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Archive for marzo 2017

Vorrei proporre qui le conclusioni ultime di una mia recente ricerca metafisico-filosofica. In essa ho cercato di definire come è stato inteso il concetto di «realtà» nel complessivo percorso che va dalla sapienza metafisico-religiosa tradizionale (esposta nei testi sacri di tutte le principali religioni), alla riflessione metafisico-religiosa filosofica, per pervenire infine alla filosofia pura e laica affermatasi nella Modernità (da Cartesio in poi). Ebbene il principale elemento emerso in questa indagine è che il concetto antico di Realtà, e cioè quello decisamente metafisico-religioso, era ben più pieno di quello della pur così pragmatica (scettica e critica) filosofia moderna. Esso infatti poneva in particolare cinque elementi che sono del tutto assenti (in quanto tutti negati) entro il moderno pensiero. E tutti questi elementi facevano della Realtà qualcosa di incondizionatamente assoluto e trascendente, e quindi superiore perfino all’Essere stesso. Eccoli: – 1) Totalità di Realtà (TdR); 2) Pienezza di Realtà (PdR); 3) Realtà come onticità intellettuale, e quindi Essere incorporeo ed immateriale (IdR); 4) Realtà come atto auto-costitutivo e come tale poi creativo (AdR); 5) Eticità di Realtà (EdR). Ebbene, rispetto a tutto ciò, ho constatato che (paradossalmente) la relativa concezione offriva un’esperienza della Realtà ben più tangibile di quella offerta dalla filosofia e dalla scienza moderne. La Realtà appariva infatti all’uomo (intellettuale o meno che fosse) come un «contesto» di essere ed esistenza che, essendo incondizionabile e indiscutibile, gli permetteva davvero di sentirsi a casa sua nel mondo. E questo tanto in vita che dopo la vita.
Su questa base è emerso pertanto in modo chiarissimo l’oggettivo disvalore della concezione filosofico-scientifica moderna della Realtà. Essa è infatti largamente riduzionistica in vari sensi.
Ma in particolare lo è perché, quando è idealistica, si limita a configurare una pura gnoseologia della Realtà (nel senso che è reale solo quanto viene effettivamente conosciuto), mentre invece, quando è ben più decisamente realistica, si limita a considerare come reale solo e soltanto l’immanente (ossia l’esperibile in modo immediatamente sensibile).
Pertanto – prescindendo ora anche dal valore oggettivo degli elementi dottrinari che sono sembrati davvero paradigmatici per una piena concezione della Realtà (TdR, PdR, IdR, AdR, EdR) – in entrambi i casi viene sottratta all’uomo quella che è senz’altro la valenza principale di una tale concezione, ossia l’esperienza dell’esistere in un vero «contesto». Un contesto così fondamentale da travalicare perfino il concetto di «essere». Quest’ultimo infatti, come mostrato proprio dalla filosofia moderna più realista-esistenzialista (Heidegger, Sartre & Co), si limita alla fine ad essere appena quello che è, ossia appunto un mero concetto e non invece un’autentica esperienza.
Del resto appare destinato a fallire anche il tentativo esistenzialista di sostituire l’«essere» con l’«esistenza». Qui del tutto non a caso sconfiniamo decisamente nel nichilismo (dell’«essere-solo-per-la-morte»). Questa concezione, infatti, non solo ricade pienamente nell’immanentismo unilaterale del realismo filosofico, ma vi ricade in senso soprattutto etico, e precisamente in senso etico-negativo, ossia del tutto pessimistico. E ciò avviene tanto più quanto il realismo è autentico, ossia quando esso prende nudamente atto delle cose come stanno effettivamente sul piano dell’immanenza. Su questo piano infatti non vi è davvero scampo, e la Realtà deve essere necessariamente considerata come contesto di un totale non-senso, vuoto e morte.
Manca evidentemente un’ulteriore prospettiva, e quest’ultima è esattamente quella verticale; che ricostruisce per davvero una Totalità e Pienezza di Realtà.
È allora proprio di tutto questo che siamo stati deprivati con la concezione filosofico-scientifica della Realtà. Essa può essere pertanto razionalmente rigorosa quanto si vuole, oppure pragmaticamente realista quanto si vuole, oppure saggiamente esistenzialista (autenticista) quanto si vuole. Ma esattamente per questo essa risulterà del tutto inservibile. E il dire (come fa la Fenomenologia) che però essa serve molto al filosofo ed all’uomo di scienza, è cosa che aggiunge davvero poco. Infatti cosa sono in definitiva costoro se non uomini? E ciò ci riporta all’elemento davvero decisivo del collocarsi di un’autentica concezione della Realtà nel contesto dell’antico intendimento della Filosofia come prassi etico-spirituale.
Ebbene rispetto a tutto questo dobbiamo porci delle domande davvero radicali.
Cosa mai viene aggiunto allo scenario appena delineato dal concetto di “senso” così come sostenuto dalla Fenomenologia? Forse che una Realtà diviene più intensamente fruibile per il solo fatto di venire concepita in modo puramente gnoseologico? Il problema è qui allora esattamente quello dell’«intensità» di esperienza. Questo carattere può davvero essere attribuito alla Realtà che venga così intensivamente concepita in termini gnoseologici, da «avere un senso» solo perché noi sappiamo esattamente «cos’è» l’oggetto con il quale stiamo avendo a che fare? E forse che da tale esperienza conoscitiva possiamo allargare davvero il raggio della nostra esperienza ad una Realtà nella sua interezza che noi possiamo poi realmente sentire come un Qualcosa di tangibile che ci circonda?
Ebbene io mi sento di poter rispondere in modo decisamente negativo a tali domande. Ed ecco allora che, paradossalmente, proprio quella concezione della Realtà che più è ossessionata dall’effettiva «realtà» (nel senso di non «irrealtà») degli enti, finisce per fornirci l’esperienza meno concreta e tangibile possibile della Realtà.
L’ultima domanda che bisogna porsi è infine questa: – è forse un caso che, nel contesto del trionfo assoluto del realismo filosofico, l’esperienza della Realtà immanente sia divenuta ormai un letterale brulicare di stimoli sensoriali, e peraltro sempre più forti? Non sarà forse che proprio quando affidiamo alla sola immanenza tutto ciò che noi sappiamo della «realtà», la relativa esperienza diviene allora così deficitaria da costringerci a riempirla all’inverosimile con un’intensificazione dello stimolo sensoriale? Ebbene, qui non parla affatto il pensiero astratto, ma parlano invece la concreta esperienza storica collettiva ed inoltre anche l’ancora più concreta esperienza quotidiana individuale. Parla la tremenda sensazione di vuoto nella quale ormai tutti penosamente annaspiamo. Viene allora il sospetto che, proprio quando (anticamente) l’esperienza dell’immanenza era pochissimo intensiva (ossia povera di stimoli e fatta quindi di ampi spazi vuoti, ossia di vera e propria noia), l’uomo era in contatto con l’autentica esperienza del Reale.
Egli faceva infatti esattamente quello che fa l’homo religiosus nel concepire la Realtà, ovvero distoglie continuamente lo sguardo dall’immanenza per rivolgerlo alla Trascendenza. E così, senza che egli perfino lo voglia, la prospettiva verticale viene immediatamente ricostituita. E così la Realtà assume le dovute altezza, ampiezza e spessore. Qui dunque nessuna esperienza di vuoto è più possibile.
A questo non è necessario aggiungere più nulla. A questo punto, allora, a chi eventualmente leggerà la mia indagine, non resterà altro che prendere o meno la decisione di reclamare di nuovo ciò che così illegittimamente ci è stato tolto.
Si tratta infatti di qualcosa senza cui noi letteralmente non possiamo vivere!

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Dopo ciò che è accaduto in questi giorni, a chi non è del luogo (giustamente) il nome Giugliano apparirà altrettanto raccapricciante quanto il nome Scampia o il nome Villa Literno. Ed è effettivamente così. È innegabile.
Io che però sono di qui, vorrei partire dal significato antico che ha per me il nome Giugliano; e cioè quello della leggiadra distesa a perdita d’occhio dei rigogliosi frutteti che nei primi giorni caldi di Maggio attraversavo in Autobianchi decappottabile con mio padre per andare al mare a Licola. Lungo la cosiddetta «strada degli Americani» (detta anche «doppio senso»). Giugliano era allora una distesa di immacolata natura sapientemente addomesticata dalla mano dell’uomo. E Licola era un luogo marino paradisiaco, fatto di immense spiagge bianche e di un mare cristallino in cui nuotavano gli ippocampi.
Ecco ora cosa ne è stato di tutto questo. E non ho bisogno di raccontarlo io, visto che lo hanno fatto già benissimo La Capria (Viaggi nell’Italia perduta) e Silvio Perrella (tra gli altri).
Ma si dà il caso che io ho speso una buona parte della mia vita di medico a fare il pediatra in una zona periferica di Napoli che, urbanisticamente e sociologicamente, ha le stesse identiche caratteristiche dell’immenso Oceano di Orrore in cui sono stati ingoiati luoghi come Giugliano.
E cosa io ho toccato con mano in questi lunghi anni?
Ho toccato con mano l’insidioso, inesorabile e minaccioso insorgere del male del «bullismo». Avevo iniziato a fare il pediatra all’inizio degli anni ’80, e per un po’ ebbi a che fare solo con le premesse del fenomeno. E cioè soprattutto con il suo versante ossessivo-alimentare: – bambini che già dall’età di un anno venivano inseguiti da mamme e nonne con il piatto di pasta in mano perché si lasciassero rimpinzare e infloridissero come gonfie mele rosse, allontanando così (dall’anima spaurita dei genitori) gli atavici spettri della fame, del rachitismo e della tbc. Questo era già il nucleo di un addestramento efficientissimo al capriccio per ottenere il totale asservimento degli altri all’affluenza vitale egocentrica verso sé stessi. Ed in questo modo si coltivavano già quei «fuchi» (pigri, neghittosi, tronfi e gonfi di umori malsani) che Platone aveva condannato nella Repubblica. Ma era ancora solo il nucleo, e cioè ancora nulla a paragone di ora. In fondo era solo un male tutto sommato ancora antico.
Tuttavia un nucleo è un nucleo. E così da esso poco a poco è sprigionato un progressivo crescere e deflagrare sempre più impetuoso e vertiginoso. Che intanto, all’esterno, si manifestava nell’affastellarsi di «belle palazzine»: Le quali, sostituendo le così belle muschiose case e masserie di tufo di una volta, andavano poco a poco divorando ed infetentendo la campagna. E con essa sparivano intanto ogni bellezza, ogni dimessa umiltà e ragionevolezza. Così il nucleo andava crescendo come un fetido, ripugnante e mostruoso tessuto canceroso – fuori e dentro le case, ma soprattutto dentro le anime, le menti ed i cuori. Esso cancellava minuto per minuto ora per ora giorno per giorno tutto quanto ci poteva essere di bello e di sano. Ed il parto teratologico di questa aberrante iperplasia ipertrofizzante è stato esattamente «il bullo». Un bambino cresciuto nell’assenza di qualunque limite formante, addestrato efficientissimamente alla manipolazione totale dell’altro per mezzo dell’esercizio infallibilmente efficace dell’ebbrezza orgasmica del potere illimitato. Un bambino educato con efficienza mostruosa a godere (come un tossicodipendente) di un autentico eros pervasivo del potere che ignora l’altro e lo asservisce a sé stesso come un morto oggetto. Un bambino cresciuto in un autentico culto ipertrofico di sé stesso.
Ebbene, era così lontano il limite estremo ancora da raggiungere, e cioè quello della depravazione, della perversione, del sadismo e dell’odiosa infamia?
Non lo era! Ed eccolo infatti ora davanti a noi in tutto il raccapriccio che esso sa evocare nelle nostre coscienze spaurite. Ed a che serve dichiarare ai TG che «ci è sfuggito un fenomeno gravissimo…!»? Non è stato di certo ora che ciò ci è sfuggito. Non è stato in questi anni in cui quei dieci infami seviziavano come se nulla fosse un innocente incapace di difendersi. Ciò che ci è sfuggito iniziava molto prima, e fioriva sotto i nostri occhi come un fiore malvagio con un’evidenza lampante che a nessuno sarebbe dovuta sfuggire. Cresceva tutto intorno a noi, nell’aspetto e negli atti delle persone, delle strade, delle case, dei campi, dei corsi d’acqua, del cielo, del mare.
E dove eravamo tutti noi?
Io personalmente allora sono stato in trincea, ed ho cercato di lottare contro questo mostro nemico. Ho cercato di additarlo ai genitori, ai colleghi, alle istituzioni medico-culturali, agli insegnanti. Ho fatto quello che potevo. E forse nemmeno io ho fatto abbastanza. Ma dov’eravamo intanto tutti noi: – medici, insegnanti, politici, psicologi, sociologi, giornalisti, scrittori, uomini di cultura? Dove?
Parlavamo, scrivevamo, facevamo, pontificavamo, impreziosivamo elzeviri. Ma ci siamo mai davvero misurati corpo a corpo con il mostro? Ed ora eccolo davanti a noi il Nemico, con l’impositività di una mostruosità ormai normale. «Ce ne sono tanti di casi di bullismo», diceva chissà perché ridendo una madre di Giugliano intervistata al TG.
Ma intanto dobbiamo gettare su tutto ciò anche uno sguardo ben più ampio. Il bullismo di certo non è solo fenomeno di Napoli e circondario. È espressione, amici miei – e diciamolo con parole chiarissime – del totale prevalere del Male sul Bene nel nostro mondo. È questo in sintesi, e non ci nascondiamo dietro i paroloni, le parolette e le formulette! Il Male regna sovrano. Il Male è ormai molto più di moda del Bene. Il Male è eccitante. Il Male gratifica. Il Male premia.
Ma questo, ancora una volta, non assolve affatto noi napoletani e para-napoletani. Perché qui tutto questo assume un volto ancora più significativo nella sua malvagità mostruosa. Lo leggi nel ghigno dei ragazzacci arroganti e malefici che incontri per strada, specie nelle periferie tipo Giugliano; e che senza il minimo dubbio hanno già fatto o faranno cose come quelle che hanno fatto quei dieci disgraziati. Il male qui si mescola con la feroce protervia del lazzaro, approdata ormai alla modernità ed esplosa. Corredata ormai di potenti mezzi e di orgogli vari – di abiti di griffe, ultra-telefonini, aggressivi tagli di capello alla Savastano. E confortata e nutrita ogni giorno dagli esempi atroci dei bulli di periferia più di moda, e cioè quelli delle metropoli americane e nordeuropee – i lubrichi danzanti e ghignanti, dai gestacci e mano sul pisello, mentre intorno ondeggiano e tremolano femminili culi nudi. Ma qui tutto questo si mescola con la cancerosa degenerazione urbana, con la sfacciata sfida camorrista, con la dissoluzione totale di una società discreta e solidale, con lo svanire completo di qualunque forma di costruttività.
Cosa dobbiamo fare? Piangere senz’altro. Ma anche finalmente svegliarci e guardare in faccia alla vera causa dei mali. Ne saremo mai davvero capaci?

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Non cos’è «una donna», ma invece cos’è «la donna», ci dovremmo chiedere, miei cari amici e mie care amiche.
E chi ha avuto ed ha davvero coraggio ed onestà intellettuale (prima di tutto se donna), si è posto la seconda e non la prima domanda. Personalmente ne ho trattato ultimamente in due articoli (anche se un po’ alla lontana):
1) https://wordpress.com/stats/insights/cieloeterra.wordpress.com ;
2) http://www.succedeoggi.it/2017/02/trump-la-sofiologia/
Ma se quello de’ «la donna» fosse il criterio che davvero prevalesse, allora non ci sarebbero manifestazioni per l’orgoglio femminile come quelle viste ieri. Orgoglio tanto unilaterale (e quindi violento) quanto quello maschile. E soprattutto le avanguardie dei relativi cortei non sarebbero delle Menadi in reggiseno e minishorts che urlano, si dimenano e si baciano lingua in bocca. Così come i portavoce di questi cortei non sarebbero dei mastodontici John Wayne in versione femminile. No! Tutto questo non è affatto «la donna», ossia la donna (femmina) eterna, e come tale, se lo si vuole, anche naturale. Ossia quella donna (femmina) che non si può che venerare. E colpevole, mille volte colpevole, l’uomo (maschio) che osa fare di costei oggetto di qualunque genere di violenza.
Sta di fatto però che nemmeno questo violento è affatto «l’uomo», bensì invece è appena «un uomo».
Ora, l’articolo indeterminativo «un» sta in entrambi i casi per uno stato sociale di atomizzazione e disintegrazione.
In questo stato la società si definisce infatti non più come corpo unitario, ma invece come una sorta di mostruoso ermafrodito scisso già esternamente negli attributi sessuali maschili e femminili entrambi presenti. Essi insomma non sono più destinati a confluire in unione, ma invece sono destinati ad essere esposti così come sono – come quelle teste di decapitati che, un tempo, poste sulle picche stavano a testimonianza di un orrore che doveva educare. E così, in questo stato sociale disgregato nei suoi elementi fondanti (ma non più ricondotti ad unione) possono esistere solo degli atomi, ossia degli “uno”. Laddove l’”uno” così inteso non è affatto il vero uno, ma è invece appena quella parte che, orgogliosa della sua circoscritta e soffocante unità, non solo contraddice il Tutto (il vero Uno), ma anche si pone in fiero conflitto con esso. E però la faccia nascosta di questo orgoglio militaresco è però la disperazione. E con essa vanno una tremenda debolezza e miserevolezza impotente. Una spaventosa incapacità di capire e di agire.
E dunque un miserevole e disperato “uno” è l’uomo (maschio) che picchia o sfigura la donna (femmina). Ed un miserevole e disperato “uno” è anche costei stessa. Ma non tanto quando subisce la ripugnante violenza maschile, bensì proprio quando si costituisce nel suo orgoglio unilaterale. Conseguentemente, allora, sarà violenta anche la retorica vagamente pacificante che ella adotta in queste occasioni. Si dichiara allora ai TG: – «Gli uomini (maschi), che giustamente vengono accusati qui di essere dei boia, vengano alla nostra manifestazione. Perché così si cospargeranno il capo di cenere e la pace finalmente comincerà». Ma chi parla qui è «una donna», e non «la donna». E quindi questo è un grido di guerra e non di pace. Ad esso potrà allora rispondere solo «un uomo» e non invece «l’uomo», e quindi un altro grido di guerra.
E di conseguenza l’uomo (maschio) che farà per davvero quello che gli è stato chiesto dalle donne in marcia (e quindi parteciperà alla manifestazione), può essere solo due cose: – o è un ipocrita oppure è un quaqquaracquà. Ben più coerente ahimè sarà invece l’uomo (maschio) che dichiarerà ai TG: – «Le donne (femmine), che qui vengono accusate di essere delle boia, vengano alla nostra manifestazione. Perché così si cospargeranno il capo di cenere e la pace finalmente comincerà».
Come si vede, non se ne esce. Perché in un caso e nell’altro l’appello è (in pectore) veramente rivolto all’individuo caratterizzato dal stato del «la» o «lo», e non invece di «una» o «un». Però il messaggio è formulato malissimo. Per cui a presentarsi per davvero saranno soltanto degli «uno». Ma con le mazze in mano. E fatalmente la guerra ricomincerà.
Allora smettiamola un po’ tutti di fare gli imbecilli demagoghi, e guardiamo piuttosto alle vere cause della condizione in cui ci troviamo (nel caso specifico la violenza contro le donne). Le vere cause stanno nella totale disintegrazione della società. Ed è evidente che i colpevoli non sono affatto quelli che da un lato e dall’altro vengono identificati.
Ma comunque corresponsabili di questo lo siamo tutti, donne (femmine) e uomini (maschi). E lo siamo tanto più quanto più mostriamo i muscoli. Ben più onesta e costruttiva sarebbe quindi semmai una comune ammissione di colpa.
Quello che è certo è che questa guerra da scimmie stupide non serve a nulla ed a nessuno.

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Un mattino, un Dio senza Volto e senza Nome mi disse (trasparendo come un’ombra attraverso le tremolanti acque limpide delle parole di Meister Eckhart):…..
«Devi disporti, figlio mio, sul dorso di un tempo infinito, infinitamente esteso, il mio tempo. È un tempo che non conosce accorciamenti per mezzo del desiderio, che non conosce contrazioni, che è solo interminabile dilatazione. Non attendere più, significa non agire più al cospetto del tempo, non andargli più incontro. Ma lasciare che invece esso ci rapisca e ci porti in groppa con il suo lento caracollare. Non è un correre. Il tempo non corre, ma sempre solo lentamente passa. Arrendersi al tempo è il principale modo per far cessare il desiderio. Ed il desiderio è ciò che uccide.
Non importano le tue ricadute, non importano i tuoi peccati, non importano le tue disperazioni (il tuo sempre rinnovato sprofondare nell’orrore), se questo non inficia il tuo lasciarti cadere in me, in questo mio tempo, tempo solo mio. L’arraffare, per lo spazio insignificante di un attimo, qualche misero e mortale oggetto, per me non significa nulla.
È qualcosa che dura appena lo spazio miserabile di un attimo. E subito dopo, appena oltre l’orlo del corto evento, trabocca nuovamente nell’abisso. Ciò che importa è trasfigurare l’abisso: trasfigurarlo in me, nell’Essere! L’importante è trasfigurare il mostro divorante del tempo.
E dunque alzati al mattino e vivi serenamente, senza attendere più nulla. Fallo come se stessi andando verso un nulla. Fallo come se non stessi facendo nulla. Fallo passivamente. Fallo lentamente, con implacabile ed imperturbabile serenità, lasciandoti cadere in ognuno degli attimi che intanto si susseguono. Come se ognuno di essi dovesse essere l’unico ed il solo. Essi in tal modo scivoleranno sotto di te, invece di ingoiarti come un’onda. Non anticipare l’attimo e gli attimi successivi. Appena lo fai, il tempo si trasforma di nuovo in abisso. Ed allora esso ti lascerà cadere, invece di sorreggerti. È l’attendere che ti espone al nulla. Ma dato che hai me, tu ora puoi rinunciare al nulla.
Io, l’Essere, ti sorreggo».

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ABSTRACT
In questo articolo esponiamo alcuni tra i più fondamentali principi filosofico-metafisici che possono e debbono essere posti alla base di una concezione dell’uomo. Tali principi ci sembrano adeguati allo scopo di sottrarre la moderna scienza medica dalla sua incondizionata sottomissione alle scienze empirico-sperimentali della natura nel concepire l’oggetto del proprio studio e della propria prassi, ossia appunto l’uomo. In particolare infatti l’uomo viene oggi definito dalla medicina come un ente totalmente immerso nella natura, e quindi definibile di fatto solo in relazione alla sua composizione materiale-elementare. Non sfuggono del resto a questo vincolo nemmeno le aree della scienza medica che più si pongono in relazione con le cosiddette «scienze umane», discipline che però anch’esse ricadono interamente nei limiti della moderna scienza naturale. Ed in una certa misura rischiano di non sfuggirvi nemmeno le aree della scienza e prassi medica che si sforzano di definire sé stesse al di fuori di questo paradigma (medicina «naturale» o «alternativa»)
A nostro avviso dunque la concezione medica moderna dell’uomo può essere definita in ragione della grave carenza che la caratterizza; dato che i suoi fondamentali punti di riferimento dottrinari non danno in alcun modo ragione della natura effettiva (ossia essenziale) dell’ente denominato “uomo”. L’elemento più fondamentale di tale carenza ci è sembrato essere soprattutto una concezione davvero totalizzante dell’uomo, ovvero una visione di insieme che effettivamente sia in grado di dirci «chi» e «cosa» è l’uomo ultimamente. E per questo ci è sembrata di importanza capitale la definizione (filosofica prima e metafisico-religiosa poi) dell’uomo come un ente solo a metà immerso nella natura, ma per l’altra metà assolutamente trascendente.
Su questa base abbiamo esaminato tre aspetti particolarmente significativi delle dottrine filosofico-metafisico-religiose dell’uomo; aspetti che equivalgono poi anche a tre successivi momenti (dall’alto in basso) della relazione verticale che unisce la natura trascendente e la natura immanente dell’uomo. Questi tre fondamentali aspetti e momenti vengono però di fatto tenuti presenti in modo costante (sebbene solo inconsapevolmente) da parte della scienza medica, nello studiare quella relazione dell’uomo con l’ambiente che può essere osservata nella sua dimensione verticale (dalla psiche, al corpo, ed infine al mondo) così come nella sua dimensione orizzontale e radiale (dal centro alla periferia).
Il primo aspetto-momento esaminato è stato quello dell’Uomo primordiale e paradigmatico (Adam Kadmon), nel quale si riflette interamente l’essenza divina. Tale entità può quindi essere posta alla radice del concetto di uomo come essenzialmente intellettuale che è stato poi costantemente presente nell’intera tradizione filosofica occidentale. E dovrebbero essere fondate proprio su questo tutte le teorie dell’interezza psico-fisica umana (psicosomatica)
Il secondo aspetto-momento esaminato (strettamente in relazione con il primo) è stato quello del Soggetto come punto di partenza della conoscenza ed anche perfino della creazione del mondo (onto-generazione dinamica). Abbiamo qui esaminato le strettissime interrelazioni esistenti tra la prima valenza, puramente conoscitiva (Idealismo filosofico), e la seconda valenza invece francamente onto-generativa (Idealismo religioso). Ed entro tale conteso abbiamo preso in considerazione in particolare le gradazioni esistenti sulla linea che unisce le concezioni più e meno integrali della relazione tra Conoscenza (soggetto cosciente-conoscente) ed Essere (oggetto, mondo e Natura).
Il terzo aspetto-momento esaminato è stato quello del mondo stesso (conosciuto o anche creato), ossia la Natura.
E qui abbiamo constatato la piena disponibilità (specie nel sāṃkhya) di una dottrina metafisica in grado di collocare nell’immanenza mondano-naturale gli aspetti più pienamente metafisici dell’uomo, senza che però essi debbano essere sottomessi ad alcun riduzionismo. Questo ci è sembrato pertanto il luogo dottrinario più adeguato per portare a compimento lo svincolamento della concezione medica dell’uomo dall’imperio oppressivo delle scienze naturali empirico-scientifiche.
Nelle conclusioni abbiamo infine sottolineato l’importanza rappresentata dal tenere conto di tutti questi aspetti metafisici (della definizione dell’uomo) soprattutto allo scopo di contrastare la tendenza moderna della scienza medica ad essere in primo luogo tecnologica.
NB: A chi gliene farà espressa richiesta scritta, l’autore sarà ben lieto di mettere a disposizione in copia cartacea il testo integrale di questo articolo (che è di 15 cartelle)

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ABSTRACT:

In questa ricerca siamo partiti dall’esposizione del pensiero cabalistico fatta da Scholem [Gershom Scholem, La Cabala, Mediterranee, Roma 1982], considerandola in particolare come possibile modello filosofico-metafisico del concetto di «emanazione» divina.
Ci sembra infatti che quest’ultima si trovi nella sua pienezza dottrinaria proprio entro la Cabala; più precisamente in quella meno toccata dal pensiero filosofico, e quindi più intuitivo-contemplativa e visionaria. Il nucleo più intimo del concetto di emanazione sta infatti nell’idea che la manifestazione dell’Ein-Sof (Uno divino) in entità sefirotiche è in realtà totalmente interiore alla realtà divina, e quindi solo apparentemente esteriore. Una volta però che ci si rappresenti comunque la sequenza manifestativa delle Sefirot (sul piano della discorsività filosofica dianoetica), l’immanenza intra-divina di queste ultime viene comunque ben rappresenta dal concetto di ininterrotta «continuità» tra Principio divino ed entità emanate. E la continuità sta poi nella sua pienezza solo in una dinamica quanto più unitaria possibile, e cioè quella fluente (da noi denominata “liquida”). Inoltre è solo in tal modo che si configura un davvero pieno onto-dinamismo che parta dal Principio manifestantesi. Pertanto i caratteri di «continuità» ed «onto-dinamismo» (nella loro pienezza) appaiono essere tipici dello stesso concetto di emanazione nella sua pienezza. Ma siccome l’onto-dinamismo pieno deve essere considerato il compimento integrale di qualunque dottrina della «produzione di essere» (Principio come Causa) e della «creazione», allora risulta chiaro che la dottrina integrale dell’emanazione va considerata assolutamente paradigmatica per qualunque concezione dell’azione onto-generativa (genericamente principiale o divina che sia).
Nell’introduzione abbiamo comunque cercato di collocare il concetto di emanazione entro lo stesso scenario storico in cui si formò il pensiero cabalistico – constatando così la sua intima prossimità a Cristianesimo, Ellenismo pre-cristiano ed Islam, specie per l’intermediazione della Gnosi. Abbiamo anche poi cercato di seguire il concetto di emanazione nel cammino da esso fatto anche nel pensiero moderno (da Spinoza in poi).
Partendo da tali presupposti abbiamo esaminato la tesi emanatista nei suoi specifici aspetti (dinamismo liquido, unità dinamica, nulla divino, «in principio») emergenti nel contesto della dottrina cabalistica esposta da Scholem. Successivamente abbiamo poi raffrontato tali aspetti, insieme alla tesi più generale, con il pensiero neoplatonico non-cristiano (Plotino, Proclo) e cristiano (Eckhart). Lo schema di pensiero di Proclo si è rivelato qui di fondamentale importanza; e ciò in quanto tendenzialmente opposto a quello dell’emanazione fluente. In ogni caso abbiamo anche discusso la dimensione neoplatonica dello stesso pensiero cabalistico.
In conclusione abbiamo constatato che il concetto di emanazione può essere colto nella sua pienezza solo se non si prescinde dalla sua concezione integralmente contemplativa (che è poi anche largamente misterico-esoterica). Esso pertanto può e deve essere discusso anche sul piano del logos puramente filosofico. Ma non esclusivamente, altrimenti si perde la possibilità di coglierne davvero la più intima essenza. Cogliere quest’ultima implica però qualcosa di più che la pienezza dottrinaria. Essa implica infatti la preziosa possibilità (sorpassando così qualunque aporia filosofica) di vivere la dottrina dell’emanazione sul piano dell’esperienza religiosa.
La solo apparente contraddizione (appena logico-analitica) esistente tra l’assoluta manenza del Principio in sé stesso e la sua (invece) piena manifestazione esternalizzante, si traduce in realtà nella ben più rilevante esperienza di un Dio che è tanto più presente quanto più invisibile. E questo richiede da parte del soggetto umano conoscente e credente una presa di posizione che trasfigura totalmente il suo modo di essere.
La Cabala, infatti, come ben illustrato da Scholem, per quanto profondamente mistico-contemplativa, è stata sempre (aldilà di alcuni suoi eccessi) una dottrina utile soprattutto al vissuto pieno e concreto del divino sul piano mondano. Naturalmente si è sempre trattato anche di una dottrina escatologica ed ancor più apocalittica; in quanto in essa è stato sempre pienamente espresso il mandato divino all’uomo di riportare (presto o tardi) il cosmo alla perfezione originaria (ossia alla riunificazione al Principio divino). Ebbene in tutto questo consiste senz’altro l’intendimento centrale della Cabala, nonostante le sue varie oscillazioni storiche. Tra queste ultime lo studioso pone bene in luce alcune devastanti derive messianico-apocalittiche (come i movimenti shabbataico e frankista) ma anche l’assolutamente pregevole dottrina ḥassidica, o chassidica (Ba’al Shem Tov). E riguardo a questa dottrina va assolutamente segnalata anche la splendida trattazione di Martin Buber [Martin Buber, Il messaggio del chassidismo, Giuntina, Firenze 2012].

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Che Edith Stein possa, ed anzi debba, essere considerata estremamente prossima all’Ebraismo religioso, è cosa che ad un uomo di cultura media può ben apparire perfino lapalissiano. E del tutto a ragione. La pensatrice, infatti, nacque e si formò entro una cultura ebraica, ed inoltre sviluppò la sua visione filosofica sempre più in senso metafisico-religioso.
Di certo, come ebrea, ella fu sostanzialmente un’agnostica – come del resto allora moltissimi intellettuali della sua stessa cultura. Ed inoltre perfino si convertì al Cattolicesimo, e per di più si diede alla vita monastica.
Tuttavia come può essere ignorato che dopo, se ella non rinnegò tutto questo, comunque fece in modo che non potesse intralciare la sua scelta assolutamente eroica, ossia quella di condividere fino in fondo il destino del suo popolo? Naturalmente l’anti-semitismo nazista non aveva atteso che ella prendesse queste decisioni per far sentire anche su di lei il suo peso schiacciante. Molto presto infatti ella fu allontanata da qualunque forma di insegnamento. Eppure, sia il suo stato di religiosa cattolica sia anche l’opportunità che ebbe di lasciare la Germania, avrebbero potuto ben proteggerla dagli ulteriori tragici sviluppi della condizione nella quale si era venuta a trovare come ogni ebreo tedesco. Ebbene, ella non volle. Anzi i passi che fece poi (specie la fuga ad Echt, in Olanda, per soccorrere la sorella anche lei fattasi suora) la spinsero molto direttamente verso Auschwitz. Ma lei era stata ben consapevole di quella che fu una vera scelta volontaria, come dimostra ciò che scrisse nella sua biografia in riferimento alle esperienze fatte a Münster nel 1933: – «Ma in quel momento di colpo si accese una luce dentro di me, ed io vidi che ancora una volta Dio aveva posto pesantemente la Sua mano sul Suo popolo […], ora la Sua Croce era stata posta sul popolo ebraico».
Scriveva questo nel 1938.
Non è difficile pensare che i fatti, e soprattutto le sue decisioni, la mettessero allora – rispetto ad un passato che ella stessa aveva considerato senz’altro in qualche modo superato (sebbene mai rinnegato) –, in una posizione di colpo sensibilmente diversa. E come non pensare, dunque, che ella avesse fino ad allora serbato costantemente (nella sua mente, nel suo cuore e nella sua anima) un’appassionata fedeltà alla storia, al popolo ed alla cultura alla quale apparteneva? La sua conversione, insomma, non può essere affatto essere considerata un’apostasia. Sebbene proprio così venga considerata ancora oggi in molti gli ambienti ebraici (nei quali il solo fare il suo nome è una bestemmia!).
E del resto le cose non vanno meglio nemmeno in alcuni ambienti ultra-cattolici, che non hanno mai digerito la cattolicizzazione di un’ebrea (giungendo poi fino alla sua santificazione). Infine non bisognerebbe mai dimenticare il vero e proprio scandalo del gelo silenzioso che riscosse in Vaticano la sua accorata lettera, invocante una chiara presa di posizione contro le persecuzioni anti-semite.
Insomma, cosa mai vieta di pensare che, nel corso della sua intera vita (a margine della filosofia rigorosa e laica, ed a margine anche della sua vita da religiosa cattolica), Edith Stein abbia comunque coltivato un interesse per la cultura religiosa ebraica? A nostro avviso assolutamente nulla lo vieta. E la cosa interessa molto da vicino la filosofia. La filosofia però vuole documenti e non congetture. E quindi, siccome questi documenti (per ora) non ci sono, non sarebbe mai disposta ad avallare la tesi di un’ipotetica prossimità tra il pensiero steiniano ed i testi religiosi ebraici.
Tuttavia però – prescindendo anche dalle suggestioni che possano venire direttamente dai testi della pensatrice – sta di fatto che, quando si legge la letteratura religiosa ebraica (e perfino quella più estremista in senso contemplativo ed esoterico, come quella cabalistica), si ritrovano (a posteriori) delle tracce di prossimità che non possono indifferenti.
Si tratta di prossimità a volte molto generiche, ma a volte invece anche davvero impressionanti.
Ebbene, dopo lunga esitazione, ci siamo finalmente decisi ad esporre queste prossimità nell’articolo che qui presentiamo. A dire il vero non sappiamo se vi sarà mai una rivista di filosofia disposta a pubblicarlo, ma comunque abbiamo fatto un tentativo in tal senso. E staremo a vedere.
Qui vorremmo dunque sintetizzare i punti di questo articolo, nei quali ci è sembrato di poter riscontrare le prossimità più significative tra i testi religiosi ebraici ed alcuni aspetti del pensiero steiniano. Diciamo subito comunque che non si tratta solo di Ebraismo, ma di un insieme di sfere di sapere (Gnosi, Cristianesimo, Sofiologia greco-russa, Islam, ed Ellenismo non cristiano) che appaiono essere stati sempre profondamente intrecciati. Ed il baricentro di tale intreccio appare essere stato proprio la Gnosi (unita al pensiero platonico); alla quale poi si ricollega direttamente l’immagine di quella Sophia, o Sapienza Divina in persona, che più si lascia accostare all’opera steiniana. Come dimostriamo sulla base di diversi studi, infatti, l’Ebraismo religioso-esoterico costituì il perno stesso, intorno al quale ruotò fin dall’inizio l’intera dottrina gnostica. E ne sono prova gli stessi libri biblici, che concernono abbastanza direttamente la Sapienza Divina (Sapienza, Giobbe, Proverbi), ed inoltre la figura davvero cruciale del Re Salomone.
In ogni caso la Stein sentì direttamente la necessità di occuparsi della Sapienza Divina nella forma di un Femminile paradigmatico. Lo fece occupandosi del tema della donna nel corso di una serie di conferenze, che poi sono state raccolte postume nel libro della Herder dal titolo Die Frau. Per quanto oggi tutto questo possa suonare perfino un po’ provocatorio, la sua tesi in queste conferenze fu che il paradigma stesso dell’«anima femminile» è sostanzialmente umano-divino, ossia risiede nella Vergine Maria. Ma se questo non viene riconosciuto, allora l’anima femminile sprofonda in sé stessa, ossia in una naturalità immanente davvero estrema.
Ma l’intera metafisica religiosa, di cui parliamo qui, ha sempre riconosciuto la Sapienza trascendente proprio in questa Persona divina. La Sapienza Divina è però anche quella che crea mondi, e quindi la sua personificazione femminile è mediatrice per definizione: – dall’alto verso il basso, così come dal basso verso l’alto. È per questa complessiva via che la religiosità ebraica diviene qui attuale, specie per mezzo della dottrina cabalistica dell’emanazione del Principio divino (Ein-Sof) attraverso le Sefirot. Ma in questa così sofisticata (spesso astrusa) dottrina, l’emanazione (una creazione non letteralmente volontaria ed incentrata sull’esondazione di una Fonte sovrabbondante) ha tre valenze molto concrete: –1) l’amore bruciante; 2) la natura energetica dei suoi prodotti (più «forze» che non «enti»); 3) la manifestazione carnale, sociale e storica.
È per questo che tale dottrina si è di fatto sempre tradotta in un panteismo, ossia nell’affermazione di un mondo inteso come impregnato di divino. Ma tutto questo si lascia in fondo ricondurre ad una posizione filosofica che ha poi caratterizzato fortemente Edith Stein; e cioè quell’idealismo che ha sempre sfiorato abbastanza da vicino le dottrina dell’emanazione e della creazione, pensando all’Io cosciente-conoscente come un Soggetto generante mondi reali.
È stato sulla linea di questi concetti che abbiamo tentato di trovare le prossimità a ritroso dalla religiosità ebraica al pensiero di Edith Stein. Ed in alcuni casi le suggestioni indotte dalla Cabbale sono state davvero intense.
Intensa è stata la suggestione relativa alla grande insistenza della pensatrice sulla natura integralmente spirituale dell’anima e dell’uomo stesso. Ed entro la Cabala lo Spirito è da un lato il Pneuma divino stesso (il Soffio), e dall’altro è l’Adamo originario nella sua perfezione (Adam Kadmon), un corpo che altro non è se non lo spirito stesso. Intensa la suggestione è poi stata quella relativa alla dottrina cabalistica del «corpo astrale» (zelem), quale animicità intermedia rispetto al corpo e nello stesso tempo quintessenza dell’unicità irripetibile che caratterizza ognuno di noi.
Ecco. Di più qui non possiamo dire sull’articolo. Speriamo solo, con questa ricerca, di aver contribuito non solo a far comprendere meglio una grande pensatrice, ma ancor più a superare, grazie alla sua opera (di pensiero e di vita), le assurde barriere che purtroppo ancora dividono il mondo.
Complice, ahinoi, spesso anche la Filosofia.

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