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Archive for the ‘medicina’ Category

Caro amico,
ho preso atto di tutto ciò che mi hai detto non solo con piacere, ma anche assumendolo come stimolo ad una mia certa auto-critica. Focalizzato infatti nella mia critica al classico empirismo scientifico, ho trascurato di prendere in considerazione i nuovi criteri mediante i quali una scienza del tutto nuova (ultra-particellare e non più meccanicistica) ormai definisce sé stessa.
E sì che avrei dovuto, dato che sono da un po’ entrato in contatto proprio con un gruppo di filosofi e scienziati americani (guidati dal cosmologo e filosofo Wolfgang Smith), i quali stanno tentando un’operazione di nuova riconciliazione della più estrema scienza fisico-cosmologica non solo con la filosofia ma anche addirittura con la metafisica religiosa.
Hai certamente colto nel segno intuendo che la mia posizione anti-scientifica nasce da quelle esperienze negative, al cospetto delle quali tu stesso (con grande generosità) hai parlato a favore di un certo ridimensionamento auto-critico dell’oggi fin troppo frequente fanatismo autarchico, auto-referenziale e dogmatico dello scienziato. È vero, mi sono scontrato con la scienza già negli anni in cui lavoravo (anche come ricercatore) alla Clinica Pediatrica di Napoli.
Ero cresciuto alla scuola di un grande teologo innovatore aversano (Prof. Vincenzo Romano), ora deceduto, dal quale avevo imparato dietro le apparenze dei fenomeni naturali ed inoltre un concetto alternativo di medicina (che mi aveva già portato all’omeopatia). Ma soprattutto fu subito disgustato dall’evidente tendenza a confondere l’arte medica con la conoscenza pura ed asettica. Mi feci ad esempio obiettore contro la pratica di fare biopsie epatiche (dolorose e pericolose) ai bambini solo per avere dati obiettivi in più nei lavori clinici. E ricordo che vivevo con angoscia lo svenamento a morte dei bambini alla ricerca non solo di una diagnosi impossibile, ma anche proprio per avere dati per le ricerche cliniche. Ricordo lo scherno sprezzante con il quale venivano accolte le mie idee. E tante altre cose. Poi sono venuti i miei scontri molto diretti con la medicina tradizionale in quanto omeopata; ed inoltre quelli dovuti all’opposizione del paradigma psico-somatico a quello meramente organicista nello studio delle patologie.

Tuttavia non si tratta affatto solo di questo. Infatti il nucleo della mia posizione anti-scientifica dipende molto più dal pensiero giudicante (valutativo e non puro) che non invece dalle esperienze (negative). Si tratta insomma in primo luogo del mio aver sposato una presa di posizione filosofica, e precisamente quella di una filosofia non pervertita dall’amplesso con la scienza. Ebbene questa presa di posizione esige espressamente l’evidenziazione di una deteriorità oggettiva della scienza in tutte le sue forme, anche quelle più estreme, avanzate, sofisticate, e quindi più lontane dal così rozzo paradigma tradizionale. Tutto questo però affatto per partito preso (e quindi per pura ideologia contrapposta ad un’altra ideologia), ma invece per i motivi oggettivi ben precisi che tra poco ti illustrerò. In ogni caso è di certo il fanatismo orgoglioso, sprezzante, autarchico ed intollerantemente libertario, della scienza (in quanto fattore di distruzione del mondo e soprattutto umiliazione dell’uomo), ciò che la vera filosofia ha oggi secondo me il dovere di combattere in campo aperto. Tuttavia non vi è dubbio circa il fatto che questa lotta deve essere in primo luogo cavalleresca, e quindi onesta e leale. Essa non può quindi in alcun modo sfuggire il confronto, laddove esso sia davvero possibile (ossia presso i migliori tra gli scienziati). E pertanto non può esimersi dall’obbligo di quella “gentilezza”, della quale molto giustamente tu parli. Del resto quando questi presupposti del confronto vengono accettati dallo scienziato (come accade nel tuo caso), allora di fatto non sussistono più le dis-virtù fanatiche di cui ho parlato prima. E così di fatto non esiste più quello scienziato invasato (di tipo fortemente titanico-nietzschiano) il quale, con malsano desiderio, cerca espressamente lo scontro ed il sangue.
Ebbene, quando tutto ciò svanisce dallo scenario, direi che le ragioni della lotta vengono decisamente a decadere. Mentre emergono invece chiaramente quelle di un confronto che può essere solo benvenuto. Infatti, per quanto si possa essere convinti delle proprie tesi, certo è che nessuno di noi può pretendere di possedere la verità, e quindi di non aver nulla da imparare dal proprio interlocutore. Ed allora è ben possibile che (come dice il mio amico Smith parafrasando Guénon) l’«era della quantità» sia ormai alla fine, e che pertanto fra non poco non vi saranno più ragioni di lotta (specie se cruenta) ma invece solo di confronto costruttivo. Può darsi insomma che filosofi e scienziati (veri, in quanto onesti e scrupolosi) stiano iniziando a intravvedere insieme il nuovo orizzonte conoscitivo universale che intanto si sta delineando. E vedrai tra poco che anche l’autore al quale mi riferisco intuisce una possibile prospettiva di questo genere.
Non si può negare però che filosofia e scienza naturale siano due ambiti di sapere che possono e debbono restare rigorosamente separati. Ed in questo senso sono totalmente d’accordo con chi afferma che la filosofia non può in alcun modo essere “scientifica”. La differenza tra i due ambiti non deve però affatto essere concepita (né da un lato né dall’altro) in termini di valore differenziale. E tuttavia l’esistenza di tale separazione è impossibile se la moderna scienza naturale non smette finalmente di proporsi come l’unico genere di conoscenza che oggi sia possibile, affidabile e credibile. Nel fare questo, essa deve però nuovamente concedere alla filosofia di essere l’unica forma di conoscenza che ha per davvero gli strumenti, il diritto ed anche l’autorità, per poter elaborare teorie realmente globali dell’essere. All’elaborazione di queste ultime, invece, la scienza naturale dovrebbe rinunciare del tutto. Ed i motivi di tale rinuncia ti risulteranno particolarmente evidenti in ciò che tra poco ti dirò. Infatti, per sua propria intima costituzione (e soprattutto per propria volontà), la moderna scienza naturale incorre inevitabilmente in difetti strutturali che sono così grandi e rilevanti, da doverle imporre (qualora essa ne divenga consapevole) un’umiltà auto-critica di non scarsa entità. E che dovrebbero quindi anche motivarla ad accettare (almeno per certi aspetti) nuovamente una certa subordinazione alla filosofia (specie se metafisico-religiosa). Subordinazione che però può essere solo benevola, sensata e costruttiva. Non invece di principio e fanatica, come è avvenuto in passato.

Ebbene, per motivarti meglio le ragioni di tutto questo, parafraserò alcune parti del libro di Hans Jonas (Tecnica, medicina ed etica); la cui tesi centrale è proprio che la moderna scienza va senz’altro giudicata (ed in parte condannata) in primo luogo a causa della sua inappropriatezza etica. (altro…)

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ABSTRACT
In questo articolo esponiamo alcuni tra i più fondamentali principi filosofico-metafisici che possono e debbono essere posti alla base di una concezione dell’uomo. Tali principi ci sembrano adeguati allo scopo di sottrarre la moderna scienza medica dalla sua incondizionata sottomissione alle scienze empirico-sperimentali della natura nel concepire l’oggetto del proprio studio e della propria prassi, ossia appunto l’uomo. In particolare infatti l’uomo viene oggi definito dalla medicina come un ente totalmente immerso nella natura, e quindi definibile di fatto solo in relazione alla sua composizione materiale-elementare. Non sfuggono del resto a questo vincolo nemmeno le aree della scienza medica che più si pongono in relazione con le cosiddette «scienze umane», discipline che però anch’esse ricadono interamente nei limiti della moderna scienza naturale. Ed in una certa misura rischiano di non sfuggirvi nemmeno le aree della scienza e prassi medica che si sforzano di definire sé stesse al di fuori di questo paradigma (medicina «naturale» o «alternativa»)
A nostro avviso dunque la concezione medica moderna dell’uomo può essere definita in ragione della grave carenza che la caratterizza; dato che i suoi fondamentali punti di riferimento dottrinari non danno in alcun modo ragione della natura effettiva (ossia essenziale) dell’ente denominato “uomo”. L’elemento più fondamentale di tale carenza ci è sembrato essere soprattutto una concezione davvero totalizzante dell’uomo, ovvero una visione di insieme che effettivamente sia in grado di dirci «chi» e «cosa» è l’uomo ultimamente. E per questo ci è sembrata di importanza capitale la definizione (filosofica prima e metafisico-religiosa poi) dell’uomo come un ente solo a metà immerso nella natura, ma per l’altra metà assolutamente trascendente.
Su questa base abbiamo esaminato tre aspetti particolarmente significativi delle dottrine filosofico-metafisico-religiose dell’uomo; aspetti che equivalgono poi anche a tre successivi momenti (dall’alto in basso) della relazione verticale che unisce la natura trascendente e la natura immanente dell’uomo. Questi tre fondamentali aspetti e momenti vengono però di fatto tenuti presenti in modo costante (sebbene solo inconsapevolmente) da parte della scienza medica, nello studiare quella relazione dell’uomo con l’ambiente che può essere osservata nella sua dimensione verticale (dalla psiche, al corpo, ed infine al mondo) così come nella sua dimensione orizzontale e radiale (dal centro alla periferia).
Il primo aspetto-momento esaminato è stato quello dell’Uomo primordiale e paradigmatico (Adam Kadmon), nel quale si riflette interamente l’essenza divina. Tale entità può quindi essere posta alla radice del concetto di uomo come essenzialmente intellettuale che è stato poi costantemente presente nell’intera tradizione filosofica occidentale. E dovrebbero essere fondate proprio su questo tutte le teorie dell’interezza psico-fisica umana (psicosomatica)
Il secondo aspetto-momento esaminato (strettamente in relazione con il primo) è stato quello del Soggetto come punto di partenza della conoscenza ed anche perfino della creazione del mondo (onto-generazione dinamica). Abbiamo qui esaminato le strettissime interrelazioni esistenti tra la prima valenza, puramente conoscitiva (Idealismo filosofico), e la seconda valenza invece francamente onto-generativa (Idealismo religioso). Ed entro tale conteso abbiamo preso in considerazione in particolare le gradazioni esistenti sulla linea che unisce le concezioni più e meno integrali della relazione tra Conoscenza (soggetto cosciente-conoscente) ed Essere (oggetto, mondo e Natura).
Il terzo aspetto-momento esaminato è stato quello del mondo stesso (conosciuto o anche creato), ossia la Natura.
E qui abbiamo constatato la piena disponibilità (specie nel sāṃkhya) di una dottrina metafisica in grado di collocare nell’immanenza mondano-naturale gli aspetti più pienamente metafisici dell’uomo, senza che però essi debbano essere sottomessi ad alcun riduzionismo. Questo ci è sembrato pertanto il luogo dottrinario più adeguato per portare a compimento lo svincolamento della concezione medica dell’uomo dall’imperio oppressivo delle scienze naturali empirico-scientifiche.
Nelle conclusioni abbiamo infine sottolineato l’importanza rappresentata dal tenere conto di tutti questi aspetti metafisici (della definizione dell’uomo) soprattutto allo scopo di contrastare la tendenza moderna della scienza medica ad essere in primo luogo tecnologica.
NB: A chi gliene farà espressa richiesta scritta, l’autore sarà ben lieto di mettere a disposizione in copia cartacea il testo integrale di questo articolo (che è di 15 cartelle)

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(ABSTRACT)
Presentiamo qui un testo da noi appena ultimato, che ci apprestiamo a dare alle stampe non appena possibile.
Questa ricerca è dedicata in primo luogo allo scopo di porre in evidenza le conoscenze (o germi di conoscenza) di ordine psicologico che si possono ritrovare in tutti i testi della Scienza Sacra (o Tradizione o Sapienza) sia occidentale che orientale.
A prima vita i testi della Sapienza sacra orientale appaiono essere i più ricchi di possibili significati psicologici. Ciò in quanto in essa più direttamente è stata condotta una riflessione sulla coscienza (e sui suoi stati) così come anche sulle relative pratiche di evoluzione psichica.
Senz’altro ciò ha spinto la moderna consapevolezza laica a cercare in tale sapere una psicologia metafisica sì ma affatto religiosa ed inoltre anche a-moralistica. Cosa che ovviamente costituisce però un grave errore di interpretazione. L’intero sapere orientale, infatti, era ed è ancora oggi un insieme molto bene integrato di diversi livelli e generi di conoscenza, entro il quale sussiste una continuità ininterrotta tra la dimensione etico-religiosa e quella laico-scientifica. E questa è una continuità che il sapere occidentale ormai da molto tempo non conosce più.
Nel contesto orientale, dunque, nessun livello e genere di conoscenza può dirsi del tutto immune da valenze etico-religiose. Anzi esistono interi settori della stessa più sofisticata metafisica religiosa (come il sāmkhya) che hanno la valenza di una vera e propria filosofia e scienza religiosa della Natura.
Ma la consapevolezza laico-occidentale fuggiva in realtà soprattutto dal sequestro esercitato sulla scienza naturale da parte, non della metafisica religiosa (nella sua integrale autenticità) bensì della teologia confessionale ed istituzionale (ebraico-cristiana ed islamica). Un sequestro, questo, che in Estremo Oriente non è forse mai esistito (almeno non con la stessa forza dogmatica). Questa cieca fuga, però, aveva ed ha il grave demerito di ignorare l’altra parte della metafisica religiosa occidentale, e cioè quella non-cristiana (o almeno non cristiano-dogmatica). Quest’ultima si identifica con l’amplissima Tradizione del sapere (prevalentemente greco-romano ma anche egizio e caldaico) manifestatasi specialmente nel pitagorismo orfico, nel platonismo e neoplatonismo e nello gnosticismo. Se la consapevolezza laica occidentale avesse tenuto presente questo sapere, le sue ragioni per fuggire verso l’Estremo Oriente sarebbero state senz’altro molto minori. Sebbene, in questo caso, la mancata fuga si sarebbe potuta verificare solo qualora all’etica religiosa fosse stato attribuito il dovuto valore. Essa infatti è tutt’altro che assente nella Tradizione metafisico-religiosa occidentale non-cristiana. Ma in fondo era proprio la fuga dall’etica ciò che ossessionava il moderno uomo occidentale
In ogni caso, comunque, il prodotto di tale sforzo di svincolamento fu costituito dal totale smantellamento di quel concetto di «anima» che è invece prima era rimasto costante nel corso dell’intera metafisica occidentale (che essa fosse puramente filosofica o anche religiosa). Tale concetto era sopravvissuto infatti perfino a quell’autentica rivoluzione copernicana che la visione cartesiana fu per la filosofia proprio nel costituire di fatto una Psicologia del tutto nuova.
Il momento terminale di questo sviluppo giunge senz’altro con Kant. Successivamente al suo pensiero il concetto di «anima» di fatto non esisté più. Ma oltre a ciò, i pensatori successivi si sarebbero adoperati molto per riassorbire tale concetto in un intendimento di «spirito» che era anch’esso ormai completamente pervertito rispetto al significato oggettivo che esso aveva sempre avuto nell’intera metafisica religiosa. Esso stava infatti ormai interamente per la Ragione e per l’Io cosciente.
E così andava perduto un immenso patrimonio non solo orientale ma anche occidentale. Infatti i concetti di anima e spirito (specie nella sua forma di intelletto), così come si erano sempre presentati entro la metafisica occidentale, non erano affatto lontani da quelli sviluppati nella metafisica orientale. Ciò perché essi si incentrarono soprattutto sull’intellettualità dell’anima (anima come luogo di conoscenza), ma senza in alcun modo escludere quei significati erotico-sentimentali, etici e soprattutto religiosi (fideistici) che erano così accentuati nel sapere orientale.
Non per nulla le due Tradizioni appaiono perfettamente solidali nel ricondurre l’intera riflessione sull’interiorità umana al più alto dei livelli metafisico-religiosi possibili, ossia all’Uno divino; ed inoltre nel ricondurla alla Totalità onto-metafisica, ossia all’Essere divino nella sua più assoluta originarietà e nella sua più radicale concezione (Essenza come Sovra-Essenza).
Ebbene, lo sforzo da noi fatto in questa investigazione è partito proprio da questo nucleo di concetti e significati relativi allo psichismo umano; e cioè dall’intima correlazione, esistente nell’intera psicologia antica, tra la componente cognitivo-intellettuale dell’anima spirituale e la sua componente erotico-emozionale, etica e religiosa. E ci è sembrato che l’aspetto primario di questo nucleo fosse costituito proprio dall’intendimento dell’interiorità animico-spirituale quale luogo di conoscenza interiore nella forma specifica dell’auto-conoscenza. Tema che è stato sviluppato con grande forza ed ampiezza di dottrina nella psicologia occidentale a partire da Pitagora e Platone.
Su questa base abbiamo esaminato l’assetto assunto dallo psichismo umano in seguito alla moderna riforma delle conoscenze; che è stata svolta dalla psicologia empirico-scientifica di concerto con la psicologia filosofica. Il fenomeno primario era naturalmente costituito dalla totale perdita della valenza animica del termine «psiche».  Ma, oltre a ciò, abbiamo dovuto rilevare in primo luogo l’affermarsi di una profonda scissione tra «psiche» (profonda) «mente» (superficiale). Abbiamo anche dovuto rilevare un’iniziale soffermarsi (sebbene molto controverso) della psicologia empirica sulla profondità interiore (psicanalisi), per poi spostare i propri interessi sempre più verso la superficie; ossia verso la mente intesa come chiara coscienza. Più o meno lo stesso percorso avveniva anche nella psicologia filosofica.
Partendo da tale scenario abbiamo poi esaminato i contenuti della psicologia filosofico-metafisica occidentale antica (particolarmente in Platone e nel platonismo cristiano, specie di Agostino, Gregorio di Nissa, Eckhart e Cusano), ed infine anche i suoi riflessi nella psicologia filosofica moderna (Edith Stein, Simone Weil). Qui siamo andati in particolare alla ricerca della presenza e del significato dei vari aspetti della conoscenza prevalentemente interiore: – auto-conoscenza, «conosci te stesso», ricerca della propria identità profonda (e del proprio Sé), relazioni tra conoscenza interiore e conoscenza esteriore, relazioni tra conoscenza interiore e conoscenza generale, valore ontologico dell’interiorità rispetto a quello dell’esteriorità, ecc.
Il valore assoluto e di impiego di tali concetti è stato da noi paragonato con quelli riscontrabili nella psicologia moderna.
Sulla base dei risultati di tale confronto siamo pervenuti all’obiettivo primario della nostra ricerca, e cioè quello di illustrare i contenuti di una vera e propria Psicologia Sacra, ossia quella direttamente in relazione con la Scienza Sacra nella sua integralità. Qui abbiamo tenuto presenti vari testi sapienziali e metafisico-religiosi; tra i quali quelli della Tradizione occidentale non-cristiana (neoplatonismo e scritti gnostici), della Tradizione orientale (Veda, Upaniṣad, Bhagavadgītā e sāmkhya), della Tradizione esoterica ebraica (Zohar), della Tradizione mazdeico-avestica. È stato in tale contesto che abbiamo potuto riconoscere i tratti più autentici di una Psicologia Sacra; e tuttavia non senza dover constatare anche profondissime convergenze con molti punti della psicologia di Platone. In particolare quest’ultima ci è sembrato possa essere considerata come una Psicologia davvero paradigmatica in qualunque senso, e quindi assolutamente tuttora attuale.
Una volta raggiunto questo risultato, ci è sembrato utile paragonare la psicologia antica e la Psicologia Sacra (vera e propria) con i contenuti dottrinari e metodi pratici propri della psicologia empirico-scientifica moderna (ed in parte anche della moderna psicologia filosofica). Abbiamo preso in esame tre possibili grandi direttrici della disciplina, e cioè la psicanalisi, il comportamentismo e la psicologia nietzschiano-dionisiaca. Il confronto di queste discipline con la Psicologia Sacra ha evidenziato in modo molto chiaro uno scenario di grande impoverimento di conoscenza, di degenerazione etica e di disintegrazione del pensiero. E ci è sembrato che, prendendo in considerazione tale scenario, si dovrebbe essere molto critici verso l’attuale universale accettazione (del tutto acritica) dei metodi della moderna psicologia quali autentici mezzi per l’effettiva realizzazione interiore ed esteriore dell’uomo. In particolare le moderne discipline psicologiche hanno decisamente spazzato via quello che era il centro stesso della psicologia antica, e cioè la teoria e prassi di realizzazione spirituale dell’individuo umano. Inoltre hanno completamente spazzato via la profonda coordinazione di tale percorso individuale con i grandi scopi delle Totalità politico-civili e cosmiche.
In conclusione, su questa complessiva base, abbiamo esaminato in particolare gli aspetti fondanti della moderna psicologia evolutiva; ossia quella che descrive la genetica evolutiva dello psichismo umano (attraverso le varie tappe del complessivo sviluppo neuro-psichico). Questo aspetto della moderna psicologia ci è sembrato particolarmente importante perché esso promette di fungere da vero e proprio anello di congiunzione tra la dimensione empirico-scientifica (e puro-filosofica) e la dimensione metafisico-religiosa delle conoscenze sullo psichismo umano. Abbiamo qui infatti esposto una nostra personale ipotesi, incentrata su un modello di sviluppo dominato dalla prospettiva sostanzialmente ascendente dell’evoluzione psichica. Entro tale modello il criterio assolutamente dominante è quello costituito dal raggiungimento dell’obiettivo finale dello sviluppo; e cioè la conquista del senso dei fenomeni entro il più alto e più ampio degli orizzonti di conoscenza possibili, ovvero quello trascendente. E questo non è altro che il sommo livello del sapere metafisico-religioso, cioè quello della Scienza Sacra.
Su questa complessiva base il valore della Psicologia Sacra riemerge decisamente dopo secoli e secoli di sua mortificazione ed annientamento da parte dei moderni pensatori ed intellettuali pratici (gli scienziati). Ma con ciò emerge anche la possibilità che essa funga da vero e proprio nuovo punto di riferimento da parte di discipline (Psicologia e Filosofia) che hanno il loro incontestabile valore sul piano di una conoscenza dianoetica, e tuttavia per nulla sul piano si una conoscenza davvero noetica.
Ebbene, il risultato di questo ipotizzabile nuovo inquadramento disciplinare della Psicologia, appare essere non una diminuzione di conoscenza, ma invece un suo incalcolabile incremento.

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Ordine

Napoli, 09.12.08

Ordine :

Tutto ciò che pensiamo sia disordine è in realtà ordine, e l’ordine stesso è la superiorità che, schiacciando la divisione che noi siamo, ci fa uguali in quanto somiglianti a ciò che implacabile ci sovrasta.

Il molteplice esiste solo in virtù dell’ordine, e l’ordine regna sovrano su tutto ciò che ci sembra diviso, e come tale male e disordine, movimento irregolare.

L’ordine dunque riconduce tutto questo all’ordine, il che vuol dire la disarmonia, l’irregolarità e la bruttezza all’armonia, alla regolarità ed alla bellezza.

E’ così che dal tempo scaturisce l’eternità.

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