovrebbe in alcun caso parlare a tale proposito di un’autentica filosofia religiosa. I motivi da noi analizzati sono stati vari, ma quello principale va senz’altro considerato la voluta assenza totale della metafisica da tale scenario di pensiero e di studi.

N.B.: L’autore sarà ben lieto di fornire (a chi gliene volesse fare richiesta scritta) una copia cartacea dell’articolo completo che costa di circa 20 cartelle Word.

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ABSTRACT.

Leopardi decisamente non amò né Napoli né Napoletani. Eppure il destino lo portò a finire i suoi giorni proprio a Napoli. La sua morte avvenne inoltre alle falde del Vesuvio. E non a caso, prima di morire, egli, nel contemplare la ginestra, aveva perfettamente intuito cosa il Vesuvio rappresentasse spiritualmente nel contesto della mondanità in generale. Ma in tal modo egli aveva anche colto lo stesso spirito profondo che impregna di sé Napoli e i Napoletani.
In questo articolo io ho cercato di seguire nei testi la linea del discorso leopardiano su Napoli e sui Napoletani. Discorso che ha le sue espressioni molto dirette e tutte consistenti in un giudizio estremamente negativo. Meno diretto, ma non meno inerente i Napoletani, il discorso si fa poi quando egli descrive il carattere e la natura degli Italiani. Tuttavia anche quando egli parla dell’uomo nella sua universalità, si possono ancora comunque ritrovare nel suo discorso non pochi spunti per un giudizio sul carattere e la natura dei Napoletani.
In ogni caso la fondamentalità delle costatazioni da lui fatte proprio a Napoli sull’uomo, sull’esistenza e sul mondo, dimostrano che questa terra è effettivamente una straordinaria palestra metafisica. Nella quale è possibile comprendere le cose in maniera ben più profonda che non in qualunque altro luogo.
Dunque, a mio avviso, tutto questo può servire a noi Napoletani per ritrovare, nel genio di un osservatore davvero di eccezione, degli elementi oggettivi per quell’auto-critica che credo sia assolutamente necessaria. Non si tratta però affatto di autolesionismo, e cioè non si tratta affatto di un’autocritica fine a sé stessa. Si tratta invece semmai di ciò a cui finalmente dobbiamo guardare in faccia e con coraggio, affinché quella città e questa terra trovino finalmente la forza di riscattarsi dal male che così profondamente le affligge e le mina.

NB: L’autore sarà lieto di mettere a disposizione a chi gliene facesse richiesta per iscritto, una copia cartacea dell’articolo integrale che consta di circa 8 cartelle Word.

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