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Archive for luglio 2016

Questo scritto intende raccogliere le osservazioni da noi fatte a margine della lettura del testo di Luciano Montoneri, dal titolo Il problema del male in Platone [Il problema del male in Platone, Victrix, Forlì 2014]. In questa molto ampia investigazione (che nel 1968 Luciano Montoneri raccoglieva anche una grossa mole di studi critici) si sostiene che il nucleo della filosofia di Platone è proprio la riflessione sul tema e problema del male. Il che poi significa che il nucleo di tale filosofia è strenuamente etico-religioso; ed inoltre è anche metafisico-religioso, dato che la natura del male trova in Platone una definizione che sta profondamente in linea con la tradizione orfico-pitagorica. È dunque in questo senso che in Platone la dottrina tendenzialmente intellettualistica di Socrate (male come difettività ontologica nel senso dell’”ignoranza”) viene elaborata e sviluppata nel porre in luce una franca ontologia del male. Qui il male è ormai sprofondamento dell’anima nell’immanenza corporeo-materiale e sensibile, e dunque è peccato, caduta e colpa; con la conseguenza poi di rendere plausibili i concetti di espiazione punitiva e giudizio, ma anche di redenzione. Ma a tale ontologia del male corrisponde poi anche una franca ontologia dell’anima, laddove quest’ultima conosce una gradazione di strati gerarchici (corrispondente alla classica tripartizione dell’anima) che si muove in modo verticale-discensivo esattamente equivalendo così alla relazione onto-formante esistente tra l’anima, il corpo ed il mondo.
Ed a tale proposito la riflessione steiniana emerge immediatamente come punto di riferimento filosofico.
La pensatrice infatti dedicò tutta la prima parte del suo pensiero proprio all’esplorazione della formazione animica. In tal modo ella iniziò a muoversi sul percorso che l’avrebbe sempre più distanziata da Husserl per approssimarla invece sempre più a Tommaso. Orbene il primo pensatore rappresentò per lei la filosofia moderna – e con ciò un epistemologismo della coscienza come Io e Ragione, che è poi tendenzialmente anti-ontologista (secondo la tradizione kantiana) –, mentre il secondo rappresentò la filosofia antica, e con ciò un epistemologismo della conoscenza animica, a sua volta interconnessa con una vasta e franca ontologia (cosmo creato e mondo fuori di noi).
Già solo questo percorso steiniano sembra ricalcare perfettamente il distanziarsi di Platone dal piuttosto puro intellettualismo di Socrate (sebbene questo sia stato tutt’altro che laico) in direzione di una visione ontologica dell’anima che è poi essa stessa coniugata ad un’ampia visione dell’essere. Ma inoltre si profila qui un elemento che non è mai stato messo in luce della critica steiniana, e cioè la valenza in primo luogo tendenzialmente platonica (più che aristotelica) del pensiero di Tommaso. Valenza che è del resto perfettamente attestata dalla storia della filosofia (Gilson), anche se qui si tratta soprattutto del come Tommaso viene vissuto ed interiorizzato filosoficamente dalla Stein. Ella infatti si concentra sostanzialmente sulla teoria tomista della conoscenza (“Erkenntnisstheorie”), ed è poi esattamente questo l’elemento che la pensatrice indica come l’anello di congiunzione tra Husserl (filosofia moderna e laica) e Tommaso (filosofia antica e religiosa). Insomma il modo stesso in cui Tommaso viene preso in considerazione dalla Stein ci mostra quanto platonica sia stata la forma del di lei pensiero già nella fase intermedia in cui trovarono risposta le questioni emerse nella primissima fase (cioè quando la riflessione della pensatrice avveniva quasi completamente sotto il segno delle idee di Husserl). Questo, e diversi ulteriori elementi emersi nel corso della lettura del Montoneri (per la cui discussione rimandiamo al testo integrale dell’articolo), ci hanno convinto ancor più della giustificazione della tesi da noi sostenuta in un precedente articolo [Vincenzo Nuzzo, La dimensione metafisico-religiosa nelle opere precoci di Edith Stein, in: “Prospettiva Persona”, 2016 (in via di pubblicazione)]. In esso sostenevamo infatti che il pensiero steiniano è fin dalla sua prima fase fortemente concentrato su un’interpretazione spiritualistica dell’anima (e del suo rapporto con il corpo) che è già molto lontana dall’interpretazione razionalistica dell’interiorità umana esistente in Husserl. Successivamente però avevamo ipotizzato che il pensiero steiniano si fosse mosso da queste premesse per incontrare Platone (e precisamente il neoplatonismo dionisiano) soltanto nella sua ultimissima fase mistico-contemplativa. Avevamo illustrato parzialmente questa tesi in un raffronto con il pensiero di Simone Weil [Vincenzo Nuzzo, “Decreazione” in Simone Weil e dimensione apofatica in Edith Stein L’esperienza di un Dio presente e “impotente”, in: “Prospettiva Persona”, 92(2), 2015, 33-38], poi in altri scritti presentati su questo blog [Vincenzo Nuzzo, L’ipotesi di un idealismo “paradigmatico” alla luce dei pensieri congiunti di Proclo ed Edith Stein; Edith Stein e l’Essere: fede e filosofia. Il concetto di “idea-cosa” quale filo conduttore della filosofia; La-metafisica integrale l’idealismo paradigmatico e la questione dell’essere nella moderna filosofia religiosa], ed infine in uno scritto non ancora presentato dal titolo Edith Stein, il neoplatonismo e la metafisica integrale. Tuttavia il nostro successivo approfondimento del pensiero di Platone, da noi raccolto in una serie di scritti – alcuni dei quali sono stati pubblicati [Vincenzo Nuzzo, Il Platone proibito e l’Idea come la più reale delle cose”, Aracne, Roma 2016Vincenzo Nuzzo, Lo spirito della funzione fisiologica. L’anima in Edith Stein e Platone, Loghìa, Napoli 2016 (in via di pubblicazione)] ed altri sono stati presentati sempre su questo blog [Il moderno riduzionismo filosofico del fenomeno «neoplatonismo» Il moderno riduzionismo di Platone – come aprire la gabbia del canone? ; Il neoplatonismo pagano ed il neoplatonismo cristiano ; Il caso di Gregorio di Nissa. Indizi per un’unitaria metafisica filosofico-religiosa pagano-cristiana] – ci ha convinto di quanto sosteniamo ora (nel presente articolo), e cioè che il così evidente spiritualismo del precoce pensiero steiniano era esso stesso espressione di una profonda ispirazione platonica.
In ogni caso anche in questo articolo siamo stati costretti a toccare il tema spinoso della sostenibilità oggettiva, e cioè documentale, della nostra tesi. Tema che affrontiamo anche nella nostra tesi di dottorato [Nuzzo Vincenzo, L’idealismo realista del pensiero di Edith Stein e suoi presupposti platonici, Tesi di dottorato (in via di preparazione), Departamento de Filosofía, FLUL Lisboa]. Il problema è infatti che, tranne che per l’ultimissima fase del pensiero steiniano (dove la prossimità a Platone si mostra sostanzialmente solo e soltanto per la via di Dionigi l’Areopagita), non sussiste alcun elemento documentale per pensare ad una sua approssimazione platonica. Anche nel presente articolo abbiamo però sostenuto che il metodo documentale non ci sembra affatto di primaria importanza. Quindi il risultato negativo prodotto dalla sua applicazione non ci sembra essere affatto in grado di smentire la tesi che sosteniamo. L’approssimazione platonica del pensiero steiniano ci sembra infatti emergere come un’assoluta (quasi scontata) evidenza nel momento in cui, descrivendone la forma più suggestiva (senza i pregiudizi della critica canonica), se ne coglie anche l’essenza profonda.
NB: L’autore sarà ben lieto di inviare il testo integrale dell’articolo a chi gliene facesse richiesta scritta.
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Credo che, nel confronto tra Occidente e terrorismo islamico si stia ripetendo ciò che è avvenuto, dopo la Prima Guerra mondiale, nel confronto tra incipienti Totalitarismi di destra e Democrazie.
I primi nascevano in buona parte come reazione della consapevolezza occidentale contro alcune forze distruttive: – 1) la scienza tecnologica; 2) l’utilitarismo edonista ed anti-religioso del capitalismo; 3) la spinta rivoluzionaria. Tutte forze, queste, che minacciavano di dissoluzione la millenaria Civiltà occidentale. Dunque, giusti o sbagliati che fossero lo spirito e le forme della loro lotta reazionaria, fatto sta che i Totalitarismi si battevano per la difesa ed il ripristino dei valori minacciati dalle forze in atto.
Lasciamo stare, per ora, la natura positiva o negativa di tali valori. Fatto sta che con certezza essi erano ciò che erano in quanto espressione dell’ordine politico-sociale al quale erano funzionali. E qui bisogna sottolineare anche che la relazione tra valori ed Ordine è un sotto-fenomeno del fenomeno del manifestarsi stesso della più suprema Verità nel contesto della struttura politico-sociale.
Bene, per cosa si battevano invece le Democrazie? Si dirà che si battevano anch’esse per una serie di valori: – libertà, eguaglianza, solidarietà (o fraternità), modernità e progresso. Ed indubbiamente questi sono gli stessi identici valori per i quali oggi l’Occidente si batte contro l’Islam terrorista. Tuttavia che il fatto che questo non sono per davvero di valori, viene denunciato in modo chiarissimo da un solo e semplicissimo elemento: – essi non stavano e non tsanno in relazione ad alcuna forma di Ordine. Anzi stanno invece in chiara relazione con il disordine inteso come ordine. Essi sono insomma valori del Caos. In nome di essi infatti la società dovrebbe rinunciare a qualunque forma rigida (struttura statica e stabile) e dovrebbe invece distendersi in un movimento perpetuo di tipo propriamente liquido – caratterizzato non solo da un’estensibilità infinita nel senso dell’informe, ma anche dal fenomeno del continuo ed illimitato flusso e riflusso. Nulla qui deve stare fermo, e dunque tutto deve essere possibile. È evidente che, a fronte di tutto questo, ci troviamo chiaramente di fronte a «disvalori», e non invece a «valori».
Ora, una volta che prescindiamo anche dalla natura dell’Ordine al quale i valori si presentano legati (è del tutto chiaro che esso può essere anche del tutto negativo, come accade in un Ordine del terrore!), avremo il profilarsi di due fronti che risultano contrapposti in modo abbastanza chiaro: – da un lato abbiamo dei valori, e dall’altro lato abbiamo invece dei disvalori.
Una volta chiarito questo possiamo porci di fronte al fenomeno del confronto odierno tra Occidente e terrorismo di marca islamica.
Ebbene, ogni volta che c’è un attentato islamico possiamo constatare con quanta decisione da più parti si proclami che «…non permetteremo loro di distruggere i nostri valori… i valori in cui crediamo». Ma di quali valori si parla e dove sono mai questi valori? Dopo i chiarimenti offerti prima possiamo facilmente rispondere a tale domanda. Infatti, pur con tutto il rispetto per le culture espresse nei relativi luoghi, si vuole forse dire che la sala attesa di un aeroporto, una spiaggia estiva, una discoteca gay ed una sala per concerti rock sono per davvero posti nei quali si affermano e difendono valori? È ovvio che no. Ed infatti tali luoghi divengono fucine e serbatoi di valori solo e soltanto nel contesto della retorica impiegata per commentare il loro essere stati oggetti di attacchi terroristici. In qualche modo si vogliono così onorare i morti, e questo è anche perfettamente comprensibile e giustificabile. Tuttavia si afferma una grande falsità. La gente infatti non va di certo in questi luoghi per affermare e difendere valori, ma ci va invece solo e soltanto per divertirsi. Ed in alcuni casi è decisa anche a divertirsi in modo più o meno trasgressivo; e cioè non solo andando in modo volontario contro alcuni valori ma anche rivendicando con forza il diritto di farlo in piena libertà. In altre parole l’affermare che in luoghi come questi si gode della libertà (in quanto vi si pratica il diritto all’espressione di culture non sottoposte ad alcun controllo repressivo), non implica affatto l’affermare che essi sono luoghi di manifestazione di valori. E si direbbe che è soprattutto contro questa retorica che è diretta la critica violenta esercitata dal terrorismo. La quale, a questo punto, sebbene paradossalmente, appare essere non poco giustificata. Dato che però la giustificazione riguarda l’essenza della critica, e non invece le sue forme, allora appare chiaro anche che colpevole di questo paradosso è proprio la retorica libertaria occidentale.
Mi sembra che in tal modo le cose stiano in maniera almeno molto più chiara di quanto le fossero all’inizio di tale riflessione. Ed il motivo di ciò è del tutto evidente: – ci troviamo qui fuori di qualunque retorica.
La domanda che insorge, allora, è se davvero sia necessaria la retorica per controbattere il terrorismo.
Di qualunque marca esso sia. Da quanto abbiamo appena visto, la retorica si rivela affetta dal grave svantaggio di occultare la verità. E ciò, di per sé, non può che essere fortemente negativo. C’è però qualcosa di più. Perché forse non è affatto un caso che gli attentati terroristici islamici suscitino nei politici occidentali l’esigenza di fare retorica. Tale retorica menziona infatti proprio i valori. Ma siccome essa è fatalmente falsa, allora anche denuncia, svergogna e tradisce sé stessa. Essa dimostra insomma la fatale falsità del discorso occidentale proprio laddove essa non dovrebbe sussistere, e cioè laddove il suo oggetto sono i valori. Ed i valori, comunque stiano le cose, sono sempre espressione di una Verità. Ebbene il rivelarsi di tale falsità, ed anche perfino le stesse forme mediante le quali essa si rivela (quella di una tragica ed insieme patetica auto-denuncia), sono un evidente segno di debolezza. Ora, a cosa si punta in primo luogo nel contesto di una strategia bellica, se non proprio al fare emergere la debolezza del nemico? Ancor più se essa stessa si copre di ridicolo e di vergogna!
Mi sembra allora chiaro che il nostro cianciare del tutto a vanvera di «valori occidentali», nel momento in cui subiamo l’attacco del terrorismo islamico, non solo non impressioni affatto il nemico ma anzi perfino lo rallegri. Dato che la nostra reazione era esattamente ciò che esso voleva ottenere. Il che rivela la situazione disperata in cui ci troviamo ed inoltre ci copre di ridicolo. Ma il punto sta proprio nella situazione disperata che in tal modo viene alla luce. Il che significa che la lettura di tale complessivo fenomeno conosce un orizzonte molto più vasto ed anche ben più significativo. Perché il nostro così patetico e disperato appello a valori del tutto falsi, e cioè a disvalori, lascia emergere il vero e proprio disastro costituito da quello stato di degenerazione della nostra società (e soprattutto Civiltà) il cui nucleo è proprio la tragica assenza totale di qualunque genere di valore. Cosa che denuncia poi ovviamente il fatto che la nostra non è affatto una Civiltà; e ciò in quanto essa non costituisce affatto un Ordine, ma invece solo un Caos.
Dunque la retorica anti-terroristica fallisce ancora più miseramente laddove essa perde la preziosa occasione di approfittare dell’attacco terroristico islamico nell’unico aspetto in cui esso si presenta come benefico, e cioè nel mettere in luce quanto drammaticamente vitale sia il nostro bisogno di valori. Questo è insomma l’aspetto più drammatico ed insieme ridicolo della faccenda.
A questo punto non resta allora che soffermarsi sulla natura dell’Ordine che viene invocato con la spinta polemica al ripristino dei valori. Ebbene, al di là del Cristianesimo, noi occidentali siamo in questo davvero bene equipaggiati. Alle radici della nostra cultura vi è stato infatti quel pensiero di Platone che come non mai indica i modi mediante i quali può essere eretto un Ordine di natura positiva (e non invece solo negativa), ossia un Ordine totalmente fondato sul Bene quale Giustizia. E questo non configura assolutamente un Totalitarismo, sebbene revochi la giustificazione di qualunque forma di dissoluzione della società e della civiltà. Inclusa, ovviamente, quella sollecitata dallo stesso terrorismo.
È insomma proprio qui che dovremmo guardare per trovare quei valori di cui avremmo assoluto bisogno.
Ebbene, per quanto possa sembrare strano, il terrorismo islamico è esattamente la chance storica che ci viene offerta per rivolgerci finalmente a quest’opera. Dunque è una pura perdita di tempo, se non una bestemmia, il blaterare invocando contro il terrorismo dei valori che o non ci sono o sono del tutto distorti.
Semmai dovremmo invece cogliere l’occasione e fare ciò che la Necessità, sotto le vesti della storia e della politica, ci sta chiedendo di fare.
La lotta contro il terrorismo è in realtà lotta contro noi stessi.

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Non ci capisco un acca di calcio, e non avrei nemmeno visto la finale se non avesse giocato il Portogallo. Questo paese è infatti un po’ la mia seconda casa, e così molti fili d’amore mi legano ormai ad esso.
Per questo, dopo la grande vittoria, permettetemi gridare a squarciagola: «Viva Portugal!».
E permettetemi anche di fare un pò di epos nazionale. Becero, arbitrario e fuori luogo quanto si vuole, ma comunque almeno oggi legittimo. Permettetemi di farlo solo oggi, il giorno dopo la vittoria. Prometto che non lo farò più.
Dunque, signori, giù il cappello davanti all’onore ed alla gloria di Portogallo. E tutti in ginocchio!
A parte l’inno nazionale («Às armas, às armas. Sobre a terra e sobre o mar!»), troppo marziale e fiero come tutti gli inni, quello di «Viva Portugal!» è un grido ben diverso. Lo è perché nobile ed antico in quanto popolare. Esso, infatti, è sempre fuoriuscito non tanto dalle canne dei fucili e dei cannoni, ma invece molto più dal profondo dei cuori. Da un luogo di passione ed amorosa gratitudine. Esso proruppe nelle gole dei meticci nel nord est del Brasile che diedero la loro vita alla così remota patria ultramarina, resistendo all’invasione olandese per poi sbaragliarla. Fu gridato a Buçaco quando le truppe portoghesi sbarrarono finalmente la strada allo strapotente ritorno trionfale di Junot. Ed infine aleggiò anche sopra i garofani della rivoluzione di Aprile.
Più che un violento grido di guerra esso è dunque sempre stato un grido d’amore, di riscossa dall’umiliazione e di ritrovamento di orgoglio. L’orgoglio di un popolo che non è certo mai stato privo di motivo. A parte le Descobertas, già gli antichi Lusitani furono il nerbo dell’esercito a lungo vittorioso di Annibale. E l’eroe popolare Viriato fece passare a Roma davvero un vero pessimo quarto d’ora durato 18 anni.
Ma chi sono ora i portoghesi che gridano il loro orgoglio a fronte delle strapotenti ed arroganti armate calcistiche francesi? Che come Junot erano scese in campo per vincere senza fallo.
Non si può proprio evitare di dirlo: – siamo tutti noi sud-europei!
Come poteva allora non essere irresistibile il moto di solidarietà che, tra le squadre in campo, faceva ad alcuni di noi scegliere per quale delle due tifare? Io personalmente non ho avuto esitazioni. Da un lato l’alterigia irruente ed imperialista degli Bleus, e dall’altro lato la decisione lusa a vendere cara la pelle, a non piegarsi, a resistere, per poi andare alla riscossa. Nonostante la propria inferiorità.
Era un sogno, e tale è stato fino alla fine. Fino a quel gol di Éder (Edersito). Gol che, più ancora che dal suo piede, usciva dal profondo dell’anima di chi tifava per il Portogallo pur non essendo portoghese.
Era un sogno, e la sua forza indomabile si mostrava già quando Cristiano Ronaldo cadeva per non alzarsi più. Forse questo è stato solo il frutto di una crudele combinazione del caso, Ma comunque, anche se prodotto della porca volontà del destino, e non di quelle di Payet e Dechamps, l’atto sembrava troppo sleale, animale, sporco e spregevole per non dover essere punito da un contro-destino ben più puro e giusto. Inevitabile arrivare a pensare ad una sorta di divina Nemesis, ma in realtà si trattava solo del più puro e pulito spirito della vittoria. Quello che a volte si insinua nelle pieghe sudice delle leggi ferree e crudeli del mondo per mettere le cose come esse devono stare. Inevitabile correre con il pensiero al divino «dover essere» platonico. E mi si perdoni di nuovo l’iperbole retorica.
È stato questo alito purissimo e leggerissimo ciò che ha soffiato sulle teste e sulle gambe dei giocatori portoghesi per tutto il tempo. Mentre resistevano ostinati ed eroici alla strapotenza arrogante dei francesi, non mancando però di far loro assaggiare di tanto in tanto l’aculeo della forza indomabile.
Finché non è giunto il gol. Liberatorio come tutti i gol, ma questa volta molto di più. Perché tanto improbabile esso era stato, quanto era stato desiderato con tutte le proprie forze da tutti coloro che erano intanto entrati nel ritmo pulsante di sangue delle vene luse. I tifosi sugli spalti gridavano la loro gioia liberatoria ed il loro orgoglio di razza ormai non più irretito da alcun umiliante destino.
Ma dall’altro lato, stretti con loro, c’eravamo noi, i non-portoghesi, gli europei del sud. Tutti coloro che, volenti o nolenti e più o meno consapevoli, dovevano avvertire in questa partita molto più che un evento calcistico. Il gol ha tolto gli argini a tutti questo, liberandolo e facendolo esplodere e tracimare.
Ora fuori la Francia e fuori anche la Germania!
Anni, anni ed anni di umiliazioni e malversazioni in un’Europa nord-europea che ha voluto essere solo una gabbia d’acciaio burocratica delle peggiori. Anni, anni ed anni di cedimenti e rinunce di tanti alla propria identità di storia, di terra e di popolo. Anni, anni ed anni, soprattutto, di rinuncia al vero e più puro ideale europeo. Quello politico, disinteressato, nobile. Non quello gretto, micragnoso, stupidamente inflessibile, calvinista e feroce, che ci è stato imposto dalle Panzerdivisionen tedesche mimetizzate da banche. Le quali ieri, incredibilmente, hanno invaso e combattuto sotto le insegne francesi ed alle note dell’inno della Rivoluzione.
È la vittoria, finalmente, contro tutto questo, la vittoria che fa gridare dal balcone con quanto fiato si ha in gola: «Viva Portugal e onore e gloria al grande popolo luso!». È un grido di liberazione, un grido di abbraccio gioioso e di affratellamento pieno di gratitudine e speranza. Il Portogallo ci ha finalmente tolto lo scuorno dalla faccia. Il Portogallo ci ha vendicati e riscattato. Ha lavato il nostro onore. Ha vendicato e riscattato tutta la povera gente che in Grecia è morta di fame e si è buttata dalla finestra. In nome degli sporchi soldi, della micragna tedesca e delle scartoffie puzzolenti di Bruxelles, ed in nome dell’egoismo degli altri europei che giravano la faccia dall’altra parte.
Il Portogallo della nobiltà eroica ci ha fatto ritrovare la nostra dignità da tempo perduta. Il Portogallo della nobiltà eroica ci ha fatto ritrovare il vero senso della parola «Europa».
Non a caso il professore lisboeta al quale ieri scrivevo il mio entusiastico «Viva Portugal!», mi rispondeva: «Viva Italia! Viva Espanha! Viva Grecia! Viva Portugal!».
È nobile e valoroso il Portogallo! Come era sempre stato, anche se sotto le vergogne che tutti noi popoli del Sudeuropa in fondo condividiamo: – l’infingardaggine levantina, le varie «caixas dois» (per truccare i guadagni), la proterva corruzione individualista e senza scrupoli.
Il Portogallo nobile e glorioso ci fa guardare in faccia a noi stessi, alla nostra vera identità, alla vera fonte e natura del nostro orgoglio di eredi della grande civiltà greco-romana ed ispanico-atlantica.
È una nobiltà, questa, che ora è lì a nostra disposizione.
Spuntata di nuovo del tutto inattesa, per miracolo e per caso in una stupida sera di luglio. Spuntata come un leggiadro e delicato fiore, dopo una stupida partita di calcio e dopo uno stupidissimo gol. Non possiamo non impossessarcene.
E perciò gridiamo «Viva Portugal!» con quanto fiato abbiamo in gola.

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