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Infatti, il vizio più completo è ignorare la divinità”1

 

“ “Così il figlio disse: «Io sono nel Padre e il Padre è in me»2

 

“…anteriorità e posteriorità non potrebbero cadere nell’infinito e nell’eterno. Il Padre non è prima del Figlio, il Figlio non è dopo: bensì il Padre è prima in modo tale per cui il Figlio non gli è posteriore…”3

 

Dopo aver finito di scrivere questo libro mi sono accorto che è forse necessario fornire alcune spiegazioni preliminari, specie ad un eventuale lettore analitico, che potrebbe sentirsi turbato da alcune apparenti contraddizioni logiche, specialmente per quanto riguarda le cronologie contenute nella bibliografia.

Ho l’abitudine di corredare sempre i miei scritti con delle bibliografie, sia per non dilungarmi in analisi e discussioni già affrontate in altre opere, sia per lealtà verso i testi letterati, che cerco di riportare fedelmente per non sacrificarne la bellezza con trasposizioni indirette.

Non si tratta solo di onestà, o meglio si tratta di un’onestà che è conseguenza obbligata di una precisa scelta estetica e poetica.

Tale scelta, che ho illustrato diffusamente nel mio saggio dal titolo Il poeta, un fesso che ascolta…, è in linea con una visione dell’ispirazione intesa essenzialmente come possessione dell’autore da parte di spiriti “affini”, possessione che si realizza tra l’altro mediante la lettura e l’uso di alcuni testi sincronici alla scrittura. La banale causalità delle concomitanza delle letture al testo è ovviamente, in coerenza con tale scelta poetica, assolutamente da escludere.

Anche nella stesura di questo libro dunque sono stato accompagnato dalla lettura concomitante di alcuni testi, cosa che può sembrare strana al lettore, in quanto si tratta di invenzione e non di saggistica.

Anche questa è stata però una scelta, motivata soprattutto dall’altro aspetto della mia poetica, che è quella del costante riferimento auto-biografico.

Il richiamo a letture di testi contemporanei, o letti naturalmente nel presente, sebbene scritti in date anteriori rispetto agli eventi descritti nella narrazione, ha dunque senso proprio in quanto richiamo al senso che gli eventi narrati hanno personalmente per me.

Nel caso specifico, visto che si tratta di testi in lingua originale, il fatto di riportarli nella narrazione talvolta in modo letterale, vuole avere il valore di una traduzione, anche se parziale, di testi probabilmente non ancora resi disponibili in lingua italiana.

Un ultimo aspetto che a mio avviso andrebbe considerato è che, voluta o meno, la discrepanza logica tra la cronologia degli eventi narrati e quella della bibliografia, assume un particolare valore metafisico, del quale non posso che rallegrarmi. In quanto grazie ad essa si produce un effetto di scardinamento del tempo e della logica che ha un profondo significato nell’ambito delle idee e visioni illustrate nel libro.

 

 

 

Il figlio

 

Che bisogno c’è della sopravvivenza di questi esseri volgari, la cui principale occupazione, una volta sottratti alla morte che li minaccia, sarà sempre più dissipare e divorare ?” ( Anonimo)

 

 

Mio padre non avrebbe mai voluto trasferirsi qui dall’Europa, eppure una fatalità ve lo condusse, fin a pochi anni prima della sua morte.

Io ed i miei fratelli siamo invece nati qui, e dunque questa è la nostra terra.

Laggiù, anche se potessi, non ci andrei mai. Anche se era questo che lui voleva, e che mi pregava sempre di fare, poco prima di ritornare in Europa – “Torna là, torna, figlio mio, interrompi questa catena…!”.

E poi come tornare, se io là non ci sono mai stato ?!. Cosa c’è di me laggiù ?. I suoi ricordi, il suo rimpianto, le cause dei suoi errori. Tutto suo. Io che ho a che fare con tutto questo?.

E’ questo ciò che penso ogni giorno, eppure dentro di me c’è un angolino oscuro che continua a resistere alla luce delle mie certezze, e dal quale ogni giorno a tradimento parte quell’insidiosa domanda – Perché no?. La lascio parlare quella voce solo, anche se per un po’, solo finché mi va. Poi basta, poi torno alle mie cose di sempre ed alle mie certezze, dalle quali non sono disposto ad allontanarmi.

In fondo mi interessa una sola dell’insidioso mormorio che nasce in quest’angolino oscuro della mia anima, e cioè la mia risposta – Io sono io!.

Yo soy argentino !.

 

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O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l’erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

I nostri padri antichi, Or, fatta inerme

Nuda la fronte e nudo il petto mostri….” (Leopardi)1

Per la verità non so se tutto questo sia storia, sogno o appena una privata allucinazione. E nemmeno so se ciò che viene qui narrato e considerato possa avere un vero valore storico, morale, filosofico e politico per la nostra gente ed il nostro paese.

Giudicate pure voi stessi.

L’inizio di tutto è in un lontanissimo passato, ma gli eventi di cui si narra appaiono essersi sorprendentemente svolti in fondo nello spazio di appena ventiquattrore.

Gli eventi storici da cui prende le mosse questo racconto si svolgono intorno al periodo che va tra la fine del 300 e gli inizi del 400 dC, anno dopo il quale, nel 401, i Visigoti, spinti dagli Unni, entrarono finalmente in Italia, dando così uno sfogo finale all’immensa pressione che i popoli slavo-germanici avevano iniziato ad esercitare sui confini dell’Impero Romano da oramai almeno due secoli, e così mettendo fino una volta per tutte alla millenaria potenza di Roma.

Tali eventi erano stati preceduti da un’immane catastrofe militare, quella di Adrianopoli nel 378 dC, dove l’esercito romano aveva subito un tracollo da cui non si sarebbe mai più ripreso.

Dopo questa decisiva sconfitta, nel 395 dC il generale romano Stilicone aveva poi cercato di nuovo, ma invano, di fermare i Visigoti in Tracia. Ed inoltre poi in Italia, dopo l’avvenuta invasione, nel 402 dC, si tentò ancora con la battaglia di Pollenzo, in cui truppe romane furono ancora guidate da Stilicone, di cacciare i Visigoti dall’Italia.

Tuttavia anche questo fu del tutto inutile.

Dopo pochi anni anche gli Ostrogoti avrebbero invaso l’Italia, e successivamente una massa immensa di popoli germanici, superato il Reno, si sarebbe rovesciata sulla Gallia schiacciando le truppe romane che soggiornavano al confine. Vane furono nei decenni che seguirono perfino le prodezze del magister militum Ezio, che addirittura riuscì ad infliggere una grave sconfitta agli Unni ai Campi Catalaunici nel 451 dC, in un’estrema fiammata di orgoglio militare romano. Ma intanto uno dopo l’altro, vaste aree di territorio imperiale al di fuori dell’Italia sarebbero cadute saldamente in mano barbara.

L’ora fatale per l’impero Romano era per sempre scoccata.

Tutto ciò che seguì, fino all’ascesa al trono d’Italia da parte di Odoacre nel 476 dC, non fu che la lenta agonia di un corpo ormai già votato alla morte. Ciò che recò ancora il nome di esercito romano non fu infatti in questo periodo che un’accozzaglia di truppe formate esclusivamente da ex foederati germanici, cioè soprattutto Goti e Franchi ed a cui si aggiunsero perfino degli Unni. I romani erano stati intanto del tutto privati del diritto di farne parte.

Quella che portò al trono il barbaro Odoacre, alla testa di orde di Eruli, Turcilingi, Rugi e Sciti, non fu che la marcia trionfale di una razza divenuta ormai per sempre padrona, davanti alla cui stapotenza l’Imperatore fantoccio Romolo Augustolo non potè che piegare il capo ed il ginocchio, in un atto che sancì la definitiva umiliazione della razza romana ed italica.

Tutto ciò che sarebbe accaduto in Italia, da allora fino ai giorni nostri, non sarebbe stata che l’eco, infinitamente riverberata , di questi terribili e maestosi eventi.

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