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Posts Tagged ‘modernità’

Abstract.

In questo scritto, sulla base del commento al libro del Prof. Michele Federico Sciacca [Michele Federico Sciacca, Filosofia e Metafisica, Palermo : L’Epos 2002, III.11], abbiamo discusso soprattutto la relazione esistente tra la metafisica integrale e la  filosofia religiosa quale legittima possibilità del pensiero (qui rappresentata concretamente dalla sua moderna forma storica in un pensatore come Sciacca).
Due elementi in particolare sono emersi nella relativa investigazione interpretativa sul testo e nella riflessione delle possibili relazioni delle sue idee con quelle della metafisica integrale come corpus di conoscenze e metodo conoscitivo.
Il primo elemento emerso è il sostanziale allineamento della filosofia religiosa sulle posizioni di un platonismo (anch’esso religioso anche se non confessionale) a sua volta fortemente coincidente con: 1- l’idealismo “paradigmatico” (da noi pressupposto sullo sfondo del lunghissimo percorso storico-filosofico dell’idealismo da Platone in poi) [Vincenzo Nuzzo, “Il percorso dell’idealismo e realismo moderni alla luce dell’idealismo realista di Leibniz”, in: https://cieloeterra.wordpress.com 2013 ; Vincenzo Nuzzo,”L’ipotesi di un idealismo  ‘paradigmatico’ alla luce dei pensieri congiunti di Proclo ed Edith Stein”, in https://cieloeterra.wordpress.com   2013] ; 2- il concetto di “idea-cosa” (da noi presupposto come nucleo della doppia dottrina platonica delle Idee e dei Principi) [Vincenzo Nuzzo, “Il concetto metafisico-integrale di “idea-cosa” e la dottrina delle Idee secondo il “nuovo paradigma”, in https://cieloeterra.wordpress.com  2014]. Tale linea, costellata da un gran numero di pensatori antichi e moderni, appare istituire una forte continuità tra il pensiero greco-pagano e quello cristiano medievale e si prolunga inoltre oltre questo fino ai giorni nostri. Essa coincide abbastanza bene con il platonismo agostiniano che lo Sciacca vede culminare in Rosmini. In tale contesto appare dunque molto plausibile una possibile convergenza tra l’ipotesi di un idealismo “paradigmatico” e la reatà filosofica dell'”idealismo trascendentista” lasciato emergere dal nostro pensatore nell’ambito dello “Spiritualismo cristiano” nel quale si compendia la sua visione. Nel complesso ciò che qui sembra emergerne è pertanto un possibile paradigmatico spiritualismo immaterialista ed essenzialista quale anima di una moderna filosofia religiosa (da noi indagata a fondo anche in Edith Stein) [Vincenzo Nuzzo, “L'”Io sono Colui che sono” secondo Edith Stein”, in https://cieloeterra.wordpress.com   2013 ; Vincenzo Nuzzo, La dimensione metafisico-religiosa nelle opere precoci di Edith Stein, in : https://cieloeterra.wordpress.com 2014] ed in forte sintonia con la metafisica integrale.
Il secondo elemento emerso nella nostra indagine è la conferma di quanto da noi già messo in evidenza nei nostri (già citati) studi precedenti, e cioè l’importanza ed il ruolo centrale della “questione ontologica”, ovvero della questione dell’Essere, anche nel contesto di un idealismo paradigmatico riconducibile (per mezzo del Neoplatonismo specie greco-pagano) al tradizionale essenzialismo immaterialista e spiritualista che da sempre è patrimonio della metafisica integrale nella spiegazione totale e profonda della Realtà. Ciò che abbiamo cercato di chiarire è che la giustissima insistenza della metafisica integrale sulla totale sovra-essenzialità dell’Uno-Tutto divino non è affatto in inconciliabile contraddizione con il valore da attribuire alla questione dell’Essere (anzi è con esso molto convergente).
In relazione sia all’uno che all’altro elemento abbiamo posto in luce le attuali urgenze storico-filosofiche e socio-politiche che rendono del tutto plausibile in cammino comune di filosofia religiosa e metafisica integrale nella comune lotta contro quella moderna catastrofe che proprio nella filosofia ha trovato la sua forse più drammatica (se non tragica) espressione. Tutto ciò ci sembra di fondamentale importanza perchè, al di là degli aspetti dottrinari, individua una nuova possibilità di impegno dello studioso di metafisica integrale nello scenario della modernità, e peraltro non in inconciliabile conflitto con la filosofia.

 

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In che razza di mondo stiamo vivendo?
Me lo chiedo come al solito guardandomi intorno. E ciò che vedo è quello che, con linguaggio antiquato, si potrebbe dire “il giovane di oggi”. Il termine ed il concetto non rendono affatto, ma comunque usare proprio termini antiquati come questi ha il suo senso. E vedremo ora perchè.
In ogni caso ciò che oggi vedo del giovane di oggi è la versione depressiva. Quella della mattina dopo, quella del dopo-baldoria, e che coincide sostanzialmente con la condizione di un povero disgraziato costretto a fare un lavoraccio qualsiasi per guadagnare qualche spicciolo e senza alcuna certezza del futuro. L’altra versione è poi quella manica, senz’altro più impressionante. E  cioè quella della baldoria come stile di vita. Pertanto per definizione baldanzosa, strafottente, arrogante, cinica, distruttiva, indifferenziatamente e sfrenatamente ilare fino al beotismo.
L’una faccia della medaglia illustra l’altra alla perfezione. Per cui non c’è nemmeno bisogno di diffondersi sulla questione del se della condizione dei giovani di oggi si debba avere schifo o pietà.
È una questione stupida soprattutto perchè oziosa. Ma per motivi completamente diversi da quelli in genere messi in campo nelle trattazioni come al solito moralistico-ideologiche del tema. Quelle interpretazioni che rinunciano per definizione a pensare per limitarsi a rimasticare quel “già detto” senza il quale oggi di fatto non si ha il diritto di prendere la parola.
La questione è un’altra ed essa ci risulta chiara se prendiamo in considerazione un altro degli aspetti tipici dell’odierna condizione giovanile.
Lo stato bi-polare in cui essi usualmente ci si presentano sembra essere infatti dovuto ad un qualcosa che fa sì che essi vivano ormai quasi solo di immagini e non più di testi. Non a caso i testi rientrano in un contesto di sola immagine. Uno dei modi in cui infatti essi spendono il loro tempo è quello di armeggiare con aggeggi elettronici (primo il cellulare), che appunto offrono testi solo entro un predominante contesto (frame, si potrebbe dire) di immagine.
E fanno questo invece di leggere. Ciò di cui si nutrono sono dunque testi miserevoli per concisione, superficialità e scarsità di senso, profondità e contenuti. Tutt’altro che quanto invece offerto dalla carta stampata, cioè dalla vera lettura. Quella che ha a che fare solo con le immagini mentali, cioè quelle creativamente auto-prodotte e non quelle pre-confezionate.

Ebbene tutto ciò ha moltissimo a che fare con il mondo del lavoro con cui si confrontano i giovani d’oggi. Non si può sapere, allora, se l’ossessiva cultura dell’immagine è causa, effetto o invece solo effetto collaterale dello stato in cui versa il mondo del lavoro. Certo è che è perfettamente comprensibile che un mondo come quello in cui ogni giorno circola la notizia “che entro poco tempo scomparirà la maggior parte dei posti di lavoro” sembra essere in forte sintonia con quello in cui lo scritto e la lettura vera non hanno più alcun significato.
Non si tratta solo del considerare la cultura dell’immagine come un ripiego depressivo. Si tratta di ben altro, e cioè del fatto che, mentre fino a pochi decenni orsono (ed in continuità con l’intero passato dell’umanità) si tendeva ad intendere come degna di essere vissuta una vita dedicata, più o meno direttamente (cioè anche solo come stimati ed efficienti “tecnici”), alla “cultura”, oggi questo non solo non ha più senso, ma è ormai addirittura perfino ridicolo. La “scomparsa dei posti di lavoro” sembra essere insomma in stretta relazione con il fatto che non vi è più alcuno spazio per lavoratori di livello, cioè lavoratori il cui ruolo sia fondato su una solida ed estesa base culturale.
La “scomparsa dei posti di lavoro” sembra  significare soprattutto questo, e quindi, se chiamata con il suo vero nome, dovrebbe essere definita come “scomparsa del lavoro degno di questo nome”. Ciò che si vuole dire è insomma che serve un altro genere di lavoro, la cui precarietà è espressione soprattutto del suo bassissimo livello qualitativo. Sembra insomma che basti ormai appena una cultura superficiale, tendenzialmente non pensante ma appena riflessa ed automatica. E ciò cosa altro significa se non il fatto che il cervello umano non è ormai più richiesto come risorsa?
Basta infatti appena l’arco riflesso, ovvero ciò che può essere offerto da un circuito elettronico. Strano, allora, che proprio dai circuiti elettronici i nostri giovani siano compulsivamente dipendenti.
Ecco insomma l’automatizzazione come minaccia, e come tale sfondo per una complessa realtà sociale in cui l’aspetto lavorativo-produttivo va di pari passo con l’aspetto emozionale e morale.
Ma, da Marx in poi, non si può proprio parlare di lavoro e produzione senza parlare anche di economia. Bisogna dunque assolutamente chiedersi quale sia il risvolto di tutto questo sul piano economico.
Ebbene, direi proprio che si tratta del definitivo ed irreversibile oltrepassamento di quella questione ricchezza / povertà che è poi vecchia quanto il mondo. I prodotti umano-sociali di questo assetto, deprivato di cultura e di “posti di lavoro”, sono infatti non a caso degli universali  diseredati, che si trascinano per le vie del mondo non solo senza alcuna speranza ma soprattutto senza poter attribuire alla propria esistenza il benchè minimo senso. Si tratta di diseredati molto più che di “poveri”, ovvero poveri in senso soprattutto qualitativo, cioè morale e spirituale. Il che ci dà l’esatta misura di come e quanto l’antica “questine ricchezza / povertà” sia stata oltrepassata dall’attuale assetto sociale, produttivo ed economico.
Orbene, ma come è possibile che tendiamo tutti così tanto a considerare tutto questo come qualcosa che è solo nell’ordine delle cose? Ovvero una cosa naturale al pari di un mutamento metereologico. E com’è possibile che, quando riusciamo a reagire, sappiamo farlo solo mancando clamorosamente il bersaglio ? E cioè chiamando in causa ancora appunto tematiche come quella della “questione ricchezza / povertà”, cioè ostinandoci a mettere in primo piano il pauperismo invece che il ben più sofisticato disagio ormai in atto. La verità è che, almeno in generale, nessuno dei “poveri disgraziati” di oggi è povero come lo si era una volta.
Insomma la “questione ricchezza / povertà” è ormai “superata”!
Attenzione, però, perchè questo è proprio quanto ci dicono gli stessi che vogliono far passare, come naturale e dovuta, la notizia della scomparsa dei posti di lavoro. Questa è l’interpretazione pelosa ed interessata delle cose. Ma secondo un’altra interpretazione la “questione ricchezza / povertà” (così come tutti gli argomenti simili) è superata in tutt’altro senso. È superata perchè ciò che viene ormai prodotto è un uomo povero per definizione, e che quindi ricco non lo sarà mai. Nè in senso fisico nè per traslato, nel senso di una ricchezza spirituale e morale. È la definitiva destinazione dell’uomo allo stato di naturale di diseredato. È la normalizzazione dello stato di diseredato, ovvero qualcosa di ben più atroce, in quanto ben più profondo, dell’ingiustizia sociale del mondo di una volta.
È con tutto ciò che sono coerenti la scomparsa della cultura, la scomparsa dei posti di lavoro, la degradazione del lavoratore quale “uomo di cultura” (di fatti intellettuale). Ma soprattutto tutto ciò è coerente con la mancata affermazione dell’assoluta inaccettabilità di tutto questo.
Sta qui il vero scandaelo e nucleo del problema.
E qui si ripone drammaticamente la domanda iniziale : ‒ “In che razza di mondo stiamo vivendo?”.
Guardiamo la disperazione senza nome che serpeggia intorno a noi, la tocchiamo con mano. Poi semplicemente la ignoriamo, oppure ne diamo spiegazioni che non colgono affatto il nucleo della questione. Ed in entrambi i modi manchiamo pure di prendere atto della nostra stessa disperazione. Ma soprattutto non ci indigniamo, non ci leviamo in piedi “empört”, come direbbero i tedeschi, non reagiamo. Lasciamo fare!
Com’è possibile?
L’unica e sola spiegazione sta nel fatto che siamo tutti vittima di un vero e proprio incanto collettivo, che ci abbaglia e ci paralizza, facendo sì che lasciamo che poco a poco ci venga portato via tutto quanto è assolutamente indispensabile per vivere. Almeno da uomini e non da bestie o vegetali. È quello che un tempo di chiamava Civiltà, e che del tutto a diritto veniva opposto a tutto ciò che è Natura. In altri termini Cultura. Si proprio così, Cultura. Appunto ciò di cui abbiamo appena parlato.
Ebbene i responsabili originari di tutto questo ci sono e sono ben individuabili. Sono coloro che dall’Illuminismo in poi (e forse ancor prima) hanno fatto del “naturalismo” un criterio di giudizio distruttivo su tutto ciò che è Civiltà e Cultura. E così hanno messo in ridicolo e bandito l’opposizone di Civiltà e Cultura alla Natura.
Ora siamo agli estremi esiti di tale operazione. Ed il mondo è divenuto senz’altro “più naturale”, ma solo nel senso che è diventato “naturalmente mostruoso”.
Possiamo dire che ne sia valsa la pena?

Dunque, o uomini, recuperiamo il raziocinio che fa di noi degli esseri umani. Un raziocinio che con il naturalismo non ha assolutamente nulla a che fare.

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Chissà se a qualcun’altro, oltre che a me, ha dato nell’occhio il fatto che da un po’ di tempo a questa parte le correnti conversazioni tra persone sono caratterizzate da un intercalare che prima, mi sembra, non esisteva in questo modo specifico, oppure aveva un uso completamente diverso.
Si tratta dell’impiego dell’espressione “Allora!”.
Non mi riferisco naturalmente all’uso dell’espressione come usuale impiego linguistico, ma invece al suo impiego specifico come formula per introdurre un discorso ed inoltre, anzi soprattutto, alla forte intonazione retorica che tale impiego ha assunto.
Non  può sfuggire quindi il fatto che questa formula ha assunto un significato molto particolare, e che in questo suo specifico significato (il nuovo significato della neutra espressione allora) essa è venuta a sostituire altre forme dell’intercalare prima usuale nelle conversazioni.

Vediamo di capire in che consiste questo specifico e nuovo significato, ascoltando come sempre le subliminali allusioni che possono essere colte quando si viene a contatto con tale espresione.
Un modo per fare questo è il tentativo di tradurre questo “Allora!” in altre, e più esplicite, affermazioni.
Esso sembra insomma equivalere ad una o più delle seguenti espressioni.
Non mi importa un fico secco di ciò che pensi tu. Questo è ciò che penso io!”
Quello che hai detto finora non ha alcuna importanza, e la verità è invece questa. Ascolta!”
Ti ho finora ascoltato educatamente, ma non mi hai detto nulla che già non sapessi. Ora ti spiego come stanno veramente le cose!”
Non hai proprio nulla da insegnarmi ed ora te lo farò capire!”.
Quello che hai detto può essere vero per te, ma siccome di questo non mi interessa minimamente, ciò che conta è quello che è vero per me!”
Sta zitto che è meglio!”.
Oppure.
A me nessuno me la fa e nessuno me la da a bere!”
So io quello che ci vuole!”
Io ho e so tutto ciò che mi basta per fargliela vedere a questa gentaglia. E te lo dimostro!”
Lascia fare a me, che è meglio!”.
Non mi importa nulla del mondo. Conto solo io e nessun altro!”

E dunque, come si può constatare, con questo “Allora!” si tratta in modo piuttosto generale di una formula di disprezzo e di aggressività nei confronti delle opinioni se non della persona del proprio partner di conversazione, ovvero l’altro, detto una volta il prossimo. In termini più allargati si tratta poi anche di una formula di rivendicazione aggressiva ed armata, cioè di un vero e proprio grido di guerra lanciato dal singolo verso la collettività. E nello stesso tempo si tratta altresì di  un lirico peana solipsistico al valore incondizionato della propria persona.

Intendiamoci, i bulli della conversazione sono sempre esistiti. Ma qui si tratta di qualcosa di molto diverso, perchè insieme alla sbruffoneria fa la sua comparsa appunto la rivendicazione, ossia l’ossequio incondizionato tributato a sè stessi secondo il motto “Tu vali! E quindi hai il diritto di pretendere incondizionato rispetto per il semplice fatto che esisti!”

E cosa quindi questa formula potrebbe aver potuto venire a sostituire?
Mi sembra evidente che si tratta di tutte quelle una volta usuali formule di reciproca cortesia.
Formali, magari anche vuote e perfino ipocritamente piccolo-borghesi quanto si vuole, ma quanto  infinitamente più delicate!.
In altre parole : ‒ 1)  rispettose dell’altro e delle sue opinioni! 2) esprimenti un ossequio  incondizionato del singolo nei confronti di ciò che lo circondava, ovvero deferente umiltà!

Insomma siamo davanti ad un altro insopportabile segno della modernità.
Più specificamente mi sembra si tratti della vera e propria inflazionistica ipertrofia dell’Io alla quale le ultime generazioni sono state consegnate da un genere di educazione e da una specifica filosofia politica al centro dei quali vi è il valore incondizionato dell’individuo singolo con tutto il suo corredo di diritti, istinti da sfogare e desideri da soddisfare. E conseguenti rivendicazioni da scagliare intorno a sé come acuminate frecce contro altri singoli e contro qualsiasi genere di collettività.
Non è certo un caso che si osservi l’uso di questa formula in diretta relazione con l’anno di nascita, cioè da parte di quelle generazioni che hanno avuto i loro natali più o meno dall’inizio o metà degli anni settanta in poi, ed i cui membri quindi hanno oggi tra i trenta ed i quaranta anni

Insomma un ben triste e squallido segno.
Non sarebbe allora il caso di iniziare a disavvezzarci da questa così deplorevole ed insopportabile abitudine. Ovvero, come si sarebbe detto una volta, chiaro segno di maleducazione!

 

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5 leggendeNon c’è che dire, questo sì che è un bellissimo film. Anche se è solo una favola di Natale per bambini.
Il suo messaggio ‒ credere, credere, credere!
Perché?
Perché credere mantiene integro il legame tra mondo visibile ed il mondo invisibile.
Perché questo legame, come sa bene l’Uomo Nero, può spezzarsi. E per sempre!

E quale mondo avremo dopo che tale legame si sarà spezzato?
Il mondo che l’Uomo Nero offre a Jack Frost, esercitando su di lui un’insidiosa seduzione faustiana, una seduzione oggettivamente irresistibile. È l’offerta all’altro di un mondo in cui finalmente egli sarebbe stato riconosciuto e riconoscibile, un mondo di solidissime, rocciose evidenze. Solide e dure come il ghiaccio.
Ebbene, fu proprio questo il mondo che Heidegger, al culmine del nichilismo, aveva pensato per gli uomini restando sulle tracce di Nietzsche, il mondo in cui l’Essere non era altro che l’essente, l’ente, ossia ciò che abbiamo sotto gli occhi e basta.
E l’auspicio di Heidegger non tramontò affatto con il nazismo, ma invece il suo testimonio è stato raccolto dagli interpreti di punta della Modernità, cioè appunto coloro che, come l’Uomo Nero, ci offrono un mondo di estreme evidenze, quelle oltre le quali non si può proprio più andare.

È per questo che si sente oggi l’evidenza della necessità di combattere contro tutto questo.
Combattere, si!
Non importa che ciò possa sembrare politicamente scorretto, specie se la vittima è uno che porta il nome imbarazzante di “uomo nero”.
No, l’uomo nero non è affatto ciò che ci è stato fatto credere potesse essere, usando un ragionamento diabolico dello stesso genere di quello che ho commentato giorni orsono in “Hotel Transilvania”.
L’uomo nero è esattamente ciò che è! Quello che abbiamo imparato a conoscere nella nostra infanzia.
Ebbene è ormai giunto il tempo di decidersi a combatterlo!
Come?
Con la fede, la fede che va oltre le evidenze. E che, quindi, superata la disillusione dello scontro con l’evidenza, continua per scelta a credere a ciò che è divenuto ormai folle credere. Cioè crede ormai eroicamente. Crede quia absurdum.
Perché? Perché quella del bene è prima di ogni altra cosa una profonda intuizione, dunque un istinto. Come ci insegna Max Scheler.
Ed allora disponiamoci a combattere con la fede.
Perché è così e solo così che salveremo un mondo ormai minacciato alle sue radici.

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[Abstract:

Tale recensione tratta del libro di Martin Heidegger dal titolo Holzwege, un libro in cui furono pubblicati postumi diversi saggi scritti dall’autore prima, durante ed immediatamente dopo la seconda guerra mondiale.
Per la data della sua pubblicazione, il 1956, il libro passa, almeno per quanto ne dice lo storico Ernst  Nolte, per una testimonianza di un tardo Heidegger, ormai lontanissimo dal suo impegno nazionalsocialista ed estremamente prossimo ormai tutto sommato alle tesi di quel movimento che poi si sarebbe manifestato nel tempo come ecologismo verde tedesco.
La mia recensione mostra comunque che il filosofo, anche in questo suo nuovo volto, non fu affatto lontano dalla sua passata identità filosofico-politica ed ideologica e soprattutto non fu affatto lontano dal sostegno offerto alle tesi di un nichilismo titanico a sua volta al servizio di potenti forze di Distruzione, ma affatto conservatrici (come si è portati troppo facilmente a credere).
È su questa base che la complessiva posizione sostenuta da Heidegger in questo libro può essere considerata equivalente ad una visione filosofica che intende affermare una forma estremamente moderna di ultimativo e radicale Materialismo.
E tale visione non solo non mi sembra che dia alcuna vera risposta alle tremende sfide della Modernità ma addirittura contribuisca non poco al loro prodursi.

Testo recensione:

Decisamente non ci si può proprio sottrarre al fascino accattivante della lettura di Heidegger, ed Holzwege1 non si sottrae certo a questa regola.
Il libro, come ci racconta Ernst Nolte2, rappresenta a suo parere in pieno l’Heidegger tardivo, quell’Heidegger che, come ho raccontato nell’altra recensione di suoi testi3 , era sopravvissuto straordinariamente incolume alle tremende tempeste del dopoguerra post-nazionalsocialista.
Incolume non è certo l’espressione più appropriata, dato che poco mancò che il filosofo si togliesse la vita per l’umiliazione e la vergogna che subì dopo la guerra. Ma fatto sta che, come ho già raccontato4, con questo ed altri libri egli si ripresentò al mondo non più come filosofo del nazismo ma invece come filosofo in qualche modo della riscossa ecologica dell’uomo contro la modernità e la tecnica.
Ed in tal modo egli senz’altro riprese le fila di un’ispirazione iniziale ( e quindi di una sostanziale buona intenzione) che la compromissione con il nazismo aveva poi oscurato fin quasi ad annientarla. Ci tengo comunque a sottolineare che tale ispirazione e buona intenzione fu e restò autenticamente conservatrice, indicando così a noi come e quanto il conservatorismo autentico non sia affatto coinvolto nelle vergogne della destra storica.
Almeno è così, comunque, che la sua filosofia tarda ci viene presentata da Nolte.
Ciò è però abbastanza difficile da credere, visto che non è affatto arduo, nel presente libro, riconoscere ancora ben distinto quel filosofo del nazismo dietro il quale si nascondeva più che altro in realtà il pensatore di un estremo materialismo immanentista. (altro…)

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Prescindendo dall’esistenza degli inguaribili pessimisti, vi sarebbero mille e una ragione, nel mondo moderno, per essere assolutamente ottimisti.
Ragioni oggettive, che non vale nemmeno la pena di menzionare, tanti sono innegabili i vantaggi materiali che la modernità ci ha procurato.
Si tratta quindi di ragioni di principio, ma inevitabilmente anche di ragioni del dovere, visto che il pessimista è un insopportabile guastafeste, e lo ancor più in un mondo che tutto è disposto a sopportare tranne la messa in discussione della sua positività.
E su questo alla fine dei conti sono d’accordo tutti, conservatori e progressisti.

Eppure il pessimismo è comunque necessario.
Provatevi, in questi grigi giorni di incipiente autunno, ad arrendervi per un attimo al desiderio romantico di passeggiare su un sentiero di campagna, gustandovi così la dolce malinconia dello smorto paesaggio di questa stagione.
E soprattutto provatevi ad osare di metterlo in pratica.
Non vi è dubbio che il vostro desiderio abortirà già ai primi passi sul sentiero che avrete scelto. Perché invece della dolcezza della naturale decadenza ciclica autunnale, vi si parerà davanti, atroce ed ineludibile, il paesaggio della moderna devastazione. Uguale a sé stessa sempre, questa, cioè atroce sempre, in estate, in autunno, in inverno, in primavera.
Ed allora sarete costretti a pensare che nemmeno la coltivazione della malinconia è più possibile in quel mondo moderno in cui tutti gli uomini, senza eccezioni, hanno scelto per sé lo scenario naturale che solo può accompagnare la loro così ottimistica (assolutamente positiva) condizione esistenziale, la devastazione.
Ciò era quanto il poeta inglese TS Eliot aveva visto nel suo poema The waste Land già nei primi decenni del secolo scorso.
Ma a questo punto, se non siete pessimisti ad oltranza, non cedete ancora alla disperazione!
Perché vi è ancora una speranza, e cioè quella di convertirvi definitivamente in pessimisti, superando così a piè pari, e con ostinata arroganza anti-oggettivista, l’oggettività cogente delle ragioni dell’ottimismo.
Allora vi accorgerete infatti che il pessimismo non è solo necessario per guardare in faccia alla realtà ma è anche necessario per sperare, coltivando in sé il sogno, realizzabile o meno che esso sia, di un mondo che non sia appena “così com’è”, cioè “come si presume che debba essere”.
Non vi è nulla, infatti, che sia più ottimista che questo pessimismo della fedeltà al più puro ed intangibile ideale.
Concedetevi, miei cari amici, finalmente ”a raiva de a saudade…”, come la chiamò Fernando Pessoa, la rabbia della nostalgia. Questa sì è rivoluzionaria!

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“Was ist geschehen?”, “Cos’è accaduto?”
Questo il terribile verso con il quale Marlene Dietrich descriveva dopo la guerra le macerie della Germania e del mondo.
Il film Il rosso e il blu , di Giuseppe Piccioni, fa lo stesso con l’Italia dei tempi nostri. E con il mondo che la circonda.
La drammaticità della domanda è la stessa. Essa contiene lo sgomento per qualcosa di inconcepibile eppure tangibilmente reale.
Perché si può forse descrivere in modo più tremendamente fedele la desolazione di una società se non per mezzo dello spettacolo della spaventosa precarietà in cui versa la sua scuola?
“Qui è tutto un disastro, e noi facciamo quello che possiamo…”, dice la direttrice didattica (Buy) al supplente pieno di buone intenzioni (Scamarcio) per dissuaderlo da un coinvolgimento troppo appassionato nel drammi quotidiani di tale scenario.
Io conosco per esperienza diretta lo scenario, i modi per descriverlo e le intimazioni da esso imposte (specie all’idealista) dal mondo dell’assistenza pediatrica territoriale nei quale sono stato coinvolto fino a pochi mesi orsono. E questa frase me la sono sentita ripetere più volte in tutte le salse.
Ma allora qual’è lo scenario ? E cos’è accaduto per giungere ad esso? (altro…)

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