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Archive for luglio 2015

Nel mentre allestisco un’opera di commento critico al pensiero di Nietzsche, ecco alcune riflessioni sulle tante cose che egli vide ma nello stesso tempo non volle vedere…
Il tema specifico di un passo di questo scritto è la disposizione sacrificale richiesta da un vivere pienamente la vita animica. Questo genere di vivere fatalmente espone connatalmente alla sventura chi sperimentandolo non sa vivere in altro modo che questo. Marina Čvetaeva coglieva alla perfezione questa tremenda verità ‒ “Oh, Dio vuole veramente far di me un grande poeta, altrimenti non mi toglierebbe tutto in questo modo” (Il paese dell’anima, p.  224) ;  “Il poeta, per glorificare il tempio, brucia sè stesso” (Il poeta e il tempo, p. 33).
Nietzsche invece, abbagliato com’è da un vivere il dolore (abbracciando la Necessità) che è solo selvaggiaente dionisiaco, pretende in tal modo di riformare l’ontologia distendendola sul piano unilaterale dell’assoluto divenire (eracliteo). Che però, per essere bene inteso, dovrebbe essere collocato in una prospettiva ben più ampia. È esattamente la prospettiva in cui il vivere animico costituisce il momento intermedio di un distacco da mondo (privo del tutto di illusioni circa la necessità) che culmina poi nell’esperienza del vero mondo, quello puramente trascendente. In Simone Weil  (L’attesa di Dio) ciò costituisce una capacità assoluta di “rimettere i debiti” contratti con ogni essere passato, rinunciando così ad ogni possesso ed affrontando il futuro in modo totalmente aperto. E soprattutto leggero, cioè senza gravami. Cioè in modo assolutamente sacrificale. Ma così ella intende trasferire la gioia per un mondo che è oggettivamente una fogna ad un livello ontologico in cui tale gioia è davvero ben riposta. È il confluire del livello orizzontale in quello verticale per mezzo del grande schema del Ritorno neoplatonico.
Nietzsche insomma si illude volendo affidarsi proprio al desiderio puramente orizzontale per rendere possibile la creatività vitale. Le cose stanno invece in modo del tutto opposto. La vera creazione vitale richiede di abbandonare il livello sul quale soltanto egli vede possibile la gioia ‒ cioè quello in cui l’uomo si appropria interamente del compito di generare l’essere futuro.  E del resto nemmeno è il caso di parlare di una gioia selvaggia. Non è affatto il mondo ‒ per quanto trasfigurato in un originale prodotto della nostra volontà che ha rotto gli argini ‒ ciò che può essere davvero amato. Ma la Vita. E la Vita può essere amata solo perché se ne sta oltre il mondo. Sempre un passo più avanti.
La vita non è più tale se viene trasformata in mondo ‒ “Ogni vita nello spazio – anche il più spazioso! – e nel tempo – anche il più libero! – è stretta…” (Čvetaeva, Il paese dell’anima, pag. 292). È sempre  fallimento – “…ogni volta che tento di vivere faccio fiasco (e ogni volta che ci riprovo, e ogni volta – fiasco!)…E nessuna esperienza – meno di tutte la propria, aiuta”.
È necessaria dunque una gioia dimessa, discreta, interiore, sobria in quanto non selvaggia. Del resto solo tutto ciò è veramente compatibile con il distacco proprio dell’abbracciare a viso aperto la Necessità. Dunque creare vitalmente è possibile solo rafforzando e radicando l’anima in noi  ‒ “La Genesi afferma invece che l’uomo è creatore proprio quando, volendolo o non volendolo, coscientemente o incoscientemente, si centra sull’unico autentico Io che  lo sostanzia : l’anima immortale, quella cioè che non finisce nel cimitero” (Vincenzo Romano, Uomo: suddito o anima libera?, p. 80).

Insomma bisogna sapere vedere tutto questo per affrontare temi come quelli che Nietzsche prende a suoi oggetti di riflessione. In metafisica il poeta è infatti in principio ben più competente del filosofo. Nietzsche se ne accorge. Ma sta di fatto che egli dal poeta solo prende in prestito il suo linguaggio. Non lo impersona.
Forse perché davvero quella del filosofo è un’insania tanto più irrimediabile quanto più volutamente non vissuta.
È l’infamia della troppa rigorosa logica (João Baptista Almeida Garret, Viagens na minha terra, Lisboa : Circulo dos Leitores, XXXVIII, p. 313, ibd. XXXIX, p. 314)  ‒ “È que os filósofos são muito mais loucos do que os poetas ; e demais a mais, tontos ; o que estroutros não são”  (“È che i filosofi sono molto più folli dei poeti ; ed anzi inoltre anche stupidi ; ciò che gli altri non sono”);  “Detesto a filosofia, detesto a razão ; e sinceramente creio que num mundo, tão desconchavado como este ; numa sociedade tão falsa ; numa vida tão absurda como a que nos fazem as leis, os costumes, as instituições, as conveniências dela, afectar nas palavras a exactidão, a lógica, a rectidão que não há nas coisas, é a maior e a mais perniciosa de todas as incoerências” (“Detesto la filosofia, detesto la ragione ; e sinceramente credo che in un mondo così mal fatto come questo ; in una società così falsa ; in una vita tanto assurda come quella preparatasi da leggi, costumi, istituzioni, convenienze, introdurre nelle parole l’esattezza, la logica, la rettitudine che non esiste nelle cose, è la maggiore e più perniciosa di tutte le incoerenze“).
Ecco, forse allora la così travolgente follia di Nietzsche fu dovuta proprio al fatto che egli aveva tutti i numeri per essere un poeta, ma volle invece essere a tutti i costi un filosofo. La filosofia fu così la sua condanna ad un’auto-mortificazione dell’ampiezza di vedute che pure gli premeva da dentro irresistibilmente. Almeida Garret usa qui proprio la formula giusta : ‒ “incoerência”.
È l’implacabile Nemesis che punisce i filosofi per i loro orribili peccati.

Credo dunque che Nietzsche, per essere davvero compreso, e conseguentemente severamente criticato (come deve), dovrebbe essere letto molto più in modo poetico-contemplativo che non invece secondo i dettami dell’onnipotente apparato critico filosofico-tecnico. Di Nietzsche, così come di ogni pensatore, bisogna cogliere l’essenza e non i dettagli. Ed essa poi va assolutamente giudicata.

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Sembra quasi uno dei quei verbi astrusi sui quali ci affaticavamo nelle sudatissime versioni di latino. Ma magari lo fosse. È invece uno dei più abortivi, perversi, orripilanti e devastasti anglismi che sia mai stato dato finora di udire. Tanto più perché imprestato chiaramente dalla Finanza alla Politica. Che è poi il nostro guaio. Da una decina d’anni a questa parte, cioè da quando ormai, mentre il cannone non tace, tace però invece il Parlamento. La voce del Demos. Eccome se tace! Mentre straparlano solo le agenzie di rating. Il sacerrimo Mercato Globale è così. I suoi sacerdoti sono i soli a poter parlare. E gli altri devono invece solo tacere.
Allora meno male che almeno i greci finalmente hanno parlato. Senza cannone, ma tuonato hanno tuonato!
Lo hanno fatto per i più svariati, urgentissimi ed anche drammatici motivi. Ma anche per coprire  il brusio di questo obbrobrio verbale : ‒ «Grexit». Le nostre orecchie erano mai state offese in modo così intollerabile?. Eh sì che l’anglismo intanto di malefatte ne ha perpetrate tante. Solo un esempio ‒ la piega amministrativo-produttiva che ha preso addirittura il gergo accademico, dove i docenti si chiamano tutors, come i tutorials. E cose del genere. Prodotti chiarissimi dell’imbastardimento statunitense del già abbastanza insopportabile gergo accademico impastato di latino dei così superbi colleges inglesi. Ebbene, tutto questo già da tempo ci incuteva un terrore indicibile. A noi italiani, che, pur avendo ormai uno dei sistemi scolastici più disastrati del mondo, ancora vinciamo 5 a 1, in ampiezza di cultura, contro qualunque universitario estero. Ma poi è arrivato l’anglismo finanziario. E per di più di una Finanza ormai trionfante su tutto e su tutti. Il suo un gergo di semi-acronimi ottenuti per atrocissime crasi. Peggio ancora di quelli in uso da tempo presso la stampa.
Ed entrambi al lavoro da tempo per ammazzare a bastonate e a pestoni tutto ciò che abbia ancora il sentore e l’aroma della grazia di un’autentica lingua. Irriducibile, quasi infinita, nella sua ricchezza di possibilità e sfumature. Ma ora siamo andati ancora più avanti ed è nato Grexit. Un mostro. Un aborto. E così esso ci fa più paura ed orrore di tutto quanto finora avevamo sperimentato.
Ebbene si può dire e pensare ciò che si vuole di Tsipras e Varoufakis. E peraltro vorrei proprio vedere alle prese di problemi come i loro, questi nostrani politici ed economisti  così prodighi di lezioncine! Fatto sta che il duo greco ha saputo dare il fatto suo non solo a Schaüble  e a Merkel (autentiche facce di culo teutoniche) ed anche all’intero popolo tedesco ‒ bisogna proprio dirlo : oggi di nuovo in arme all’unisono dietro i reparti corazzati bancari. Ha dato il fatto suo soprattutto all’immondo Grexit. Ecco allora un duo di autentici Tesei e Persei. Vi sembra poco?
Sono ancora fresco delle impressioni provate al Dipartimento di Filosofia di Lisbona, dove un gruppo di noi guardava alla TV il discorso di Tsipras a piazza Sintagma in Athenas. Basta da solo il luogo a far venire i brividi ai filosofi. L’Agorà di Socrate e l’Areopago di Paolo sono così vicini!
Ma soprattutto gli esaltanti e bellissimi ottativi di Tsipras al culmine del suo discorso. Quando la folla andava letteralmente in delirio e le splendide bandiere bianco-azzurre sventolavano (è il nostro cielo, è il nostro mare, è la nostra millenaria storia e cultura!). Ma gli ottativi di Tsipras facevano un effetto ancora maggiore sui miei amici e colleghi filosofi. Esattamente lo stesso effetto che facevano sui napoletani le finte di Maradona (strano, anche lì il bianco-azzurro!) ‒  «…ma ‘na finta ‘è Maradona squaglie  ‘o sanghe dint’e ‘vvene!».
Non si sa cosa potrà accade ora, ma è finalmente un segno di risposta. Emblematici il muso duro verbale della impassibile Merkel, come sempre in un improbabile e cafone arancione (ma non se la starà magari facendo addosso?) e l’infinitamente gelido sguardo assassino di Schaüble su Varoufakis. Da quando conosco i tedeschi (e li conosco bene!), non capirò mai come riescono a non vergognarsi di atteggiamenti come questi. Eppure ne conoscono così bene il significato. La loro lingua ha per questo espressioni impareggiabili ‒ «Strurheit» e «Engstirnigkeit». Cioè il plateale ridicolo dell’ostinata e cieca protervia, al quale si espone chi è convinto anima e corpo di avere ragione. E per questo è disposto ad andare fino in fondo. E soprattutto oltre. Non conosciamo già molto bene tutto questo? E non è agghiacciante che, con la stessa massima imperturbabile serenità di un intero popolo (calvinista nell’anima!), stia accadendo esattamente la stessa cosa di sempre?
E Varoufakis è davvero un provocatore nel definire i tedeschi come «terroristi»?
Dunque onore e gloria al popolo greco dell’«οχι». Onore e gloria alla sua (ed anche nostra, in diversi sensi!) splendente bandiera (mai abbiamo creduto e mai crederemo nello «Spezzeremo le reni alla Grecia!» ‒ espressione volgare ed infame almeno quanto il «Grexit»). Ed onore e gloria al duo eroico Tsipras-Varoufakis.
Lo ripeto! Indipendentemente anche da considerazioni politiche e politico-economiche. Qui è solo la storia che conta. La storia che (insieme alla filosofia) i greci ci hanno insegnato ‒ con uomini come Senofonte, Polibio,  Strabone, Erodoto, Diodoro Siculo. La storia che noi popoli del bacino mediterraneo (giungendo fino all’atlantico popolo luso) non abbiamo mai dimenticato.
Era ora che si facesse appello ad essa. E con essa alla Tradizione.
Ed è allora in loro nome, prima ancora che in nome di considerazioni politiche, che si deve gridare con forza l’assurdo totale del ridurre alla fame ed alla disperazione una nazione ed un popolo (nobili o meno che siano!). E questo solo e soltanto perché la politica ormai biascica solo il linguaggio dell’economia. Quando mai, quando, in nome di Dio, era mai accaduto questo? Quando mai, per un puro nulla (e non per guerre, nè per carestie, nè per calamità naturali e divine), era accaduta una cosa come questa?. Nemmeno nei tempi più oscuri del primo Capitalismo era mai accaduto.
Ed infine, come qui in Portogallo si dice ormai da tempo, perché mai dovremmo diventare ed essere tutti tedeschi? Perché mai dovremmo obbedire allo spirito con cui loro vivono? Perché mai dovremmo condividere il ridicolo della loro così ostinata e cieca serietà a tutti i costi? Siamo diversi, pensiamo, sentiamo, viviamo, in modo diverso. E se questo, dal loro punto di vista, significa essere paesi disastrati, che ci lascino pure esserlo! Il senso dell’Europa non era certo questo! Il loro regalo d’acciaio, noi non lo vogliamo! Se lo tengano e continuino a vivere con la nazione più ricca e forte d’Europa, ma nella noia alcoolica, squallida e mortale che oggi come sempre contraddistingue la loro troppo seria vita. Vita senza il sale della vita!

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Ancora una volta, ad Atene, città che tutti noi dobbiamo avere nel cuore, un discorso storico. Ma soprattutto un discorso che riempie di emozione e di orgoglio.

Come non amare Atene, i greci e Tsipras? Come non sentirsi solidali con la loro rabbia ed il loro orgoglio? Come non sentire la stessa voglia di gridare, di reagire e di lottare, che essi esprimono con tutto il cuore e l’anima?

Non lo stesso si può dire di una Germania (di tecnocrati ma anche di gente comune : proprio come allora!) che sembra ancora una volta aver dimenticato i limiti dei propri sogni. Lasciando così che essi si trasformino in delirio. Ma senza accorgersene!. Convinta, con protervia teutonica, di essere assolutamente nel giusto. Solo gli altri, i non tedeschi, i sud-europei, sono sporchi e cattivi. Paria di un’Europa, che essi soli credono di rappresentare. Con che diritto, dopo Atene, Sparta e Roma? Con l’unico diritto dei miserabili travestiti da geni (Nietzsche, Heidegger ed Hitler).

Ed allora : Viva Tsipras! Viva Athenas! Viva la Grecia. Viva un’Europa di nuovo greca e romana. Un’Europa dei valori, della tradizione, della giustizia, e soprattutto dell’amore. Non delle banche, del danaro, e della cieca ostinazione barbara.

E dunque abbasso la Germania! Con tutta la nobiltà che può avere.

E che se ne ricordi ora, se ne è capace!

 

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Giunto ad un punto cruciale del mio lavoro di tesi su Edith Stein, vengo confrontato con l’inconcepibile intensità esistenziale dell’Essente (Seiende), così come lei lo descrive. Un individuo unico-personale assolutamente irripetibile nel quale di fatto si concentra tutto l’Essere. Nel quale tutto accade, tutto è deciso in un solo “coup de foudre”. Egli infatti è lo specchio stesso dell’Essere divino. Ricapitolazione immanente, nel finito, della stessa Trinità.
Dunque immensa Gloria ed  immensa Tragedia.

Questo è ognuno di noi!
E dunque cosa davvero ci compete nella nostra esistenza? Ci compete proprio ciò che il nucleo stesso di una siffatta concezione dell’Essente quale Persona, ovvero il fatto che al di là di tutto noi siamo un “Chi”. Dunque, una domanda ed una risposta vivente. La verità dell’essere sta tutta in noi. In noi che domandiamo ed in noi che rispondiamo. E qui bisogna per davvero dare ragione ad Heidegger (per il quale l’essere era proprio una domanda oltre che una storia). Sebbene però egli ignorasse Dio. Ed allora, ancora una volta, la ragione è tutta della Stein. Che pensò parallelamente a lui ma su un registro infinitamente più alto. E finì come un essere infimo come lui mai sarebbe potuto finire.
Dunque tutto ciò che dobbiamo fare nella nostra vita è essere una risposta vivente. Vita è Risposta!. Essere un “Chi” che risponde per mezzo di sé stesso. Nel mentre con sé stesso domanda.
Dunque la domanda è proprio “Tu chi sei?”. I greci la conobbero come “gnóse sé autón”  (“conosci te stesso”). Gli indù come “Tat twam asi” (“Tu sei quello”). Gli ebrei come “Io sono Colui che sono”. Lo stesso Mistero dei Misteri : ‒ il Tetragrammaton (JHWH). Il Nome segreto di Dio.
Ed allora ciò a cui dobbiamo pensare è solo  e soltanto a rispondere a questa domanda.
Potrà accadere in tutti i modi possibili : ‒ nella pace o nella guerra, nella fortuna o nella disgrazia, nella fama o nell’oscurità, nella ricchezza o nella miseria, nella grandezza e nell’infamia… . Insomma nel bene o nel male. Tali binomi esprimono solo la polarità speculare, e non l’Unità.  Dunque tutto accade solo tra il bene o il male. Ma il  Bene è solo Assoluto. Ed il rispondere a tale domanda è! l’Assoluto.
È certo che questa domanda di cui sei “gravido” (come gli allievi di Socrate, i filosofi) ti farà sembrare la tua vita una sola follia o un solo fallimento. Il filosofo è fatto per fallire e per rendersi ridicolo (Teeteto). È esattamente questo il volto che la domanda, come un Giano bifronte, rivolgerà al mondo. Quando le si permette di mostrarsi. Come accade solo quando si osa vivere rispondendo. Ma non sarà certo per questo la tua vita sarà priva di senso. Lo sarà solo se non risponderai alla domanda.
Alla quale dunque non hai scampo. Essa ti tormenterà, ti perseguiterà, non ti lascerà tregua né respiro. Come le Erinni, ti inseguirà lacerandoti le carni. Appena te ne sarei liberato, rieccola spuntare dietro l’angolo. E ti condurrà esattamente nei vicoli ciechi in cui finirono Edipo, Elettra, Medea, Antigone, Faust….! Lo stesso Gesù. Non per questo ciò sarà tutto. Mai sarà tutto. Finché non avrai risposto. E  solo allora “tutto sarà compiuto…!”. È per questo che il “Chi” greco (χ) è la Croce stessa. Gli indù la disegnano come Y, e parlano di essa come del “Signore delle tre vie
Ti chi sei?! Tu chi sei?! Tu chi sei?!
Per questo ritroverai ogni volta la domanda dopo aver risalito e poi ridisceso gli immensi marosi che nell’esistenza di certo ti travolgeranno. La ritroverai sulla vetta, dove ti sembrerà di toccare il cielo con un dito dopo l’appena scampato pericolo. E la ritroverai nel’infimo, infame e spaventosamente oscuro incavo dell’onda, dove l’inferno ti sembrerà ad un passo. O anche nel ventre stesso dell’onda, in quel  raccapricciante silenzioso e traslucido caos, dove nell’inferno ci sarai già per davvero. Eppure in nessuno di questi luoghi vi sarà la risposta a tale domanda. Essa non sta in alcuna circostanza, ma solo oltre le circostanze. Perché la risposta non sei che tu stesso, e dunque essa è nel tuo stesso cammino, nel tuo stesso sopravvivere ad ogni evento o cosa che ti travolge. Ogni volta che sarai rilasciato dalle prigioni, trappole e morti della vita. tu la ritroverai.

Rispondi dunque, amico mio. Impiega tutta tua vita solo a rispondere. Non è affatto detto che vi riesca, ma se vi riuscirai, solo allora la tua vita non sarà stata invano. Ti sembra poco?
Lo ripeto ! Non sarà gloria e non sarà nemmeno infamia! È certo che nessuno se ne accorgerà, né in bene né in male. Non sarà rivelato di te nulla di sublime o di infimo. A nessun’altro, infatti, interessa tale risposta, tranne che a te. Al ”Chi” che è la domanda e la risposta. Tu stesso sei Colui al quale dovrai rispondere. E la risposta risponderà solo alla domanda che tu sei.
Vivi, domanda, rispondi.

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