Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘MONDO LETTERARIO’ Category

Ciò che accade è davvero strano. Oggi è impossibile, per chi si muove come un pensatore «tradizionale» (ossia chi studia e ricerca nel contesto di temi filosofico-metafisici specificamente antichi, cioè verità immutabili,  e nello stesso tempo difende il valore assoluto di un pensare «religioso» insieme al valore assoluto di ciò che è «antico» contro ciò che è «moderno»), trovare un contesto editoriale nel quale pubblicare i suoi scritti.  Specie gli articoli. E perfino laddove questi scritti dovrebbero invece trovare calorosa accoglienza, ovvero nelle riviste di «studi tradizionali». Che però a quanto pare si limitano a pubblicare solo gli scritti di chi sta all’interno di circoli culturali entro i quali si perseguono interessi specifici. Ed ai quali si esige obbedienza assoluta da parte di quegli ammessi che vengono considerati solo come «adepti».
Quanto poi alle riviste di filosofia, queste storcono sdegnosamente il naso a causa dell’anti-modernismo delle idee tradizionali (ed hanno gioco facile nel farlo, dato che l’anti-modernismo viene senza difficoltà spacciato per anti-scientifico ; il che è poi una condanna senza appello!). Infine, le riviste relative a discipline scientifiche che pure potrebbero avere interesse per riflessioni come quelle indicate (riviste di archeologia, antropologia, sociologia, filosofia-politica etc.), sono invece troppo impegolate nello spirito specialistico per potersi permettere tali ariose aperture.
Dunque nulla. Assolutamente nulla. Muro impenetrabile.
Ma vale almeno la pena di chiedersi quale sia mai la chiave di comprensione dell’intero così strano fenomeno?
E direi che è decisamente quella del  «sequestro»! Sequestro applicato a tutto ciò che può essere letto, studiato, riflettuto, scritto e dibattuto : – idee, pensatori, autori, sistemi di idee e di pensiero. In questo caso su un intero movimento di idee. Che pure dovrebbe essere intento a cercare alleati in un mondo in cui lo spirito della Modernità schiaccia chiunque osa opporglisi. Ma invece proprio su tutto viene gettata la coltre pesantissima e soffocante di un sequestro gelosissimo e ferreo. Destinato, dal momento in cui viene istituito, a non lasciar trapelare più nulla che non sia stato prima accuratamente controllato  da parte di acutissimi organi inquisitori. Il cui criterio di indagine ed azione (ovviamente tutt’altro che rivelato) è però poi alla fine banalissimo e volgarissimo. Ovvero si riassume nella seguente questione : – «Lo studioso e scrittore in causa ha pagato o non ha pagato?». Ci si chiede insomma se egli rientri o meno tra i «paganti». E come tali vanno intesi coloro che a qualunque titolo (non solo pecuniario) pagano il dovuto tributo alla salvaguardia degli interessi di club di cui parlavo prima. Che talvolta può essere anche costituita dall’osservanza stretta del diritto a parlare (e dunque a scrivere) riservato solo a pochissimi. Gli eletti! Il che è poi estremamente significativo, dato che con costoro si tratta spesso in prevalenza proprio del pensatore del quale si sono intanto imbalsamate le idee e anche la persona stessa, trasformandoli così in oggetto di culto. Dunque, solo i suoi testi saranno ammessi nella rivista. Con la sola eccezione di quelli dei suoi interpreti più scrupolosamente osservanti il dovere del culto, ovvero i «turibolari». O anche «specialisti».
Insomma con il fenomeno del «sequestro» ci troviamo in pieno davanti al fenomeno di vere e proprie impenetrabili «conventicole». Gruppi sempre estremamente circospetti e guardinghi circa la possibilità che qualcosa di pericolosamente esterno possa entrare in essi sconvolgendo così equilibri che non si intende in alcun modo porre in discussione.
Fenomeno questo che è comunque generale, perché non vale di certo solo per le organizzazioni in qualche modo segrete. Le quali pure senz’altro esistono. Come si può facilmente indovinare nel caso specifico dei circoli culturali dediti a «studi tradizionali». In ogni caso si tratta con ciò di una vera e propria cifra generale, e dunque di qualcosa che è ben lungi dall’essere rappresentato solo in gruppi destinati per natura ad essere ristretti. Anche nel pieno dell’Accademia filosofica non è infatti davvero difficile avvertire chiaramente l’operare proprie di dinamiche come queste. Ed alle quali poi spesso si può dare anche nome e cognome.
Ma insomma, in forza di tutto questo, gli scritti di uno studioso della Tradizione, che sia libero, autentico ed in buona fede, non saranno mai davvero presi in esame da nessuno. E dunque in partenza non saranno accettati. Ogni volta con motivazioni che oppongono l’estrema restrizione dei criteri di pubblicazione. Davanti alle quali bisogna arrendersi.
Di fatto si tratta solo e soltanto della logica delle conventicole. Ma c’è un nome ancora più semplice per tutto questo, e cioè quello di «Mafia!». E tutto ciò che è tale non può avere che uno solo effetto, ossia quello di soffocare, insterilire ed uccidere. Nel caso specifico si tratta dell’uccisione di un autentico, ricco e variegato, e dunque davvero produttivo, dibattito culturale.

Annunci

Read Full Post »

Chi era l’Infante Dom Sebastião, asburgo di sangue e nipote di Carlos V, regnante sul Portogallo negli ultimi anni del suo splendore? Le risposte (di gente comune e storici) sono così tante e così diverse che con questa figura doveva proprio nascere un mito [deduciamo tutto ciò da tre opere ‒ M.A. Lima Cruz, Dom Sebastião, Temas Debates 2009 (DS); Fernando Pessoa, Pagine esoteriche, Adephi 2011 (PE); Fernando Pessoa, Mensagem, Assirio & Alvim 1997 (ME)]. Mito accresciuto poi nella sua probabilità da quattro fatali luoghi dell’esistenza del re : ‒ il castello lisboeta di São Jorge, il cabo São Vicente, il Covento di Cristo a Tomar, e le sabbie roventi di Alcácer Quibir, in Marocco. Dove la sua vita si spense combattendo e svanì nel nulla il suo stesso corpo.

Prima che però di qui si giunga al mito del «Quinto Império» nella sua pienezza, occorrono le figure di tre poeti visionari ‒ Bandarra [misterioso «profeta ciabattino» dell’Ordine di Cristo (PE, p. 154)], Antonio Vieira [fondatore del movimento gesuita in Brasile] , e Fernando Pessoa. Ma intanto, presso il popolo, il mito si costituì non appena la notizie dalla morte e scomparsa del giovane re raggiunse Lisbona (DS, p. 335-345). Infatti speravano tutti e nello stesso tempo nessuno. Non speravamo né credevano i così pragmatici saggi e potenti del regno. Sperava invece si il popolo. Ma meglio sarebbe parlare di una sorta di diffusa, occulta e misterica, consapevolezza insieme poetico-epica, religiosa e mitica. È poi l’originaria ispirazione e vocazione politica del paese e (per così dire) della sua mista razza. Qualcosa di profondo ma sempre pronto ad erompere. In succedeoggi ce ne ha parlato il Prof. Real come una ancora attuale «transcendência sagrada» ‒ il nucleo stesso della propensione lusa al mito storico-epico (Camões). Del resto si entri in una qualunque chiesa lisboeta e subito si avvertirà la straordinaria densità concentrata della fede di questo popolo. Dunque una profondità nucleare che tutto di sé impregna ‒ come ciò che da noi potrebbe promanare dal fuoco sempre vivo di un eterno Tempio di Vesta, oppure dal sacello in cui riposano le spoglie di Francesco nell’ipogeo della Basilica inferiore di Assisi.

Nacque così il mito di un giovane Re che aveva fallito storicamente nel portare il Portogallo al compimento della sua missione storico-spirituale. Ma che non avrebbe fallito iper-storicamente. Tornato un giorno tra i vivi, egli avrebbe portato la nazione al compimento della sua misteriosa missione. Per questo per il popolo «O Desejado» («Il Desiderato») e per i saggi e poeti visionari «O Encoberto». Egli emanazione del profondo nucleo, venne così alla luce divenendo storia e vita vissuta. Sebbene solo per il breve intervallo di visibilità sempre di tanto in tanto concesso alle eterne Utopie.

Lasciando dunque da parte le sempre connesse brutte storie di intolleranza razziale e religiosa (ed anche di troppo parziale teologia confessionale), comunque nell’anima e nel progetto di Dom Sebastião l’Utopia assunse la forma ed il volto di strenua purezza che ad essa più propriamente appartiene. Nessuna dietrologia per poterla vedere. E dunque saper porre tra parentesi quelli che sono comunque fatti incontestabili o almeno molto probabili. Il dibattito si svolge proprio intorno a questo. Chi fu davvero Dom Sebastião? Uno psicotico delirante? Un malato di tbc o di lues cerebrale? Un ragazzino socialmente disturbato e misogino ‒ forse vittima di abuso sessuale, e forse tendenzialmente omosessuale ‒ posto incautamente in posizione di re? Un fanatico religioso ammalato di odio anti-islamico? Un irresponsabile sognatore senza il minimo senso della realtà? Un re, statista e supremo capo militare privo del sia pur minimo senso politico? La costante opposizione alla sua politica fu ispirata proprio da tali perplessità (DS). In primis da parte della nonna e reggente di fatto, Dona Catarina, sorella di Carlos V.

Ma Dom Sebastião continuò imperterrito a sognare. E lo fece sempre di concerto con l’ispirazione profonda della sua nazione e del suo popolo. Così il sogno utopico e visionario andò di pari passo con simili sue propensioni. Un ascetismo estremo e monacale ‒ invece che nel magnifico palazzo manuelino di Terreiro di Paço, egli visse sempre nell’austero Castello di São Jorge, dove beveva da una rozza tazza (da cui non volle mai separarsi), e di fatto non conobbe donna (a parte la romantica improbabile leggenda di Almada). Una fervidissima fede religiosa venata di esoterismo che intrecciò strettamente la sua vicenda politica a quella dei resti dell’Ordine Templare. Un’attitudine contemplativa assolutamente divorante. In preda ad essa, egli sedeva al Cabo São Vicente, il «Sacro Promontório» (luogo misterico, emblematico per la storia del corvo e del vascello, simboli di Lisbona), contemplando l’Oceano ai piedi del «Mosteirinho», nel mentre lasciava che suonassero la musica che amava. Sogno utopico e visionario fu anche il suo sforzo continuo di correggere i corrotti costumi politici e commerciali del paese, introducendo in essi un purissimo concetto di imparziale Giustizia Sacra. Anche questo atto pochissimo pragmatico fino al fanatismo. Ma proprio per questo estremamente puro. Insomma nulla di tutto questo era destinato a trasformarsi davvero in storia. Meno che mai il culmine stesso dei suoi sogni (DS, p. 309-345), la spedizione che trionfalmente mosse dal Terreiro do Paço il 24 di Giugno del 1578. Con truppe non solo portoghesi ma anche tedesche, spagnole e italiane (incluso un nutrito gruppo di napoletani comandati dal capitano Francisco de Aldana). Il 4 di Agosto si attaccò battaglia. Poi fu il disastro. Il più grande disastro militare della storia portoghese.

Ebbene, dopo i sebastianisti storici (Bandarra e Vieira), Pessoa riconobbe in Dom Sebastião ciò che egli davvero dovette essere, ossia il prototipo umano destinato per nascita a penetrare da parte a parte la stessa Utopia da lui stesso intuita e rappresentata. Sfuggendo così alla storia e trapassando direttamente nell’Eternità. Di fronte alla quale nulla contavano i luoghi della fine ‒ «o areal e a morte e a desventura” (ME, III, I, 1-5). Anzi la «hora adversa» fu per lui lo stesso supremo dono divino, l’ora decisiva in cui finalmente si desvela il misterioso chi sei? di ognuno di noi. Ed è così a tutto questo che si intreccia un sogno di universalità che è il contrario stesso del «triste» e mero vivere storico. Quello di chi «vive porqué a vida dura». Molto stoico e molto nietzschiano, qui il nostro Pessoa. Ma soprattutto è proprio questo «O Quinto Império». E su tutto il paradigma sommo do «Encoberto», e cioè un Cristo sovrapposto ad una Croce che è «Rosa» (PE, IV, p. 153-173). Il Quinto Império non è altro che il gesuitico «Impero dello Spirito Santo» (PE, p. 167)

 

Read Full Post »

È una lettera vera questa, scritta ad un filosofo istituzionale a margine della discussione sul rifiuto di un mio articolo di filosofia in quanto “poco scientifico”.
Mi sembra utile pubblicarla in quanto dimostra con quanta marziale efficienza, e con quale potenza di armamento, il mondo della filosofia renda praticamente ermeticamente sigillata la propria cittadella. Nella quale di fatto hanno totale diritto di parola, e senza alcun limite, solo coloro che vi occupano un ruolo istituzionale. Questi possono infatti sostenere tutte le assurdità che vogliono, anzi proprio su questo si basano le più fulgide carriere.
L’arma efficientissima mediante cui tutto ciò viene realizzato è il rifiuto di fatto di prendere in considerazione la qualità delle idee proposte in un testo, e ciò in nome di un puro e mero canone formalistico. Un canone che, con poche, vuotissime e stupidissime regole, riesce di fatto a tenere fuori, con efficienza implacabile, tutto ciò che “ha un anima”. Assorbendo invece solo tutto ciò che non ne ha. Ovvero ciò che, testuali parole del mio interlocutore, “…è scientifico” proprio in quanto non “ha passione”.

Ecco la lettera dal titolo “ Proprio le idee o appena la forma…?”
Caro X…..,
ammesso che tu abbia il tempo di leggere queste pure e mere divagazioni (proprio come davanti ad un bicchiere di vino), le sottopongo alla tua cortese attenzione. Si tratta naturalmente di riflessioni critiche, ma ti prego di non considerarle contraddittorie della stima e gratitudine che provo per te. Esse peraltro sono contro la filosofia come istituzione, ma questa non sei tu e quindi non si rivolgono di certo a te personalmente.
Si tratta di punti della tua lettera che continuano a tornarmi in testa.
Essi mi hanno riportato alle lunghe lotte che ho condotto contro lo stesso identico spirito scientista all’interno della medicina, specie quando ero all’università.
E si tratta in generale della critica a ciò che viene dato per scontato come un “canone”. Ma ogni canone è sempre solo oggettività artificiosa e non invece reale.
Ecco le riflessioni rispetto alle tue critiche alla “scientificità” del mio articolo di filosofia:
1- Le auto-citazioni : Perchè mai un testo che abbia interesse deve essere necessariamente “un coro a più voci“? Perchè mai non può invece essere interessante un’esperienza personale, come lo è il viaggio ermeneutico attraverso un testo?. Dove chi parla è lo spirito, opportunamente “impressionato” del lettore Perchè la verità dovrebbe stare maggiormente nei più e non in uno solo? Forse è allora il conformismo e non la verità che ci interessa (o meglio, ci interessa quella verità che meno probabilmente crea imbarazzo)? E conformista non è forse proprio la doxa come opinione dei più?
2- L’Io narrante : Perchè mai l'”io” dovrebbe essere meno lecito del plurale majestatis “noi” ? Cambia qualcosa nelle idee espresse ? Non è solo vuoto formalismo ? E non è allora proprio solo in nome di tali vuoti formalismi che si omette di giudicare invece le idee contenute in un testo ?
3- Passione versus ordine dialetttico del testo : L’ordine dialettico (da generale a particolare) è appena un qualsivoglia ordine! Giusto ? Perchè mai allora esso dovrebbe rendere il testo degno di attenzione ed interesse, cioè più capace di “insegnare”, in modo maggiore di un altro qualsivoglia ordine ? E perchè mai allora un testo invece “narrativo” (quello dello spirito che narra un altro testo, interpretandolo, dove parla  un io narrante) dovrebbe essere meno degno di attenzione?
4- Idee o forma : Cosa veramente si giudica, mediante i criteri di scientificità che mi hai menzionato : la qualità delle idee o invece appena l’attrattività seduttiva della forma cioè il bel pacchetto? E siamo proprio sicuri che, con questo filtro inquisitorio così stretto, non arrivino al dibattito scientifico proprio forse le idee di minore qualità ? Quelle cioè delle menti (e soprattutto dei cuori collegati alle menti) che non si fanno alcuno scrupolo nel sacrificare le idee alla forma ?

Ma, ti ripeto, queste sono solo considerazioni davanti ad un bicchier di vino.
Io non sono nè posso essere in grado di opporre alcun rifiuto fondato alle regole che tu mi hai menzionato e che sono, a ragione o a torto, le regole vigenti. Come ebbe a dire Socrate in prossimità della sua morte anticonformista : le leggi sono sante in sè, e ad esse bisogna inchinarsi. Ed io esattamente come lui, e cioè nel dissenso, mi inchino comunque a queste leggi.
Questo però non vuol dire che gli spiriti vivi e vegeti debbano sentirsi dispensati dal giudicarle interiormente.

Un abbraccio

Read Full Post »

Mentre (per compito dottorale) mi dedico alla revisione della traduzione di un testo di Husserl dal tedesco, mi imbatto nella resa di “Vorgegebenheit” come “donazione previa”.
Ebbene, l’espressione tedesca è ben più semplice (è quasi banale nella sua non complessità) dell’espressione invece scelta per la sua traduzione in italiano.
“Vorgegebenheit” è parola composta da “vor” (prima) e “Gegebenheit”, cioè “dato” nel senso di un qualcosa di fissato come punto di partenza conoscitivo (a sua volta sostantivazione del participio di “geben”, dare, ovvero “gegeben”, dato). “Gegebenheit” è quindi “il dato”, “ciò che è dato”.
E “Vorgegebenheit” è quindi “il previamente dato” o “ciò che è previamente dato”.
Se si vuole anche “dato previo” o sinteticamente “pre-dato”
Ebbene cosa spinge il filosofo ad estendere il significato di “dare” al significato, ben meno moralmente neutro, di “donare”?
Ciò che spinge è forse il desiderio di chiarire, nel senso di semplificare, il compito del discente?
No! Invece la motivazione sembra proprio quella opposta, e cioè quella di complicare la vita a chi apprende Husserl, leggendolo non in lingua originale ma in traduzione cioè nella propria lingua.
E ciò è provato dall’effetto estraniante provocato dal termine tradotto sia su chi, da traduttore (o meglio revisore), prende atto dei due termini, sia su chi, da lettore nella propria lingua, si trova di fronte al termine tradotto.
Il primo è infatti colpito dalla grande lontananza dei due termini, e, quanto al secondo, questi non potrebbe mai nemmeno immaginarsi che dietro “donato” non vi è altro che il semplicissimo e banalissimo “dato”.
L’uso del termine “donazione” rende pertanto immediatamente lontano anni luce il termine originale “dato”. La dimensione del “previo” ha qui un’importanza solo secondaria.
Ma possono questa sorpresa ed il conseguente straniamento essere considerati solo casuali e non invece premeditati? Oppure essi hanno invece appunto un senso e lasciano quindi riconoscere, dietro di sè, anche una volontà ed uno scopo?
La seconda ipotesi sembra quella decisamente più probabile.
E ciò perchè essa lascia immediatamente delinearsi una serie di motivazioni capaci a loro volta di spiegare la resa di “dato” con “donazione”. Resa che altrimenti, per la lontananza dei due termini, e per lo sforzo di fantasia richiesto dal loro accostamento, resta assolutamente non spiegata.
Ebbene quali possono esserne i vantaggi per il traduttore (filosofo accademico) e della classe (casta) alla quale egli appartiene:
1- épater le bourgeois, ossia i non-filosofi, da gran parte della filosofia accademica considerati al pari di ignoranti-per-definizione, e quindi da maltrattare e strapazzare per obbligo di contratto
2- costituire un pleonasmo linguistico che immediatamente si traduce nell’inevitabile spazio di potere concesso da chi non capisce ed ha bisogno di attribuire quindi autorità ad un interprete istituzionale
3- aumentare il prestigio del traduttore (con buone probabilità di consolidare anche la sua posizione accademica in termini di carriera e di stipendio) circonfondendone la persona con un sottile e profumato incenso di sacri ed intangibili “termina” di uso fumosamente liturgico.
4- consolidare i privilegi liturgico-interpretativi della casta, e ciò nei temini del rimpolpamento di un meta-linguaggio da iniziati entro il quale galleggerà poi, come in una vischiosa ed insidiosa melassa (sabbia mobile) tutto il materiale cognitivo, i metodi e le situazioni che fanno la vita delle accademie (testi, lezioni, colloqui, esami, voti, rapporti istituzionali docente-discente….)
Ed ecco Husserl trasformato in un’icona, così come pure tutto il genere di filosofia (sempre moderna) che si muove intorno ad un pensatore come lui. Un’icona sacra che infonde sacro rispetto se non sacro timore.
E ciò proprio sulla base della complessizzazione pleonastizzante del suo linguaggio per mezzo della traduzione. E la traduzione da parte di “specialisti” dei testi dei pensatori (riidotti ad icone sacre) è l’altro volto dell’anatema vigente nel mondo accademico, e cioè quello che vede malissimo la lettura del testo originale dell’autore da parte del discente.
Due momenti fondamentali, questi, dell’esercizio di quel potere accademico-inquisitorio che convoglia tutto ciò che è cultura, erudizione e studio entro le ferree tubature di un’istituzione (“gabbia d’acciaio” : Max Weber) che nient’altro vuole se non alimentare e perpetuare sè stessa.
Insegnare? Manco per idea!
Tranne che nelle buone intenzioni di singoli ottimi docenti. Per la verità non molti.
Di certo le intenzioni di Husserl in quanto a semplicità di linguaggio non erano di per sè le migliori. Eppure, a proposito di questo “Vorgegebenheit”, si vede chiaramente che esse erano comunque molto migliori di quelle dei suoi traduttori.
Molto peggiori (e qui la sfida perenne è rivolta non solo verso i discenti ma anche verso i traduttori stessi) erano le intenzioni di un Heidegger. E lo sono ancora quelle della sua Chiesa, diffusa un po’ dappertutto nelle accademie filosofiche del mondo. Nel caso di Heidegger infatti il linguaggio è alla fonte già circonfuso di impenetrabili misteri sacri e ad esso il traduttore non ha quindi da aggiungere un bel nulla. Del resto nemmeno gli sarebbe permesso.
Ricorrono pertanto qui in modo ottimale  tutti i termini del guadagno che il filosofo accademico ha nel fare del linguaggio della filosofia modenrna qualcosa di astruso, misterioso ed incomprensibile.
Tutto ciò è del resto noto ed in voga da molto più tempo in ambiente medico, dove appunto vige un gergo da iniziati mantenuto impenetrabile ed inviolabile.
Ma comunque, con l’esempio citato, crediamo di aver mostrato i meccanismi piuttosto semplici, se non banali, mediante i quali tutto ciò avviene in filosofia.
Chissà se questo non potrà essere utile a qualcuno?

Read Full Post »

La destinazione di questo post è esplicita. Ma attraverso di essa diviene anche chiara la natura del luogo da cui esso è stato scritto. Questo luogo è quell’isola di naufraghi sulla quale quasi invariabilmente finiscono coloro che, per ventura o forse per sventura, nascono con il pallino di “scrivere”. Che, diciamocelo chiaramente, è un’ossessione, e cioè qualcosa di non lontano da una vera malattia. Una malattia utile, però, perchè serve a sopportare il terribile male di vivere. Non a caso un mio caro e virtuoso amico brasiliano, anche lui un irrimediabile contagiato, la chiama “a nossa saudavel doença”, la “nostra sana malattia”. Ebbene, chi è affetto da tale malattia diviene esposto ai diversi colpi di un destino che lo attende in agguato con una certezza quasi matematica. È l’agguato teso dall'”appassionato scrittore” da un’editoria che proprio su questo punta per la sua sopravvivenza (in tempi difficilissimi per tutto ciò che è carta stampata). La formula è semplicissima, cioè ai limiti del banale : ‒ Visto che i libri non si vendono ai lettori, perchè non venderli agli scrittori? Ripeto semplicissimo e quindi del tutto alla luce del sole. L’unico a non accorgersene sembra allora proprio solo l'”appassionato scrittore”. E ciò ha un senso. Perchè proprio in virtù di questo, egli è destinato a cadere nella trappola senza fallo. Da qui per lui un penosissimo percorso che dall’esaltazione iniziale discenderà poi solo il desolante declivio dell’esperienza del “di-delusione-in-delusione”. Che per molti recerà alla fine alla giustissima decisione di smettere di scrivere. Una volta che la verità si sarà rivelata in tutta la sua evidenza, essa apparirà pertanto in tutta la sua disarmante semplicità proprio come la felicissima formula dell’editore. Così recita infatti in pectore l’editore mentre si spertica il lodi per lo scritto del malcapiato che gli sta di fronte pieno di speranza : ‒  “A nessuno, e per definizione, interessa del contenuto del tuo scritto. Ciò che interessa è solo che è uno scritto, e quindi che può essere pubblicato «a pagamento». Il che significa che esso non sarà nemmeno letto. Nè tanto meno sarà distribuito. L’unica cosa che ci interessa sono i soldi che ci dovrai dare. Punto!”. Unica eccezione è il rarissimo “libro di successo”, che l’editore riconoscerà a fiuto (quasi senza leggerlo, cioè dal solo titolo). Ossia quel libro di cui si può essere sicuri che colpirà il lettore al di sotto della cintola, bersaglio che, quando colpito, rappresenta il criterio infallibile di successo al quale l’editore si attiene nell’attuale congiuntura psico-spirituale del  mondo. Ebbene può anche trattarsi di libri di indubbio valore letterario, ma non è questo ciò che conta primariamente. Ciò che conta primariamente è ciò che oggi istituisce il “valore letterario” in un modo che è libero da possibilità di interpretazioni, ossia in modo assolutamente oggettivo. E ciò accade in varie circostanze, ovvero quando nei libro c’è: ‒ il turpiloquio (cioè quando il linguaggio del libro è infarcito di eccitanti e stimolanti parolacce), la dissacrazione di miti e valori, l’appello alla rivolta o alla trasgressione, il ricorso ad immagini a sfondo sessuale o almeno ammiccantemente sensuale, il riferimento alla follia (magico-realista) come legittima fonte di ispirazione, l’appello alle convenzioni della collettiva stupidità (vedi libri di “già famosi” nel senso del “glamour”…), la perizia scrittorio-venditoria secondo il verbo delle scuole di “creative writing” (= adesione al moderno conformismo estetico) etc. Non c’è alcun bisogno di completare questa lista in modo che sia esauriente. Il senso è già sufficientemente chiaro. Ebbene, chi non scrive mettendo in campo tutto questo, e sa bene di non poterlo nè saperlo fare, prima di sentirsi costretto a rinunciare, si perderà in un limbo di disperati affondi e tentativi di ogni genere. Ascolterà allora consigli vari da parte di quelli che “sono-già-arrivati” (puntare sui concorsi letterari, battere la strada del rapporo personale, rassegnati ma non mollare tanto-scrivi-per-te, mai pubblicare in questo o quel luogo!…., e così via). Ma noterà con disperazione che nessuno di tali consigli si attaglia al suo caso, nè è tanto meno in grado di risolverlo. Anch’io o naturalmente sono affondato in questo melmoso limbo e vi ho annaspato in pieno. E fino al punto di quasi decidere di smettere. La mia soluzione qual’è stata? Trasformare l’attività scittoria in qualcosa che poggiasse sullo studio, ed in un particolare uno studio istituzionalmente riconosciuto. Cioè ho iniziato un dottorato in filosofia. E dopo aver attraversato anche qui esperienze disperanti, una volta giunto ai primi esami e superatili brillantemente, mi sono accorto con stupore che di colpo si apriva davanti a me quel mondo della letteratura scritta, che prima era stato come un cittadella dalle mura invalicabili e dalle porte ermeticamente chiuse. Si tratta per la verità solo di una porzione di quel mondo, e cioè quello delle riviste di filosofia. Ma chi scrive per ossessione non guarda tanto per il sottile. L’importante è che il flusso possa scorrere e che non si ingolfi. L’ingolfamento è infatti disperazione per chi proprio non può fare a meno di continuare a scrivere. Basta dunque che un qualunque luogo di “store” di scritti accolga i suoi scritti e li diffonda. Il che significa che li diffonda veramente (e non solo per finta come fa il truffaldino editore “a pagamento”) ed in modo che il povero autore non vada sul lastrico per le spese. Ecco, è così che mi trovo io adesso. Ancora sull’isola del naufragio dove finiscce sempre l'”appassionato scrittore”, ma ormai in procinto di abbandonarla da un momento all’altro. Già le confortanti sagome delle navi di salvataggio si profilano infatti all’orizzonte. Ecco infatti che iniziano a piovere e fioccare da tutte le parti inviti a pubblicare. Nulla, nemmeno il concorso letterario vinto, era valso a questo.

Ebbene, per questo sento l’esigenza di inviare un messaggio urgente (in bottiglia) a tutti i naufraghi che condividono con me il comune destino. E spero proprio che almeno qualcuno lo legga. Il messaggio è articolato nei seguenti punti: non pubblicare MAI “a pagamento” (come giustamente consifìgliano gli stessi “già-arrivati”) non perdere però tempo andando dietro ai consigli dei “già-arrivati”. soprattutto non perdere tempo con i concorsi letterari (anche questi fanno grandi promesse ma in fondo vogliono solo i soldi della tassa di iscrizione) non perdere tempo pubblicando in e book (se non paghi per la pubblicità il tuo scritto non se lo filerà, cioè comprerà, nessuno) l’unica cosa giusta da fare è allora affogare nel pantano dell’isola dei naufraghi, ed annasparvi quanto basta per trovare la soluzione che si attaglia a voi. Tale soluzione, l’unica, consiste solo in qualcosa o in qualcuno che certifichi il vostro talento (nelle forme in cui esso si esprime) e così vi permetta di vendere (anche se non necessariamente in modo letterale) a pieno titolo il vostro prodotto. A chi? A chi, per venirne in possesso, dovrà sottomettersi alle dure regole del contrattualismo, regole che escludono le soluzioni truffaldine ed a buon mercato, cioè il ricorso alle scaltre trappole per acchiappare il povero “appassionato scrittore”.

Spero veramente che la mia esperienza personale possa servire a qualcuno. Credo infatti sia giunta ormai l’ora che vengano alla luce le trame di tanti loschi figuri senza scrupoli.

Read Full Post »

Prendo spunto da un’interessante intervista su questo tema, uscita il 2 Giugno 2013 su Il Giornale.
L’intervista è stata rilasciata da una giovanissima scrittrice che, dopo innumerevoli difficoltà, pare sia riuscita a giungere al tanto sospirato successo : ?  Maria Silvia Avanzato.
Il titolo dell’intervista allude chiaramente alla famosissima allocuzione dell’androide di Blade Runner impersonato da Rutger Hauer. E questo è già estremamente significativo, perchè offre subito una preziosissima indicazione sul genere di cultura di riferimento che è qui in questione.
Una cultura in cui la fanno da padrone modelli rigorosamente moderni, nel contesto dei quali svanisce completamente tutto quanto di culturale è invece spregevolmente “antico”.

Il percorso personale descritto dalla Avanzato appare comunque essere del tutto simile al mio personale, e quindi, senz’altro, al percorso che oggi fanno tutte le persone che cercano di emergere come scrittori.
E tuttavia lei scrive romanzi e dall’intervista si nota che usa un linguaggio infarcito di termini trendy, cioè, per così dire, anglicismi d’impatto e d’assalto,  i quali sicuramente sono sono molto al passo con i tempi. Cioè sono già di per sè in grado di solleticare efficacemente le parti anatomiche che oggi vanno solleticate se si vuole ambire al successo.
E lo stesso vale sicuramente anche per il linguaggio che la scrittrice usa nei suoi libri e per i temi che in essi vengono trattati.
Insomma la Avanzato sembra proprio uno di quegli scrittori che, per come stanno le cose oggi, al successo prima o poi doveva arrivarci per forza.
A proposito di tutto ciò, rimando ad altri due articoli da me pubblicati in questo blog (“Cos’è lo scrittore?” ; “Cosa sta accadendo allo scrittore” ; “La grande e moderna vetrina virtuale dell’arte scrittoria”) sul tema dello scrittore e del mondo editoriale. E lo faccio per ribadire ancora una volta che sembra proprio che il profilarsi come scrittori non sia oggi nemmeno pensabile se non si rientra in una ristretta categoria tipologica che a sua volta richiede, per essere impersonata, di essere vissuta in modo assolutamente spontaneo, cioè autentico al massimo.
Il che implica molto più la genetica che non la vocazione. (altro…)

Read Full Post »

Il 28.11.2012 è stato pubblicata su Il Sannio, a firma della Dr. Enza Nunziato un’intervista da me rilasciata in occasione della presentazione del mio libro “La mia Edith. Storia di un purissimo amore” presso la Fondazione Gerardino Romano in Telese (BN)

L’empatia di Edith Stein filosofa e religiosa. A settant’anni dalla morte ad Auschwitz dell’ebrea aconvertita al cattolicesimo.

Domande:

1) Lei è medico pediatra nonché psicosomatista e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. É vissuto diversi anni in Germania, ma come si è avvicinato al pensiero di Edith Stein?

É una storia abbastanza lunga che risale a due diversi aspetti della mia vita, entrambi credo affatto casuali.
Uno di questi due filoni esistenziali è il mio antico amore per la filosofia, apparentemente messo in archivio alla fine degli studi liceali classici (dopo i quali mi iscrissi a Medicina), ma poi apparso poco a poco essere stato messo in realtà solo tra parentesi. Fu proprio con il progressivo sviluppo di  un interesse per la psicoterapia e per la collegata simbologia, interesse emerso nel contesto della mia attività di pediatra, che ciò si rese per me sempre più evidente. Con esso infatti riemergevano in me le questioni fondamentali riguardanti l’uomo, ed inoltre quel vero e proprio nucleo della sapienza che è la scienza simbolica, una volta patrimonio non solo della metafisica e della teologia ma anche della più alta filosofia.
E fu così che poco a poco, passando per un intervallo poetico (che però ha continuato sempre ad influenzarmi facendo sì che il mio pensiero restasse sempre utopico-visionario), i miei interessi ed il mio lavoro di ricerca si rivolsero sempre più verso la filosofia ed in particolare quella più prossima alla metafisica.
Settore nel quale non potevo non imbattermi prima o poi nel pensiero di Edith Stein.
L’altro dei due rami esistenziali che mi riguardano, è quello del rapporto con la Germania e la cultura tedesca che è stato per me abbastanza fatale, cioè collegato ad un ben preciso destino strettamente personale. Fu per questo che buona parte della mia formazione di psicoterapeuta si svolse a Monaco, e poi i passi della mia vita si volsero ad un certo punto decisamente verso Berlino, dove passai tre anni lavorando come pediatra.
Poi ho abbandonato la Germania, ma la profonda affinità che sento con il modo di pensare, sentire ed esprimersi dei tedeschi non si è mai spenta ed è restata parte profonda di me.
Ed è per questo che buona parte degli autori che continuo a studiare sono autori di lingua tedesca.

2) Cosa l’ha colpito di più della vita di questa donna particolare, filosofa e ora anche Santa, e delle sue scelte?

Edith, o meglio “la mia Edith” ‒  cioè la Edith che ho sentito così fortemente al centro del mio immaginario filosofico-metafisico da  sentire di poter vantare un diritto di proprietà su una porzione della sua sostanza spirituale ‒, rappresenta per me un esempio unico e splendido di fusione tra le virtù della contemplazione e quelle dell’azione. E così il suo pensiero, la sua vita ed ancor più la sua morte, costituiscono l’incarnazione più piena di tutto quanto di altrettanto grande hanno splendidamente pensato e fortissimamente sentito, ma solo in parte vissuto, altri grandi pensatori europeo-ebraici, come ad esempio Hannah Arendt e Simone Weil.
Tale perfetta fusione tra contemplazione ed azione, in un mondo in cui (proprio come ci ha mostrato la Arendt), la prima attitudine è stata da tempo ormai completamente spazzata via, mi sembra una delle più luminose vie che si offrono alla nostra consapevolezza per trovare la via di uscita alla sempre più grave impasse costituita da tutto ciò che è Modernità. Ed un aspetto essenziale di tale indicazione è appunto quello di una spiritualità che non rifugge più affatto la capacità di sentire fortemente, di appassionarsi autenticamente e soprattutto di agire in maniera risoluta ma pura.
Non vi è però nulla di più puro nell’agire risoluto che la capacità di farlo in modo auto-sacrificale.

3) Edith Stein è il simbolo dell’Europa perché riassume in se le nostre radici culturali: sacro romano impero germanico, ebraismo e cristianesimo.

Non credo affatto che sia stato ben illustrato perché Edith Stein può realmente rappresentare il simbolo dell’Europa!
Io ho cercato di dare di questo una mia personale versione, ed un versione senz’altro polemica ed affatto allineata alle correnti mode di pensiero e di gusto. La mia Edith non è infatti per nulla una Edith che si conformi al santino che ancora una volta è stato creato nell’ambito di questa simbologia politico-culturale.
Ebbene questa donna è simbolo di queste tre grandi culture soprattutto perché rappresenta per tutte un acme di straordinaria limpidità ed insieme intensità, una limpidità in cui tutto diviene spasmodicamente sacro : ‒ il culturale, il politico, il sociale, l’emozionale, l’esistenziale, il religioso.
Ed è  proprio alla luce di questo che la più autentica possibilità di rinnovamento della missione di tali culture si rivela consistere nel recupero di un’integrale sacralità della politica.
In tutto ciò emergono soprattutto due figure di riferimento, talmente intense da aver potuto a ben ragione dare vita nel tempo a sempre nuove forme di epos : ‒ il sacro Guerriero, il sacro Legislatore ed il sacro Profeta.
Tutti loro capaci fino all’ultimo di contemplare, di fare ed infine di soffrire. Cioè fino ad essere capaci di sacrificare la propria vita per un ordine veramente nuovo, ovvero per un ordine in linea con il più puro ideale. Per quanto esso possa essere anche del tutto utopico.
E certamente al centro di tutto questo vi è la figura di Gesù Cristo, in qualche modo sintesi evidente di queste tre figure, almeno essendo capaci di guardarlo non dal punto di vista di troppo facili consuetudini morali, teologiche e filosofiche.
Un Gesù Cristo che, una volta non inteso in modo troppo semplificato, certamente non ha mai escluso né la gloria di Roma e la spiritualità del Paganesimo (non solo greco-romano), né la teologia metafisica dell’Ebraismo (e tutto ciò che stava dietro di essa), né l’autentica spiritualità guerriera che si incarnò nel Sacro Romano Impero romano-germanico.
E di tutto questo insieme di idee e valori certamente il nazismo che uccise Edith Stein fu momento di terribile ed infame tradimento. Ma lo fu proprio incarnando in modo misterioso, anche se in negativo o almeno in modo spesso controverso, tutte e tre le grandi correnti storiche convenute nel suo spazio.
Del resto un discorso non diverso va fatto per l’altro grande alter ego del nazismo, ovvero il comunismo sovietico.

4) Quest’anno è il settantesimo anniversario della morte di questa grande donna, secondo lei cosa si dovrebbe fare di più per avvicinare il pensiero peculiare della Stein ai giovani?

Lasciarsi fino in fondo provocare da ciò che lei può suggerire e cioè centralmente da ciò che la sua vita e la sua opera possono suggerire se si vuole anche solo indirettamente, e cioè il recupero della consapevolezza che l’amore ha un versante rigoroso e guerriero, e che questo però ha il dovere di essere e restare sempre puro, cioè di indulgere molto più al versare il proprio sangue che al versare quello degli altri.
Senza il recupero di questa capacità di puro eroismo sacrificale non si esce dal mefitico pantano della Modernità il cui lemma fondamentale è proprio il più atroce egoismo.
E tutto ciò significa in termini molto concreti uscire finalmente dal grande contagio nichilista che, attraverso l’alimentazione del titanismo, è stata la radice stessa delle più grandi aberrazioni della storia umana, sia di quelle “di destra” che di quelle “di sinistra”.
E questo nichilismo è purtroppo ancora qui e peraltro più forte che mai nella forma di un neo-titanismo ancora oggi differenziato in due volti ideologici solo apparentemente opposti ed entrambi ancora espressione di un unico e perdurante spirito di Distruzione.

Read Full Post »

Older Posts »