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Archive for ottobre 2016

Strano, davvero strano! Visto che The Young Pope ha riportato il tema religioso alla ribalta, ora si può essere di nuovo autorizzati a parlarne. «’O popolo ‘o vvò!» (Il popolo lo vuole!). Infatti siamo espressamente autorizzati dai milioni di spettatori che hanno seguito la serie di Sorrentino.
La religione fa di nuovo audience. Del resto c’era da aspettarselo. «La serie ha avuto ancora più successo di Gomorra», dicono candidamente i TG. Non sapendo che in certe orecchie (anche se di pochi) questo suona ben più come un’offesa che non come un complimento.
Ma, sia come sia, ora abbiamo finalmente un Papa mediatico in piena regola. E pure americano. Anticipato da Papa Giovanni, da Woytila e da Francesco, ora lo abbiamo davvero dove doveva stare, e cioè esattamente laddove George Orwell (1999) aveva previsto che dovesse stare una simile figura. Nello schermo!
Ebbene, di che genere è questo perfetto Papa mediatico? È cattolico? No! È più in generale cristiano? No! È religioso? Pare di sì. Perché la suora-keaton dice che è santo, e lui stesso si intrattiene in segreti conciliaboli mistici con i pochissimi in Vaticano che abbiano ancora una parvenza di homines religiosi. Che poi credano o meno in Dio, è un particolare di secondo piano. Come già i Papi pre-mediatici ci avevano insegnato, Dio non è infatti per nulla davvero trascendente ma è invece solo immanente. E questo è quello che dice anche il Papa mediatico.
Però sta di fatto che non si può davvero credere in qualcosa che sia «un dio», se non si crede in primo luogo nella sua trascendenza; ossia nella sua totale invisibilità soprannaturale.
Anche se però facciamo finta che non sia così, il problema non è affatto ancora risolto. Perché manca ancora qualcosa, e cioè la coerenza bilaterale dell’affermazione del Dio immanente.
Ebbene, vediamo, questa coerenza può essere attribuita a Papa Pio XIII? In qualche modo sì, perché appunto egli pone la religiosità al di fuori dei così angusti e soffocanti limiti dell’Istituzione. Così da lasciare di stucco il satanico orlando-vojello, il quale vorrebbe invece che il Papa fosse un uomo di Stato. Ed a questo poi il Sublime aggiungerà (con le fulminanti intuizioni trasfusegli dal Sorrentino-Gambardella) che il fior fiore di immensi pensatori moderni (gruppi rock, cantanti ecc.) si contraddistinguono proprio per il non lasciare mai apparire mai la loro immagine. Cioè non lasciandosi mai intervistare. Eppure chissà perché (mi chiedo io, povero scemo) non lo fanno anche rinunciando ai famosi cachet da capogiro di discografici ed organizzatori di concerti! Del resto abbiamo oggi anche un Bob Dylan Nobel che manco se lo fila il premio ricevuto!
Ma comunque qui emerge la possibilità, ed anzi l’urgente necessità, di essere religiosi senza essere intanto bacchettoni e formalisti. Ed a questa possibilità-necessità il Papa mediatico per eccellenza impresta perfino anche le forme più adeguate, ossia quelle dionisiache. Si muove infatti con la stessa flessuosità femminea e la stessa santa crudeltà (da amante invasatore e mangiatore di carne sanguinolenta) che sono del Dioniso adulto di ritorno dall’India con un corteo di Menadi infoiate, pantere e leopardi. E di Menadi di certo il nostro Pio XIII non manca. Prima tra tutte l’arianna-suora-keaton. Tipica madre-nutrice-amante del dio.
Ebbene qui c’è però davvero poco da scherzare. Anzi proprio qui casca l’asino! Infatti, se c’è una religiosità nella quale il Cristianesimo (anzi il Cristo stesso) affonda le sue radici profondamente, questa è proprio quella dionisiaca. Ci sto scrivendo in libro, e se qualcuno avrà l’ardire di pubblicarmelo, forse potrò dimostrarlo nei fatti. Ma qui casca comunque l’asino. Perché a questo punto la coerenza delle affermazioni circa l’immanenza di Dio viene per davvero allo scoperto in tutta la sua drammaticità e serietà. Non c’è infatti vera esperienza religiosa se essa non tocca davvero il corpo di Dio e non ne è toccata. E questo non è ovviamente possibile se non si presuppone comunque un Dio Trascendente che intanto stia anche nella pienezza della sua immanenza. Quello che il dionisismo ha fatto addirittura fino a rasentare ed oltrepassare i confini della bestialità.
Pertanto non si può parlare di una pienezza dell’esperienza religiosa se non si ammette che sta nel dionisismo il suo paradigma. Anche se Dio mi guardi dal sostenere che la relativa liturgia debba basarsi su orge sfrenate, sbranamento di animali vivi, castrazioni, stupri, assassini, sacrifici umani, ed altre porcate del genere. La cosa viene spiegata bene da Mircea Eliade in moltissimi suoi libri – al fondo di tutto ciò vi è qualcosa di santissimo, e cioè la ierogamia (il congiungimento primordiale tra il principio maschile e femminile). Fonte non solo di vita, ma soprattutto di vita che non si estingue mai, e cioè immortalità. Un punto di riferimento per innumerevoli metafisici.
Orbene a questo ci crede davvero il Papa pre-mediatico, anche se si fa un punto d’onore di dire che il Dio è talmente immanente da dover essere identificato precisissimamente con l’uomo che più soffre? Ci crede davvero a questa esperienza religiosa che è intensamente spirituale e personale, prima ancora di essere morale, ecclesiale ed istituzionale? È davvero difficile affermare di sì!
Ma ci crede poi il Papa mediatico? Il quale sostiene (sebbene dopotutto tra le righe, e cioè tra le maglie delle varie schifezzelle oggi indispensabili per fare spettacolo) che la religiosità dovrebbe essere totalmente riformata nel senso di una sua davvero totale autenticità. Ebbene, per rispondere, dobbiamo chiederci quale sia questa autenticità. È forse quella del Dioniso femmineo impegnato nel suo trionfo e compiaciuto di sé stesso nel farlo? E con tutti gli annessi e connessi (già illustrati nel precedente articolo)? È davvero difficile che sia così.
Ed allora bisogna guardare con grande equilibrio al Dioniso che funge effettivamente da paradigma del Cristo. Una volta, infatti, purgata di tutte le sue possibili impurità umane (che nemmeno Dioniso stesso aveva mai voluto; anche se, poverino, non sapeva che poi sarebbe venuto Nietzsche a contraddirlo), la religiosità da lui proposta non è affatto quella nietzschiano-titanica; e cioè quella della danza ebbra e ferina di uno schifa-uomini aristocratico-belva del pari del nostro Pio XIII.
Essa ci propone invece questo: il lasciarci invadere da Dio; l’essere ispirati profondamente da Lui; l’essere agiti da Lui da dentro; il mangiare davvero interiormente ogni giorno il suo Corpo e bere il suo Sangue; il sentire che siamo vivi solo e soltanto nel mentre la sua Presenza (sempre assolutamente silenziosa, invisibile e rispettosissima) circola negli interstizi tra le nostre cellule; il sentire che è Lui la Forza che ci spinge a resistere sempre, a lottare sempre, a sperare sempre, a sempre continuare a vivere qualunque avversità stiamo intanto vivendo; ed il celebrare il più possibile tutto questo insieme a quello e quelli che sono davvero alla nostra portata.
Ma questo per un solo scopo, e che Platone ha illustrato alla perfezione (meglio di tanti Cardinali e Papi), e cioè quello ritornare alla fine totalmente a Lui, al suo Corpo; che poi è quaggiù il vivere integralmente per il Bene, per il Giusto, per il Bello e per il Vero. Sapendo quindi oltrepassare con saggezza ed equilibrio qualunque forma di immersione, anche quella eccessivamente religiosa.
E soprattutto sapendo scansare qualunque tentazione titanica, perfino quella del santo-riformatore ad oltranza.
Bisognerebbe udire parole come queste per convincersi che si sta davvero parlando di autenticità religiosa, ossia di una religiosità davvero non istituzionale. E non mi sembra che parole come queste vengono correntemente affermate né da Papi pre-mediatici né da Papi mediatici. Anzi, il Papa mediatico sembra avere probabilità molto maggiori di farci dimenticare per sempre cosa sia davvero religione.
È vero sissignore che abbiamo bisogno di una radicalmente nuova religiosità. Ma questa non è affatto la risposta.

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Cosa c’è in questo film-serie tranne la certezza di successo, grazie agli ingredienti, presso gli spettatori di fictions? Ingredienti: l’estetismo dell’immagine (al massimo), il lezioso ed ammiccante divertissement satirico-ironico (al minimo).
Difficile rispondere alla domanda, per cui bisogna dire che questo film-serie evoca solo domande.
La prima di tutte: quale può essere il senso ultimo del prendere a motivo di spettacolo un oggetto così serio quantunque già di per sé compromesso? Serio o solo faceto? Sincero o solo calcolato? Meditativo o solo scurrile? Il sospetto è forte: che si tratti solo di «scrittura creativa»? Cosa in cui il gepgambardelliano Sorrentino è maestro, essendo così anche maestro del calcolo d’effetto.
In questo senso, di questo film-serie, hai visto un quarto d’ora e hai visto tutto.
C’è qui un oggetto scenico che rappresenti qualcosa, o vi è un oggetto scenico che rappresenta solo sé stesso? Insomma qui Sorrentino auspica un altro Papa, un’altra Chiesa ed un’altra religiosità, oppure solo si frega le mani per la ghiotta occasione del poterne mettere in scena le così ridicole ed atroci larve?
Cosa esattamente si è proposto Sorrentino, dato che, per il così particolare oggetto del film, dovrebbe ben essersi proposto qualcosa? C’è per davvero questo qualcosa, oppure, come lui stesso sembra suggerirci, qui c’è solo da scherzare con ciò che di per sé (ormai) non si lascia più prendere sul serio? Insomma cosa bisogna chiedersi qui: se si fa bene a chiedersi se c’è un senso, oppure se si fa male a farlo? L’arte, si sa, è arte. E non si discute, solo si gode!
A cosa serviranno mai le presenze provocatorie di attori della stridente contraddizione scenografica: il dandy effeminato e decadente Jude Law e la reincarnazione di Gep Gambardella, nell’Orlando-Vojello (pacco di pasta, o anche prototipo di certi sornioni e malefici baroni universitari partenopei di mia conoscenza)?
Che senso avrà mai questo Papa-Mussolini, che si sganascia come un venditore narciso USA, questo dandy-titano, questo perfezionista ironico della perversione cinica, questo schifa-uomini e edonista dell’opulenza ottimamente accolta? A cosa mai servirà questo raffinato ed elegante tiranno e raffinato cultore di aforismi velenosi da Voltaire a Nietzsche? Questo Papa della preghiera-sfottò e della confessione come psicodramma a sorpresa. Questo Papa con sigaretta, raffinato cultore della canettiana malvagia arte del potere (gatto che gioca col topo). Questo Papa dell’estenuato gesto effeminato ad effetto. Questo Papa il cui infinito divertimento (“…ma scherzo!”) sarebbe occuparsi della mondanità adulante le stupide masse.
E dovrebbe avere un senso il Vojello contemplante in ginocchio la Grande Madre? Gli abiti e cappelli immacolati leziosamente fasciati d’oro, tutti morbida e sensuale haute couture? Una Roma-Vaticana le cui campane a distesa colgono sul fatto prelati col culo da fuori o sul bidè? Una Roma-Grande-Bellezza cosparsa di una patina tanto roseo-dorata quanto marcia? L’ambientazione dannunziana per una profondità teologica del solo inciucio?
E che dire poi della suora-diane-keaton-woodyalleniana, che pure lei fuma, e che giura e spergiura che ‘sto gran fdp è “un santo”? E le sparate del Papa che senso hanno: – “Cosa abbiamo dimenticato?”, grida dal fatidico balcone. E giù battutacce da adolescente. “La mia coscienza non mi accusa di niente!”, sussurra estenuato in confessione (“…ma scherzo!”). E giù profondità meditative farsesche accompagnate dal solito malinconico violoncello. “Io non credo in Dio”. E giù schiaffi in faccia al povero confessore (“…ma scherzo!”).
Insomma cos’è mai questo? Una critica alla Chiesa, o un divertirsi un mondo (pensando intanto alle tasche) con la critica alla Chiesa come fonte di audience?  Cos’è insomma questo Vaticano che un napoletano verace (via Sandomenico, Vomero) si è andato a guardare come lo guarderebbero americani ammaliati da una Roma felliniana?
Cosa dovremmo farci con questo oltre che sorbircelo da pubblico pecorone? Guardar dietro (tra gli scheletri nell’armadio) per poi poter guardare fuori con lo stesso cinismo dei protagonisti? Rileggere la riforma papafranceschiana attraverso un Papa che fa ridere e piangere? Restare sospesi tra lo sbellicarsi di risa e cadere in ginocchio davanti all’incomparabile genio? Pio XIII, al secolo Lenny Berardo, o Paolo Sorrentino ipse?
Insomma cosa che ne facciamo di questo in un modo già desacralizzato a sufficienza, e così spesso proprio per mano di coloro che dovrebbero sacralizzarlo? Oppure, lo ripeto, non dobbiamo farcene nulla, e quindi solo godere e stare zitti? Ed ammesso che comunque dobbiamo farcene qualcosa, questo Young Pope amerecano (Sorrentino ipse?) da cosa ci vorrebbe-dovrebbe liberare? Dai pregiudizi bacchettoni del cattolico formalista? Dal cinismo religioso di cui siamo vittime e complici? Da un qualche background teologico-metafisico che ci hanno lasciato studi umanistici ammuffiti e perdutamente italici, e che la ricetta yankee-sorrentiniana (dell’uomo della strada e selfmademan, entrambi puri peer definizione) manderebbe finalmente in pensione?
O forse di una falsa fede ed esperienza religiosa? E basterebbero forse per questo i quadretti intimistico-mistici (con tanto di luci divine pioventi dall’alto) nei quali, insieme al prete santo, il Papa-Fellone si fa finalmente seriamente meditativo? Basterebbe solo questo, in mezzo a tanta cura per l’immagine fine a sé stesse e per la satira di sicuro incasso?
Suvvia, siamo seri! Perché in mezzo a tutto questo bisogna pure in qualche punto esserlo.
E chiediamoci allora se qui, oltre il puro spettacolo, ci sono anche la profondità di pensiero e la sensibilità religiosa che ci dovrebbero essere.
Insomma cosa dovrebbe lasciarci questo film-serie? Oppure davvero non dovrebbe lasciarci nulla, ma solo un estasiarsi pecorone davanti a tanto sfarfallare danzante dionisiaco-shivaico sul cadavere putrefatto e maleodorante della teologia e della religione?
Lei è omosessuale eminenza?” “Si, Santo Padre!”. Dio mio, la ricetta è antica e scontatissima: sana liberazione psicanalitica dalla sovrastruttura religiosa, ed anche sanissimo outing.
Great, very great, Sorrentino.

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Abstract.
In questo scritto ci siamo sforzati di delineare quella che può essere considerata l’essenza della dottrina del Diritto di Platone. E per questo ci siamo basati soprattutto su diversi passi dell’opera monografica di Paul Friedländer [Paul Friedländer, Platone, Bompiani, Milano 2014].
La tesi dello studioso ed anche la nostra si basano sul fatto che al centro stesso della riflessione del pensatore ateniese vi fu proprio quel concetto di Giustizia che poi si tradusse nella formulazione di un concetto radicalmente trascendente di Legge. Quest’ultima è senz’altro da intendere come Legge sacra o anche Legge divina; sebbene però senza che ciò assuma alcuna connotazione specificamente teologico-confessionale. Si tratta infatti in primo luogo dell’intendimento radicalmente metafisico-religioso di tutto ciò che è «legge».
Abbiamo condotto comunque la nostra riflessione lungo la falsariga imposta dall’esplorazione del concetto di «corporeità» nel contesto del Diritto. Tale impostazione è stata richiesta dalla forma nella quale nel prossimo Dicembre terremo una relazione su questo tema presso la Cattedra di Diritto e Letteratura dell’Università del Sannio (Prof. Felice Casucci).
Ebbene, ci è sembrato che in Platone sia possibile rintracciare una netta differenziazione tra l’«idealità» e la «corporeità» di tutto ciò che Legge, Giustizia e Diritto. Ciò avviene però senza alcuna condanna pregiudiziale della corporeità, anzi nello slittamento di tale concetto verso quella sua pienezza che è solo trascendente. Si configura così chiaramente il grande tema platonico-cristiano della “corporeità spirituale”.
Su questa base abbiamo mostrato come Platone formuli una dottrina complessiva del Diritto, entro la quale in via di principio contano solo e soltanto i suoi aspetti trascendenti ed ideali. Nello stesso tempo emerge però in essa il concetto di una Corporalità trascendente di cui si può seguire il percorso ascendente lungo la falsariga di quel concetto di «totalità organico-corporale» che connette intimamente (secondo una continuità verticale) l’immanente al Trascendente. I momenti principali di tale percorso sono quelli dell’integrità onto-etica propria della dimensione individuale, della dimensione collettiva comunionale (Stato), quella del kósmos nella sua interezza ed infine quello del Tutto-Uno. La Legge nella sua integrità divino-trascendente costituisce esattamente il fattore che connette intimamente tutti questi livelli. Essa e quindi permette, in una teoria e prassi giuridica ispirata alla dottrina platonica, di tener presente costantemente il Trascendente proprio per l’intermediazione di tale corporalità trasfigurata. Laddove quest’ultima ha poi ha una valenza fortemente etico-politica, e pertanto è sempre intima alla prassi.
Una volta posti questi principi, abbiamo affrontato le ricadute pratiche della dottrina platonica del Diritto. Esse consistono sostanzialmente nella forte relativizzazione di tutto ciò che nel Diritto è corporeo nel senso dell’immanenza. E vanno inclusi in questo diversi aspetti della struttura complessiva del Diritto moderno e del suo modo di presentarsi nella teoria e nella prassi.
In particolare abbiamo sottolineato la forte relatività in termini di valore che, a fronte di questo, assumono la teoria e la prassi legislativa, la Filosofia del Diritto ed infine la prassi tecnica giurisprudenziale. Alla luce della dottrina platonica, infatti, emerge in una luce negativa molto cruda tutto ciò che correntemente viene fatto passare come fisiologico entro una prassi giudiziaria (specie quella di magistrati ed avvocati) molto spesso lontanissima da tutto ciò che è per davvero verità, giustizia e bene; ovvero da tutto ciò che concerne per davvero quell’etica che pure dovrebbe essere tenuta costantemente presente in tale prassi.
1. Introduzione.
Andando alla ricerca della dimensione corporea del Diritto, andremo qui ad illustrare l’essenza della dottrina platonica dal punto di vista specifico della relazione esistente tra Idea e cosa o corpo.
E si potrà subito notare come la nozione trapeli dovunque nelle maglie del discorso di Platone. Essa fu infatti esattamente il centro del suo pensiero, e precisamente nella forma del trinomio strettissimo Idea-Bene-Giusto. Che poi corrisponde alla dimensione divina stessa.
Come dice infatti Huntington Cairns [Huntington Cairns, Platone giurista, in: Paul Friedländer, Platone, Bompiani Milano 2014, I, XVI p. 323-354], il pensatore ateniese ha elaborato la più completa teoria della legge mai esistita. E ciò in quanto, diremmo, essa si trova distribuita sui due livelli primario dell’essere, ossia reale e ideale, laddove poi sopra e sotto ogni cosa l’Indicibile quale essenza trascendente. La dimensione del «sotto» è quella dello strato profondo sottostante all’immanenza, mentre la dimensione del «sopra» è quello dello strato supremo costituente l’Alto. Entrambi comunque invisibili. Ed è da questi due livelli invisibili che l’Essenza ideale informa di sé ogni cosa. In modo specifico come un Bene determinante il Giusto, e quindi configurante il Nomos stesso, o anche Dike.
Ora se tutto questo è l’Idea, tutto ciò che sta al di sotto di essa (come sua espressione ontica secondaria) non può che corpo. Almeno in un primo senso del termine, cioè quello immanente.
Poi vedremo il secondo senso, ossia quello trascendente. Dunque è corpo immanente, rispetto all’Idea del Bene-Giusto, l’intera sfera dei contenuti dottrinari e delle prassi del Diritto (corpus legislativo, attività legislativa, relativa teoria filosofica, o Filosofia del Diritto, prassi giurisprudenziale, relative figure professionali ecc.).
Rispetto a tutto questo la posizione di Platone è stata estremamente netta e senz’altro dirompente (Huntington Cairns, p. 302-306). Egli ha infatti chiaramente descritto la problematicità del dibattimento, e ne ha severamente condannato l’insufficienza. Ed ha inoltre deplorato la tipica retorica avvocatizia, contrapponendola proprio alla filosofia. L’interesse di Cicerone per la filosofia platonica non cambia assolutamente nulla in questo. In primo luogo perché egli non fu mai un platonico (sebbene abbia scritto il De republica) ed in secondo luogo perché il platonismo che egli conobbe fu solo quello tardo e decisamente scettico. Quanto poi alla retorica sofistica, essa è l’esatto contrario del pensiero giuridico di Platone.
A proposito di Cicerone va comunque detto che Possiamo in verità prendere atto di ciò che davvero Cicerone sostiene filosoficamente nel suo scritto dedicato al Bene [Cicerone, Il sommo bene e il sommo male, Fabbri, Milano 1996]. In esso si può constatare che, nel opporsi polemicamente all’epicureismo ed allo stoicismo, egli impersona il post-platonismo aristotelico dell’Accademia così come di presentava in quel Filone di Larissa che fu poi il suo principale riferimento filosofico. Ebbene tutto ciò non può in alcun modo essere considerato davvero platonico.
Dunque, se da un lato non vi è stato nessun filosofo che più di Platone che abbia fondato la Giustizia (in modo teorico e pratico), tuttavia non vi è nessuno che più di lui che la annienti completamente. Come? Come corpo, e cioè come apparato istituzionale e come tecnica.
Platone pertanto distrugge completamente tutto ciò che può essere considerato «giurisprudenza».
Entro la sua idea di Giustizia, infatti, nulla è in alcun modo «prudenza»: – né in senso comune e lato, né in senso tecnico e specialistico (perizia e cognizione di prassi giuridica e relativi principi…).
Semmai per Platone vi è un solo ed unico Principio, il Bene, ossia l’Uno stesso.
Pertanto non vi è nulla di più inappropriato che presentare il pensiero giuridico di Platone in un’aula della Facoltà di Giurisprudenza. Solo in un certo senso però, e cioè nel senso della ragionevolezza scientifica. In un altro senso, invece, e cioè quello dell’irragionevolezza metafisico-religiosa e strenuamente etica, le cose stanno in maniera del tutto opposta. In questo senso Platone è di importanza vitale per il Diritto. E lo è perché egli dischiude una sfera di riflessioni e meditazioni (quelle relative all’ideale), in assenza delle quali il Diritto resta abbandonato a sé stesso e cioè alla dimensione immanente e corporea.
Ebbene, nessuna disciplina (in primis la Medicina, che io rappresento insieme alla Filosofia) può permettersi davvero il lusso di restare abbandonata a sé stessa. Pertanto il facit principale di questa lezione è il seguente: – anche se il Diritto ha il pieno diritto di essere ciò che è (sul piano immanente), se esso si rifiuta di considerare la Legge così come la contempla Platone, perde qualcosa di davvero fondamentale.
La Legge è infatti per Platone il prodotto del Giusto-Bene. La Legge non è corpo ma è Idea, ossia è in primo luogo suprema e trascendente Unità onto-morale.
PS: L’autore sarà ben lieto di inviare in forma cartacea (a chi gliene facesse richiesta scritta) il testo integrale di questo articolo (che assomma a 12 pagine).

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In questo articolo presentiamo sostanzialmente l’interpretazione di Platone offertaci da Paul Friedländer nell’estesissima e molto bella monografia da lui dedicata al pensatore ateniese [Paul Friedländer, Platone, Bompiani, Milano 2014].
La nostra proposta non è però casuale, perché essa parte dal presupposto che lo studioso tedesco sia stato uno degli interpreti di Platone che più è stato capace di fornirci un’immagine davvero fedele e completa del suo pensiero. Ciò in particolar modo tenendo presente il riduzionismo al quale esso viene sottomesso praticamente da sempre. Secondo diversi autori [Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone alla luce della “dottrine non scritte”, Bompiani, Milano 2010 I, II-III, p. 74-111], ed anche secondo lo stesso Friedländer, ciò è iniziato già con Aristotele.
Ebbene, tale riduzionismo si può riassumere nelle seguenti forme: – 1) quella della moderna filosofia istituzionale, che vede un Platone unilateralmente epistemologistico e paradigma di un rigore razionalistico-scientista assoluto (senza alcun cedimento mistico-religioso o esoterico), e che risale sostanzialmente ad Hegel ed al neo-kantismo (Natorp); 2) quella degli studi tradizionali, che riconosce in Platone addirittura una sorta di non-pensatore, interprete impersonale e passivo della Tradizione esoterico-sapienziale e misterica (definito retoricamente come “il divino Platone”); 3) quella del platonismo cristiano, che riconosce il valore di Platone solo in quanto riducibile alla propria dottrina.
L’unica interpretazione non riduzionistica ci sembra quella dei cosiddetti “nuovi studi” platonici (scuola di Milano e di Tübingen) [Giovanni Reale, Per una nuova… cit.]; entro i quali del tutto giustamente è stato posto in luce che il livello più autentico e pieno della visione del pensatore è quello dei sommi Principi (dottrina orale) dell’essere più ancora che quello delle Idee (dottrina scritta). Questa interpretazione esclude comunque recisamente che Platone possa essere davvero inteso come un pensatore esoterico-iniziatico. E questo è comunque un atto riduzionistico.
Ebbene, ci sembra che invece Friedländer riesca a mantenere un sapiente equilibrio tra tutte queste interpretazioni, mostrandoci così che il pensatore ateniese fu un po’ tutto ciò che entro di esse viene solo unilateralmente affermato dai riduzionisti, ma senza che il suo pensiero possa in alcun modo essere ridotto entro un’unica prospettiva. Il particolare, però, egli mette in luce che, pur essendo stato senz’altro un pensatore mistico-religioso, misterico ed esoterico (specie riconoscendo nel più misterioso e profondo ”Indicibile” il centro stesso della sua riflessione), Platone si rifiutò sempre di abbandonare il piano di una conoscenza rigorosamente scientifica anche del Sommo Ente metafisico.
Proprio in relazione a questo, ci sembra che lo studioso introduca importanti elementi di correzione della dottrina metafisica onto-intellettualistica sviluppatasi poi nel contesto della cosiddetta “gnosi” platonica, e rappresentata ai giorni nostri da un autore come il Vallin.
In particolare ci sembra che le precisazioni di Friedländer permettano di chiarire le notevoli oscurità di una dottrina metafisica dell’unione a Dio, entro la quale l’accento posto sulla “conoscenza” (in concorrenza con l”amore” e con l’”essere”) finisce per essere poco chiaro ed inoltre anche contraddittorio. Con grande danno alla più estrema metafisica religiosa e contemplativa stessa.
Su questa base abbiamo sviluppato la nostra analisi del testo di Friedländer in relazione a tre criteri di indagine circa l’illegittimità del riduzionismo applicato al pensiero di Platone ‒ 1) la sua non assimilabilità ad alcuna forma di religiosità confessionale (specie se teologico-dogmatica) e di mistica cieco-fideistica; 2) la sua non assimilabilità ad alcuna forma di filosofia militante, dogmatica ed autarchica (specie di tipo idealistico-razionalista); 3) la sua non assimilabilità all’onto-intellettualismo metafisico nella sua insostenibile ambizione di costituire una pura “via di conoscenza”.
NB: L’autore sarà lieto di mettere a disposizione il testo completo dell’articolo (in forma cartacea) a chi gliene facesse richiesta scritta.

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