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Archive for agosto 2017

Com’è e cos’è veramente il mondo? È una domanda che ha da sempre ha assillato il filosofo.
Sembra aver assillato un po’ meno l’uomo comune, dato che costui cerca molto più di chiudere gli occhi sul problema. L’uomo comune può però essere molto più poeta che non filosofo. Ed allora possiamo dire che come poeta, egli sia interessato come il filosofo alla questione «mondo»?
Stando al «cos’è-veramente» il mondo, sembrerebbe che, come ipotizzato del resto da Platone, la poesia sia costituzionalmente incapace di dare una risposta alla domanda, e forse anche perfino di formularla. Eppure le cose non appaiono stare più in questo modo se si prendono in considerazione la poesia meno recente da un lato e la filosofia più recente dall’altro lato.
Si può avere quest’occasione mettendo a confronto due libri molto diversi, e cioè le Illusioni perdute di Honoré de Balzac e Il visibile e l’invisibile di Maurice Merleau-Ponty. Quest’ultimo è stato esponente di una forma abbastanza specifica del più recente realismo filosofico moderno. E cioè quello che si è sviluppato sulla base dell’idealismo fenomenologico husserliano, una volta avvenuta la sua interazione con l’esistenzialismo heideggeriano e sartriano. In estrema sintesi si può dire che Merleau-Ponty abbia sostenuto le ragioni di una «visione» umana puramente basata sulla percezione ed assolutamente fondamentale in una conoscenza sprofondata nell’esistere, e quindi nel mondo. Essa permette al soggetto cosciente-pensante di aprirsi al mondo in modo davvero incondizionato, e cioè restando totalmente immerso in esso. Una siffatta totale immersione appare però in filosofia concepibile solo dopo che siano state superate tanto la visione idealistica (Husserl) quanto la visione esitenzialistico-nichilista (Heidegger e Sartre). Per Merleau-Ponty, insomma, non basta né ridurre totalmente il mondo al soggetto cosciente (laddove la percezione viene totalmente oltrepassata) né basta concepire il soggetto cosciente come un assoluto nulla che faccia da costante contraltare al mondo (ossia l’«essere» stesso) in una totale commistione con esso. Egli definisce le due visioni da superare come “filosofia riflessiva” e “filosofia negativa”. Ebbene, in tal modo il mondo sta davanti a noi, quali soggetti, senza che più assolutamente nulla si frapponga tra noi ed esso. Noi infatti siamo sempre incondizionatamente immersi in esso, ed inoltre vi ci immergiamo sempre più ad ognuno dei nostri atti percettivi, senza che l’intreccio inestricabile che così sussiste possa essere nemmeno tematizzato. Qualunque presa di posizione che fa questo, agisce dunque astraendo dall’intima commistione con il mondo che coinvolge tutti noi, dall’uomo comune al filosofo. Per il pensatore francese, dunque, la conoscenza (in tutte le sue forme) può e deve essere assimilata totalmente alla percezione. E ciò implica peraltro l’assoluta legittimità delle apparenze mondane (null’altro che momenti costitutivi della percezione). Ne consegue che l’esistenza di illusioni non può in alcun modo (come è avvenuto spesso nella filosofia idealistica da Platone in poi) fondare un giudizio negativo sul mondo quale fondamentale «illusione». Da tutto ciò scaturisce allora che non solo non possiamo assolutamente porre in questione l’esistenza inoppugnabile del mondo (come era da sempre avvenuto praticamente in tutta la filosofia idealistica), ma soprattutto non possiamo sottometterlo ad alcun giudizio. Meno ancora ad un giudizio etico-estetico. Quest’ultimo appare essere infatti del tutto ingiustificato se non altamente ingenuo. E ciò non solo dal punto di vista filosofico-conoscitivo ma anche dal punto di vista esistenziale.
Eppure il libro di Balzac rappresenta forse uno dei più chiari tentativi di mostrarci la radicale dimensione del doveroso giudizio etico-estetico da emettere sul mondo. Il non farlo ci espone infatti fatalmente ad una catastrofica illusione. Accade cioè che noi scambiamo per bello, giusto e buono un mondo che è invece l’esatto contrario. Del mondo, insomma, esistono sempre due livelli di lettura: – quello superficiale e quello profondo. Ma solo quest’ultimo è quello autentico, dato che solo in esso ci viene rivelata la vera natura (negativa) del mondo che invece lo strato superficiale solo nasconde. Se ci affidiamo ad una lettura superficiale del mondo, noi insomma cadiamo miseramente vittima delle apparenze. Al centro del vasto affresco delineato dal narratore vi è la vicenda vissuta da Lucien, un giovane poeta di provincia, nel mondo letterario, giornalistico e editoriale, e sullo sfondo della Parigi della prima metà del secolo XIX. Tuttavia però le conclusioni indotte nel lettore dalla narrazione si prestano benissimo ad un’estensione ben maggiore del campo di osservazione. Per mezzo di essa noi abbiamo insomma la possibilità di gettare lo sguardo sul mondo e sull’esistenza umana una volta presi in assoluto. Come del resto accade sia con altri libri di Balzaz sia anche con l’intera narrativa francese dell’epoca, ci troviamo così davanti ad una vera e propria riflessione esistenzialista. Ed essa è di segno diametralmente opposta rispetto a quella di pensatori come Heidegger, Sartre e Merlau-Ponty. In essa infatti sembra permanere l’influsso profondo di quel dualismo idealistico di stampo platonico e metafisico-religioso (prevalentemente gnostico), in forza del quale noi del mondo dobbiamo farci appunto sempre una doppia immagine. La prima immagine è quella obiettiva e reale, corrispondente al mondo immanente e sensibile (naturale o storico che esso sia). E questa è decisamente sobria fino alla spietatezza pessimistica, in quanto in essa domina l’aspetto peggiore del mondo, ossia un mondo in primo luogo brutto (in quanto poi anche cattivo ed ingiusto). La seconda immagine è invece quella ideale. E questa ci raffigura un mondo totalmente buono, giusto e bello. È inutile dire che la prima immagine raffigura il mondo naturale, mentre la seconda solo il mondo sovrannaturale. È inoltre del tutto ovvio che la moderna sensibilità tende a non prestare alcuna fede a questa visione; in modo tale che ad essa è invece congeniale molto più la visione dei filosofi esistenzialisti. Vista però l’insistenza con la quale un poeta come Balzac ci mostra evidenze che in fondo tutti noi conosciamo benissimo, ci si può interrogare sul valore differenziale che hanno, per l’uomo moderno, la tradizionale visione poetica e l’assolutamente anti-tradizionale visione filosofica. Nel mondo specie del giornalismo e dell’editoria, il narratore francese ci mostra in effetti quell’aspetto assolutamente ferino della vita sociale e lavorativa (fatta di infamie, menzogne, tradimenti ed assassinii di ogni genere) che ognuno di noi si sforza di non perdere mai di vista allo scopo di non essere preso alla sprovvista. Dunque, per quanto possiamo protestare contro il dualismo moralista qui all’opera, tuttavia bisogna ammettere che in questo atteggiamento adoperiamo noi stessi una certa ipocrisia tendente all’occultamento. Noi insomma ci rendiamo di fatto complici dell’avvaloramento di quel livello più superficiale del mondo che è decisamente quello meno autentico.
Per questo è necessario che, almeno come intellettuali, noi ci interroghiamo sul vero senso della condanna della poesia che fu decretata da Platone nella Repubblica. Essa non tendeva infatti ad abolire la poesia esautorandola, ma semmai a correggerla e disciplinarla, in modo che non cadesse nell’arbitrio della fantasia soggettiva e soprattutto nell’irresponsabilità etico-politica. Lo scopo finale di quest’operazione era poi di fare in modo che la poesia stessa non intralciasse l’azione di quella filosofia alla quale veniva intanto affidato il compito di erigere esattamente il mondo buono, giusto e bello nel quale abbiamo visto credere fermamente un poeta come Balzac. Dunque se la poesia ha conservato fino al XIX (se anche dopo è per noi difficile dirlo!) una così platonica visione dualistica del mondo, e se in tal modo essa diverge nettamente dalla filosofia moderna, ciò significa che essa ha di fatto nel tempo interiorizzato la lezione di Platone. E questo offre allora all’uomo moderno – minacciato com’è proprio dall’urgenza di una non affrontata questione etica – la possibilità di porsi proprio davanti a questo genere di poesia apprendendo da essa quelle lezioni che sono in realtà più della filosofia antica che non invece della filosofia moderna.

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