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Archive for ottobre 2015

Platone è stato interpretato (oltre che ovviamente letto) praticamente dai filosofi di ogni tempo. Perfino da quelli ai quali il pensatore ateniese era di certo cordialmente antipatico. Mi riferisco con ciò alle moderne letture storiche che hanno poi fatto scuola e soprattutto dogma : – partendo da quella di Nietzsche (radicalmente svalutativa), poi ripresa da Heidegger, giungendo poi a quella di Natorp (ristrutturante nel senso dell’avvaloramento di un Platone unilateralmente epistemologico e rigoroso-scientifico), per giungere infine a quelle radicalmente e definitivamente de-costruttive di pensatori post-moderni come Lévinas, Deleuze e Derrida. Naturalmente di letture paradigmatiche e di scuola ve sono però molte altre (Jaeger, Friedländer, Ross, Havelock, Reale, Spanio….), e bisogna dire che molte di queste sono tutt’altro che riduzionistiche. Esse quindi ci rivelano che è forse proprio l’antipatia ideologica ciò che impedisce di fare lo sforzo di comprendere veramente chi sia stato davvero Platone e cosa abbia voluto dirci. Cosa che poi fa risaltare fortemente quanto abusive siano le letture che invece si sforzano di fare l’esatto contrario, e cioè di volerci convincere di ciò che Platone assolutamente non può essere ed assolutamente non può avere sostenuto.
Pertanto, pur con tutto il rispetto che si può dunque avere per l’acume (se non genio) filosofico dei loro protagonisti, tali letture si rivelano come chiaramente coartanti. E quindi, nel contesto delle necessità imposte da una certa oggettività dell’interpretazione, si rivelano come del tutto inaccettabili. Almeno per chi come me, pur nel fare filosofia, non è disposto ad arrendersi alla necessità di abbandonare il senso comune per abbracciare totalmente il gergo da iniziati che è proprio dei moderni filosofi professionisti (e spesso proprio quando essi criticano i “giochi linguistici”).
Una breve quanto ovvia menzione va comunque qui dedicata anche al fatto che Platone è stato più o meno presente anche a pensatori che hanno costituito autentiche pietre miliari del pensiero in generale, e non invece del pensiero platonico o neoplatonico (per citarne solo alcuni, Cartesio ed Husserl). (altro…)

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Si tranquillizzi chi legge gli articoli con l’occhio smaliziato e scettico del moderno intellettuale laico : ‒ non ho la minima  intenzione di fare un discorso religioso-millenaristico e moralistico, invocando  così il rinvio al Giudizio divino per l’imminente catastrofe che sta per colpire il Messico. Tutti, credenti e non credenti, a partire dalla nietzschiana «morte di Dio» e dall’Olocausto, abbiamo ormai ben compreso che, se c’è un Dio e per giunta è anche vivo, Egli semmai sta esattamente nell’epicentro della sventura e del dolore. Ossia esattamente al centro dei centri del ciclone. Subendone così per primo le conseguenze e nel modo più crudele ed integrale possibile. È questo il senso della Croce. E questa fu del resto la lezione di Simone Weil quando (in Attesa di Dio) parlò del sofferente come di un nudo pezzo di carne insanguinato gettato in un fosso a margine della strada e meritante tutto il ludibrio dei sani e ben venturati. No! Semmai si tratta molto del totale restare attoniti davanti alla catastrofe tecnologicamente annunciata con scrupolosa puntualità.
Ancora più impotenti ed incapaci di capire che invece davanti alla catastrofe già consumata.
Ebbene, davanti ad un’enormità come questa, si può comunque rifugiarsi nel linguaggio e più in generale nella scrittura. Pare che Vittorio Alfieri si soffermasse da poeta davanti alle rovine del terribile terremoto di Lisbona del 1755. Questo però avveniva dopo! Ora le cose stanno in modo molto diverso. E così in Portogallo ‒ forse per reagire in una qualche maniera sensata all’angoscia per  il profilarsi inesorabile della fatale e terribile «Ereigniss» (l’«evento» quale essere che sempre ci sorprende, sul quale, sulla scia di Heidegger, hanno eretto una buona fetta della metafisica o anti-metafisica moderna pensatori come Lévinas, Marion e Derrida) ‒ ci si sta chiedendo se possa accadere una cosa del genere anche sulle coste di un Oceano ormai tropicalizzato anche alle nostre latitudini. È chiaro che si tratta un po’ di un chiamarsi fuori dalla sventura. Ma ciò è inevitabile, in quanto fatalmente «troppo umano». A Napoli facciamo esattamente lo stesso tutte le volte che, commentando i disastri che (chissà perché?) dovrebbero sistematicamente risparmiare la nostra città, diciamo con soddisfazione e perfino orgoglio patriottico :  ‒ «Nuie, ‘cca stammo dinto ‘o ventre della vacca».
In ogni caso qui però ricorre comunque il tema del «giudizio ». Ma, dopo tutto ciò che abbiamo appena detto, questo può avvenire solo in un modo. E cioè attraverso una modifica radicale della relativa proposizione interrogativa. Non si tratta infatti dell’interrogarci circa un «da chi saremo giudicati?», ma piuttosto circa un «da chi siamo giudicati?». La questione si pone insomma nel presente,  molto più che non nel futuro. E, chissà, forse è proprio questo il vero senso del concetto cristiano di Giudizio. Cioè il vero senso di una bene intesa escatologia.
Ed allora invece di perdere il tempo a chiederci  «da chi saremo giudicati?», chiediamocelo infine «da chi siamo giudicati?». La cosa mi colpisce quando, nel mentre rimugino il cordoglio previo ed impotente per ciò che sta per accadere, mi cade sott’occhio una scena tipica del nostro civile quotidiano. Mentre se ne stanno in fila davanti alla banca signori e signore mediamente ben vestiti, anzi mediamente perfino eleganti ‒ con in più anche le relative colorite varianti : l’alto e canuto signore anziano con sbarazzino cappellino blu lana alla marinaio, il signore di mezza età con codino e vezzoso foulard vaporoso che sporge dal giubbotto pelle…‒, intanto se ne sta accoccolato a terra appoggiato allo stipite della porta il mendicante di turno. Un ragazzo di colore di cui si vede solo il volto nero spuntante dal cappuccio della giacca a vento rossa, nella quale mezzo morto di freddo se ne sta intabarrato.
Ebbene, è questo che ci giudica ‒ ora, oggi, e davanti alla solo presumibile Collera divina che intanto si abbatte sull’uomo dopo averlo invano più volte avvertito. Quel ragazzo, la colf tracagnotta con la larga faccia andina, lo smilzo badante srilankese con la scura ma serena faccia ed i capelli arruffati da santone,  e l’altro badante con la faccia ispida da eritreo.  Tutti serissimi, tutti pieni di un’immensa dignità e sconfinata rispettabilità (che dovrebbe rasentare di molto la necessità di un’incondizionata ammirazione e di un dovuto omaggio). Mentre, impenetrabili, se ne stanno raccolti nella loro quotidiana fatica e nel loro dolore.  Chissà poi se davvero sempre con una speranza!
Noi invece abbiamo il problema di-prelevare-dal-bancomat-per-fare-shopping. Ed intanto ci lambicchiamo già la testa con l’idea di raccogliere danaro per fare la settimana bianca tra gennaio e marzo. Per poi doverli raccogliere di nuovo per il regolare viaggio esotico e le regolari ferie estive. Tutto di prammatica e senza alcun senso ‒ lo si fa nemmeno perché lo si vuole, ma solo perché tutti lo fanno. Dunque si deve! Per fare «status». Se no i nostri figli si vergognano e gli amici ci guardano pure male.
È così che per davvero hic et nunc veniamo giudicati. Per direttissima e senza aver commesso alcun vero reato. Cioè molto peggio che nel «Das Prozess» di Kafka. Ed inoltre senza nemmeno alcuna sentenza, senza giurisprudenza, senza parole, nel più totale silenzio. Siamo infatti giudicati da quegli sguardi e quelle facce serissime, riservate ed impenetrabili. Che sanno solo una cosa : ‒ la vita va presa terribilmente sul serio!
Si, ancora oggi, nei tempi in cui esistono ancora società provviste di stipendi, pensioni, sicurezza sociale, shopping e bancomat!
Tutto ciò è ancora un sogno per così tanta gente. E forse lo resterà per sempre, visto che anche per noi stessi, le cose non sono più affatto così certe come lo erano appena due decenni orsono.
Lasciamo ora stare di chi è la colpa. Il fatto che è che, nel mentre in Messico sta per scatenarsi il finimondo ‒ probabilmente a causa del fatto che la Natura proprio non ne può più dei nostri piccoli e grandi piaceri e vizi (il «giudizio divino» centra davvero poco!) ‒ oltre che essere giudicati ora (hic et nunc) siamo anche giudicati tutti (urbi et orbi). Cioè tutti! Vengo giudicato io che penso parlo e scrivo come un insopportabile moralista, tu che credi nella libertà a tutti i costi (e la impreziosisci con codino e sgargiante foulard vaporoso), tu che sei un vecchio danaroso intollerante e di destra ma vuoi fare comunque ancora il ragazzino sportivo e sbarazzino, tu che trovi giusto parlare delle cruente orge sceniche di un Jan Fabre o di un Hermann Nitsch esattamente come di Filumena Marturano, etc. etc. Tutti irrilevanti (io per primo), quali frivole comparse e varianti superflue su un unico monotono tema. Il tema che quegli sguardi e quei volti hanno davanti in modo consapevole come ciò a cui non arriveranno mai e poi mai. Eppure lo stesso vivono lottando ogni santo giorno. Perfino non rinunciando a sperare. Ed inoltre, almeno tra di loro, ridono pure!
Ed ora ahimè, noi volenti o nolenti, l’uragano Patricia faccia il suo lavoro. Lo farà che noi lo vogliamo o no. E del nostro cordoglio se ne frega altamente.

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Credo che ci sia molto, ma davvero molto, nel film Padri e figlie di Gabriele Muccino.

Cero, si può anche avere qualcosa da ridire sull’impiego dello stereotipo dello scrittore-americano-di-libri, che poi sono per meglio dire romanzi, e precisamente romanzi da vendere. Mi sembra che il concetto di «libro» sia ben più ampio e denso di valore. Ma comunque questo può restare secondario.

Si può storcere il naso anche davanti a qualche altro stereotipo tipicamente americano ‒ magari, chissà, si tratta solo di espedienti narrativi. Ma non si può restare indifferenti davanti al nucleo più intimo della storia. Che non è nemmeno in generale il rapporto tra un padre ed una figlia, bensì il modo così facile con cui esso, cioè una relazione privata (e peraltro di immensa delicatezza e valore, e quindi da trattare con il dovuto rispetto), possa cadere sotto i feroci artigli di una Legge qui spudoratamente alleata a superficiali quanto disumani luoghi comuni di stampo capitalista. Che non è nemmeno la legge italiana, brancaleonesca, pasticciona ed inefficiente. Ma è invece la legge efficientissima della cultura di un pragmatismo cinico e sobrio (erede di tutto lo sprezzante sussiego scettico della Oxford e Cambridge). Quella che, in filosofia, è riuscita nell’intento di spazzare via perfino l’orgogliosissimo e dogmaticissimo pensiero europeo, sostituendolo con la tesi pseudo-liberale secondo cui dalla filosofia ci si debba liberare per consegnarsi armi e bagagli alla scienza empirista. Cioè dalla padella alla brace!

A me sembra proprio che per questo ci si debba decisamente indignare ed arrabbiare. Non per la filosofia ma per il nucleo della triste storia narrata da Muccino. Storia americana ma ahimè anche universale.

Ebbene, se questo era lo scopo di Muccino, direi che, almeno con me personalmente, egli l’ha raggiunto in pieno.

Il suo messaggio potrebbe essere infatti riassunto nella seguente proposizione ‒ «Siamo oggi davvero nei guai se si può anche solo ipotizzare che un giudice, in base a meri fatti (che in sé sono ben lungi dal poter costituire delle vere prove e non solo invece meri preconcetti ideologici), possa ritenere giustificato un processo contro un padre integerrimo per strappargli la figlia e consegnarla nelle mani di un’isterica alcolizzata e di un avvocato bellimbusto, arrogante e senza scrupoli. E solo e soltanto perché grondano di vile pecunia.

Mi sembra che, almeno per quanto riguarda il tribunale della più emotiva morale (quella che non può fare a meno di indignarsi e che quindi lo fa prima ancora di riflettere), questo sia l’aspetto del film che meriti di più di essere preso in considerazione.

Ciò anche perché sta di fatto che la lettura dei fatti può essere del tutto diversa, anzi radicalmente opposta.

Chi infatti condivide un certo ipocrita e puritano igienismo double-face statunitense (quello della «sicurezza» a tutti i costi mentre intanto un poveraccio può morire per strada perché non ha i soldi per l’assicurazione sanitaria), può ritenere del tutto giustificato diffidare pregiudizialmente di un padre ammalato (e precisamente del male infame per definizione, cioè l’epilessia, non a caso scambiato per «psicosi»), povero e colpito in più modi dalla sventura. E il «pregiudizialmente» comporta qui anche una colpa che non avrebbe alla fine nemmeno bisogno di essere provata. Tanto la bilancia penderebbe in partenza dal lato della colpa di colui che reca impresso nella sua carne a lettere di fuoco il marchio di infamia (capitalista-statunitense) di essere un looser. E looser lo si è tanto più quanto più lo si è per sventura. Il che, entro quella visione calvinista (lo sventurato è un peccatore!), equivale all’infamia ancora più grave di essere un looser per natura. Le parole provocanti dell’avvocato bellimbusto, gettate in faccia spudoratamente al padre disperato, sono emblematiche di questo, e suonano dunque più o meno così : ‒ «Siccome sei un disgraziato, e per di più malato, devi renderti conto che non sei tagliato per fare il padre».

Ma c’è un ulteriore particolare oltre questo. Il malcapitato è infatti uno scrittore. E lo è specificamente al modo di chi racconta storie di esistenze umane, con le loro emozioni, venture e sventure, ricchezze e povertà, vite e morti. Dunque alle sue già gravi colpe si aggiunge così non solo la colpa di fare un lavoro etico ‒ e non invece un lavoro (come quello di un avvocato di grido) in cui ci si può ritenere bravo nello svenare, senza battere ciglio e per contratto, poveri cristi sull’orlo del suicidio. Ma si aggiunge addirittura anche la colpa di possedere quella sensibilità in nome della quale si può passare la propria vita a sognare un mondo migliore. Che è poi esattamente quella sensibilità in forza della quale non si può evitare di indignarsi a morte per le così meschine, infime e disumane porcherie del mondo.

Dunque, a fronte di tutto questo, non ha davvero più alcuna importanza l’impiego del cliché dello scrittore-americano-di-libri. Anzi a questo anzi punto lo scrittore diviene l’emblema dell’estremamente necessaria critica ad un sistema, che è poi ormai ciò che ahimè dobbiamo definire come il mondo stesso. Entro di esso domina infatti la più spietata inumanità come se fosse la cosa più normale di questo mondo. Essa è la legge stessa : ‒ la legge del successo a tutti i costi!

O meglio, detto, con le parole dello scrittore, la legge per cui «…ormai contano solo i soldi, e invece non più affatto cose amicizia, amore, fraternità». È chiaro che sono le parole di Muccino, queste, cioè di un italiano (e del Sud), di un europeo. Ma potrebbero ben essere anche le parole di uno scrittore americano di oggi. Uno scrittore in veste di testimone contro l’inumanità dell’odierno capitalismo senza volto e senza morale.

Ammesso che egli fosse davvero il prototipo etico che questo film mostra che comunque potrebbe essere. E quindi potesse essere davvero l’erede della missione di quegli Hemingway su cui egli tiene lezioni. E ciò ammesso che agli Hemingway si togliesse lo spirito trasgressivo ed iconoclasta (tutto sommato secondario e superfluo) e si lasciasse invece appunto solo l’inesausta attitudine ad incazzarsi, indignarsi ed alzare la voce. Molto più rilevante ed utile per come stanno le cose oggi

In nome di cosa? In nome dei sogni. Si in nome dei sogni! Quello della giustizia, come ben vide Platone (Repubblica), è infatti un sogno. Come tale prezioso, assolutamente prezioso. Così prezioso da dover fluttuare sopra le onde tumultuose della storia. A costo di albergare solo nel cuore dell’uomo più che invece nella realtà. È per questo che Platone ritiene che i discorsi sul «giusto, bello e buono» debbano essere scritti sono «nell’anima» e non invece sulla carta [ Giovanni Reale, Platone. Alla ricerca della sapienza segreta, Rizzoli 2008, XIII p. 275 ]

E quello è esattamente il posto dove i sogni di bene e di bellezza devono stare. Se poi li si mette su carta, direi, allora ciò non è autentico e non è onesto se non li si ospita prima e soprattutto nel cuore. Ad ogni scrittore, dunque, il suo interiore Tribunale.

Intanto però meno male che vi sono ancora anche scrittori, e non solo Presidenti di Tribunale che possano tranquillamente non pensare né con il cuore né con l’anima ‒ e peraltro essendo intanto certi di fare bene il proprio lavoro, e con il plauso di tutti gli igienisti ben pensanti.

E questo, ne sono certo, lo sottoscriverebbe in pieno anche il Dostoevskij di libri come i Fratelli Karamàzov, Delitto e castigo e Memorie di una casa morta.

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Prendendo spunto da un particolare passo del libro di Richard Rorty dal titolo La filosofia e lo specchio della natura (Bompiani 2013), mi vedo costretto a deduzioni circa la filosofia analitica alle quali non ero pervenuto nemmeno confrontandomi durissimamente con essa nel corso del mio corso di dottorato.

In quell’occasione ero giunto alla conclusione piuttosto generale che i filosofi moderni provano un’avversione incoercibile verso qualunque cosa abbia l’aspetto di una convinzione. E mi sembrava che non vi potesse essere dubbio circa il fatto che oggi appaiono tali proprio in primo luogo le idee religiose. Non a caso sono proprio quelle che dall’Accademia filosofica vengono accolte con la maggiore freddezza ed antipatia, se non acerrima opposizione.

Ma mi sbagliavo, ed in difetto. Infatti non si trattava né solo dei filosofi in generale né solo delle convinzioni. Si trattava invece proprio della filosofia analitica nella sua natura. Che è poi quella equivalente alla sua stessa aspirazione : ‒ l’aspirazione non solo di imporsi in modo definitivo sulla filosofia di ogni tempo, ma anche di farlo in modo tale da vibrare ad essa un colpo talmente mortale da avere poi modo di dire che, dal suo avvento in poi, non vi è di fatto più alcuna filosofia. Cosa del resto del tutto comprensibile ‒ ed a veder bene, nemmeno da prendere troppo sul serio ‒, dato che, entro i perenni corsi e ricorsi della storia della filosofia, con quella analitica stiamo di fatto assistendo al sorgere di un nuovo Positivismo. Infatti buona parte delle aspirazioni de-costruzioniste (ossia, per dirla tutta, demolitorie) da parte della filosofia analitica derivano dall’esigenza di far valere ormai un criticismo del tutto diverso da quello filosofico classico, ossia un criticismo ormai chiaramente scientista.

Ed usare a tale proposito l’espressione «empirismo» è ormai davvero troppo poco. Perché la folta e già ramificatissima compagine della filosofia analitica ‒ filosofia della mente, filosofia del linguaggio, filosofia logica …. ‒ punta non solo a far valere contro la filosofia «tradizionale» le obiezioni rivolte ad essa da sempre da parte dello scetticismo empirista, ma punta anche a fare proprie le conquiste della più sofisticata ed ambiziosa scienza sperimentale.

Tuttavia tutto ciò può essere compreso solo se ci si pone davanti alle constatazioni, davvero superanti ogni immaginazione, che si possono fare quando (pur dovendo superare comunque un certo disgusto) ci si addentra nelle dottrine specifiche di questo genere di filosofia. E tale occasione ci viene offerta proprio dal passo del libro di Rorty di cui parlavo all’inizio. Precisamente si tratta del capitolo dedicato dall’autore alle «persone senza mente» (I, II p. 149-263), e precisamente nel contesto di una critica davvero demolitoria dello stesso concetto di «mente». Che viene di fatto attribuito all’intera filosofia (non solo moderna ma anche antica), ossessionata com’è sempre stata (già da Platone in poi) a trovare nel soggetto conoscente la certezza dell’essere. E qui davvero non viene riconosciuta alcuna differenza di valore tra il concetto di «anima»” e quello «mente». Ebbene l’argomento a cui ricorre Rorty è quello ben conosciuto tra i filosofi analitici dei, per così dire, mondi alternativi (o anche «mondi possibili») . Argomento che qui viene menzionato ipotizzando un mondo immaginario di «antipodiani» che siano del tutto sprovvisti del concetto di mente. Ma comunque (ovviamente) essi non sarebbero del tutto privi degli stati mentali (connessi alle relative percezioni) di cui siamo provvisti noi che invece del concetto di mente disponiamo. Il problema viene discusso in particolare alla luce delle osservazioni di Saul Kripke, che è poi uno dei maggiori usuari dell’argomento dei «mondi possibili» (pag. 169).

Ebbene senza entrare nel merito di un’argomentazione troppo complessa per interessare i non filosofi, veniamo direttamente al dunque. Che è questo : ‒ quella che esista un essere assoluto (trascendente i mondi possibili), e quindi un’ontologia di fondo (fissante come esattamente solo le cose che possiamo conoscere) non è altro che una penosa illusione. La verità è infatti (se è lecito ancora usare il termine) che qualunque ontologia è sempre appena relativa al corrispondente mondo. Appunto il mondo possibile.

Ebbene ciò può essere anche del tutto vero. Vero soprattutto sul piano puramente logico, ma alla fine anche sul piano fattico. Assolutamente nulla vieta infatti che esistano mondi completamente diversi dal nostro (agli antipodi), ed assolutamente nulla vieta che in essi vigano circostanze di essere radicalmente diverse. E pertanto può essere del tutto giustificato sostenere che il concetto di essere è in sé del tutto inapplicabile. Con ciò siamo insomma giunti alla conclusione che il concetto di essere è puramente relativo. E questo per il semplicissimo (lapalissiano) fatto che esso non può essere altro che il nostro concetto di essere. Ma non è già questa forse una scoperta dell’acqua calda? Forse che le grandi menti filosofiche (e soprattutto metafisiche) del passato potevano non sapere che, nel mentre formulavano un concetto fondamentale di essere, questo era e restava appena relativo al nostro mondo?

Ma non fermiamoci a questo. Perché la verità è che con tutto ciò la filosofia analitica ha intenzione di affermare il più formidabile relativismo della conoscenza che sia ma stato affermato. Esso si basa infatti sulla radicale negazione dell’ontologia. Cosa che non avevano osato mai fare perfino i più accaniti epistemologi. Ma non basta ancora. Perché la filosofia analitica aspira a questo perché vuole rendere sicura la verità come mai finora era stato fatto. Ed è esattamente a questo scopo che essa scientemente distrugge ogni cosa. Con davvero spirito nietzschiano, insomma, essa distrugge per costruire qualcosa che sia davvero autentico.

Ma ‒ c’è da chiedersi ‒ l’abolizione radicale e definitiva dell’ontologia serve davvero a questo? Ed inoltre, l’argomento qui usato fa davvero piazza pulita dell’ontologia? Relativa o meno, infatti, sta di fatto che entro un determinato mondo l’ontologia è e resta comunque utile a chi quel mondo lo abita. Su di essa si basa infatti non solo la verità della conoscenza, ma anche (e forse soprattutto) l’integrazione, la stabilità e forse anche la felicità di quel mondo e dei suoi abitanti. Ebbene, è davvero così poco tutto questo?

Dunque a cosa serve porre una questione così distruttiva se non solo e soltanto a distruggere? E questo verrebbe poi fatto solo in nome le necessità oggettive alle quali ci costringe la davvero più rigorosa logica? Ma la logica non è forse anch’essa solo nostra, e cioè di questo (specifico) mondo? È invece essa è forse assolutamente universale (omni-vigente) proprio come l’ontologia che si intende recidere alle fondamenta?

Ma non basta nemmeno questo. Ciò che soprattutto bisogna chiedersi è questo : ‒ e se lo stesso argomento dei mondi possibili fosse una produzione (stupida) tipica del nostro mondo? Ovvero tipica del nostro tempo? Il tempo della vasta Distruzione!

Infatti sembra proprio che l’intero capitolo dedicato da Rorty ai «senza mente» sia rivolto molto meno alla soluzione di questioni logico-analitiche e molto più invece proprio alla distruzione sistematica della conoscenza (Vernichtung).

E possiamo essere proprio certi che la conoscenza che ne nascerà sarà migliore della precedente?

Sembrerebbe proprio di no. Dato che, oltre al termine «frustrazione», usato da Rorty con vero gusto nel constatare l’impossibilità che un’ontologia fondi alcunché, egli constata anche che lo stesso problema che gli sta più a cuore (quello della distinzione «tra entità fisiche e mentali») è d fatto reso insolubile proprio dalla presupposizione di un mondo di «antipodiani».

Insomma, come sempre, c’è da chiedersi se tutto ciò non abbia altro che un unico vero senso, ed estremamente banale : ‒ la produzione illimitata di quelle cattedre e carriere che in filosofia senza «critica» non vengono prodotte. E dunque, se non c’è alcuna necessità di critica, perché mai non crearla?

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