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Archive for settembre 2015

Nel 1856, in Guerra e Pace, Lev Tolstoj rileggeva il complessivo fenomeno della guerra franco-russa (scatenata dall’invasione napoleonica). E la sua lettura rovesciava radicalmente le interpretazioni correnti degli storici. Interpretazioni unanimi e dotte, eppure terribilmente superficiali. La sua era invece la tipica iper-sensibile lettura del genio. Poco ragionevole e molto visionaria, ma con probabilità ben maggiori di avvicinarsi al vero. La storia infatti non può essere letta senza un certo spirito visionario. E così egli proponeva una lettura del fenomeno ben più profonda ed elementare di quelle usuali. Elementare significa quindi qui l’esatto contrario di superficiale.
E ciò che Tolstoj vide, al di là degli eventi della guerra, era esattamente la realtà di un’immane migrazioni di popoli. Come tale assolutamente necessaria, cioè ineluttabile, cioè inarrestabile. Proprio come la «fiumana rivoluzionaria» poi osservata da Hannah Arendt (Sulla rivoluzione).
Moltissimi anni fa (verso la fine degli anni ’70), cogliendo nell’aria segnali allora invisibili (eppure presenti) ‒ nel mentre pensavo ad un possibile racconto di fanta-politica ‒, entravo in sintonia con lo stesso fenomeno di oggi. Ossia quello di una Grande Migrazione, che nello stesso tempo è anche (inevitabilmente) una Grande Invasione.  Il cui simbolo mi sembrò essere la trasformazione in moschea della napoletana Piazza Plebiscito. Insomma, allora come oggi, l’Islamismo e l’Arabismo dominavano completamente la scena delle angosce storiche europee.
Ebbene, il possibile perché dell’intuizione di allora è lo stesso dell’ipotetica intuizione di adesso.
È l’elementare, semplicissimo, processo chimico-fisico dell’osmosi (Tolstoj si appellava a leggi naturali di questo genere per spiegare l’ineluttabile necessità del fenomeno). In quegli anni l’Europa era già definitivamente ricca, cioè iperconcentrata in beni materiali. E, secondo il principio dell’osmosi, una soluzione iperconcentrata in soluti sempre richiama liquidi da una soluzione meno concentrata attraverso l’interfaccia membranosa che le separa. Nel caso dell’Europa ed il paesi del Terzo Mondo, tale interfaccia è ideale e non materiale, ma esiste lo stesso. Pertanto vi sono tutte le premesse per il verificarsi di un processo del genere. E lo scopo del processo non è altro che lo stesso di quello chimico-fisico, ovvero la necessità che si raggiunga di nuovo un equilibrio. Equilibrio che, se era necessario allora, in un mondo ancora relativamente stabile, è mille volte più necessario adesso in un mondo ormai affatto stabile.
La Grande Migrazione è dunque ineluttabile almeno quanto lo è il raggiungimento di un nuovo Grande Equilibrio. Senza il quale noi stessi decisamente sentiamo sempre più di non poter vivere. Tutti ! ‒ quelli del primo, del secondo e del terzo mondo.
Io credo che si possa e forse addirittura si debba leggere gli eventi attuali in un modo così estremamente semplice. In forza del quale poi si potrà ed anche si dovrà riconoscere che le voci levatesi intorno agli eventi attuali hanno tutte insieme ragione e torto. Hanno ragione le voci umanitarie (in testa alle quali quella religiosa di Papa Francesco), che fanno appello all’accoglienza indiscriminata, e con essa ad una sorta di santa ingenuità. Ed hanno ragione però anche le voci anti-umanitarie (in testa alle quali quelle del nazionalismo europeo o anche dell’intolleranza pro-localista),  che fanno appello al rigetto di ogni accoglienza, e con esso ad una dura severità ma  saggiamente preveggente. È vero insomma che non si può proprio non prestare ascolto al grido di aiuto di gente che non avrebbe intrapreso il folle viaggio se non si fosse trovata in condizioni più che disperate. Ed è vero anche che un’invasione è un’invasione, con tutte le conseguenze di un fenomeno del genere. Nessuna esclusa! Incluso lo sfruttamento della pietà da parte di gruppi di violenti i quali spietatamente progettano un’occupazione militare del territorio che invece, senza pietà, sarebbe stata impossibile. La Roma prossima al crollo conobbe un fenomeno in qualche modo simile con la sollevazione e l’organizzazione militare di interi popoli schiavizzati ma ormai da tempo ammessi entro i confini dell’impero. Del resto pensatori non conformisti come Carl Schmitt e Cioran ci hanno da tempo avvertito circa il moventi reali dell’agire politico naturale dell’uomo. Quella da loro indicata è pertanto una realtà molto difficile da negare.
Ma la lettura elementare, nel mentre da insieme ragione e torto alle opposte voci, anche le supera. Essa ci parla infatti di un destino ineluttabile per l’Europa. Quello della perdita della sua iper-concentrazione di beni (o anche soluti) e ciò proprio per mezzo della masse liquide (migranti) che inevitabilmente la diluiranno. Significa che siamo destinati a perdere la nostra ricchezza ed il nostro privilegio. La Grande Migrazione o Grande Invasione non sarà fermata. Lo impedisce quella cultura politica che, come sottolineato decenni fa da Carl Schmitt, non è più in alcun modo capace di agire secondo le leggi naturali della politica stessa (e ce l’ha ricordato recentemente anche Angelo Panebianco sul Corriere della Sera). Giusto o sbagliato che sia, è cosa questa che non conviene qui discutere.
La diluizione comunque avverrà. E questo è però in fondo del tutto giusto che sia. Non lo esigono forse i molteplici segnali di una disintegrazione degenerativa della nostra società dovuta proprio ad un processo di ipertrofia che ha ormai raggiunto limiti insopportabili? E non siamo noi europei stessi le prime vittime di questo processo, sebbene con esso anche ampiamente complici? E volenti o nolenti, non ci è forse necessario un salutare regresso? Una salutare de-complessissazione. Una vitale deflazione dell’attuale caotico assetto ipertrofico? Non abbiamo forse un disperato bisogno di tutto questo? E dunque è tutto vero. È vero (come stato ricordato citando Tacito) che la speranza deve sempre essere più forte della paura. È vero che i migranti sono per l’Europa una «risorsa» ed una «ricchezza». Ed è vero anche che non è possibile pensare che l’Europa intera ed i piccoli e grandi luoghi da essa contenuta possano assorbire un tale flusso migratorio senza dover rinunciare in modo estremamente doloroso ed anche ingiusto al diritto vitale che ogni popolo ha a conservare la propria stabilità.
Ma tutto ciò è vero per motivi ben più profondi e mortalmente seri di quelli che a prima vista si profilano in superficie. È vero questo e quello (quella affermazione ed il suo esatto contrario) perché ormai abbiamo un disperato bisogno di soffrire, di dimagrire, di perdere strati protettivi, di diventare poveri e nudi. Come è sempre accaduto nella storia nella invasioni, proprio questa è la ricchezza che i migranti ci porteranno. Gli imperi nascono, si espandono e conservano i proprio confini solo finché un’occulta e complessa costellazione ne avallano la necessità. Poi si sgretolano e si dissolvono in un soffio, in un nulla. Sic transit gloria mundi! Ed i mondi vengono creati sempre attraverso la violenta fusione delle stelle.
Dunque il senso degli eventi attuali è nello stesso tempo profondissimo e semplicissimo. Proprio come tale dolorosamente sobrio. Elementare! Esso consiste nella Necessità (Ananke ed anche Pronoia) nella sua più radicale e severa, ma anche pietosa, formulazione. Il fenomeno, come ai tempi di Tolstoj, non è razionalizzabile, ovvero non è comprensibile alla luce di alcun genere di «buon senso». Faremmo dunque meglio a stare zitti ed a contemplare (magari in ginocchio) la maestà tragica degli eventi che ci stanno toccando. Magari, hai visto mai, anche pregando….!

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In attesa che la cronaca rinfocoli di nuovo l’ufficialità della questione greca, la discussione intanto si disperde nei rivoli del quotidiano e dell’ordinario, cioè diviene discussione tra amici. Amabile o meno, ma comunque fuori dalle luci della cronaca e fuori dagli scenari dell’ufficialità politica.
L’estate ne è occasione propizia. Grazie alla festosa transumanza (da popoli privilegiati) che in essa avviene. Viaggi e contro-viaggi, visite e contro-visite, vi rinnovano infatti amicizie e conoscenze intanto ormai già consolidate. E ciò avviene lungo le rotte di un’Europa che già fu di fatto unita  prima che intervenisse l’Euro. Unita, dal dopoguerra in poi, proprio grazie all’intersecarsi di primari flussi migratori di emigranti, studenti, lavoratori intellettuali e turisti. E con il venir meno di colpo di atavici reciproci pregiudizi ed ostilità. Solo fino ad un certo punto però. Infatti, se è proprio in questo spirito di pace e reciproca comprensione che l’Europa è stata colta dallo scoppio di un non più bellico ma comunque vero conflitto tra Nord e Sud, tuttavia la positività si ferma solo a questo. Tutte le apparenze indicano infatti (e non poco sorprendentemente) che le circostanze attuali sono, del tutto in negativo, esattamente le stesse del passato. Oggi si può infatti constatare in Germania l’esistenza di una sconcertante unanimità acritica di vedute intorno ad atti politici immorali ed aggressivi. Cosa di cui non si trovava traccia dal dopoguerra in poi. Ecco insomma riemergere minaccioso l’antico e terribile «problema tedesco».
Ebbene, direi che però solo tra amici si può per davvero toccare la sua esistenza. Entro i limiti dell’ufficialità, infatti, la realtà autentica viene sistematicamente seppellita da tatticismi diplomatici, vuoti proclami di facciata, ipocrisie retoriche varie (specie politico-finanziarie) ed inoltre vere e proprie bugie propagandistiche. Bugie alle quali però sembra proprio che la stragrande maggioranza dei tedeschi sia oggi fermamente decisa a credere.
È curioso ma significativo che queste mie considerazioni siano state accompagnate per puro caso dalla rilettura de’ I giovani leoni di Irwin Shaw (libro dal quale nel 1958 Edward Dmytryk trasse un film con Marlon Brando,  Montgomery Cliff e Dean Martin). Il libro si apre proprio con una situazione di imminente guerra. Nel cui gorgo la pace, con tutta la sua scia di normali rapporti (tra cui quelli di amicizia tra persone di nazioni diverse), sta per essere irreversibilmente trascinata. Insomma in tale situazione la dimensione dell’amicizia, di cui sto qui parlando al modo aurorale del dopo-guerra, si presentava invece al modo terminale ed agonico dell’ante-guerra. Ma non è forse possibile che tra le due situazioni sussista sempre occultamente un’inquietante osmosi?  In modo che ognuna delle due contenga in nuce la possibilità integrale della seconda.
Oggi sembra purtroppo proprio così. E lo conferma in modo drammatico una trasmissione di satira politica che ha avuto luogo proprio sulla rete tedesca ZDF il 27.07.2015. Segno di una consapevolezza critica che, sia pur sparuta, è comunque ancora esistente in Germania. In sintesi risulta evidente anche ai tedeschi veramente pensanti (ahimè oggi pochissimi) che essi al Sud-Europa non hanno in realtà pagato un bel nulla. Dato che si è trattata solo di un’immensa operazione di credito bancario. Dalla quale l’economia tedesca nel complesso guadagnerebbe comunque anche nel caso del peggiore Grexit. Per non parlare poi delle fortune della sua industria che si basano proprio sul potere di acquisto degli altri popoli europei.
Eppure quando oggi sud-europei e tedeschi discutono tra amici , i primi devono udire persone stimabilissime, sensibilissime ed intelligentissime parlare di autentiche porcherie con una sola voce e peraltro con apprezzamento. Una voce che è decisamente del passato. La stessa voce colta e sensibile di quel Christian Diestl (Irwin), maestro di sci di una piccola località del Tirolo austriaco, che non condivideva affatto la volgarità dei bruti eppure fu fin nel midollo un titano nazista e demoniaco. Uno che, una volta con il fucile in mano, non avrebbe mancato di condividere il peggio dello spirito della Germania in armi. Ebbene questa unanime voce afferma l’esatto contrario di ciò che diceva il protagonista (tedesco!) della trasmissione della ZDF. Dunque è con questa stessa voce che alcuni miei amici tedeschi mi dicevano quest’estate che la Merkel ‒ alla quale pare che in Germania si progetti di dedicare un monumento! ‒ è altamente lodevole per il fatto di essere “restata fredda” (“kuhl geblieben”) davanti alle sfide della crisi. Adottando così le giuste per quanto severe misure, ma intanto non cessando mai di “pensare europeo” (“sie denkt europeisch”). Bella forza! Visto che tale pensare europeo, in un Europa da edificare solo su criteri unilateralmente tedeschi (cioè calvinisti!), significa di fatto poter fare una politica ultra-nazionalista senza che essa nemmeno lo sembri. Decisamente nemmeno Hitler era mai giunto ad un tale livello di strapotenza. Non  a caso la Merkel, perfino nel fare la buona, usa un linguaggio nietzschiano-hitleriano : ‒«Siamo un paese sano e forte!».
Eppure i migliori tra i tedeschi si sentono con la coscienza perfettamente a posto. E così si meravigliano non poco delle nostre tenaci resistenze e perplessità di sud-europei. Sinceramente ed incrollabilmente convinti (proprio come allora!), come sono, che l’invasione e la sopraffazione possano significare un generoso, idealistico e romantico tendere la mano a coloro che, senza la salvezza portata dallo spirito germanico, resterebbero solo brutti, sporchi, immorali e cattivi. E così la resistenza in nome della difesa della propria identità li offende profondamente. Ma poi li fa arrabbiare. Non la capiscono. Così fieri come sono di aver in tutti questi anni superato le loro infamie storiche offrendo il bene della «Integration» entro la nazione germanica a popoli che Hitler avrebbe invece molto volentieri spedito ai forni. Hanno offerto loro questo così inestimabile bene : ‒ «essere tedeschi»! Cosa può importare che le cosiddette «prime» generazioni di emigranti abbiano dovuto pagare il prezzo altissimo della perdita della loro identità? Visto che le seconde e le terze sono ormai composte di tedeschi di fatto, e quindi schifano legittimamente il loro paese di origine come la peste. Il paese dei brutti, sporchi e cattivi.
E naturalmente tutto ciò si basa sulla perfetta buona fede prestata alla vera e propria, volgarissima e pedestre, colossale panzana propagandistica di una Germania finora umiliata (come dopo la Prima Guerra) dall’obbligo di pagare per i pigri e perversi popoli sperperatori del sud-europa.
Ecco insomma di nuovo davanti a noi il «problema tedesco» nella sua integralità (proprio così descritto da Nietzsche in tante sue sensibilissime pagine). Intensissima nobiltà d’animo, toccante purezza di altissimi ideali, perfino bruciante amore cosmico, che però si mescolano alla più ottusa (stumpfe), stupida e cieca brutalità. Ebbene il collante di tutto questo appare essere una sconcertante connatale ingenuità ‒ esattamente la stessa nel tendere generosamente la mano e nel bersi integralmente le panzane di chi, cinicamente, proprio in nome di questo, spedisce alla conquista ed alla distruzione indiscriminata. Con tutto il rispetto, essa è in qualche modo una forma di collettiva stupidità. Quella che Nietzsche (Al di là del bene e del male) rivendicava come purezza vibrante della fede barbaro-pagana a fronte della pigra ed incredula superstizione corrotta dei popoli sud-europei latino-cristiani. Non c’è di meglio che le parole di Irwin per descriverla. Le parole con le quali Behr, commilitone di Diestl, descriveva il disprezzo dei nazisti per il popolo tedesco : ‒ «… sanno che siamo stupidi e crediamo a qualunque cosa salti in mente di dire a chiunque». Più o meno con le stesse parole  (nell’Io Claudio di Robert Graves) il generale romano Germanico descriveva i suoi barbari nemici di oltre Reno.

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