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Archive for gennaio 2016

Quanto tempo è passato negli ultimi tempi? Cioè dagli anni ’50 in poi. Bisogna chiederselo in modo davvero radicale (poeticamente, come nel corsivo). Ovvero avendo la netta percezione della quantità qualitativa del tempo trascorso, ma anche della sua delimitazione cronologica in senso concretamente quantitativo. Proprio entro quest’ultima, bisogna allora dire che nei fatti è passata davvero un’immensità di tempo. Così che la distanza tra le successive generazioni è andata essa stessa progressivamente crescendo e dilatandosi, ed in maniera esponenziale. Mentre invece nel passato essa restava costantemente costante. Con la conseguenza che tra la generazione dei sessantenni e quella degli attuali adolescenti sussiste ormai un vero e proprio in sé invalicabile abisso.  Cosa poi evidente quando il sessantenne esercitante una professione di aiuto (che pone a diretto ed immediato contatto con fenomeni psicologici di ampiezza sociale, e quindi culturali) si ritrova anche nella posizione di chi è chiamato a riflettere. È ciò che accade insomma a chi (come il sottoscritto) si trova oggi nella condizione simultanea di «medico-psicoterapeuta» da un lato e di «filosofo» dall’altro.
Orbene, ciò che nei fatti si verifica oggi nel mondo reca a dover intendere la condizione del medico-psicoterapeuta (colui che è chiamato ad una risposta tecnica, o «intellettuale pratico») come quella che può e deve obbligatoriamente muoversi insieme al mutamento dei tempi. Mentre invece la condizione del pensatore (colui che è chiamato ad una risposta riflessiva, o «intellettuale teoretico») può e deve essere intesa come quella che non sottostà a tale obbligo. È ovvio però che stiamo qui parlando in forza della premessa secondo la quale possa davvero esistere una filosofia definibile in assoluto (e quindi non storicamente). Se invece la rigettiamo, allora la filosofia si mostrerà come pienamente soggetta all’obbligo al quale è soggetta anche la condizione dell’intellettuale pratico. Anzi, costituendo essa il fondamento delle scienze, assumerà rispetto ad essa una posizione ancora più radicale. Ed avremo così di fatto quella moderna Filosofia che è al passo con il Zeitgeist nel modo più integrale e radicale possibile. Fino al punto di costituire una continua e crescente sfida al buon senso umano («avanguardia»).
Ebbene tutto ciò è di importanza davvero capitale nel contesto del fenomeno di interesse pedagogico-psicologico costituito dall’uso delle nuovissime tecnologie della comunicazione da parte degli adolescenti.  In particolare mi riferisco all’uso di tali tecnologie per porre in atto comportamenti i quali, concernendo esperienze amorose e sessuali, configurano giocoforza una zona grigia dovuta al fatto che il polo della normalità e quello della patologia e del crimine sono legati da un continuum sulla cui linea è davvero difficile marcare punti di divisione. Dico questo dopo decine e decine di colloqui con genitori e relativi figli adolescenti – specie ragazze, ed a partire più o meno dall’età di 12-13 anni. Colloqui sempre estremamente drammatici. Perché in essi emerge lo sconcerto degli uni (genitori) ed il dispetto degli altri (figli). Altrettanto disperati entrambi!  Quello dei genitori per la percezione netta dell’offesa arrecata dai figli ad un codice morale assoluto in positivo, cioè nel senso di un’affermazione che istituisce limiti (ed incentrata nel «non fare!»). E quello dei figli per la percezione netta dell’offesa arrecata dai genitori ad un codice morale assoluto in negativo, cioè nel senso di un’affermazione che abolisce limiti. Incentrata dunque nel motto : – «Fallo perché è normale! In quanto è collettivamente praticato e condiviso».
Il primo è davvero un codice assoluto (in quanto pienamente affermativo), mentre il secondo è invece un codice assoluto solo e soltanto in quanto è relativo (esso condiziona infatti l’affermazione alla negazione costituita dall’abolizione di limiti).
Orbene, qui il medico-psicoterapeuta intercetta fatalmente quelle che costituiscono le regole deontologiche (morale tecnica) a loro volta strettamente legate al dover assolutamente stare al passo con i tempi. Esse impongono infatti di dare un giudizio (tecnico) sul comportamento normalizzato dalla prassi che non solo non sia censorio, ma che anche abolisca ogni censura. Solo così si potrà nei fatti suggerire ai genitori una condotta pratica con i loro figli che non li renda perdenti (nel confronto con la ribellione) ed anche condannabili (secondo il vigente Zeitgeist). Cosa invece impossibile se essi si rifanno al codice morale assoluto, e non a quello relativo (quello vigente storicamente  quale recentissima attualità, ovvero stato delle cose). Infatti qualunque risposta che manchi di porsi in sintonia con quest’ultima, genererà nell’educando (figlio) una ribellione del tutto legittima e potentissima. In quanto richiamantesi all’obbligo di rispetto di quella che è una prassi condivisa e consolidata. Parlo qui in particolare della tendenza di ragazzi e ragazze ad entrare in rapporto tra loro (per mezzo di  «chat») anche attraverso discorsi ed immagini piuttosto espliciti sessualmente (e ciò peraltro in linea con i simboli proprio della cultura visiva giovanile, specie musicale). Salvo naturalmente i casi che rientrano decisamente nel crimine (pedofilia, prostituzione…) o nella patologia (esibizionismo, violenza…). Casi che però, come ho detto, non possono (per mandato espresso della cultura dominante) essere nettamente separati da quella che è ormai considerata la «normalità». Ma la ribellione legittima e possente dell’adolescente potrà poi oggettivamente assumere le forme francamente patologiche dell’identificazione depressiva con l’immagine negativa di sé (presso le ragazze la ben nota «bad girl»). Rischio che il tecnico ha il dovere di evitare assolutamente!
Ebbene, alla morale relativa (e negativa) è pertanto strettamente vincolato proprio il medico-psicoterapeuta. Che quindi commetterà un vero errore professionale se si appellerà invece a quella morale assoluta (ed affermativa) che abbiamo visto sfuggire completamente all’obbligo di essere strenuamente storica (nel senso dell’attualità). Il genitore può avvertire palpabilmente l’attenersi di fatto di tutti i professionisti a questa regola non scritta. Accade nella formula standard con la quale essi accolgono la loro disperazione : – «Colgo la sua preoccupazione…!». È la dichiarazione preventiva della neutralità del tecnico, e quindi il suo mettere rigorosamente le mani avanti rispetto al rischio che i genitori pretendano di averlo dalla loro parte nel sottomettere l’educando (qui eventuale paziente, ma solo illegittimamente) alla morale assoluta. Il che significa poi che, in casi come questi, di regola proprio i genitori dovranno rassegnarsi a diventare essi stessi i pazienti. Pazienti di una sorta di davvero strana «cura» di tipo culturale (storicista e fatticista).
Ecco tutto. La posizione rispetto a tutto questo del nostro ideale filosofo-in-assoluto può riassumersi esattamente nel discorso che io stesso ho qui svolto finora, in qualità appunto di pensatore e nello stesso tempo tecnico della psicologia e dell’educazione. Un discorso in cui io stesso richiamo me stesso, quale filosofo, alle cogenti responsabilità del tecnico. Non però senza rammarico e cordoglio. Perché il generale principio e criterio del relativo, al quale qui bisogna sottomettersi, equivale di fatto perfettamente a quel fattore che sta oggi scardinando la società e la civiltà nel senso della disintegrazione. Disintegrazione che è atomizzazione ex-plosiva (big-bang) rispetto ad un ideale baricentro che funga anche da immobile centro gravitazionale. Cosa impossibile senza affermare la cogenza di uno stabile Assoluto.

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Unicamente il titolo del film è geniale. Una sintesi impressionante dell’intera Filosofia nelle sue tesi ed antitesi. Ma l’intero film è l’opera di un genio. E non solo per la profondità della cultura : – ampie letture, profondamente meditate, e non solo filosofiche (da Delitto e Castigo, a I Miserabili, oltre che Kant, Kirkegaard, Heidegger, Sartre…). Genio è infatti in primo luogo chi vede (e dice) tutto ciò che gli altri non vedono pur avendolo sotto gli occhi. Genio è in primo luogo chi smaschera ovvietà. Che però sono ciò che più conta. Esse costituiscono infatti ciò che è diffuso e prevalente.
Ebbene, l’ovvietà che abbiamo sotto gli occhi è qui la moderna Filosofia nella sua deplorevolezza. Come edificio di sapere ma anche come istituzionalità del conoscere fondamentale, cioè filosofico.
È questo che Woody Allen (WA) osserva dall’esterno e nello stesso tempo da vicinissimo. Cioè in quella posizione (espostissima) che, entro la strategia militare, prelude immediatamente ad un attacco a sorpresa. E quindi è per definizione di avanguardia. La Filosofia non consente in genere a nessuno di assumere questa posizione. Essa non consente che la si osservi dall’esterno. Le mura dell’edificio sono pertanto circondate da immense estensioni di «no man land» e «no fly zone».
E se dunque questo è stato possibile a WA, ciò è stato dovuto in parte alle sue virtù (uno straordinario coraggio unito ad una geniale capacità di sintesi, frutto a sua volta alla saldezza di una limpidissima intuizione morale) ma in parte anche alle virtù proprie di quella che è l’Istituzione filosofica americana. Quella che lo stesso WA denigra come «non-continentale» (cioè indifferente alla morale al modo di un’analitica tutt’altro che esistenzialista), ma che, oggettivamente, rispetto alla filosofia invece «continentale», cioè europea (germanica e francese), ha almeno il gran merito di astrarsi completamente dalla morale invece che di pontificare, de-costruendola selvaggiamente.
Dunque sotto lo spietato quanto saggio mirino del microscopio alleniano cade quella Filosofia moderna che è nello stesso tempo tanto immorale (a-morale) quanto iper-morale, ovvero moralistica. Si tratta di un solo apparente dilemma aporetico. In realtà, dato che la lente di lettura di tale fenomeno è quanto mai semplice (si tratta del disorientamento derivante dalla disintegrazione della società andata di pari passo con la demolizione, primariamente filosofica, dei valori), l’aporia non esprime altro che la totale irresponsabilità civile dei filosofi (che è ancora maggiore quando è moralistica in senso paradossale). E questo è un tratto inconfondibile del moderno pensare canonico. Ma è la disintegrazione il fenomeno di fondo. I valori non sono infatti altro che il segno dell’integrazione di una società, civiltà e cultura. E dunque, in assenza di tale saldo appiglio (del  pensare, del sentire e dell’agire), si può essere disorientati, depressi e tendenzialmente addict (come il Prof. Lucas) proprio laddove la sollecitazione morale è massimamente strenua, ovvero nei filosofi. Tale strenuità è infatti la stessa, indipendentemente dalla sua coloritura qualitativa : – positiva (Kant), negativa (Nietzsche).
Ebbene, la stridente contraddizione in materia di filosofia della morale, così come colta dal Prof. Lucas, è primariamente quella di Kant. Da qui, per lui, iniziano tutte le «stronzate» della filosofia ed inoltre la filosofia stessa come «stronzata». E ciò per un motivo validissimo, ovvero perché essa è tanto irresponsabile civilmente quanto non attiva. Cosa che le toglie (già da Kant in poi) qualunque titolo per pontificare su un pensiero fondamentale (puramente teoretico) della morale. Ed è proprio questo il focus del dilemma : – si tratta di quella filosofia di vita e prassi (crescita spirituale) che la filosofia antica aveva teorizzato, promosso ed affermato, mentre la filosofia moderna l’ha negata. La Filosofia, si dice infatti in tutte le Scuole planetarie (ma forse un pò meno in quelle statunitensi), ha il solo e soltanto compito di pensare, e soprattutto di pensare-fondamentalmente (fondare l’azione). Ecco l’Husserl che WA non manca di menzionare. Assolutamente ridicolo, ovviamente! E Lucas ce lo spiega in modo inconfutabile. Infatti tutte le teorie filosofiche, oscurantistiche (pre-Kant), illuministiche (Kant) o rivoluzionarie e de-costruzioniste (post-Kant), o lasciano di fatto il mondo così com’è, oppure addirittura lo peggiorano. Come benissimo dice Lucas (con linguaggio raskolnikoviano), quando con tutta la ragione afferma che «gli scarafaggi vanno schiacciati!».
Tutto resta così com’è perché, mentre la filosofia aureamente e sovranamente pondera, la politica si muove secondo i dettami di quegli stessi filosofi (Machiavelli-Hobbes-Nietzsche-Heidegger-Scheler-Schmitt) che proprio su questo punto non sono stati capaci di star zitti. Lasciando così parlare chi ha titoli ben maggiori per farlo, ovvero un ben più saggio «common sense».
Ma sta di fatto che la filosofia di vita, così come concepita entro una Filosofia svuotata di senso, anima e spirito (come la circostante società), può agire solo producendo mostri ancora più orrendi. È esattamente quello che obietta a Lucas la bellissima allieva (tutt’altro che ammirata da WA appena libidinosamente!) che afferma di non riuscire ad argomentare efficacemente ma di riuscire però comunque ad intuire perfettamente ciò che è bene e ciò che è male. E per poco per questo  non ci lascia la pelle. Dunque, il critico che ha visto in «questo rapporto a due» uno scadere della tensione iniziale del film, è semplicemente uno che non ha avuto il coraggio, la lucidità e la cultura (in sintesi il genio) di avvicinarsi alla cittadella della Filosofia così pericolosamente come ha invece fatto WA. Spinto giustamente ad abbandonare la pura teoresi per affrontare a viso aperto la prassi morale-civile, Lucas si è intanto fatalmente trasformato in un euforico e stenico Titano faustiano-nietzschiano-heideggeriano, ovvero in un assassino (prima come Raskol’nikov ma poi non come Jean Valjean!). E, mentre egli si gode intanto l’effetto Viagra di tale posizione, solo altri assassini egli potrà commettere (come gli aveva preconizzato l’allieva).
Insomma WA può richiamarci ad una semplicissima morale intuitiva (quella di sempre e di quell’ingenuo-uomo-comune, che è così tanto disprezzato dai filosofi) solo sottraendoci al fascino luciferino delle sinistre e paurose oscillazioni e discontinuità (apiretiche, ma straordinariamente produttive quanto a pensiero canceroso) di quella Filosofia che intanto di fatto si è messa alla testa di una società e civiltà proprio in forza della pseudo-autorità concessale dalla sua stessa primaria (onore è onere!) perdita di punti di riferimento.
Insomma, decisamente c’era da meravigliarsi che nessun intellettuale avesse mai messo allo scoperto una problematica così evidente quanto drammatica. WA lo ha fatto, e con non poca maestria (con un film coltissimo, profondissimo, sensibilissimo, ironicissimo, benissimo scandito e perfettamente congegnato). Dunque bisogna rendergli solo merito.

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