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Archive for the ‘ATTUALITA’ E COSTUME’ Category

Le considerazioni svolte in questo articolo hanno lo scopo di illustrare molto a fondo le ragioni che mi hanno spinto a lanciare su Facebook una petizione per richiedere a Sky l’abolizione della serie Gomorra. Ecco il link mediante il quale si può decidere (se si vuole) di firmare la petizione: https://www.change.org/p/sky-atlantic-aboliamo-la-serie-gomorra/fbog/835699949?recruiter=835699949&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_page&utm_term=triggered
È evidente che una simile richiesta urta contro sostanziosi interessi economici, e quindi potrebbe anche venire rigettata. Ma comunque essa ha in primo luogo il senso di manifestare la voce dei tanti che non sono più disposti ad accettare supinamente il sussistere e prosperare di un’operazione di spettacolo, i cui effetti devastanti sono immediatamente intuitivi. E proprio alla descrizione di tali effetti questo articolo è dedicato. In ogni caso devo dire che la petizione sta riscuotendo un grande successo. In sole 24 ore sono state infatti raccolte già ben 70 firme. Ed inoltre il loro numero continua a crescere. Ciò che io sostengo incontra quindi senz’altro un sentimento di scontento e indignazione che è molto diffuso tra i Napoletani. Ed era quindi decisamente ora che esso venisse allo scoperto.

Noi viviamo ormai in tempi assolutamente terribili, nei quali il confine tra bene e male è divenuto labilissimo. Tempi in cui, come ha scritto Hannah Arendt [Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio, Einaudi, Torino 2010, p. 15-27, 41-126] (commentando la grande stagione dei processi contro i criminali nazisti) tre fenomeni congiunti aprono ormai la strada al male senza che assolutamente nulla si possa frapporre alla sua marcia distruttiva: – 1) la paralisi del giudizio impostaci dal relativismo morale sul quale tutti concordiamo; 2) l’assenza di fatto del crimine, in una società il cui ordine è criminale in quanto conformisticamente compatta nel ritenere che l’etica sia ormai morta e seppellita; 3) il già avvenuto naufragio di tutte le forme possibili di teorie morali, filosofiche (quella socratica del male come irrazionale, e quella kantiana dell’«io devo») e religiose (quella cristiano-paolina, del libero «volere-il-bene»). In altre parole quel Nichilismo che nel XIX e XX secolo fu intuito, pensato ed in gran parte anche vissuto, da parte di sofisticati intellettuali (Stirner, Nietzsche, Heidegger, Michelstaedter, Sartre etc), è oggi diventato pane quotidiano e credo delle masse, cioè di tutti noi. E proprio il Nichilismo, con la definitiva archiviazione dei valori da esso determinata – anche se molto più come costatazione di evidenze già in atto, che non invece come promozione della distruzione dei valori –, determinò di fatto quel “collasso morale” [Hannah Arendt, Responsabilità… cit., p. 30-32] che rese poi totalmente plausibile un ordine criminale (incentrato sull’anti-comandamento dell’”uccidi!”). Esso era infatti ormai sostenuto saldissimamente da un conformismo non più scalfito da alcuna eccezione o deroga. Ed è esattamente questo conformismo granitico, ciò che per la Arendt contraddistingue un’effettiva “società totalitaria” (la quale è ben più che una semplice “dittatura”).
La cosa più terribile fu però che, di fronte all’evidenza di tale collasso morale, ci si trovò solo dopo gli eventi. E non prima, o anche magari nel corso dello svolgimento dei fatti. Fu solo dopo, infatti, che un’intera società – fino a poche ore prima schierata come un corpo solo sotto il proprio indiscusso Führer –si riscosse di colpo dall’incanto e dall’inganno, e si vide così costretta ad interrogarsi su come fosse stato possibile che fosse accaduto ciò che intanto era davvero accaduto.
Lo dimostra magnificamente il “Was ist geschehen?” (“Cos’è mai accaduto?”) cantato allora da Marlene Dietrich. Ma la Arendt ci mostra come la spiegazione di ciò non è affatto complessa, ma è invece semplicissima. Era infatti semplicemente accaduto che tutti avevano continuato a comportarsi come ottimi cittadini (obbedendo ed eseguendo a puntino i compiti loro affidati) in una compagine statale burocratica perfettamente organizzata, il cui fine era ormai divenuto il male e non più il bene.
Ebbene questo è esattamente ciò che può accadere tutte le volte che in una società non agisce più alcuna morale. L’ordine resta, perché in assenza di esso una società cessa totalmente di essere un corpo (perfino un disintegrato corpo canceroso). Ma diviene del tutto indifferente se questo ordine, nel suo essere, pensare ed agire, si ispira al bene o al male.
Questo è senz’altro avvenuto in tutto il mondo, ed inoltre accade proprio oggi, sotto i nostri stessi occhi, in maniera ancora più terribile che non sotto le svastiche naziste (o le bandiere rosse di Lenin e Stalin). Il conformismo nella supina e perfino complice accettazione del male – come sfrenato edonismo egocentrico, ricchezza sempre piò smodata e illegale, perversioni e crimini atroci di ogni genere, e soprattutto totale disintegrazione della società – domina infatti oggi non solo sovrano, ma anche sotto del tutto mentite spoglie (e cioè quelle di un ipocrita buonismo lassista e della collettiva ossessione per la «sicurezza» e per la political correctness). Ma che dire allora di una società come quella napoletana nella quale da sempre il bene ed il male (il bello ed il brutto) sussistono l’uno accanto all’altro? Ed in quale società, se non in quella napoletana (come sto dimostrando nei miei articoli), domina sovrano quel conformismo che volontariamente maschera come bene ciò che invece è male?
Ma è qui che emerge il fenomeno «Gomorra» come uno straordinario fattore aggravante di tutto questo. Insomma, amici miei, cosa si può dire di una società come quella napoletana, nella quale (proprio grazie alla serie Gomorra) possono tranquillamente coesistere addirittura due speculari versioni del male: – quello concretamente e ordinariamente vissuto (cioè visto con i propri occhi e toccato con mano) per le strade e nella vita stessa delle istituzioni; e quello spettacolarizzato in una fiction che però non sarebbe affatto ciò che è, se non rispecchiasse fedelissimamente la realtà effettiva e ordinaria? L’uno è il male da noi direttamente vissuto senza alcun diaframma, e l’altro è il male da noi vissuto attraverso il diaframma dello schermo televisivo o cinematografico. (altro…)

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Un inquietante e mostruoso esercito di strani uomini ibridi, per metà scienziati e per metà filosofi, ha ormai invaso la conoscenza, ed in particolare la prassi stessa della teoria del conoscere e pensare, riportandola così alla realtà naturale quanto più elementare possibile, e cioè quella fisico-biologica: – il cervello!
Si tratta evidentemente di un nuovo ed estremamente virulento Positivismo. Esso poggia infatti su una teoria cognitiva la quale, di concerto con la più avanzata fisica matematico-cosmologica (teoria quantistica), ha raggiunto ormai un tale grado di perfezione e potenza, da permetterle di parlare dall’alto pulpito del livello proprio solo di una scienza tecnologica. Una scienza ormai in pieno possesso della Potenza. Essa infatti ormai crea cervelli, oltre che limitarsi a studiarli, ossia studia il proprio oggetto nel mentre lo lascia vivere dopo averlo fatto nascere dal nulla, ossia artificialmente. È ciò che oggi si definisce come “intelligenza artificiale”, ossia il nucleo di una robotica sempre più avanzata.
Nell’ormai lontano 1895, Hans Jonas [Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica, Einaudi, Torino 1997] aveva già descritto tutto questo. E per tale motivo useremo proprio la sua analisi come base per commentare il fenomeno. In particolare egli aveva mostrato l’ormai intima ed inestricabile relazione che il “conoscere” scientifico intrattiene con il “fare” tecnologico, ossia con la produzione industriale [I, 1, 1-6 p. 7-19, IV p. 55-64]. Ed in tale contesto egli aveva fatto anche notare che ormai la nuova scienza tecnologica applicata alla biologia non si limitava più a studiare un ente «già dato» in Natura, ma invece lo generava del tutto ex novo per poi poterlo studiare davvero intimamente [VII p. 122-154].
Ma intanto non vi è dubbio che tutto ciò costituisce un estremamente moderno faustismo. Non a caso lo scienziato impegnato in questa prassi si muove e si esprime esattamente come un Titano nietzschiano, estasiato dalla sua stessa totale disinvoltura morale, ossia del suo totale ed entusiastico fregarsene totalmente dell’etica (a vantaggio della conoscenza pura, dice lui!). E costui non è altro che un Faust, cioè lo scienziato ormai liberatosi con immenso sollievo dagli ammuffiti gabinetti di studio e così anche dall’oppressione etica dell’ideale [Johann Wolfgang Goethe, Faust, Garzanti Milano 2004, I, 398 p. 35, I, 1828-1829 p. 133, I, 2038-2039 p. 147]. Così egli grida a sé stesso: – “Flieh! Auf ! hinaus ins weite Land!” (“Fuggi! Alzati” Fuori nel vasto mondo!”). Ed a lui farà poi eco Mefistofele stesso, invitandolo così ad intonare il peana stesso di una tale così elettrizzante esperienza: – “Laß alles Sinnen sein, und grad’ mit in die Welt hinein“ (“Lascia stare ogni pensiero, e vieni, immergiti con me nel pieno del Mondo”; “Grau, teurer Freund, ist alle Theorie und grün des Lebens goldner Baum” (“Grigia, caro amico, è ogni teoria, e verde invece è l’Albero dorato della Vita”). Costui si sente dunque approdato alla Vita, abbandonando così il puro Pensiero. Ma più precisamente si tratta di quella pienezza di vita che può venirci procurata solo dall’oramai totale rinuncia alla morale.
Conseguentemente costui si bèa proprio della sua immoralità. Infatti ne va incredibilmente fiero. E così letteralmente gode nell’ostentare quella ostentata vanagloria narcisistica, che va poi di pari passo con la potenza che egli intanto si sente passare per le mani e scorrere nelle vene. È un inebriato, è un Sileno in piena estasi. È un coribante dionisiaco.
E non a caso ha una sete insaziabile del sangue dei suoi nemici, ossia di chi gli si oppone nelle argomentazioni, e magari gli rivolge accuse ed ingiurie. Egli sa infatti di avere trovato la chiave stessa della gioia illimitata come immunità da qualunque onta. E questa chiave consiste esattamente nell’avere ormai da tempo oltrepassato la soglia del binomio bene-male. È questo ciò che lo rende del tutto immune dall’accusa di commettere il male, ed inoltre fa sì che l’accusa di infamia lo riempia addirittura di orgoglio. Dunque è esattamente a questo che sono ispirate tutte le sue azioni, reazioni ed esternazioni. Ecco che non a caso il suo aspetto spaventa alquanto i suoi interlocutori. Perché esso assomiglia molto a quello di un vero e proprio Satan. Ma la trappola da lui costantemente preparata è esattamente questa – egli vuole stupire e sorprendere proprio attraverso lo spavento! Egli è colui che tende trappole! (altro…)

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Come medico ed anche omeopata, ho la fortuna (o forse sfortuna) di conoscere fin troppo bene la querelle sui vaccini. E peraltro conosco bene anche i nomi e i cognomi di coloro che, dal lato dei cosiddetti «anti-vaccinatori», hanno nel tempo diffuso notizie prive del benché minimo fondamento sulla relazione tra vaccini e gravi malattie. Si tratta in particolare della relazione tra vaccinazione anti-morbillo ed autismo. Ora, non c’è bisogno nemmeno di essere degli statistici, per sapere perfettamente, in qualità di medici, che tra vaccinazione ed autismo vi è esattamente la stessa relazione causa-effetto che esisterebbe tra l’autismo e l’essersi buscato un bruscolino in un occhio in una giornata ventosa. È dunque del tutto consapevolmente in male fede chi, come medico, sostiene cose come queste. E qui le cause dell’errata presa di posizione possono essere tanto eticamente ammissibili (l’eccesso di tipo ideologico e retorico), quanto anche eticamente inammissibili. Vi sono state infatti indagini (con tanto di atti processuali) che hanno sollevato il gravissimo sospetto di interesse privato nel caso di alcuni medici che hanno con ostinazione sostenuto fanfaluche come queste.
Dall’altro lato vi è però la del tutto legittima perplessità di chi, come medico, ha una visione diversa da quella cosiddetta «ufficiale» nei confronti della pratica vaccinale. Ed in questa cerchia di medici vanno annoverati gli onesti e consapevoli omeopati e più in generale naturopati. Ne vanno esclusi invece coloro che giungono, su questa base, a ritenere che la pratica vaccinale introdotta da Jenner (e poi progressivamente perfezionata da Pasteur in poi) sia da considerare un vero e proprio crimine contro l’umanità. Può infatti anche essere vero che (come costoro pretendono di dimostrare statistiche alla mano) le malattie infettivo-contagiose siano diminuite non per l’effetto delle vaccinazioni, ma invece solo per il miglioramento delle condizioni economico-sociali ed igienico-sanitarie. Questo non toglierebbe però affatto l’assoluta necessità di tenere alto il livello vaccinale almeno per scongiurare il ritorno di malattie devastanti e spesso difficili o impossibili da curare, come polio, difterite e tetano. E del resto l’attuale cronaca (il ritorno del morbillo a causa del calo nel numero di bambini vaccinati), unitamente alla ben nota epidemia di difterite che ci fu in Russia (per lo stesso motivo) dopo il crollo del regime sovietico, dimostrano bene quanto importante sia invece il ruolo delle vaccinazioni, a fronte del ruolo giocato anche dalle condizioni economico-sociali.
Naturalmente però non è affatto privo delle sue giustificazioni il sospetto nutrito in generale, da medici omeopati e naturopati onesti, nei confronti delle vaccinazioni. Ciò specie a fronte di uno scenario entro il quale la (certamente non disinteressata) fortissima pressione delle case produttrici fa sì che il numero di vaccinazioni praticate ai bambini aumenti in modo progressivo e di fatto illimitato. Ed anche qui vi sono senz’altro interessi molto vasti. Qui, insomma, gioca un ruolo un criterio abbastanza sospetto (se non insano), e cioè quello di una sicurezza sempre più ossessiva ed ermetica nei confronti degli eventi accidentali che possono costellare la nostra esistenza.
Ma proprio in ragione di tale criterio, fin dall’inizio della pratica vaccinale non si è fatto altro che generare un’infezione del tutto artificiale; alla quale l’organismo umano si trova poi di fatto costretto a reagire, ri-adattando così il suo sistema immunitario. Non vi è dubbio che si tratta di un fenomeno coercitivo, e quindi in una qualche misura anche «innaturale». Non fosse altro per il fatto che è opinabile che, in assenza di vaccinazioni, quel determinato individuo (per qualsivoglia ragione) non avrebbe mai avuto contatto con quel determinato germe patogeno. A fronte di tutto ciò viene allora davvero spontaneo sospettare che in tal modo (e specie con il crescere esponenziale delle vaccinazioni) il nostro organismo venga condotto a forza verso una crescita fuori misura (in medicina detta ipertrofia ed iperplasia) del proprio sistema immunitario.  E non è quindi davvero lontano il sospetto che anche a ciò possa essere ricollegato all’oggettivo aumento delle malattie allergiche, degenerative e cancerose nel mondo moderno. Su questo esistono peraltro indagini serissime; che constatano la frequenza molto minore di allergie nelle popolazioni di paesi non avanzati, in cui gli organismi sono esposti alle infezioni naturali e non invece a quelle artificiali (vaccini).
Tutto questo non abolisce comunque il dovere di prudenza e saggezza che il medico scrupoloso dovrebbe osservare, nell’ammettere i vantaggi delle vaccinazioni almeno nei casi sopra menzionati. Ed inoltre ciò non esime nemmeno dall’obbligo di poter affermare con certezza assoluta la dannosità della prassi vaccinale, solo e soltanto quando tale certezza esiste per davvero. Cosa che, teoricamente, sarebbe possibile solo se si confrontassero in modo rigorosamente statistico due popolazioni di individui, di cui una vaccinata e l’alta no.
Ebbene, gli «anti-vaccinatori» non si basano affatto su indagini come queste, ma invece appena su supposizioni. Sta di fatto però che nel tempo i loro argomenti (diffusi soprattutto in rete) hanno incontrato un consenso sempre crescente nell’opinione pubblica. Con la conseguenza del diffondersi di una vera e propria crescente isteria anti-vaccinale. La conseguenza di ciò è stata il calo oggettivo delle vaccinazioni. Poi il caso (o Dio) ha voluto che iniziasse a diffondersi una specie di «epidemia» (che davvero tale non è!) di meningite. Con i relativi morti. Ed infine è tornato il morbillo specie nell’adulto. Anch’esso con i suoi relativi morti. Ed ecco allora l’impennarsi puntuale e prepotente di una contro-isteria pro-vaccinale.
Qual’è allora la lezione che dovremmo trarre da tutto questo? Essa, come spesso accade, travalica la medicina, ed investe la sociologia, la politica e la cultura. Ma ancor più investe la filosofia e la metafisica. Infatti ciò che dovremmo chiederci è in che modo per davvero noi stiamo oggi vivendo; ossia in quali condizioni esistenziali, a loro volta in inevitabile correlazione con una serie di principi che vengono correntemente applicati. E qui emerge un fenomeno che sta davvero al centro di tutto ciò che abbiamo visto in forza dei fatti. Noi viviamo infatti in una condizione di perenne inquietudine ed insicurezza, che a sua volta esige sicurezze sempre più ossessive. In relazione a cosa? In relazione all’imperativo categorico che ormai tutti seguiamo ciecamente, ossia quello di vivere fisicamente sempre più intensamente e pienamente. Il che significa poi «sopravvivere» a tutto, e cioè prima di tutto alla morte (di cui la malattia è sempre un’avvisaglia). Ci troviamo così insomma di fronte ad una vera e propria malattia della nostra anima, prima che della nostra mente. Una malattia collettiva; ma molto più che «sociale».
Per questo inseguiamo sempre sicurezze ossessive; sia quando pretendiamo che i vaccini non vengano a mettere a repentaglio le nostre così preziose vite, sia quando pretendiamo che invece proprio i essi le garantiscano. E peraltro mostriamo così i segni di un’altra malattia collettiva (questa molto tipica del nostro paese): – il «complottismo». Che è poi figlio della sistematica sfiducia, nascente da quella disintegrazione della società che va mano nella mano con il survivalismo egocentrico. Noi infatti sospettiamo sempre che ci sia qualcuno che trami nell’ombra per toglierci di soppiatto e con l’inganno quello che invece ci spetta di diritto.
Dunque, tutto quello che sta accadendo non ha in fondo a che fare troppo con i vaccini, con le malattie infettive e con la medicina. Ha invece a che fare con noi tutti, ossia con la nostra consapevolezza collettiva.
Ancora una volta si tratta quindi di un campanello di allarme che ci richiama al ritorno (finalmente) alla sana ragione. Ma una ragione non priva di una capacità di sana fede. In tutti i sensi.

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La filosofia non è affatto uno scherzo, come invece si usava dire ai tempi del liceo («La filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale, il mondo resta tale è quale»). Non lo è di certo quando essa viene intesa all’antica, e cioè come la intendevano Socrate e Platone. I quali conoscevano bene il motto appena citato; visto che, come filosofi-tipo, si confrontavano continuamente con l’accusa di essere degli uomini ridicoli. Accusa che ad essi così spesso veniva rivolta dai così disinvolti giovani aristocratici rampanti del mondo politico ateniese. E tuttavia, quando intesa invece alla moderna, la filosofia rischia fortemente di essere per davvero uno scherzo. I filosofi odierni sono infatti molto meno credibili di quelli antichi quando si proclamano (ridicolmente) intangibili davanti alla pretesa dell’uomo comune di condizionarli nella loro così orgogliosa autarchia. Il problema, insomma, e che essi non accettano più con serena fermezza l’accusa di essere effettivamente ridicoli al cospetto di un mondo che intanto si sottrae a qualunque vera norma etica. E questo accade per il semplice fatto che i filosofi moderni sono ormai proprio coloro che stanno in prima linea nella guerra contro l’etica.
Ecco che allora, per poter ritrovare una filosofia schierata davvero in favore dell’etica, non ci resta che rivolgerci a quella antica. Il problema è però a questo punto quello di capire quando anche qui si esagera. Da questo lato, infatti, la filosofia potrebbe essere fin troppo poco uno scherzo. Senz’altro le cose stanno così per le prese di posizioni etiche della filosofia platonica e gnostica. Entrambe, com’è ampiamente noto, caratterizzate da una buona dose di pessimismo verso il mondo, ed in qualche modo anche verso lo stesso uomo.
Ma perché parlo di tutto questo? Naturalmente perché il mondo di oggi offre non pochi motivi per un siffatto pessimismo. Soprattutto però perché, diversamente dal platonismo, ai giorni nostri (almeno fino a poco fa) la Gnosi risulta essere stata tutt’altro che archiviata. Basti ricordare i così apertamente gnostici argomenti di un Emile Cioran, oltre che i deliri non poco gnostici di un Bataille (al quale succedeoggi ha recentemente dedicato un articolo). Ma Cioran e Bataille sono l’occasione migliore per constatare quanto l’etica gnostica sia capace di esagerare. Al di là dei deliri (tra dionisiaco-nietzschiano e pervertito sessuale) di Bataille, ci sono infatti da registrare le assurde farneticazioni di Cioran su un male che sarebbe costituito ben più dalla nascita che non dalla morte. Al di là di questo, però, per la verità vi sono state modernamente anche prese di posizioni gnostiche molto più equilibrate e serie (come quelle della Sofiologia russa e quelle degli studi tradizionali di uno studioso come il Viola). Ma comunque nel complesso la Gnosi tende oggettivamente a non pochi eccessi dottrinari di tipo retorico e ideologico. E senz’altro uno di questi è suo così il radicale pessimismo verso il mondo.
Ebbene, si può dire davvero che le cose stiano allo stesso modo per Platone ed il platonismo?
Non vi è dubbio che quest’ultimo si sia presentato in modo non poco strettamente intrecciato con la Gnosi. Ma non sembra che lo stesso si possa dire per Platone in persona, e cioè per il platonismo più autentico.
Ecco, con questa premessa, al cospetto dello scenario offertoci oggi dal mondo – e cioè nel nostro essere obbligatoriamente pessimisti –, dobbiamo ora porci una domanda molto simile al totòano «Siamo uomini o caporali?», e cioè questa: – «Siamo gnostici o platonici?». E se rispondiamo che siamo platonici, allora chi ascolterà i nostri argomenti vedrà che, sebbene non scherziamo affatto, nemmeno però tendiamo ad esagerare. La linea dirimente tra Gnosi e platonismo sembra infatti stare in un’etica davvero rigorosa, e quindi serena ed equilibrata per definizione. Essa è soltanto del secondo e non del primo, ossia è solo platonica (quando questo però è davvero autentico, e non è invece sbilanciato in senso gnostico). Orbene, questo genere di etica si basa su un elemento fondamentale, e cioè la valenza di norma assoluta di essere che viene attribuita all’Idea. Ma in Platone l’Idea è la più autentica delle cose, e quindi è anche la cosa più vera e la più reale. Proprio per questo Gregorio di Nissa poté sostenere – sbaragliando così le tesi della Gnosi – che non può esistere un mondo necessariamente cattivo in quanto creato da un maligno Demiurgo (come lo definisce poi anche Cioran). E questo perché la creazione divina genera solo un mondo puramente ideale, e non invece un mondo effettivamente reale. Si tratta del mondo che Gregorio ritenne essere quella prima e perfetta Creazione, entro la quale l’uomo stesso era perfetto. Così la dimensione del corpo, che poi sopravvenne a tale status ontologico, non fece altro che nascondere l’autentica natura dell’uomo, che però non per questo sarebbe svanita. Essa infatti covava ancora sotto la cenere.
Ora, al di là del fatto che si presti fede o meno a idee come queste, è evidente che tra le due prospettive esiste una differenza abissale, sia pure nell’ambito dello stesso pessimismo.
La dottrina gnostica, infatti, non offre alcun motivo di speranza, se non quella di un’attiva trasformazione ascensiva (eroico-titanica) dell’uomo in Dio stesso. Cosa che per la verità appare molto poco credibile anche al più fervente uomo di fede. Anzi gli appare decisamente blasfema.
E del resto in modo molto simile si presentava la fede gnostica nei deliri di un Bataille (e di gente simile, spesso di ispirazione non poco nazistoide). La dottrina platonica invece, nonostante il suo tangibile pessimismo, offre concreti ed abbondanti motivi di speranza. L’aspirazione è qui infatti quella di riportare il mondo reale al mondo ideale e divino. E questo prevede l’impegno attivo dell’uomo; grazie, peraltro, alla guida etico-politica esercitata proprio dal filosofo. Fu infatti esattamente questo il compito affidato da Platone a quel filosofo che, dopo essere evaso dalla caverna ed asceso al cielo ideale, era poi ridisceso tra gli uomini.
Ebbene, ecco qui davanti a noi lo scenario nella sua interezza. Davanti a tutto questo abbiamo due possibilità.
O noi decidiamo che (gnosi o platonismo) la filosofia è comunque per davvero solo una fanfaluca e una perdita di tempo; e pertanto ne concluderemo che il mondo va giudicato in base a ben altri strumenti, o addirittura va lasciato così com’è (e chissenefrega). E qui rischieremo però fortemente di essere per davvero solo «caporali» (cioè sfacciati e crudeli titani); come lo erano gli avversari di Socrate e Platone, ossia i nemici acerrimi di una filosofia effettivamente seria.
Oppure noi decidiamo che invece la filosofia – quando davvero viene presa sul serio, eppure senza esagerare (come avviene nel platonismo) – ci offre degli strumenti indispensabili per conservare la grave responsabilità che ci compete di fronte ai mali oggettivi del mondo (oggi senz’altro esponenzialmente moltiplicati).

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Caro Montinari,
sono un collega e ti ho conosciuto molti anni fa in occasione di una tua conferenza alla LUIMO di Napoli. E già allora rimasi molto impressionato (negativamente) dalla sicurezza estrema con la quale facevi le tue osservazioni. Sono medico, sono pediatra, sono psicoterapeuta, sono omeopata ed omotossicologo. Ed infine sto ultimando un dottorato in filosofia. Insomma, so bene di cosa parlo.
Ed allora, con tutto il rispetto, devo chiederti questo: – perché l’hai fatto e perché lo fai?
Non vi è dubbio che sei stato tu, almeno in Italia, uno di coloro che hanno contribuito di più al calo delle vaccinazioni contro il morbillo. Dimmi, Massimo, lo ritiene davvero solo un onore e vanto?
Come omeopata, nutro naturalmente le stesse tue perplessità verso la dottrina e prassi delle vaccinazioni. Ma puoi tu dire davvero con la coscienza assolutamente tranquilla che esiste una solida ed incontrovertibile relazione di causa-effetto tra vaccinazione anti-morbillo ed una malattia come l’autismo? Puoi tu davvero con la coscienza assolutamente tranquilla offrire ai genitori dei bambini autistici delle speranze e soprattutto dei bersagli per un dolore trasformato ormai in rabbia sulla base delle tue certezze? Puoi tu davvero con la coscienza assolutamente tranquilla immergerti nell’oceano immenso del loro dolore, proponendoti a questa gente così colpita dalla sventura come potrebbe farlo solo un vero Salvatore?
Dimmi, dunque, Massimo. Permettimi. Abbiamo credo la stessa età ed abbiamo entrambi dedicato entrambi la nostra vita a questa bellissima e terribile professione. Allora dimmi Massimo, davvero non ti coglie mai nessun dubbio?
Intanto non credo che ti sia indifferente che iniziano ad esserci casi di morte per morbillo. Lo so che non si può solo per questo glorificare il vaccino come la panacea unica ed assoluta. Ma questi morti non ti dicono davvero nulla?
Un cordiale saluto
Vincenzo Nuzzo, Napoli

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Dopo ciò che è accaduto in questi giorni, a chi non è del luogo (giustamente) il nome Giugliano apparirà altrettanto raccapricciante quanto il nome Scampia o il nome Villa Literno. Ed è effettivamente così. È innegabile.
Io che però sono di qui, vorrei partire dal significato antico che ha per me il nome Giugliano; e cioè quello della leggiadra distesa a perdita d’occhio dei rigogliosi frutteti che nei primi giorni caldi di Maggio attraversavo in Autobianchi decappottabile con mio padre per andare al mare a Licola. Lungo la cosiddetta «strada degli Americani» (detta anche «doppio senso»). Giugliano era allora una distesa di immacolata natura sapientemente addomesticata dalla mano dell’uomo. E Licola era un luogo marino paradisiaco, fatto di immense spiagge bianche e di un mare cristallino in cui nuotavano gli ippocampi.
Ecco ora cosa ne è stato di tutto questo. E non ho bisogno di raccontarlo io, visto che lo hanno fatto già benissimo La Capria (Viaggi nell’Italia perduta) e Silvio Perrella (tra gli altri).
Ma si dà il caso che io ho speso una buona parte della mia vita di medico a fare il pediatra in una zona periferica di Napoli che, urbanisticamente e sociologicamente, ha le stesse identiche caratteristiche dell’immenso Oceano di Orrore in cui sono stati ingoiati luoghi come Giugliano.
E cosa io ho toccato con mano in questi lunghi anni?
Ho toccato con mano l’insidioso, inesorabile e minaccioso insorgere del male del «bullismo». Avevo iniziato a fare il pediatra all’inizio degli anni ’80, e per un po’ ebbi a che fare solo con le premesse del fenomeno. E cioè soprattutto con il suo versante ossessivo-alimentare: – bambini che già dall’età di un anno venivano inseguiti da mamme e nonne con il piatto di pasta in mano perché si lasciassero rimpinzare e infloridissero come gonfie mele rosse, allontanando così (dall’anima spaurita dei genitori) gli atavici spettri della fame, del rachitismo e della tbc. Questo era già il nucleo di un addestramento efficientissimo al capriccio per ottenere il totale asservimento degli altri all’affluenza vitale egocentrica verso sé stessi. Ed in questo modo si coltivavano già quei «fuchi» (pigri, neghittosi, tronfi e gonfi di umori malsani) che Platone aveva condannato nella Repubblica. Ma era ancora solo il nucleo, e cioè ancora nulla a paragone di ora. In fondo era solo un male tutto sommato ancora antico.
Tuttavia un nucleo è un nucleo. E così da esso poco a poco è sprigionato un progressivo crescere e deflagrare sempre più impetuoso e vertiginoso. Che intanto, all’esterno, si manifestava nell’affastellarsi di «belle palazzine»: Le quali, sostituendo le così belle muschiose case e masserie di tufo di una volta, andavano poco a poco divorando ed infetentendo la campagna. E con essa sparivano intanto ogni bellezza, ogni dimessa umiltà e ragionevolezza. Così il nucleo andava crescendo come un fetido, ripugnante e mostruoso tessuto canceroso – fuori e dentro le case, ma soprattutto dentro le anime, le menti ed i cuori. Esso cancellava minuto per minuto ora per ora giorno per giorno tutto quanto ci poteva essere di bello e di sano. Ed il parto teratologico di questa aberrante iperplasia ipertrofizzante è stato esattamente «il bullo». Un bambino cresciuto nell’assenza di qualunque limite formante, addestrato efficientissimamente alla manipolazione totale dell’altro per mezzo dell’esercizio infallibilmente efficace dell’ebbrezza orgasmica del potere illimitato. Un bambino educato con efficienza mostruosa a godere (come un tossicodipendente) di un autentico eros pervasivo del potere che ignora l’altro e lo asservisce a sé stesso come un morto oggetto. Un bambino cresciuto in un autentico culto ipertrofico di sé stesso.
Ebbene, era così lontano il limite estremo ancora da raggiungere, e cioè quello della depravazione, della perversione, del sadismo e dell’odiosa infamia?
Non lo era! Ed eccolo infatti ora davanti a noi in tutto il raccapriccio che esso sa evocare nelle nostre coscienze spaurite. Ed a che serve dichiarare ai TG che «ci è sfuggito un fenomeno gravissimo…!»? Non è stato di certo ora che ciò ci è sfuggito. Non è stato in questi anni in cui quei dieci infami seviziavano come se nulla fosse un innocente incapace di difendersi. Ciò che ci è sfuggito iniziava molto prima, e fioriva sotto i nostri occhi come un fiore malvagio con un’evidenza lampante che a nessuno sarebbe dovuta sfuggire. Cresceva tutto intorno a noi, nell’aspetto e negli atti delle persone, delle strade, delle case, dei campi, dei corsi d’acqua, del cielo, del mare.
E dove eravamo tutti noi?
Io personalmente allora sono stato in trincea, ed ho cercato di lottare contro questo mostro nemico. Ho cercato di additarlo ai genitori, ai colleghi, alle istituzioni medico-culturali, agli insegnanti. Ho fatto quello che potevo. E forse nemmeno io ho fatto abbastanza. Ma dov’eravamo intanto tutti noi: – medici, insegnanti, politici, psicologi, sociologi, giornalisti, scrittori, uomini di cultura? Dove?
Parlavamo, scrivevamo, facevamo, pontificavamo, impreziosivamo elzeviri. Ma ci siamo mai davvero misurati corpo a corpo con il mostro? Ed ora eccolo davanti a noi il Nemico, con l’impositività di una mostruosità ormai normale. «Ce ne sono tanti di casi di bullismo», diceva chissà perché ridendo una madre di Giugliano intervistata al TG.
Ma intanto dobbiamo gettare su tutto ciò anche uno sguardo ben più ampio. Il bullismo di certo non è solo fenomeno di Napoli e circondario. È espressione, amici miei – e diciamolo con parole chiarissime – del totale prevalere del Male sul Bene nel nostro mondo. È questo in sintesi, e non ci nascondiamo dietro i paroloni, le parolette e le formulette! Il Male regna sovrano. Il Male è ormai molto più di moda del Bene. Il Male è eccitante. Il Male gratifica. Il Male premia.
Ma questo, ancora una volta, non assolve affatto noi napoletani e para-napoletani. Perché qui tutto questo assume un volto ancora più significativo nella sua malvagità mostruosa. Lo leggi nel ghigno dei ragazzacci arroganti e malefici che incontri per strada, specie nelle periferie tipo Giugliano; e che senza il minimo dubbio hanno già fatto o faranno cose come quelle che hanno fatto quei dieci disgraziati. Il male qui si mescola con la feroce protervia del lazzaro, approdata ormai alla modernità ed esplosa. Corredata ormai di potenti mezzi e di orgogli vari – di abiti di griffe, ultra-telefonini, aggressivi tagli di capello alla Savastano. E confortata e nutrita ogni giorno dagli esempi atroci dei bulli di periferia più di moda, e cioè quelli delle metropoli americane e nordeuropee – i lubrichi danzanti e ghignanti, dai gestacci e mano sul pisello, mentre intorno ondeggiano e tremolano femminili culi nudi. Ma qui tutto questo si mescola con la cancerosa degenerazione urbana, con la sfacciata sfida camorrista, con la dissoluzione totale di una società discreta e solidale, con lo svanire completo di qualunque forma di costruttività.
Cosa dobbiamo fare? Piangere senz’altro. Ma anche finalmente svegliarci e guardare in faccia alla vera causa dei mali. Ne saremo mai davvero capaci?

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Non cos’è «una donna», ma invece cos’è «la donna», ci dovremmo chiedere, miei cari amici e mie care amiche.
E chi ha avuto ed ha davvero coraggio ed onestà intellettuale (prima di tutto se donna), si è posto la seconda e non la prima domanda. Personalmente ne ho trattato ultimamente in due articoli (anche se un po’ alla lontana):
1) https://wordpress.com/stats/insights/cieloeterra.wordpress.com ;
2) http://www.succedeoggi.it/2017/02/trump-la-sofiologia/
Ma se quello de’ «la donna» fosse il criterio che davvero prevalesse, allora non ci sarebbero manifestazioni per l’orgoglio femminile come quelle viste ieri. Orgoglio tanto unilaterale (e quindi violento) quanto quello maschile. E soprattutto le avanguardie dei relativi cortei non sarebbero delle Menadi in reggiseno e minishorts che urlano, si dimenano e si baciano lingua in bocca. Così come i portavoce di questi cortei non sarebbero dei mastodontici John Wayne in versione femminile. No! Tutto questo non è affatto «la donna», ossia la donna (femmina) eterna, e come tale, se lo si vuole, anche naturale. Ossia quella donna (femmina) che non si può che venerare. E colpevole, mille volte colpevole, l’uomo (maschio) che osa fare di costei oggetto di qualunque genere di violenza.
Sta di fatto però che nemmeno questo violento è affatto «l’uomo», bensì invece è appena «un uomo».
Ora, l’articolo indeterminativo «un» sta in entrambi i casi per uno stato sociale di atomizzazione e disintegrazione.
In questo stato la società si definisce infatti non più come corpo unitario, ma invece come una sorta di mostruoso ermafrodito scisso già esternamente negli attributi sessuali maschili e femminili entrambi presenti. Essi insomma non sono più destinati a confluire in unione, ma invece sono destinati ad essere esposti così come sono – come quelle teste di decapitati che, un tempo, poste sulle picche stavano a testimonianza di un orrore che doveva educare. E così, in questo stato sociale disgregato nei suoi elementi fondanti (ma non più ricondotti ad unione) possono esistere solo degli atomi, ossia degli “uno”. Laddove l’”uno” così inteso non è affatto il vero uno, ma è invece appena quella parte che, orgogliosa della sua circoscritta e soffocante unità, non solo contraddice il Tutto (il vero Uno), ma anche si pone in fiero conflitto con esso. E però la faccia nascosta di questo orgoglio militaresco è però la disperazione. E con essa vanno una tremenda debolezza e miserevolezza impotente. Una spaventosa incapacità di capire e di agire.
E dunque un miserevole e disperato “uno” è l’uomo (maschio) che picchia o sfigura la donna (femmina). Ed un miserevole e disperato “uno” è anche costei stessa. Ma non tanto quando subisce la ripugnante violenza maschile, bensì proprio quando si costituisce nel suo orgoglio unilaterale. Conseguentemente, allora, sarà violenta anche la retorica vagamente pacificante che ella adotta in queste occasioni. Si dichiara allora ai TG: – «Gli uomini (maschi), che giustamente vengono accusati qui di essere dei boia, vengano alla nostra manifestazione. Perché così si cospargeranno il capo di cenere e la pace finalmente comincerà». Ma chi parla qui è «una donna», e non «la donna». E quindi questo è un grido di guerra e non di pace. Ad esso potrà allora rispondere solo «un uomo» e non invece «l’uomo», e quindi un altro grido di guerra.
E di conseguenza l’uomo (maschio) che farà per davvero quello che gli è stato chiesto dalle donne in marcia (e quindi parteciperà alla manifestazione), può essere solo due cose: – o è un ipocrita oppure è un quaqquaracquà. Ben più coerente ahimè sarà invece l’uomo (maschio) che dichiarerà ai TG: – «Le donne (femmine), che qui vengono accusate di essere delle boia, vengano alla nostra manifestazione. Perché così si cospargeranno il capo di cenere e la pace finalmente comincerà».
Come si vede, non se ne esce. Perché in un caso e nell’altro l’appello è (in pectore) veramente rivolto all’individuo caratterizzato dal stato del «la» o «lo», e non invece di «una» o «un». Però il messaggio è formulato malissimo. Per cui a presentarsi per davvero saranno soltanto degli «uno». Ma con le mazze in mano. E fatalmente la guerra ricomincerà.
Allora smettiamola un po’ tutti di fare gli imbecilli demagoghi, e guardiamo piuttosto alle vere cause della condizione in cui ci troviamo (nel caso specifico la violenza contro le donne). Le vere cause stanno nella totale disintegrazione della società. Ed è evidente che i colpevoli non sono affatto quelli che da un lato e dall’altro vengono identificati.
Ma comunque corresponsabili di questo lo siamo tutti, donne (femmine) e uomini (maschi). E lo siamo tanto più quanto più mostriamo i muscoli. Ben più onesta e costruttiva sarebbe quindi semmai una comune ammissione di colpa.
Quello che è certo è che questa guerra da scimmie stupide non serve a nulla ed a nessuno.

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Ho visto a Lisbona il nuovo film di Scorsese Silenzio. Il film è stato qui una specie di evento nazionale, dato che il tema è di fatto ancora attualissimo per il Paese. Esso è infatti duplice, riguardando da un lato la storia delle colonizzazioni portoghesi e dall’altro il loro legame con l’espansione del Cattolicesimo.
Ora, nonostante il rinsavimento post-salazariano, il tema della colonizzazione è restato qui comunque al centro della sensibilità collettiva. Per alcuni (l’uomo della strada) lo è restato in termini di un’autentica nostalgia risentita, mentre per altri (gli intellettuali) nei termini di una nuova consapevolezza della «missione» universale del Portogallo; e cioè nel senso della solidarietà tra popoli diversissimi ma ormai uniti da una sola lingua e quindi anche cultura. Insomma in qualità etica del sentimento gli intellettuali sorpassano decisamente l’uomo della strada. Non a caso la letteratura lusa si è avvalsa negli ultimi decenni di non poche penne africane.
Quanto poi all’altro tema, quello della fede cattolica, esso è ancora tremendamente attuale in questo Paese. E qui le cose decisamente si invertono in termini di gerarchia qualitativa del sentimento. Come dappertutto, infatti, gli intellettuali tendono qui ad essere agnostici se non anti-religiosi, mentre invece la fede è molto intensamente ed autenticamente sentita e vissuta dall’uomo della strada. Come altre volte ho avuto modo di dire, il fervore che si avverte nelle chiese di questo Paese supera infatti di gran lunga quello che si può avvertire nel nostro.
Ma forse proprio in questo Scorsese ci mostra la piaga tuttora aperta e ci mette impietosamente dentro il dito. Il problema discusso nel film è infatti proprio il fervore vivissimo di quei gesuiti, che – da autentici impavidi soldati delle truppe d’assalto del Cattolicesimo – si gettarono allo sbaraglio nell’esperienza di evangelizzazione di popoli dotati di tradizioni e costumi immensamente diversi da quelli occidentali. E qui il Giappone davvero ha fatto la differenza. Dato che laggiù è miseramente fallita l’operazione che invece era riuscita praticamente dappertutto.
Con grande sapienza scenica ed anche grande onestà intellettuale, Scorsese ci mostra il crinale sottilissimo sul quale si giocò l’intera partita – tra il fervore ingenuo (ma anche insidiosamente violento) dei gesuiti, e la consumata saggezza (violenta ma in modo aperto e pragmatico) delle autorità politico-religiose nipponiche. La questione si gioca tutta intorno alla complicità di fatto dei preti missionari con i tormenti inflitti dalle autorità ai martiri per la fede. Ed è proprio questa complicità che poco a poco finisce per essere portata alla luce in tutta la sua tremenda nudità etica, per divenire alla fine la causa inevitabile stessa dell’apostasia dei predicatori. Si ripropongono qui insomma più o meno i termini del tremendo scenario tragico di contraddizioni etico-antropologiche che fu proposto da Conrad in Cuore di Tenebra (e poi ripreso da Coppola in Apocalypse Now). Qui, cioè – come in tante altre costellazioni oggi drammaticamente attuali –, le più solide certezze della cultura occidentale si infrangono miseramente.
E così, attraverso il dipanarsi di una vicenda in cui chiaramente viene messo in scena l’inconcepibile eroismo della fede proprio dei martiri cristiani (qui le masse di contadini convertiti ed i loro pastori), nello stesso tempo poco a poco emergono anche tutte le loro tremende contraddizioni. In tal modo alla fine la resa incondizionata dei due «apostati», Padre Ferreira e Padre Rodrigues, si rivela essere il suggello stesso di una rovinosa sconfitta ideologica, ovvero la sconfitta dell’intero spirito missionario cattolico. Insomma tutti i missionari, e primi tra tutti i gesuiti, avevano oggettivamente torto marcio nel sentirsi chiamati al diritto e dovere di «convertire» popoli che avevano già una propria legittimissima religione.
E qui il Giappone fa la differenza proprio perché, diversamente perfino dall’Impero romano, ha saputo realmente resistere all’arma più temibile dell’apostolato cristiano, e cioè quella della sollevazione delle masse diseredate. Ma proprio in relazione a questo, il film lascia emergere il fatto più sconvolgente per l’uomo di fede (e non solo cattolico) che si confronti con questi così estremi eventi: – i poveri contadini, i quali conducevano una vita miserabile e priva della minima speranza, nel Cattolicesimo cercavano solo la speranza di una vita migliore nell’Aldilà, e quindi vi cercavano di fatto solo la gloria della morte. Era in questo e solo in questo che consisteva la nostra fede. Per cui essi davvero andavano a morire per sé stessi. Non per Cristo.
Bene! Ora la visione di questo film viene consigliata dal Vaticano così come dal parroco della Chiesa di São Roque; dove visse ed operò a lungo lo stesso Padre Ferreira, unitamente ad un altro mitico gesuita locale, e cioè Padre Antonio Vieira. São Roque, una delle più belle chiese barocche di Lisbona, ospita anche un interessantissimo museo sulle rotte gesuitiche.
Ma insomma la perorazione attuale dei predicatori propone questo film come descrizione dell’attualità ancora oggi del martirio cristiano. Le cose però non stanno affatto così. Perché il film lascia semmai emergere le contraddizioni di quest’ultimo; insieme a quelle dello spirito missionario e forse dell’intero ecumenismo cattolico.
Questo non significa però affatto che si tratti di un film anti-cattolico e magari anche anti-religioso. Tutt’altro! Esso invece mostra semmai –  a chi sia ancora interessato all’esperienza di fede (in questo senso il film interesserà molto poco a chi alla fede non attribuisce più alcun valore oggettivo) – che esistono due diversi Gesù Cristo, i quali alla fine non hanno molto a che fare l’uno con l’altro. Ve ne è uno (il più autentico) che continua ad essere un dio a tutti gli effetti pur prendendo parte in prima persona a qualunque nostra sofferenza (ed ancor più gioia). Ed Egli si presenta a noi solo e soltanto in questo modo. Poi ve ne è un altro, il quale, nel corso della nostra esperienza religioso-esistenziale (sempre intessuta di dolore o gioia), si presenta a noi soprattutto in forma istituzionale (in immagini sacre e contenuti teologici). Egli si presenta insomma come il Dio esclusivo di una religione esclusiva.
Ebbene è di fatti in primo luogo proprio quest’ultimo quello che veniva predicato dai gesuiti. E la prova del nove sta proprio nella forma dell’atto di apostasia preteso dalle autorità giapponesi, ossia il calpestamento dell’immagine sacra di Gesù da parte del fedele. Sta di fatto che il vero Gesù Cristo, quello che soffre e gioisce con noi, non stava affatto in quella immagine. Ed anche se vi fosse stato, se ne sarebbe stra-infischiato del nostro patetico atto di poveri uomini, soggetti inesorabilmente alle ferree leggi del mondo.
È proprio comprendendo questo che i Padri apostatano. E ciò accade solo alla fine; quando di una fede evidentemente non autentica non restava ormai più nulla. Ebbene, quale fede c’è oltre quest’ultima? Difficilissimo dirlo e la terribile provocazione del film sta proprio in questo.
La domanda resta pertanto aperta, e spetta ad ognuno di noi la risposta ad essa. La mia personale risposta è che la fede autentica è quella in un Dio-Uomo (Gesù Cristo) che non si aspetta da noi nulla di quanto noi, da uomini, possiamo figurarci come fede. Egli infatti non vuole altro che starci accanto nel nostro periglioso, difficilissimo e scandalosissimo passaggio per questo mondo, in preparazione di quella che è la sola autentica vita. Egli non vuole fare altro che accompagnarci fino a questa meta, che poi consiste ontologicamente nel suo Corpo stesso. In questo senso Egli è tanto più «cattolico» (kathòlon) quanto meno appartiene a qualunque forma di teologia.

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Nel dopo-trump ci sono, credo, tre convergenti notizie di cronaca da commentare.
Notizie che alla luce degli spaventi provocati a tutti noi dal Tycoon (tranne a coloro che sono in male fede, qualunque ideologia politica professino) assumono il senso inquietante di inconfessabili verità finalmente rivelate. E credo che l’articolo scritto su questa rivista da Fano sul senso della vittoria di Trump (da intendere come «fiine», e non invece come «inizio») dovrebbe farci interrogare piuttosto angosciosamente sul perché ciò stia accadendo proprio adesso.
E questo, temo, non è altro che l’inizio.
Le notizie (verità rivelate) da commentare sono tre: – 1) la constatazione finale da parte dei TG del già ampiamente previsto successo di The young pope di Sorrentino; 2) l’inizio delle grandi manovre mediatiche per accreditare la semi-bufala di un’imminente viaggio umano su Marte; 3) la notizia (verosimile e per questo ancora più angosciante) dell’invenzione di un motore a propulsione magnetica che consentirebbe il viaggio umano su Marte in soli 70 giorni.
Alla luce di questo non è difficile cogliere l’essenza dell’inconfessabile verità finalmente rivelata.
È questa e tanto semplice quanto choccante (almeno per chi ha ancora orecchie per intendere): – «Signori è davvero la fine (come diceva Fano)!  E dunque si sbologna! Insomma si smamma!».
E Trump c’entra eccome. Dato che ha annunciato che il problema ambientale non è altro che una bufala inventata dalla Cina. E così, siccome l’uomo medio è dappertutto un imbecille (forse negli USA più ancora che altrove), egli ha avuto gioco facilissimo nel lasciar credere che il suo «fantastico» programma economico consentirà al morto di fame dell’entroterra americano di liberarsi finalmente delle pastoie ecologiste, aspirando così di nuovo alla ricchezza illimitata promessa da sempre dal sogno appunto «americano». Che fin dall’inizio è stato una delle più grandi minacce alla sopravvivenza del Pianeta Terra.
Sta di fatto che benissimo ha fatto chi ha detto (non ricordo dove e quando) che l’unica e semplicissima spiegazione al distruttivo deterioramento ambientale del Pianeta Terra è uno solo, e cioè l’avidità umana. E figuriamoci ora a quali limiti arriverà tale avidità se è diventato ormai presidente degli USA un magnate.
Insomma nella Trump Tower erano già inscritti tutti i crittogrammi che servivano per decifrare quelle verità inconfessabili che ora però ci vengono buttate in faccia senza più paura di nasconderle. È evidentemente giunto il tempo (come qualcuno potrebbe leggere nelle stesse previsioni nostradamiche).
Intanto comunque ci viene detto che perfino il Papa può essere tranquillamente un tanghero senza che nessuno più nemmeno si indigni. Anzi mettendo in scena (sapendo bene che è però solo per ridere a crepapelle, come ben sa primo tra tutti Sorrentino) addirittura la santità che il papa sarebbe giunto a conquistarsi appena decidendosi ad essere apertamente un tanghero.
Come aveva fatto a non pensarci prima? In fondo bastava pochissimo, e cioè trasformarsi dal bacucco di sempre in un giovane, scattante, seducente, flessuoso ed ammiccante young pope.
Uno che non si deve capire mai se sta in estasi mistica oppure in orgasmo sessuale.
Mentre questo accade, e mentre Trump trionfa (promettendo così di ammazzare in maniera ancora più rapida un mondo che già agonizzava penosamente), ci viene intanto comunicato che quella tecnologia che è stata la causa di tutti nostri guai (come visto da tempo da una catena inarrestabile di pensatori, tra i quali Hannah Arendt e Hans Jonas) ci sta offrendo ora i mezzi per andarcene da questo pianeta ormai condannato. L’espressione usate nella relativa fiction (per il momento) è sublime nella sua delirante cattiveria: – «Raddoppiare le nostre possibilità di sopravvivenza».
E giù i così americani great e fantastic degli idioti di turno in veste di imminenti astronauti (rigorosamente multirazziali) e geni dell’astronomia e dell’ingegneria spaziale. Con in più la retorica dell’eroismo tipicamente americanoide – «Sempre oltre! Sempre oltre!».
Insomma, c’è bisogno di dire più di questo?
Sono pessimista, molto pessimista. Sì lo ammetto! E non dico neanche che intanto non debba esistere che invece non si rassegna a restare comunque ottimista. Dico solo che sono necessari entrambi. Dopotutto le Cassandre hanno avuto sempre la loro giustificazione. E sempre solo a posteriori. Del resto io, oltre che il pensatore di professione, faccio anche il medico. E così mi occupo di fatto della morte. Anche quando proprio non sembrerebbe. Cercare di garantire il più possibile la salute è infatti proprio il cercare di scongiurare il più possibile la morte. Almeno finché ci si riesce.
Ed allora non ci resta che guardare in faccia alla realtà.
Cosa vogliamo fare? Rassegnarci a ciò che è «moderno», e quindi non si può in alcun modo criticare? Oppure invece iniziare a renderci finalmente conto che nella «fine» le responsabilità sono ben più ampie di quanto sembrano. Non si tratta infatti nemmeno di politica ma soprattutto di antropologia.
Ho già cercato di dirlo in alcuni articoli che ho scritto in questa rivista. Noi siamo ormai tutti gravemente ammalati della sindrome del «viaggio», dell’«abbandono» e dell’«oblio» a qualunque costo. Tutte le nostre vite sono organizzate intorno a questa malattia ossessiva e delirante. Tutte le puntate della nostra speranza si risolvono in questa assurdità.
Vogliamo vederlo o no che così non stiamo procedendo affatto verso il futuro ma lo stiamo invece annientando? Mai infatti nell’intera nostra storia di essere terrestri siamo stati così stupidi e ciechi da non comprendere che in assenza del Passato (e della relativa Stasi), il Presente non è altro che un episodio morboso in cui tutto il Futuro viene consumato dalla febbre.
Questa è esattamente l’avidità. Di cui tutti noi, senza alcuna eccezione, siamo responsabili.
Dunque sarebbe auspicabile che la smettiamo di applaudire entusiasticamente le porcherie che ci vengono propinate solo per permetterci di continuare a fare quello che stiamo facendo. Ossia non vedere!
Smettiamola allora di sognare davanti ai così tanti schermi che ci affliggono la vita. Mettiamo finalmente i piedi per terra. Rallentiamo. Fermiamoci. Ricostruiamo un Passato!
Si sono un inguaribile pessimista. Ma è troppo sperarlo?

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Strano, davvero strano! Visto che The Young Pope ha riportato il tema religioso alla ribalta, ora si può essere di nuovo autorizzati a parlarne. «’O popolo ‘o vvò!» (Il popolo lo vuole!). Infatti siamo espressamente autorizzati dai milioni di spettatori che hanno seguito la serie di Sorrentino.
La religione fa di nuovo audience. Del resto c’era da aspettarselo. «La serie ha avuto ancora più successo di Gomorra», dicono candidamente i TG. Non sapendo che in certe orecchie (anche se di pochi) questo suona ben più come un’offesa che non come un complimento.
Ma, sia come sia, ora abbiamo finalmente un Papa mediatico in piena regola. E pure americano. Anticipato da Papa Giovanni, da Woytila e da Francesco, ora lo abbiamo davvero dove doveva stare, e cioè esattamente laddove George Orwell (1999) aveva previsto che dovesse stare una simile figura. Nello schermo!
Ebbene, di che genere è questo perfetto Papa mediatico? È cattolico? No! È più in generale cristiano? No! È religioso? Pare di sì. Perché la suora-keaton dice che è santo, e lui stesso si intrattiene in segreti conciliaboli mistici con i pochissimi in Vaticano che abbiano ancora una parvenza di homines religiosi. Che poi credano o meno in Dio, è un particolare di secondo piano. Come già i Papi pre-mediatici ci avevano insegnato, Dio non è infatti per nulla davvero trascendente ma è invece solo immanente. E questo è quello che dice anche il Papa mediatico.
Però sta di fatto che non si può davvero credere in qualcosa che sia «un dio», se non si crede in primo luogo nella sua trascendenza; ossia nella sua totale invisibilità soprannaturale.
Anche se però facciamo finta che non sia così, il problema non è affatto ancora risolto. Perché manca ancora qualcosa, e cioè la coerenza bilaterale dell’affermazione del Dio immanente.
Ebbene, vediamo, questa coerenza può essere attribuita a Papa Pio XIII? In qualche modo sì, perché appunto egli pone la religiosità al di fuori dei così angusti e soffocanti limiti dell’Istituzione. Così da lasciare di stucco il satanico orlando-vojello, il quale vorrebbe invece che il Papa fosse un uomo di Stato. Ed a questo poi il Sublime aggiungerà (con le fulminanti intuizioni trasfusegli dal Sorrentino-Gambardella) che il fior fiore di immensi pensatori moderni (gruppi rock, cantanti ecc.) si contraddistinguono proprio per il non lasciare mai apparire mai la loro immagine. Cioè non lasciandosi mai intervistare. Eppure chissà perché (mi chiedo io, povero scemo) non lo fanno anche rinunciando ai famosi cachet da capogiro di discografici ed organizzatori di concerti! Del resto abbiamo oggi anche un Bob Dylan Nobel che manco se lo fila il premio ricevuto!
Ma comunque qui emerge la possibilità, ed anzi l’urgente necessità, di essere religiosi senza essere intanto bacchettoni e formalisti. Ed a questa possibilità-necessità il Papa mediatico per eccellenza impresta perfino anche le forme più adeguate, ossia quelle dionisiache. Si muove infatti con la stessa flessuosità femminea e la stessa santa crudeltà (da amante invasatore e mangiatore di carne sanguinolenta) che sono del Dioniso adulto di ritorno dall’India con un corteo di Menadi infoiate, pantere e leopardi. E di Menadi di certo il nostro Pio XIII non manca. Prima tra tutte l’arianna-suora-keaton. Tipica madre-nutrice-amante del dio.
Ebbene qui c’è però davvero poco da scherzare. Anzi proprio qui casca l’asino! Infatti, se c’è una religiosità nella quale il Cristianesimo (anzi il Cristo stesso) affonda le sue radici profondamente, questa è proprio quella dionisiaca. Ci sto scrivendo in libro, e se qualcuno avrà l’ardire di pubblicarmelo, forse potrò dimostrarlo nei fatti. Ma qui casca comunque l’asino. Perché a questo punto la coerenza delle affermazioni circa l’immanenza di Dio viene per davvero allo scoperto in tutta la sua drammaticità e serietà. Non c’è infatti vera esperienza religiosa se essa non tocca davvero il corpo di Dio e non ne è toccata. E questo non è ovviamente possibile se non si presuppone comunque un Dio Trascendente che intanto stia anche nella pienezza della sua immanenza. Quello che il dionisismo ha fatto addirittura fino a rasentare ed oltrepassare i confini della bestialità.
Pertanto non si può parlare di una pienezza dell’esperienza religiosa se non si ammette che sta nel dionisismo il suo paradigma. Anche se Dio mi guardi dal sostenere che la relativa liturgia debba basarsi su orge sfrenate, sbranamento di animali vivi, castrazioni, stupri, assassini, sacrifici umani, ed altre porcate del genere. La cosa viene spiegata bene da Mircea Eliade in moltissimi suoi libri – al fondo di tutto ciò vi è qualcosa di santissimo, e cioè la ierogamia (il congiungimento primordiale tra il principio maschile e femminile). Fonte non solo di vita, ma soprattutto di vita che non si estingue mai, e cioè immortalità. Un punto di riferimento per innumerevoli metafisici.
Orbene a questo ci crede davvero il Papa pre-mediatico, anche se si fa un punto d’onore di dire che il Dio è talmente immanente da dover essere identificato precisissimamente con l’uomo che più soffre? Ci crede davvero a questa esperienza religiosa che è intensamente spirituale e personale, prima ancora di essere morale, ecclesiale ed istituzionale? È davvero difficile affermare di sì!
Ma ci crede poi il Papa mediatico? Il quale sostiene (sebbene dopotutto tra le righe, e cioè tra le maglie delle varie schifezzelle oggi indispensabili per fare spettacolo) che la religiosità dovrebbe essere totalmente riformata nel senso di una sua davvero totale autenticità. Ebbene, per rispondere, dobbiamo chiederci quale sia questa autenticità. È forse quella del Dioniso femmineo impegnato nel suo trionfo e compiaciuto di sé stesso nel farlo? E con tutti gli annessi e connessi (già illustrati nel precedente articolo)? È davvero difficile che sia così.
Ed allora bisogna guardare con grande equilibrio al Dioniso che funge effettivamente da paradigma del Cristo. Una volta, infatti, purgata di tutte le sue possibili impurità umane (che nemmeno Dioniso stesso aveva mai voluto; anche se, poverino, non sapeva che poi sarebbe venuto Nietzsche a contraddirlo), la religiosità da lui proposta non è affatto quella nietzschiano-titanica; e cioè quella della danza ebbra e ferina di uno schifa-uomini aristocratico-belva del pari del nostro Pio XIII.
Essa ci propone invece questo: il lasciarci invadere da Dio; l’essere ispirati profondamente da Lui; l’essere agiti da Lui da dentro; il mangiare davvero interiormente ogni giorno il suo Corpo e bere il suo Sangue; il sentire che siamo vivi solo e soltanto nel mentre la sua Presenza (sempre assolutamente silenziosa, invisibile e rispettosissima) circola negli interstizi tra le nostre cellule; il sentire che è Lui la Forza che ci spinge a resistere sempre, a lottare sempre, a sperare sempre, a sempre continuare a vivere qualunque avversità stiamo intanto vivendo; ed il celebrare il più possibile tutto questo insieme a quello e quelli che sono davvero alla nostra portata.
Ma questo per un solo scopo, e che Platone ha illustrato alla perfezione (meglio di tanti Cardinali e Papi), e cioè quello ritornare alla fine totalmente a Lui, al suo Corpo; che poi è quaggiù il vivere integralmente per il Bene, per il Giusto, per il Bello e per il Vero. Sapendo quindi oltrepassare con saggezza ed equilibrio qualunque forma di immersione, anche quella eccessivamente religiosa.
E soprattutto sapendo scansare qualunque tentazione titanica, perfino quella del santo-riformatore ad oltranza.
Bisognerebbe udire parole come queste per convincersi che si sta davvero parlando di autenticità religiosa, ossia di una religiosità davvero non istituzionale. E non mi sembra che parole come queste vengono correntemente affermate né da Papi pre-mediatici né da Papi mediatici. Anzi, il Papa mediatico sembra avere probabilità molto maggiori di farci dimenticare per sempre cosa sia davvero religione.
È vero sissignore che abbiamo bisogno di una radicalmente nuova religiosità. Ma questa non è affatto la risposta.

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Cosa c’è in questo film-serie tranne la certezza di successo, grazie agli ingredienti, presso gli spettatori di fictions? Ingredienti: l’estetismo dell’immagine (al massimo), il lezioso ed ammiccante divertissement satirico-ironico (al minimo).
Difficile rispondere alla domanda, per cui bisogna dire che questo film-serie evoca solo domande.
La prima di tutte: quale può essere il senso ultimo del prendere a motivo di spettacolo un oggetto così serio quantunque già di per sé compromesso? Serio o solo faceto? Sincero o solo calcolato? Meditativo o solo scurrile? Il sospetto è forte: che si tratti solo di «scrittura creativa»? Cosa in cui il gepgambardelliano Sorrentino è maestro, essendo così anche maestro del calcolo d’effetto.
In questo senso, di questo film-serie, hai visto un quarto d’ora e hai visto tutto.
C’è qui un oggetto scenico che rappresenti qualcosa, o vi è un oggetto scenico che rappresenta solo sé stesso? Insomma qui Sorrentino auspica un altro Papa, un’altra Chiesa ed un’altra religiosità, oppure solo si frega le mani per la ghiotta occasione del poterne mettere in scena le così ridicole ed atroci larve?
Cosa esattamente si è proposto Sorrentino, dato che, per il così particolare oggetto del film, dovrebbe ben essersi proposto qualcosa? C’è per davvero questo qualcosa, oppure, come lui stesso sembra suggerirci, qui c’è solo da scherzare con ciò che di per sé (ormai) non si lascia più prendere sul serio? Insomma cosa bisogna chiedersi qui: se si fa bene a chiedersi se c’è un senso, oppure se si fa male a farlo? L’arte, si sa, è arte. E non si discute, solo si gode!
A cosa serviranno mai le presenze provocatorie di attori della stridente contraddizione scenografica: il dandy effeminato e decadente Jude Law e la reincarnazione di Gep Gambardella, nell’Orlando-Vojello (pacco di pasta, o anche prototipo di certi sornioni e malefici baroni universitari partenopei di mia conoscenza)?
Che senso avrà mai questo Papa-Mussolini, che si sganascia come un venditore narciso USA, questo dandy-titano, questo perfezionista ironico della perversione cinica, questo schifa-uomini e edonista dell’opulenza ottimamente accolta? A cosa mai servirà questo raffinato ed elegante tiranno e raffinato cultore di aforismi velenosi da Voltaire a Nietzsche? Questo Papa della preghiera-sfottò e della confessione come psicodramma a sorpresa. Questo Papa con sigaretta, raffinato cultore della canettiana malvagia arte del potere (gatto che gioca col topo). Questo Papa dell’estenuato gesto effeminato ad effetto. Questo Papa il cui infinito divertimento (“…ma scherzo!”) sarebbe occuparsi della mondanità adulante le stupide masse.
E dovrebbe avere un senso il Vojello contemplante in ginocchio la Grande Madre? Gli abiti e cappelli immacolati leziosamente fasciati d’oro, tutti morbida e sensuale haute couture? Una Roma-Vaticana le cui campane a distesa colgono sul fatto prelati col culo da fuori o sul bidè? Una Roma-Grande-Bellezza cosparsa di una patina tanto roseo-dorata quanto marcia? L’ambientazione dannunziana per una profondità teologica del solo inciucio?
E che dire poi della suora-diane-keaton-woodyalleniana, che pure lei fuma, e che giura e spergiura che ‘sto gran fdp è “un santo”? E le sparate del Papa che senso hanno: – “Cosa abbiamo dimenticato?”, grida dal fatidico balcone. E giù battutacce da adolescente. “La mia coscienza non mi accusa di niente!”, sussurra estenuato in confessione (“…ma scherzo!”). E giù profondità meditative farsesche accompagnate dal solito malinconico violoncello. “Io non credo in Dio”. E giù schiaffi in faccia al povero confessore (“…ma scherzo!”).
Insomma cos’è mai questo? Una critica alla Chiesa, o un divertirsi un mondo (pensando intanto alle tasche) con la critica alla Chiesa come fonte di audience?  Cos’è insomma questo Vaticano che un napoletano verace (via Sandomenico, Vomero) si è andato a guardare come lo guarderebbero americani ammaliati da una Roma felliniana?
Cosa dovremmo farci con questo oltre che sorbircelo da pubblico pecorone? Guardar dietro (tra gli scheletri nell’armadio) per poi poter guardare fuori con lo stesso cinismo dei protagonisti? Rileggere la riforma papafranceschiana attraverso un Papa che fa ridere e piangere? Restare sospesi tra lo sbellicarsi di risa e cadere in ginocchio davanti all’incomparabile genio? Pio XIII, al secolo Lenny Berardo, o Paolo Sorrentino ipse?
Insomma cosa che ne facciamo di questo in un modo già desacralizzato a sufficienza, e così spesso proprio per mano di coloro che dovrebbero sacralizzarlo? Oppure, lo ripeto, non dobbiamo farcene nulla, e quindi solo godere e stare zitti? Ed ammesso che comunque dobbiamo farcene qualcosa, questo Young Pope amerecano (Sorrentino ipse?) da cosa ci vorrebbe-dovrebbe liberare? Dai pregiudizi bacchettoni del cattolico formalista? Dal cinismo religioso di cui siamo vittime e complici? Da un qualche background teologico-metafisico che ci hanno lasciato studi umanistici ammuffiti e perdutamente italici, e che la ricetta yankee-sorrentiniana (dell’uomo della strada e selfmademan, entrambi puri peer definizione) manderebbe finalmente in pensione?
O forse di una falsa fede ed esperienza religiosa? E basterebbero forse per questo i quadretti intimistico-mistici (con tanto di luci divine pioventi dall’alto) nei quali, insieme al prete santo, il Papa-Fellone si fa finalmente seriamente meditativo? Basterebbe solo questo, in mezzo a tanta cura per l’immagine fine a sé stesse e per la satira di sicuro incasso?
Suvvia, siamo seri! Perché in mezzo a tutto questo bisogna pure in qualche punto esserlo.
E chiediamoci allora se qui, oltre il puro spettacolo, ci sono anche la profondità di pensiero e la sensibilità religiosa che ci dovrebbero essere.
Insomma cosa dovrebbe lasciarci questo film-serie? Oppure davvero non dovrebbe lasciarci nulla, ma solo un estasiarsi pecorone davanti a tanto sfarfallare danzante dionisiaco-shivaico sul cadavere putrefatto e maleodorante della teologia e della religione?
Lei è omosessuale eminenza?” “Si, Santo Padre!”. Dio mio, la ricetta è antica e scontatissima: sana liberazione psicanalitica dalla sovrastruttura religiosa, ed anche sanissimo outing.
Great, very great, Sorrentino.

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Innanzitutto non può esservi dubbio che Capalbio è l’Italia, anzi l’Europa, anzi l’Occidente intero.
Le restrizioni ideologico-politiche non c’entrano molto, dato che ciò che emerge è ben più generale nel senso di radicalmente umano. È del resto del tutto ridicolo aspettarsi che l’«essere-di-sinistra» metta in qualunque modo al riparo da questa così radicale dimensione, esentando così dal poter assumere posizioni definibili come «xenofobe». E ciò implica poi che anche queste ultime sono in definitiva radicalmente umane, e pertanto molto difficili da inquadrare in senso politico-ideologico. Tra poco cercherò di fare chiarezza proprio su questo. Per ora va detto solo che è del tutto naturale che posizioni xenofobe siano presenti in tutti gli individui di qualunque comunità, e del tutto indipendentemente da sovrastrutture ideologiche (di tipo etico-politico o etico-religioso).
Ora, però, che di fronte alle prese di posizioni collettive di Capalbio, ci sia da vergognarsi, questo è più che certo. Il problema è solo di cosa dobbiamo davvero vergognarci. Non certo del fatto che queste prese di posizione siano state assunte da uomini di sinistra. No! La questione è ben altra. E di essa (come ho già scritto) possiamo avere la tangibile percezione non appena usciamo di casa. E molto più se viaggiamo.
L’altro giorno, cercando la fermata di un autobus regionale nei pressi della Stazione Centrale di Napoli, l’ho trovata trasformata in un ricovero per migranti. Una sorta di casa con tanto di materassi e piccole suppellettili. Mancavano solo i mobili. Ovviamente a nulla vale chiedersi perché in questi casi non intervengano le forze dell’ordine presenti in loco in modo davvero ingente.
Insomma, prima ancora che tentiamo di rispondere alla domanda circa il «di cosa dobbiamo vergognarci?», dobbiamo rispondere alla domanda circa il «da cosa mai vogliamo difenderci?». Ma qui non è affatto in questione in primo piano la legittimità della difesa territoriale (sulla quale si è espresso recentemente a muso duro Salvini). Infatti è del tutto artificiosa, teorica e non poco ipocrita, la costante sollecitazione da più parti (papa Francesco compreso) alla generosa rinuncia delle comunità nazionali all’auto-difesa. Essa viola in realtà una tendenza assolutamente naturale che è propria della più elementare biologia umana (e che qui si sovrappone davvero decisamente a quella animale). E non a caso, quando quest’ultima viene dimenticata ad arte dalla politica e dall’etica, poi sempre si vendica in modo viscerale, assumendo proporzioni mostruose e divenendo poi travolgente.  In altre parole la responsabilità per le derive populiste-xenofobe delle società minacciate da forti ondate migratorie va imputata, prima che a chiunque altro, proprio alla retorica anti-xenofoba. Pertanto, tutto ciò è quanto sta mettendosi poco a poco in modo adesso. Ed a nulla vale indignarsi e protestare. Tutto dipende infatti solo dalla portata del fenomeno. Il quale può ancora consentire il lusso di ogni possibile retorica solo finché resta entro certi limiti. Quando invece questi limiti vengono superati (cosa sempre certa), allora la biologia prende decisamente il sopravvento sull’etica politica; ed allora la retorica viene comunque spazzata via. Per quanto prima possa essere stata impiegata con mano generosa e con ampia condivisione.
Dunque questo è il punto. Ed allora il punto (come ho già scritto) sta dentro la nostra società (così come sta anche dentro noi stessi) e non invece fuori di essa. Sta pertanto proprio qui la risposta al «da cosa mai vogliamo difenderci?» ed anche al «di cosa dobbiamo vergognarci?».  Dobbiamo vergognarci del fatto che, in Europa ed in Occidente, negli ultimi decenni, siamo a poco a poco scivolati verso un assetto sociale così iperplasico ed ipertrofico da essere ormai insostenibile. Insostenibile oggettivamente, e cioè in forza di certo teorico ideale di società. Per noi questo ormai mostruoso assetto sociale è insostenibile in eccesso, nel senso della totale degenerazione edonistico-consumistica dell’esistere. Per gli altri (i potenziali migranti), esso è insostenibile in difetto, e cioè nel senso di una sproporzione sempre inaccettabile tra il loro livello di esistenza ed il nostro. Laddove però il nostro è stato da noi di fatto presentato come quello ideale (mentre non lo è affatto!) Ed è esattamente a tale ideale che si appellano i disperati desideri dei migranti.
In altre parole siamo noi i motori generatori della migrazione, e non le guerre e le penurie di quei luoghi.
Intendiamoci, queste ultime esistono per davvero e spesso sono davvero disastrose e terribili. E tuttavia la migrazione non solo non viene sempre spiegata da esse, ma soprattutto non ne viene spiegata nel suo spirito profondo. Che è molto semplice: – essa è stata scatenata dalla sensazione di avere troppo poco rispetto allo standard ideale parossistico da noi generato. In altre parole chi possiede una casetta ed un podere per sfamarsi non è affatto povero in assoluto. Lo è però senz’altro se, in queste condizioni, si misura con le immensamente più alte possibilità alla portata di una famiglia europeo-occidentale.
Ebbene tutto questo corrisponde ad un del tutto nuovo e rivoluzionario ordine di valori da noi stessi introdotto e sviluppato. Si tratta della svalorizzazione in generale di tutto ciò che è località dimessa ed oscura – come se essa fosse vergognosa ed inaccettabile, e quindi altamente umiliante. Ciò da cui vogliamo difenderci è pertanto proprio la fame da benessere ipertrofico e sopra le righe che noi stessi abbiamo alimentato per sfuggire al disprezzato grigiore dei piccoli luoghi. Ciò da cui vogliamo difenderci è il fuoco divoratore al quale noi stessi ci siamo consegnati consacrando ad esso le nostre vite e permettendogli così di fare terra bruciata di tutto ciò che era semplice, tranquilla, ordinata, e soprattutto leggiadra, stasi.
E sempre da ciò discende cosa dobbiamo intendere per «vergogna».
La vergogna che si dovrebbe avere è questa: –  noi in realtà non abbiamo alcun diritto di difenderci da tutto questo, e semplicemente perché noi stessi lo abbiamo voluto. Chi semina vento, sempre raccoglie tempesta. Ebbene, se finora avevamo raccolto i frutti solo apparenti (ed illusori), ora è arrivato invece il momento di raccogliere quelli reali e definitivi. E non possiamo dunque in alcun modo far finta di essere le vittime del fenomeno. Le ondate migratorie (come già dimostrò Tolstoj in Guerra e pace) non costituiscono affatto un fenomeno metereologico e quindi naturale. Non si tratta affatto della Natura ferina accusata la Leopardi, ossia quella dalla cui offesa, se solo potessimo, avremmo ben ragione di difenderci. No! Si tratta invece di un fenomeno socio-politico e socio-economico, e quindi di un prodotto umano. E noi ne siamo peraltro triplamente responsabili perché lo abbiamo impersonato e voluto con tutte le nostre forze. Anzi la nostra intera ideologia dei «diritti civili» (null’altro, oggi, che una teoria del diritto al consumo illimitato) è frutto di tale prepotente afflato.
È pertanto lampantemente immorale, che, qualunque siano i motivi da noi accampati, noi pretendiamo di tener lontani i migranti solo e soltanto perché vogliamo mantenere intatte le isole dorate nelle quali imperterriti (in un mondo ormai sconvolto) crediamo ancora di poter consumare tranquillamente i riti consumistico-edonistici delle cosiddette «vacanze estive». Riti consumati in luoghi immorali sempre, che essi siano volgar-berlusconiani o raffinato-dalemiani.
Ed allora abbiamo la decenza di starcene semplicemente zitti. Che siamo di destra o di sinistra! Noi tutti abbiamo voluto tutto questo; e continuiamo anche a volerlo imperterriti, mettendo davanti alle atroci evidenze il paravento della nostra stupidità. Non a caso molto prossima da questa voluta inconsapevolezza è l’insopportabile quanto stantia retorica del Presidente Mattarella al raduno di CL. Che si affatica anch’essa intorno ai leggendari «ponti». Non c’è bisogno di alcun ponte! Perché la storia, quando diventa travolgente, dei ponti se ne infischia. E più ancora dei loro così inani costruttori. Smettiamola dunque con queste così superflue tirate e piuttosto sopportiamo virilmente ciò che dobbiamo sopportare, ma nel riflettere gravemente sulle relative cause. Stiamo insomma vivendo decisamente negli stessi tempi in cui vissero Ambrogio ed Agostino.
Non ci resta dunque altro che subire. Almeno finché l’ondata di piena non tracimerà, e del tutto giustamente spazzerà via questa nostra ormai così esangue civiltà. Della quale la storia decisamente non sa proprio più che farsene. Attendiamo allora serenamente l’inevitabile, e cioè il momento in cui la biologia prenderà il sopravvento. Momento questo in cui tutto ciò che ora è ancora sociale, politico ed economico, dovrà divenire ahimè militare. Sarà tristissimo e dolorosissimo, ma non potremo sottrarci. Ci sarà infatti da difendere l’essenziale e non più il superfluo. E nessun uomo si è mai tirato indietro davanti a questo così basico richiamo.
Del resto questo non è altro che ciò che accadde davanti alla marea delle armate hitleriane. Per quanto sia terribile, vi sono momenti in cui la pace non può essere conservata senza rendersi complici delle più atroci ed immonde ingiustizie. È terribile ed è anzi pure vergognoso. Ma è una vergogna di cui ci si deve macchiare. Per evitarla, infatti, ci si sarebbe dovuto pensare molto molto prima. E soprattutto lo si sarebbe dovuto fare privandosi sacrificalmente di qualcosa. Noi però non l’abbiamo voluto fare. Anche in questo caso da destra come da sinistra. La logica buonista non è infatti per nulla meno colpevole di quella oltranzista.
Quello che è certo è che saremmo dovuti essere così saggi ed umili da continuare a cercare una piccola ed umile felicità nei piccoli ed oscuri luoghi in cui il destino ci aveva dato di nascere. Ma invece, disprezzandoli ed abbandonandoli, abbiamo voluto mettere in moto un inesorabile volano esponenziale. Ed eccoci davanti ai suoi mostruosi frutti.
Ora, o uomini d’Europa e d’Occidente, cosa mai vogliamo?

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Credo che, nel confronto tra Occidente e terrorismo islamico si stia ripetendo ciò che è avvenuto, dopo la Prima Guerra mondiale, nel confronto tra incipienti Totalitarismi di destra e Democrazie.
I primi nascevano in buona parte come reazione della consapevolezza occidentale contro alcune forze distruttive: – 1) la scienza tecnologica; 2) l’utilitarismo edonista ed anti-religioso del capitalismo; 3) la spinta rivoluzionaria. Tutte forze, queste, che minacciavano di dissoluzione la millenaria Civiltà occidentale. Dunque, giusti o sbagliati che fossero lo spirito e le forme della loro lotta reazionaria, fatto sta che i Totalitarismi si battevano per la difesa ed il ripristino dei valori minacciati dalle forze in atto.
Lasciamo stare, per ora, la natura positiva o negativa di tali valori. Fatto sta che con certezza essi erano ciò che erano in quanto espressione dell’ordine politico-sociale al quale erano funzionali. E qui bisogna sottolineare anche che la relazione tra valori ed Ordine è un sotto-fenomeno del fenomeno del manifestarsi stesso della più suprema Verità nel contesto della struttura politico-sociale.
Bene, per cosa si battevano invece le Democrazie? Si dirà che si battevano anch’esse per una serie di valori: – libertà, eguaglianza, solidarietà (o fraternità), modernità e progresso. Ed indubbiamente questi sono gli stessi identici valori per i quali oggi l’Occidente si batte contro l’Islam terrorista. Tuttavia che il fatto che questo non sono per davvero di valori, viene denunciato in modo chiarissimo da un solo e semplicissimo elemento: – essi non stavano e non tsanno in relazione ad alcuna forma di Ordine. Anzi stanno invece in chiara relazione con il disordine inteso come ordine. Essi sono insomma valori del Caos. In nome di essi infatti la società dovrebbe rinunciare a qualunque forma rigida (struttura statica e stabile) e dovrebbe invece distendersi in un movimento perpetuo di tipo propriamente liquido – caratterizzato non solo da un’estensibilità infinita nel senso dell’informe, ma anche dal fenomeno del continuo ed illimitato flusso e riflusso. Nulla qui deve stare fermo, e dunque tutto deve essere possibile. È evidente che, a fronte di tutto questo, ci troviamo chiaramente di fronte a «disvalori», e non invece a «valori».
Ora, una volta che prescindiamo anche dalla natura dell’Ordine al quale i valori si presentano legati (è del tutto chiaro che esso può essere anche del tutto negativo, come accade in un Ordine del terrore!), avremo il profilarsi di due fronti che risultano contrapposti in modo abbastanza chiaro: – da un lato abbiamo dei valori, e dall’altro lato abbiamo invece dei disvalori.
Una volta chiarito questo possiamo porci di fronte al fenomeno del confronto odierno tra Occidente e terrorismo di marca islamica.
Ebbene, ogni volta che c’è un attentato islamico possiamo constatare con quanta decisione da più parti si proclami che «…non permetteremo loro di distruggere i nostri valori… i valori in cui crediamo». Ma di quali valori si parla e dove sono mai questi valori? Dopo i chiarimenti offerti prima possiamo facilmente rispondere a tale domanda. Infatti, pur con tutto il rispetto per le culture espresse nei relativi luoghi, si vuole forse dire che la sala attesa di un aeroporto, una spiaggia estiva, una discoteca gay ed una sala per concerti rock sono per davvero posti nei quali si affermano e difendono valori? È ovvio che no. Ed infatti tali luoghi divengono fucine e serbatoi di valori solo e soltanto nel contesto della retorica impiegata per commentare il loro essere stati oggetti di attacchi terroristici. In qualche modo si vogliono così onorare i morti, e questo è anche perfettamente comprensibile e giustificabile. Tuttavia si afferma una grande falsità. La gente infatti non va di certo in questi luoghi per affermare e difendere valori, ma ci va invece solo e soltanto per divertirsi. Ed in alcuni casi è decisa anche a divertirsi in modo più o meno trasgressivo; e cioè non solo andando in modo volontario contro alcuni valori ma anche rivendicando con forza il diritto di farlo in piena libertà. In altre parole l’affermare che in luoghi come questi si gode della libertà (in quanto vi si pratica il diritto all’espressione di culture non sottoposte ad alcun controllo repressivo), non implica affatto l’affermare che essi sono luoghi di manifestazione di valori. E si direbbe che è soprattutto contro questa retorica che è diretta la critica violenta esercitata dal terrorismo. La quale, a questo punto, sebbene paradossalmente, appare essere non poco giustificata. Dato che però la giustificazione riguarda l’essenza della critica, e non invece le sue forme, allora appare chiaro anche che colpevole di questo paradosso è proprio la retorica libertaria occidentale.
Mi sembra che in tal modo le cose stiano in maniera almeno molto più chiara di quanto le fossero all’inizio di tale riflessione. Ed il motivo di ciò è del tutto evidente: – ci troviamo qui fuori di qualunque retorica.
La domanda che insorge, allora, è se davvero sia necessaria la retorica per controbattere il terrorismo.
Di qualunque marca esso sia. Da quanto abbiamo appena visto, la retorica si rivela affetta dal grave svantaggio di occultare la verità. E ciò, di per sé, non può che essere fortemente negativo. C’è però qualcosa di più. Perché forse non è affatto un caso che gli attentati terroristici islamici suscitino nei politici occidentali l’esigenza di fare retorica. Tale retorica menziona infatti proprio i valori. Ma siccome essa è fatalmente falsa, allora anche denuncia, svergogna e tradisce sé stessa. Essa dimostra insomma la fatale falsità del discorso occidentale proprio laddove essa non dovrebbe sussistere, e cioè laddove il suo oggetto sono i valori. Ed i valori, comunque stiano le cose, sono sempre espressione di una Verità. Ebbene il rivelarsi di tale falsità, ed anche perfino le stesse forme mediante le quali essa si rivela (quella di una tragica ed insieme patetica auto-denuncia), sono un evidente segno di debolezza. Ora, a cosa si punta in primo luogo nel contesto di una strategia bellica, se non proprio al fare emergere la debolezza del nemico? Ancor più se essa stessa si copre di ridicolo e di vergogna!
Mi sembra allora chiaro che il nostro cianciare del tutto a vanvera di «valori occidentali», nel momento in cui subiamo l’attacco del terrorismo islamico, non solo non impressioni affatto il nemico ma anzi perfino lo rallegri. Dato che la nostra reazione era esattamente ciò che esso voleva ottenere. Il che rivela la situazione disperata in cui ci troviamo ed inoltre ci copre di ridicolo. Ma il punto sta proprio nella situazione disperata che in tal modo viene alla luce. Il che significa che la lettura di tale complessivo fenomeno conosce un orizzonte molto più vasto ed anche ben più significativo. Perché il nostro così patetico e disperato appello a valori del tutto falsi, e cioè a disvalori, lascia emergere il vero e proprio disastro costituito da quello stato di degenerazione della nostra società (e soprattutto Civiltà) il cui nucleo è proprio la tragica assenza totale di qualunque genere di valore. Cosa che denuncia poi ovviamente il fatto che la nostra non è affatto una Civiltà; e ciò in quanto essa non costituisce affatto un Ordine, ma invece solo un Caos.
Dunque la retorica anti-terroristica fallisce ancora più miseramente laddove essa perde la preziosa occasione di approfittare dell’attacco terroristico islamico nell’unico aspetto in cui esso si presenta come benefico, e cioè nel mettere in luce quanto drammaticamente vitale sia il nostro bisogno di valori. Questo è insomma l’aspetto più drammatico ed insieme ridicolo della faccenda.
A questo punto non resta allora che soffermarsi sulla natura dell’Ordine che viene invocato con la spinta polemica al ripristino dei valori. Ebbene, al di là del Cristianesimo, noi occidentali siamo in questo davvero bene equipaggiati. Alle radici della nostra cultura vi è stato infatti quel pensiero di Platone che come non mai indica i modi mediante i quali può essere eretto un Ordine di natura positiva (e non invece solo negativa), ossia un Ordine totalmente fondato sul Bene quale Giustizia. E questo non configura assolutamente un Totalitarismo, sebbene revochi la giustificazione di qualunque forma di dissoluzione della società e della civiltà. Inclusa, ovviamente, quella sollecitata dallo stesso terrorismo.
È insomma proprio qui che dovremmo guardare per trovare quei valori di cui avremmo assoluto bisogno.
Ebbene, per quanto possa sembrare strano, il terrorismo islamico è esattamente la chance storica che ci viene offerta per rivolgerci finalmente a quest’opera. Dunque è una pura perdita di tempo, se non una bestemmia, il blaterare invocando contro il terrorismo dei valori che o non ci sono o sono del tutto distorti.
Semmai dovremmo invece cogliere l’occasione e fare ciò che la Necessità, sotto le vesti della storia e della politica, ci sta chiedendo di fare.
La lotta contro il terrorismo è in realtà lotta contro noi stessi.

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Non ci capisco un acca di calcio, e non avrei nemmeno visto la finale se non avesse giocato il Portogallo. Questo paese è infatti un po’ la mia seconda casa, e così molti fili d’amore mi legano ormai ad esso.
Per questo, dopo la grande vittoria, permettetemi gridare a squarciagola: «Viva Portugal!».
E permettetemi anche di fare un pò di epos nazionale. Becero, arbitrario e fuori luogo quanto si vuole, ma comunque almeno oggi legittimo. Permettetemi di farlo solo oggi, il giorno dopo la vittoria. Prometto che non lo farò più.
Dunque, signori, giù il cappello davanti all’onore ed alla gloria di Portogallo. E tutti in ginocchio!
A parte l’inno nazionale («Às armas, às armas. Sobre a terra e sobre o mar!»), troppo marziale e fiero come tutti gli inni, quello di «Viva Portugal!» è un grido ben diverso. Lo è perché nobile ed antico in quanto popolare. Esso, infatti, è sempre fuoriuscito non tanto dalle canne dei fucili e dei cannoni, ma invece molto più dal profondo dei cuori. Da un luogo di passione ed amorosa gratitudine. Esso proruppe nelle gole dei meticci nel nord est del Brasile che diedero la loro vita alla così remota patria ultramarina, resistendo all’invasione olandese per poi sbaragliarla. Fu gridato a Buçaco quando le truppe portoghesi sbarrarono finalmente la strada allo strapotente ritorno trionfale di Junot. Ed infine aleggiò anche sopra i garofani della rivoluzione di Aprile.
Più che un violento grido di guerra esso è dunque sempre stato un grido d’amore, di riscossa dall’umiliazione e di ritrovamento di orgoglio. L’orgoglio di un popolo che non è certo mai stato privo di motivo. A parte le Descobertas, già gli antichi Lusitani furono il nerbo dell’esercito a lungo vittorioso di Annibale. E l’eroe popolare Viriato fece passare a Roma davvero un vero pessimo quarto d’ora durato 18 anni.
Ma chi sono ora i portoghesi che gridano il loro orgoglio a fronte delle strapotenti ed arroganti armate calcistiche francesi? Che come Junot erano scese in campo per vincere senza fallo.
Non si può proprio evitare di dirlo: – siamo tutti noi sud-europei!
Come poteva allora non essere irresistibile il moto di solidarietà che, tra le squadre in campo, faceva ad alcuni di noi scegliere per quale delle due tifare? Io personalmente non ho avuto esitazioni. Da un lato l’alterigia irruente ed imperialista degli Bleus, e dall’altro lato la decisione lusa a vendere cara la pelle, a non piegarsi, a resistere, per poi andare alla riscossa. Nonostante la propria inferiorità.
Era un sogno, e tale è stato fino alla fine. Fino a quel gol di Éder (Edersito). Gol che, più ancora che dal suo piede, usciva dal profondo dell’anima di chi tifava per il Portogallo pur non essendo portoghese.
Era un sogno, e la sua forza indomabile si mostrava già quando Cristiano Ronaldo cadeva per non alzarsi più. Forse questo è stato solo il frutto di una crudele combinazione del caso, Ma comunque, anche se prodotto della porca volontà del destino, e non di quelle di Payet e Dechamps, l’atto sembrava troppo sleale, animale, sporco e spregevole per non dover essere punito da un contro-destino ben più puro e giusto. Inevitabile arrivare a pensare ad una sorta di divina Nemesis, ma in realtà si trattava solo del più puro e pulito spirito della vittoria. Quello che a volte si insinua nelle pieghe sudice delle leggi ferree e crudeli del mondo per mettere le cose come esse devono stare. Inevitabile correre con il pensiero al divino «dover essere» platonico. E mi si perdoni di nuovo l’iperbole retorica.
È stato questo alito purissimo e leggerissimo ciò che ha soffiato sulle teste e sulle gambe dei giocatori portoghesi per tutto il tempo. Mentre resistevano ostinati ed eroici alla strapotenza arrogante dei francesi, non mancando però di far loro assaggiare di tanto in tanto l’aculeo della forza indomabile.
Finché non è giunto il gol. Liberatorio come tutti i gol, ma questa volta molto di più. Perché tanto improbabile esso era stato, quanto era stato desiderato con tutte le proprie forze da tutti coloro che erano intanto entrati nel ritmo pulsante di sangue delle vene luse. I tifosi sugli spalti gridavano la loro gioia liberatoria ed il loro orgoglio di razza ormai non più irretito da alcun umiliante destino.
Ma dall’altro lato, stretti con loro, c’eravamo noi, i non-portoghesi, gli europei del sud. Tutti coloro che, volenti o nolenti e più o meno consapevoli, dovevano avvertire in questa partita molto più che un evento calcistico. Il gol ha tolto gli argini a tutti questo, liberandolo e facendolo esplodere e tracimare.
Ora fuori la Francia e fuori anche la Germania!
Anni, anni ed anni di umiliazioni e malversazioni in un’Europa nord-europea che ha voluto essere solo una gabbia d’acciaio burocratica delle peggiori. Anni, anni ed anni di cedimenti e rinunce di tanti alla propria identità di storia, di terra e di popolo. Anni, anni ed anni, soprattutto, di rinuncia al vero e più puro ideale europeo. Quello politico, disinteressato, nobile. Non quello gretto, micragnoso, stupidamente inflessibile, calvinista e feroce, che ci è stato imposto dalle Panzerdivisionen tedesche mimetizzate da banche. Le quali ieri, incredibilmente, hanno invaso e combattuto sotto le insegne francesi ed alle note dell’inno della Rivoluzione.
È la vittoria, finalmente, contro tutto questo, la vittoria che fa gridare dal balcone con quanto fiato si ha in gola: «Viva Portugal e onore e gloria al grande popolo luso!». È un grido di liberazione, un grido di abbraccio gioioso e di affratellamento pieno di gratitudine e speranza. Il Portogallo ci ha finalmente tolto lo scuorno dalla faccia. Il Portogallo ci ha vendicati e riscattato. Ha lavato il nostro onore. Ha vendicato e riscattato tutta la povera gente che in Grecia è morta di fame e si è buttata dalla finestra. In nome degli sporchi soldi, della micragna tedesca e delle scartoffie puzzolenti di Bruxelles, ed in nome dell’egoismo degli altri europei che giravano la faccia dall’altra parte.
Il Portogallo della nobiltà eroica ci ha fatto ritrovare la nostra dignità da tempo perduta. Il Portogallo della nobiltà eroica ci ha fatto ritrovare il vero senso della parola «Europa».
Non a caso il professore lisboeta al quale ieri scrivevo il mio entusiastico «Viva Portugal!», mi rispondeva: «Viva Italia! Viva Espanha! Viva Grecia! Viva Portugal!».
È nobile e valoroso il Portogallo! Come era sempre stato, anche se sotto le vergogne che tutti noi popoli del Sudeuropa in fondo condividiamo: – l’infingardaggine levantina, le varie «caixas dois» (per truccare i guadagni), la proterva corruzione individualista e senza scrupoli.
Il Portogallo nobile e glorioso ci fa guardare in faccia a noi stessi, alla nostra vera identità, alla vera fonte e natura del nostro orgoglio di eredi della grande civiltà greco-romana ed ispanico-atlantica.
È una nobiltà, questa, che ora è lì a nostra disposizione.
Spuntata di nuovo del tutto inattesa, per miracolo e per caso in una stupida sera di luglio. Spuntata come un leggiadro e delicato fiore, dopo una stupida partita di calcio e dopo uno stupidissimo gol. Non possiamo non impossessarcene.
E perciò gridiamo «Viva Portugal!» con quanto fiato abbiamo in gola.

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Si, forse è vero quello che si dice : – non c’è bisogno di un esercito per fare ciò che i terroristi hanno fatto e vanno facendo! L’attacco è dunque semplicissimo. Ma non lo stesso, pare, si dovrebbe dire per la risposta che ad esso si dovrebbe dare. Almeno così si dice. Infatti lo slogan che gira sui media tende a voler rendere complessa e soprattutto sottile la nostra percezione della minaccia militare dell’Isis, così come la risposta da dare ad essa. Affidando così il giudizio sui fatti a riflessioni diverse da quelle che vengono ritenute troppo becere, grossolane, superficiali ed infine soprattutto inutili e controproducenti. E con queste ultime riflessioni si intendono certamente quelle dell’uomo della strada, il quale di fronte ad una minaccia militare tende spontaneamente a pensare in modo appunto militare.
C’è naturalmente da chiedersi se questo genere di uomo (senz’altro un «libero pensatore» nella sua spontaneità) esista ancora per davvero, in tempi di formattazione intellettuale come quelli attuali.
Ma facciamo finta che esista. È evidente che, dal sofisticato punto di vista appena illustrato, quest’uomo semplifica troppo, e precisamente nel senso dello sfrondare l’eccesso di complessità per andare all’essenziale. Come però senz’altro si deve in casi di emergenza. Dato che l’eccesso di complessità sempre paralizza. Sta di fatto che comunque le opinioni di quest’uomo godono pessima stampa.
Eppure possiamo essere davvero certi del fatto che il gettare acqua sul fuoco (facente appello alla sottigliezza del giudizio e della reazione), che svalorizza tale opinione,  davvero costituisca una risposta migliore di quella che intanto si vorrebbe scongiurare? Risposta ritenuta infatti troppo rozza ed inadeguata.
Al pensatore verranno qui immediatamente in mente le considerazioni di Machiavelli ed Hobbes. E più recentemente anche quelle di Max Scheler (Politica e morale). Ma soprattutto devo qui ricordare che, «nazista» o meno che sia stato (in qualche modo lo è stato di certo), Carl Schmitt ci aveva dato già nel dopoguerra (La teoria del partigiano) le coordinate per muoverci in questo vero e proprio pantano. Ed esse sono oggi più che mia valide.
Dunque, la semplicissima verità di riferimento enunciata dal pensatore è la seguente : – il nemico «interno» è per definizione il più forte in quanto dispone di un’arma davvero invincibile. Tale arma consiste nel poter contare in modo certissimo con la debolezza costituzionale dell’avversario (oggi colui che cerca di difendersi dal terrorismo). E tale debolezza consiste proprio nella nostra generale tendenza ai devastanti e paralizzanti «distinguo». Che è poi proprio il «sottil-pensante» gettare acqua sul fuoco della spontanea tendenza a difendersi in modo davvero deciso. Chiamiamolo anche «buonismo», oppure «garantismo».
Ebbene io credo che, finché i terroristi sapranno di trovarsi sempre e comunque davanti a questo genere di reazione, non avranno mai alcun vero motivo per preoccuparsi. Infatti il loro successo sarà sicuro. Possiamo quindi moltiplicare a volontà analisi e proclami perfino roboanti. Ma nulla cambierà mai se essi resteranno nei limiti del tutto prevedibili della retorica democraticista e garantista appena descritta. Qualunque grido di guerra lanciato in questo linguaggio sarà infatti sempre un miserando e patetico belato. Che ovviamente non farà paura proprio a nessuno.
Ma sta di fatto che quella che siamo vivendo è indubitabilmente una guerra. Anche se noi facciamo di tutto per far finta che essa non sia stata mai dichiarata. Ne va infatti del poter continuare a condurre la vita dissipata che ci sta più a cuore. Vita che esige lo status almeno apparente della «pace». Ordunque, ogni guerra ha un nemico, che lo si accetti o meno. Ed ogni nemico si combatte per davvero solo e soltanto incutendogli paura, anzi terrore. Nessun esercito all’assalto, per quanto composto di soldati valorosi, ha la minima chance di vittoria se non incute paura al nemico. Insomma, come da sempre si  sa, «à la guerre comme à la guerre!». E quindi smettiamola una buona volta di belare e piagnucolare. Non diciamo che, di fronte alla minaccia terrorista, dobbiamo continuare a vivere come viviamo (cioè come se niente fosse) non permettendo così che il terrorismo «cambi il nostro stile di vita». Dire questo significa non aver compreso davvero il senso profondo degli eventi. Perché il nostro stile di vita è improntato esattamente a quella debolezza rilassata, viziosa e corrotta che è proprio quanto nel nemico eccita il disprezzo e la conseguente voglia di combatterci, schiacciarci ed annientarci. E bisogna dire che lo meritiamo non poco! Del resto è proprio su quest’indignazione che si basa buona parte della certezza di vittoria del nemico. Voler vincere contro un nemico spregevole è infatti del tutto spontaneo. Dunque addirittura fonte di gioia.
Pertanto anche questo nostro appello ad una sorda normalità ha pochissimo di fiero, ed è quindi solo un patetico belare. Il belare del gregge che, alla vista del lupo, fa semplicemente come se non ci fosse. E così si illude di poter continuare a riempirsi la panza e poi deliziosamente scorreggiare e defecare. Che spettacolo indegno! No, occorre ben altro. Noi dobbiamo avere finalmente il coraggio di urlare proprio questo : – «Noi non abbiamo paura di voi, e ve lo dimostreremo proprio non continuando più a vivere come abbiamo fatto finora, cioè come larve e ‘fuchi’ (Platone, Repubblica). Invece ci leveremo come un sol uomo, come un unico esercito in armi e pronto a combattere. Ci leveremo per uccidervi! Non vivremo più per la pace ma per la guerra». Guerra però non contro l’Islam, ma contro il terrorismo islamico. Così come contro qualunque altro terrorismo. E così come contro qualunque nemico. È solo questo e nient’altro. Ed è estremamente semplice. Becero, grossolano, rozzo, brutale, poco strategico quanto si vuole. Ma è vero, e dunque autentico. E solo l’autenticità riscuote davvero credito. C’è dunque da giurare che proprio solo questo farebbe finalmente tremare ed esitare il nemico. E dunque solo così le sue armate segnerebbero il passo e forse per la prima volta arretrerebbero. Finora non è mai successo, nonostante quella roboante «prevenzione» da cui ci aspettiamo tutto. Che significa ancora una volta continuare tutti a fare i nostri porci comodi, mentre intanto  i professionisti si incaricano di combattere. Oggi quei muscolosi Rambo, sofisticatissimi, armati fino ai denti e strapagati. Eh no, no che non funziona! Toynbee (Il mondo ellenico) ce l’ha mostrato mostrandoci le fiere ed agguerritissime Legioni romane schierate invano ai confini dell’Impero, e composte appunto da questo genere di professionisti. La loro sofisticazione stessa era ed è il segno più chiaro della debolezza corrotta di ciò che inutilmente tentano di difendere. Dunque i legionari e rambo sono solo dei giganti con le gambe di argilla e con le viscere di burro. Non hanno dietro alcuna forza, alcun credo, alcuna luce. Solo una buia e lercia corruzione.  Ed i nostri  nemici lo sanno benissimo.
Così non vinceremo mai, nonostante i proclami ipocriti ed irresponsabili dei nostri politicanti. Vinceremo invece solo diventando un solo popolo in armi. Nessuno può vincere contro un popolo in arme. Perché il nemico allora saprà che potrà ucciderne 10, 100, 1000, un milione. Ma altrettanti si leveranno, con sete di vendetta ancora più grande e devastante, per schiacciare l’invasore.
E però per tutto ciò è richiesto un requisito fondamentale. Dovremmo infatti saper rinunciare a ciò che vogliamo a tutti i costi mantenere in piedi. E che in nemico vorrebbe invece strapparci. Senza sapere egli stesso che in tal modo agisce in realtà come il medico deciso ad estirpare un immondo cancro. Che è proprio il nostro amato e sacro «stile di vita europeo-occidentale, liberal-democratico, tollerante, etc….».
In verità solo corrotto. Dunque, se non l’abbiamo ancora capito, il nostro medico è proprio l’Isis! E così quello che l’Isis vuole combattere è in realtà il nostro vero nemico interno, di cui quello apparente (l’Isis stessa) è solo involucro esterno. È un nemico nato e cresciuto davvero in noi, nel nostro spirito. Cioè proprio quello che ora vorremmo salvare a qualunque costo. Tanto che le nostre più fertili menti (primo Nietzsche) ne hanno riconosciuto le sembianze negli ultimi due secoli : – Nichilismo! Che è poi l’avvilupparsi ebbro ed estatico nella propria corruzione.
Come ho già scritto (Saper morire, in http://www.succedeoggi.it), dobbiamo divenire nuovamente capaci di morire, di perdere peso, di “tramontare” (Nietzsche). Questo soltanto sarà il chiaro segno della nostra volontà di guerra. Dato che in guerra già siamo. E dunque questa guerra va vinta non appena per vincerla. Ma perché ciò che è davvero in gioco è la nostra stessa guarigione, la nostra stessa rinascita. Dipende solo sa noi far sì, credendoci, che essa sia davvero possibile.
Altrimenti, Isis o non Isis, noi siamo già perduti!

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Quanto tempo è passato negli ultimi tempi? Cioè dagli anni ’50 in poi. Bisogna chiederselo in modo davvero radicale (poeticamente, come nel corsivo). Ovvero avendo la netta percezione della quantità qualitativa del tempo trascorso, ma anche della sua delimitazione cronologica in senso concretamente quantitativo. Proprio entro quest’ultima, bisogna allora dire che nei fatti è passata davvero un’immensità di tempo. Così che la distanza tra le successive generazioni è andata essa stessa progressivamente crescendo e dilatandosi, ed in maniera esponenziale. Mentre invece nel passato essa restava costantemente costante. Con la conseguenza che tra la generazione dei sessantenni e quella degli attuali adolescenti sussiste ormai un vero e proprio in sé invalicabile abisso.  Cosa poi evidente quando il sessantenne esercitante una professione di aiuto (che pone a diretto ed immediato contatto con fenomeni psicologici di ampiezza sociale, e quindi culturali) si ritrova anche nella posizione di chi è chiamato a riflettere. È ciò che accade insomma a chi (come il sottoscritto) si trova oggi nella condizione simultanea di «medico-psicoterapeuta» da un lato e di «filosofo» dall’altro.
Orbene, ciò che nei fatti si verifica oggi nel mondo reca a dover intendere la condizione del medico-psicoterapeuta (colui che è chiamato ad una risposta tecnica, o «intellettuale pratico») come quella che può e deve obbligatoriamente muoversi insieme al mutamento dei tempi. Mentre invece la condizione del pensatore (colui che è chiamato ad una risposta riflessiva, o «intellettuale teoretico») può e deve essere intesa come quella che non sottostà a tale obbligo. È ovvio però che stiamo qui parlando in forza della premessa secondo la quale possa davvero esistere una filosofia definibile in assoluto (e quindi non storicamente). Se invece la rigettiamo, allora la filosofia si mostrerà come pienamente soggetta all’obbligo al quale è soggetta anche la condizione dell’intellettuale pratico. Anzi, costituendo essa il fondamento delle scienze, assumerà rispetto ad essa una posizione ancora più radicale. Ed avremo così di fatto quella moderna Filosofia che è al passo con il Zeitgeist nel modo più integrale e radicale possibile. Fino al punto di costituire una continua e crescente sfida al buon senso umano («avanguardia»).
Ebbene tutto ciò è di importanza davvero capitale nel contesto del fenomeno di interesse pedagogico-psicologico costituito dall’uso delle nuovissime tecnologie della comunicazione da parte degli adolescenti.  In particolare mi riferisco all’uso di tali tecnologie per porre in atto comportamenti i quali, concernendo esperienze amorose e sessuali, configurano giocoforza una zona grigia dovuta al fatto che il polo della normalità e quello della patologia e del crimine sono legati da un continuum sulla cui linea è davvero difficile marcare punti di divisione. Dico questo dopo decine e decine di colloqui con genitori e relativi figli adolescenti – specie ragazze, ed a partire più o meno dall’età di 12-13 anni. Colloqui sempre estremamente drammatici. Perché in essi emerge lo sconcerto degli uni (genitori) ed il dispetto degli altri (figli). Altrettanto disperati entrambi!  Quello dei genitori per la percezione netta dell’offesa arrecata dai figli ad un codice morale assoluto in positivo, cioè nel senso di un’affermazione che istituisce limiti (ed incentrata nel «non fare!»). E quello dei figli per la percezione netta dell’offesa arrecata dai genitori ad un codice morale assoluto in negativo, cioè nel senso di un’affermazione che abolisce limiti. Incentrata dunque nel motto : – «Fallo perché è normale! In quanto è collettivamente praticato e condiviso».
Il primo è davvero un codice assoluto (in quanto pienamente affermativo), mentre il secondo è invece un codice assoluto solo e soltanto in quanto è relativo (esso condiziona infatti l’affermazione alla negazione costituita dall’abolizione di limiti).
Orbene, qui il medico-psicoterapeuta intercetta fatalmente quelle che costituiscono le regole deontologiche (morale tecnica) a loro volta strettamente legate al dover assolutamente stare al passo con i tempi. Esse impongono infatti di dare un giudizio (tecnico) sul comportamento normalizzato dalla prassi che non solo non sia censorio, ma che anche abolisca ogni censura. Solo così si potrà nei fatti suggerire ai genitori una condotta pratica con i loro figli che non li renda perdenti (nel confronto con la ribellione) ed anche condannabili (secondo il vigente Zeitgeist). Cosa invece impossibile se essi si rifanno al codice morale assoluto, e non a quello relativo (quello vigente storicamente  quale recentissima attualità, ovvero stato delle cose). Infatti qualunque risposta che manchi di porsi in sintonia con quest’ultima, genererà nell’educando (figlio) una ribellione del tutto legittima e potentissima. In quanto richiamantesi all’obbligo di rispetto di quella che è una prassi condivisa e consolidata. Parlo qui in particolare della tendenza di ragazzi e ragazze ad entrare in rapporto tra loro (per mezzo di  «chat») anche attraverso discorsi ed immagini piuttosto espliciti sessualmente (e ciò peraltro in linea con i simboli proprio della cultura visiva giovanile, specie musicale). Salvo naturalmente i casi che rientrano decisamente nel crimine (pedofilia, prostituzione…) o nella patologia (esibizionismo, violenza…). Casi che però, come ho detto, non possono (per mandato espresso della cultura dominante) essere nettamente separati da quella che è ormai considerata la «normalità». Ma la ribellione legittima e possente dell’adolescente potrà poi oggettivamente assumere le forme francamente patologiche dell’identificazione depressiva con l’immagine negativa di sé (presso le ragazze la ben nota «bad girl»). Rischio che il tecnico ha il dovere di evitare assolutamente!
Ebbene, alla morale relativa (e negativa) è pertanto strettamente vincolato proprio il medico-psicoterapeuta. Che quindi commetterà un vero errore professionale se si appellerà invece a quella morale assoluta (ed affermativa) che abbiamo visto sfuggire completamente all’obbligo di essere strenuamente storica (nel senso dell’attualità). Il genitore può avvertire palpabilmente l’attenersi di fatto di tutti i professionisti a questa regola non scritta. Accade nella formula standard con la quale essi accolgono la loro disperazione : – «Colgo la sua preoccupazione…!». È la dichiarazione preventiva della neutralità del tecnico, e quindi il suo mettere rigorosamente le mani avanti rispetto al rischio che i genitori pretendano di averlo dalla loro parte nel sottomettere l’educando (qui eventuale paziente, ma solo illegittimamente) alla morale assoluta. Il che significa poi che, in casi come questi, di regola proprio i genitori dovranno rassegnarsi a diventare essi stessi i pazienti. Pazienti di una sorta di davvero strana «cura» di tipo culturale (storicista e fatticista).
Ecco tutto. La posizione rispetto a tutto questo del nostro ideale filosofo-in-assoluto può riassumersi esattamente nel discorso che io stesso ho qui svolto finora, in qualità appunto di pensatore e nello stesso tempo tecnico della psicologia e dell’educazione. Un discorso in cui io stesso richiamo me stesso, quale filosofo, alle cogenti responsabilità del tecnico. Non però senza rammarico e cordoglio. Perché il generale principio e criterio del relativo, al quale qui bisogna sottomettersi, equivale di fatto perfettamente a quel fattore che sta oggi scardinando la società e la civiltà nel senso della disintegrazione. Disintegrazione che è atomizzazione ex-plosiva (big-bang) rispetto ad un ideale baricentro che funga anche da immobile centro gravitazionale. Cosa impossibile senza affermare la cogenza di uno stabile Assoluto.

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Unicamente il titolo del film è geniale. Una sintesi impressionante dell’intera Filosofia nelle sue tesi ed antitesi. Ma l’intero film è l’opera di un genio. E non solo per la profondità della cultura : – ampie letture, profondamente meditate, e non solo filosofiche (da Delitto e Castigo, a I Miserabili, oltre che Kant, Kirkegaard, Heidegger, Sartre…). Genio è infatti in primo luogo chi vede (e dice) tutto ciò che gli altri non vedono pur avendolo sotto gli occhi. Genio è in primo luogo chi smaschera ovvietà. Che però sono ciò che più conta. Esse costituiscono infatti ciò che è diffuso e prevalente.
Ebbene, l’ovvietà che abbiamo sotto gli occhi è qui la moderna Filosofia nella sua deplorevolezza. Come edificio di sapere ma anche come istituzionalità del conoscere fondamentale, cioè filosofico.
È questo che Woody Allen (WA) osserva dall’esterno e nello stesso tempo da vicinissimo. Cioè in quella posizione (espostissima) che, entro la strategia militare, prelude immediatamente ad un attacco a sorpresa. E quindi è per definizione di avanguardia. La Filosofia non consente in genere a nessuno di assumere questa posizione. Essa non consente che la si osservi dall’esterno. Le mura dell’edificio sono pertanto circondate da immense estensioni di «no man land» e «no fly zone».
E se dunque questo è stato possibile a WA, ciò è stato dovuto in parte alle sue virtù (uno straordinario coraggio unito ad una geniale capacità di sintesi, frutto a sua volta alla saldezza di una limpidissima intuizione morale) ma in parte anche alle virtù proprie di quella che è l’Istituzione filosofica americana. Quella che lo stesso WA denigra come «non-continentale» (cioè indifferente alla morale al modo di un’analitica tutt’altro che esistenzialista), ma che, oggettivamente, rispetto alla filosofia invece «continentale», cioè europea (germanica e francese), ha almeno il gran merito di astrarsi completamente dalla morale invece che di pontificare, de-costruendola selvaggiamente.
Dunque sotto lo spietato quanto saggio mirino del microscopio alleniano cade quella Filosofia moderna che è nello stesso tempo tanto immorale (a-morale) quanto iper-morale, ovvero moralistica. Si tratta di un solo apparente dilemma aporetico. In realtà, dato che la lente di lettura di tale fenomeno è quanto mai semplice (si tratta del disorientamento derivante dalla disintegrazione della società andata di pari passo con la demolizione, primariamente filosofica, dei valori), l’aporia non esprime altro che la totale irresponsabilità civile dei filosofi (che è ancora maggiore quando è moralistica in senso paradossale). E questo è un tratto inconfondibile del moderno pensare canonico. Ma è la disintegrazione il fenomeno di fondo. I valori non sono infatti altro che il segno dell’integrazione di una società, civiltà e cultura. E dunque, in assenza di tale saldo appiglio (del  pensare, del sentire e dell’agire), si può essere disorientati, depressi e tendenzialmente addict (come il Prof. Lucas) proprio laddove la sollecitazione morale è massimamente strenua, ovvero nei filosofi. Tale strenuità è infatti la stessa, indipendentemente dalla sua coloritura qualitativa : – positiva (Kant), negativa (Nietzsche).
Ebbene, la stridente contraddizione in materia di filosofia della morale, così come colta dal Prof. Lucas, è primariamente quella di Kant. Da qui, per lui, iniziano tutte le «stronzate» della filosofia ed inoltre la filosofia stessa come «stronzata». E ciò per un motivo validissimo, ovvero perché essa è tanto irresponsabile civilmente quanto non attiva. Cosa che le toglie (già da Kant in poi) qualunque titolo per pontificare su un pensiero fondamentale (puramente teoretico) della morale. Ed è proprio questo il focus del dilemma : – si tratta di quella filosofia di vita e prassi (crescita spirituale) che la filosofia antica aveva teorizzato, promosso ed affermato, mentre la filosofia moderna l’ha negata. La Filosofia, si dice infatti in tutte le Scuole planetarie (ma forse un pò meno in quelle statunitensi), ha il solo e soltanto compito di pensare, e soprattutto di pensare-fondamentalmente (fondare l’azione). Ecco l’Husserl che WA non manca di menzionare. Assolutamente ridicolo, ovviamente! E Lucas ce lo spiega in modo inconfutabile. Infatti tutte le teorie filosofiche, oscurantistiche (pre-Kant), illuministiche (Kant) o rivoluzionarie e de-costruzioniste (post-Kant), o lasciano di fatto il mondo così com’è, oppure addirittura lo peggiorano. Come benissimo dice Lucas (con linguaggio raskolnikoviano), quando con tutta la ragione afferma che «gli scarafaggi vanno schiacciati!».
Tutto resta così com’è perché, mentre la filosofia aureamente e sovranamente pondera, la politica si muove secondo i dettami di quegli stessi filosofi (Machiavelli-Hobbes-Nietzsche-Heidegger-Scheler-Schmitt) che proprio su questo punto non sono stati capaci di star zitti. Lasciando così parlare chi ha titoli ben maggiori per farlo, ovvero un ben più saggio «common sense».
Ma sta di fatto che la filosofia di vita, così come concepita entro una Filosofia svuotata di senso, anima e spirito (come la circostante società), può agire solo producendo mostri ancora più orrendi. È esattamente quello che obietta a Lucas la bellissima allieva (tutt’altro che ammirata da WA appena libidinosamente!) che afferma di non riuscire ad argomentare efficacemente ma di riuscire però comunque ad intuire perfettamente ciò che è bene e ciò che è male. E per poco per questo  non ci lascia la pelle. Dunque, il critico che ha visto in «questo rapporto a due» uno scadere della tensione iniziale del film, è semplicemente uno che non ha avuto il coraggio, la lucidità e la cultura (in sintesi il genio) di avvicinarsi alla cittadella della Filosofia così pericolosamente come ha invece fatto WA. Spinto giustamente ad abbandonare la pura teoresi per affrontare a viso aperto la prassi morale-civile, Lucas si è intanto fatalmente trasformato in un euforico e stenico Titano faustiano-nietzschiano-heideggeriano, ovvero in un assassino (prima come Raskol’nikov ma poi non come Jean Valjean!). E, mentre egli si gode intanto l’effetto Viagra di tale posizione, solo altri assassini egli potrà commettere (come gli aveva preconizzato l’allieva).
Insomma WA può richiamarci ad una semplicissima morale intuitiva (quella di sempre e di quell’ingenuo-uomo-comune, che è così tanto disprezzato dai filosofi) solo sottraendoci al fascino luciferino delle sinistre e paurose oscillazioni e discontinuità (apiretiche, ma straordinariamente produttive quanto a pensiero canceroso) di quella Filosofia che intanto di fatto si è messa alla testa di una società e civiltà proprio in forza della pseudo-autorità concessale dalla sua stessa primaria (onore è onere!) perdita di punti di riferimento.
Insomma, decisamente c’era da meravigliarsi che nessun intellettuale avesse mai messo allo scoperto una problematica così evidente quanto drammatica. WA lo ha fatto, e con non poca maestria (con un film coltissimo, profondissimo, sensibilissimo, ironicissimo, benissimo scandito e perfettamente congegnato). Dunque bisogna rendergli solo merito.

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Naturalmente è qualcosa che nei fatti non c’è. E questo va tenuto presente ed assolutamente premesso a quanto sto per dire.
Tuttavia però osservando le nostre cose con un certo tipo di sguardo, e quindi scavando sotto le apparenze (invece di accontentarsi solo di esse), non sarà poi tanto difficile comunque incontrare questo così paradossale qualcosa. Si tratta infatti in sintesi di questo : – l’Isis porta la morte laddove vuole invece esserci a tutti i costi solo la vita. A questo è infatti ispirato lo stile di vita della nostra società. Tutti noi sappiamo bene come il nostro universo sia fatto di elementi sempre solo polari. Per cui la presenza di solo uno di essi, sempre tradisce qualcosa di impossibile (irreale) oppure illegittimo (in quanto non autentico). Fatto sta che la morte portata dall’Isis nella nostra società (ed esistenza) cade in uno scenario in cui abbiamo voluto affermare il valore della vita in un modo fin troppo unilaterale. E cioè pretendendo che la morte quasi ne dovesse essere cancellata. E chi parla qui è un medico (oltre che un filosofo), ovvero uno che sa bene come e quanto la morte sia stata trasformata da noi tutti in un intoccabile tabù.
Ma la morte portata in mezzo a noi dall’Isis non è forse in verità proprio quella vita che noi abbiamo di fatto negato proprio unilateralizzandone troppo il valore?
E dunque è ben probabile che questa morte in realtà imposta con le armi, oltre che essere una jattura, sia anche la risposta ad un nostro stesso bisogno. Che esige ormai di essere soddisfatto. Un vero e proprio nostro vuoto che chiede ormai di essere colmato. Nulla di alieno, insomma, ma invece qualcosa di nostro proprio, intimisimo a noi stessi, alla nostra condizione ed alla nostra cultura. Ed anche questo è un fenomeno che i medici accorti conoscono bene – l’infezione viene sempre a rispondere ad un sorta di curioso bisogno di malattia da parte dell’equilibrio dell’organismo. E del resto anche per la storia è così. Ad osservarla non solo superficialmente, essa si rivela fatta ben più di misteri che non di evidenze.
Ma se le cose stanno così, allora potremo riconoscere che il fenomeno del terrorismo islamico marca Isis è di fatto equivalente (binomialmente) ad un altro grandioso e tragico fenomeno del nostro tempo. E cioè quello dell’emigrazione di massa proprio da quei paesi che sono più intenso e crudele scenario di guerra. Eppure a prima vista i due fenomeni sono del tutto diversi. L’uno positivo, sostanzialmente in quanto evocante una reazione idealmente positiva – essendo rappresentato dalla disperazione di innocenti che tentano di sfuggire alla guerra, alla fame ed alla morte. L’altro negativo, sostanzialmente in quanto evocante una reazione idealmente negativa – essendo rappresentato dalla proterva determinazione a distruggere ed uccidere. Così l’uno idealmente porta in mezzo a noi una vita che disperatamente vuole affermarsi nella costruzione, e l’altro idealmente porta in mezzo a noi una morte che altrettanto disperatamente vuole affermarsi nella distruzione. Vita e morte insieme, insomma!
Ma che si tratti di due lati della stessa medaglia possiamo capirlo ancor più dall’introduzione,  in quest’insieme di dati, del fattore che ho menzionato prima. Ovvero quello del senso che ha per noi quella morte portata dall’Isis che però, sebbene paradossalmente, potrebbe essere per noi vita.
In che modo ed in che senso? Nel modo e nel senso che ciò risponde al bisogno di cui parlavo prima. Ed ogni bisogno tradisce sempre una carenza. Ma nel nostro caso si tratta di una ben strana carenza, perché essa si è progressivamente sviluppata entro uno delle più ipertrofiche e grasse pienezze che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. Essa si è dunque aperta sotto i nostri piedi come una voragine che si dilatasse tanto più, quanto più noi, in superficie, avevamo l’impressione che intanto crescessero a dismisura la nostra ricchezza e sicurezza ed il nostro benessere. Così, a fronte degli attuali estremi eventi, possiamo di colpo trovarci davanti alla terrificante evidenza di trovarci in piedi su un’ormai sottilissima crosta, che minaccia dunque di franare da un momento all’altro nell’abisso sottostante. Si tratta del resto di un fenomeno che noi europei dovremmo conoscere bene, essendo esso stato descritto proprio dalle nostre coscienze entro la fenomenologia della Finis Austriae (Roth, Lernet-Holenia).
In questo senso dunque il terrorismo Isis nella sua devastante negatività, specie se congiunto alle cogenze determinate da un collaterale fenomeno chiaramente positivo, ossia quello dell’immigrazione di massa, può stare venendo a salvarci molto più di quanto noi possiamo pensare. E salvarci da cosa se non da noi stessi? Ciò che più conta, insomma, nelle tragedie che stanno accadendo sotto i nostri occhi è la necessità che esse impongono di una nostra profonda e radicale presa di coscienza. Ed ancora una volta proprio in forza di questo si tratta di due fenomeni convergenti. In entrambi i casi si tratta infatti di enormi complessità che sarebbe superficiale, vano e folle tentare di risolvere con gli strumenti imposti da ormai meri luoghi comuni. L’un fenomeno, l’immigrazione di massa, esige come risposta adeguata non appena la carità, la simpatia, l’accoglienza incondizionata ed a braccia aperte. Come nella sollecitazione ad entrare tutti, ed a venire a partecipare senza esitazione e limiti alla perenne euforia festiva della nostra quotidiana esistenza. L’altro fenomeno, il terrorismo Isis, esige come risposta adeguata non appena la rabbia e la vendetta, l’imbracciare i fucili ed il mettersi in marcia degli eserciti. Come nella stentorea pronuncia di un irrevocabile altolà.
No, la verità nuda e cruda (alla quale ormai dovremmo cominciare a guardare in faccia senza più remore) è che intanto siamo cresciuti troppo, che ci siamo nutriti troppo, che abbiamo acquistato troppa sicurezza, che ci siamo provvisti di diritti troppo incondizionati. E come aveva ben visto un pensatore come Nietzsche, questo equivale esattamente alla nostra ferrea determinazione di europei a lasciarci ormai morire. Così come poi aveva visto lo stesso Platone (Repubblica), molto tempo prima, tentando di capire di cosa la città avesse bisogno o non avesse bisogno.
E dunque, facciamo tutto ciò che in casi come questi realisticamente bisogna fare, pensare, decidere, sentire. Ma non dimentichiamoci intanto di pensare. E precisamente di pensare a noi stessi, o meglio circa no stessi. L’occasione che ci viene oggi offerta dalla Natura e della Storia, per mezzo dei loro misteri, potrebbe anche non presentarsi una seconda volta.

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Bisogna tenere accesi i palchi…», dixit Tiziano Ferro. Citato, inoltre, anche un Paul McCartney che avrebbe minacciato (di «…doversela vedere con lui») chi attenta in qualunque modo alla libertà.

È insomma la risposta del mondo occidentale dello spettacolo a quel terrorismo che pretende di rappresentare l’Islam. Evidentemente però non potendolo affatto. Come perfettamente spiegato oggi su Rai radio 2 da un intellettuale islamico – il terrorismo del Califfato appena si limita a sfruttare la religione per fini politici, e perfino (sembra) economici.

Ma il mondo dello spettacolo, in particolare quello appena menzionato, ha davvero da dire una parola autorevole entro una tematica così delicata, profonda e complessa? Non parlo naturalmente qui dello spettacolo al quale è (forse) da attribuire una s maiuscola. E cioè quello fatto da chi vive comunque in modo mortalmente serio i problemi civili ed esistenziali (che sia anche solo in un modo puramente estetico).

Insomma, affermazioni come quelle citate non appartengono forse fin troppo ad una cultura che pretende di porsi come autorità all’identico modo del paninaro di recente successo che si fa pubblicità attraverso un elogio della tenacia? La tenacia di chi non molla mai a fronte dello scopo di giungere finalmente a guadagnare soldi a palate. Appunto vendendo panini! E così risale dall’evidenza del suo successo ad una vera e propria retorica morale che dovrebbe poi fare scuola. Costituendo appunto un’autorità, e cioè un modello da imitare. Retorica entro la quale si sprona ad impersonare il (supposto) valore del «boia chi molla» quale promessa di sicura ricompensa per una tenacia che tranquillamente, e soprattutto indifferentemente, può puntare al Bene-Bello-Giusto così come al più bieco e volgare utilitarismo capitalista-consumista. Sta di fatto che in Occidente, almeno sul piano del vissuto quotidiano medio, sembra proprio questo genere di cultura quello che fa modello, e così costituisce di fatto un’autorità morale. Almeno sul piano medio, e quindi per la forza della sua estensione, è di fatto la sola autorità morale che conosciamo. E ri-conosciamo!

Bè l’appello di Tiziano Ferro (trascinante con sé anche un McCartney che probabilmente, pur essendo appena un uomo di quel tipo di spettacolo, meritava ben altro contesto) non si appiattisce forse proprio su questo piano? La risposta morale al terrorismo, risposta che dovrebbe essere in primo luogo spirituale (per ambire ad avere davvero un valore), dovrebbe insomma essere quella di perpetuare, davanti all’orrore, le nostre svagate feste orgiastiche collettive? Ebbene, se la loro esistenza è senza dubbio segno di «libertà», al di là di questo, quali valori in esse vengono rappresentati, affermati, ed infine appunto proposti come modello? Dato che ci troviamo sul piano dello spettacolo (e precisamente di un certo genere), la risposta può essere una sola : – divertimento! Tout court! Cultura solo se decidiamo di attribuira a tutto ciò proprio tale valenza. Ma è solo una decisione. Giustificata quanto si vuole, ma comunque arbitraria.

Ora, ci siamo chiesti davvvero perché il terrorismo sta fiorendo e prosperando proprio nel seno della cultura islamica?

Ebbene, io non pretendo di certo di dare una risposta esaustiva a questa così complessa questione. Certamente sociologi, politologi ed esperti della materia, sapranno dare una risposta ben più esaustiva e corretta della mia. Pertanto non posso che proporre altro che un solo punto di vista. Che però credo abbia l’importanza di un punto di vista che si sforza di cogliere l’essenza del fenomeno (o almeno una parte di essa).

Ci siamo chiesti perché gli attori di questa tragedia sono islamici europei? Cioè nemmeno abitanti della Banlieu, come giustamente è stato notato, ma invece abitanti di rispettabilissime e borghesissime villette a schiera. Ma chi sono costoro? Essi sono gli esponenti di una seconda (o magari anche terza e quarta) generazione di immigrati? E chi è l’immigrato ? Egli è sostanzialmente un emigrante ! Dico emigrante! Noi italiani (specie del Sud) conosciamo bene il senso ed il peso di questa parola. Ebbene, l’emigrante è uno che va via dal suo paese anche perché tutto sommato lo vuole. Ma non lo vorrebbe se non dovrebbe. E senza farla tanto lunga, cosa implica questo? Implica in primo luogo il cordoglio. Nascosto quanto si vuole sotto le motivazioni razionali, ma comunque presente. Sempre e comunque. Ma il cordoglio non indebolisce appunto le motivazioni che spingono all’abbandono della propria terra. Fortissime, altrimenti inefficaci. Ed anche qui non è il caso di farla tanto lunga, per cui impiegherò una sola parola per descrivere la negatività della situazione dalla quale si fugge : – «Noia!». Sentimento al quale possono essere riconosciuti tanti altri volti, corrispondenti poi alle emozioni e situazioni collegate : – miseria, desolazione, sconforto, senso di vuoto, impotenza…! E chi più ne ha più ne metta.

Ebbene, i padri, nonni o bisnonni dei nostri terroristi islamico-europei lasciavano tutto questo, e che nella loro anima e nel loro cuore poteva ben riassumersi appunto come «noia», per varcare il mare e stabilirsi in grige, sorde e gelide metropoli del Nord. Cosa potevano trovarvi se non l’esatto opposto stesso della «noia», che intanto continuavano ad avere nell’anima e nel cuore. E cioè qualcosa di sorprendentemente ancora più terribile. E cioè il «cordoglio». Ossia l’ancora più desolante e disperante esperienza della perdita definitiva della propria identità. Ma intanto erano lì e non potevano più tornare indietro – più ancora che per sé stessi, lo stavano facendo per i loro figli, nipoti e pro-nipoti. Ma costoro, comunque, avrebbero fatalmente ereditato, insieme a queste ottime intenzioni, proprio il «cordoglio». Non ho bisogno di dire di più!

Una sola cosa ancora, però. Qual’era il volto di quel paese in cui essi erano nati ma nel quale comunque, fatalmente, per ciò che avevano anch’essi nel cuore e nell’anima, erano anche stranieri?

Era il volto del tutto opposto a quello del loro remoto e sordido paese della «noia». Il volto riassunto, tra l’altro, proprio da elementi come «libertà» e «divertimento». Al di là di tutto, lussi per ricchi e viziati! Lussi che il loro remoto paese della «noia» mai si era potuto permettere, e mai nemmeno avrebbe potuto farlo.

Ma ora proprio quel paese remoto inizia a pulsare inviando nell’etere messaggi che parlano contro tutto quello che essi sono intanto chiamati a vivere in quel salvifico Occidente nel quale continuano, intimamente, ad essere stranieri.

Ecco! Se volete, ciò può essere la spiegazione di tutto.

E volete allora davvero che il tenere-accesi-i-palchi possa essere una risposta adeguata a tutto questo?

Suvvia, siamo seri!

 

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Dopo lo choc tremendo provocato su tutti noi dagli eventi di Parigi, era inevitabile che poi fioccassero le più diverse e magari contraddittorie analisi dei fatti. Ed era inevitabile che di fronte a tale così folta molteplicità si restasse tutti sconcertati e confusi. Del resto anche questo rientra pienamente proprio nell’esperienza di choc. Che altrimenti non sarebbe più tale. Cosa poi in diretta relazione con la strategia militare terrorista. Si tratta insomma dell’antichissimo strumento del cosiddetto «effetto sorpresa» – che offre un immenso vantaggio all’aggressore proprio perché l’aggredito, incerto sul da farsi, di fatto non fa assolutamente nulla.
È per questo che sono davvero benvenute le risposte nette ed energiche. Come quella data appunto da Hollande. Ma ciò in primo luogo per un certo grado di chiarezza che esse portano nelle coscienze. Cosa che però ovviamente sacrifica inevitabilmente altri aspetti che certamente non sono, in assoluto, di minore rilevanza. Mi riferisco con ciò a quelle analisi che suggeriscono una certa ponderazione nella risposta specie in termini di mitigamento della sua forza (in senso razionale o anche caritatevole). Si tratta insomma delle letture di fatti che vengono fornite da analisti politici ed uomini di chiesa e di fede. Chi potrebbe mai trascurare il valore di tali messaggi? Chi potrebbe insomma essere certo che l’invio delle storiche «cannoniere» sia l’unica risposta adeguata, in quanto moralmenente giusta ed inoltre anche foriera di successo? Chi può essere certo, infine, che, proprio sotto l’onda dell’euforia attivista che segue sempre agli storici choc, non si precipiti tutti di nuovo nel baratro di una guerra globale, entro la quale i confini tra giusto ed ingiusto crollano e svaniscono in un generale naufragio della civiltà stessa? E cioè uno spaventoso ed atroce ennesimo bagno di sangue.
Eppure, eppure, è evidente che una reazione forte e chiara è comunque necessaria. A questa cogenza storica ora davvero non si può sfuggire! E mi sembra che ciò sia stato perfettamente colto dalla coscienza civile francese, e conseguentemente portato alla ribalta da Hollande. Tuttavia su questo bisogna riflettere piuttosto profondamente, evitando così di fermarsi ad una superficie  che riguarderebbe fatalmente solo la cronaca storico-politica ed in qualche modo poi anche appena la politologia.
Non mi sembra che si tratti affatto solo di questo. Mi sembra invece che l’ennesimo attacco mortale portato dal terrorismo islamico al cuore della Civiltà occidentale, evidenzi dei tratti del suo esistere che noi tutti mi sembra facciamo di tutto per nascondere a noi stessi. Si tratta insomma di quello che secondo me è il nucleo stesso della strategia terrorista, ed in particolare nella sua forma islamica. Nucleo che ha poi la semplicità brutale e sfrontata di tutte le forme ben note di efficacia politica che hanno caratterizzato il XX e XXI secolo. La più eclatante e tuttora fortemente prossima a noi è quella del nazismo. E non a caso su questo si sono soffermati, nell’ultimo secolo ed in quello corrente, profondi pensatori come Max Scheler [Politica e Morale], Yukio Mishima [Lezioni spirituali ad un giovane samurai] e Carl Schmitt [La teoria del partigiano]. Per la precisione si tratta del premio sempre concesso dalla storia a tutte le forme di ardimento militare moralmente disinibito. E nel caso specifico del nostro attuale confronto con l’Islam terrorista, si tratta del fenomeno semplicissimo della nostra incapacità a saper morire. E ciò a fronte, invece, della piena, determinatissima, e perfino gioiosa, capacità di farlo da parte dei militi terroristici che ci attaccano. Questo è il tremendo e fatale differenziale emotivo-spirituale ed esistenziale che ci condanna, ci inchioda e ci vede perdenti in partenza. Insomma, il fenomeno non funzionò con i kamikaze nipponici, ma ora sembra funzionare alla perfezione con quelli islamici. Così come funzionò alla perfezione anche nel caso dei Vietcong.
Ed allora c’è da considerare il fatto che proprio l’incondizionata efficacia di una strategia di attacco imperniata su un tale oggettivo differenziale (tra due così diverse consapevolezze civili e relativi stili di vita), è ciò che brutalmente fa piazza pulita in partenza di tutte le analisi ragionevoli e prudenti dei fatti. Per quanto giustissime e moralissime, esse infatti restano fatalmente sempre indietro davanti a qualcosa che si pone come oggettività insuperabile. Autentica provocatoriamente infallibile pietra di inciampo. È esattamente ciò che accadde con Chamberlain davanti ad Hitler. Vuota ed ingenua retorica contro agguerrite ed invincibili Panzerdivisionen.
C’è però da considerare anche il fatto che, così come ciò funziona in negativo (a nostro detrimento), allo stesso modo può funzionare anche in positivo, e cioè a nostro vantaggio. Parlo insomma della possibilità che abbiamo di prendere coscienza di una nostra costituzionale debolezza che poi è anche uno dei sintomi della devastante malattia di una società completamente disintegrata. È immediatamente evidente l’ampiezza e profondità portata salvifica di una tale presa di coscienza. E non ho dunque bisogno affatto di soffermarmi su questo. In ogni caso non sto qui affatto invocando la guerra come «salute dei popoli». La storia ha fatto già giustizie di stupide, perverse e folli atrocità come queste. Sto però sottolineando il fatto innegabile che il non-saper-morire costituisce forse uno dei più gravi limiti di una società, e quindi un segno evidente del suo avanzato stato di malattia. Qualcuno ha recentemente condannato giustissimamente questo come «survivalismo» [Thibault Isabel, Il campo del possibile]. E ciò mostrandoci la nostra così ossessiva e morbosa ostinazione a mettere il valore del sopravvivere (non del vivere!) sopra e davanti a qualunque altro valore. Il che poi equivale fortemente a quella tendenza a lasciarsi iper-nutrire da fluidi e succhi stagnanti, corrotti e corrompenti che giustissimamente Platone condannò (Repubblica, Libro VIII) attraverso la metafora polemica dei «fuchi».
Insomma, qualunque cosa apparirà ora più giusto fare, e tenendo presente il peso e valore che è dovuto a tutte le analisi dei fatti, certo è che questi ultimi ci richiamano al ritorno alla capacità di morire (oltre che di vivere pienamente). È solo in questo senso che sarebbe finalmente ora che dagli insanguinati campi di morte generati dai terroristi non si levino più solo e soltanto pianti traziati, stridor di denti e preghiere di misericordia e raccapriccio, ma anche pugni chiusi che si agitano e promettono vendetta. Vendetta certa e spietata. Proprio come ha detto Holland. E non solo questo, ma anche vittoria! Ovviamente non contro l’Islam, ma invece contro il terrorismo. E comunque con una portata che ormai sembra dover essere perfino più vasta e profonda (cioè più ampiamente coinvolgente) di ciò che è accaduto dopo l’11 Settembre.
Non è affatto bellicismo guerrafondaio questo. Perché alla fine ciò che nella guerra ha un qualche valore, è solo e soltanto la capacità di viverla come in primo luogo «psychomachia» [Margherita Fumagalli Beonio Brocchieri,  Giulio Guidorizzi, Corpi gloriosi. Eroi greci e santi  cristiani]. Ovvero come una lotta specialmente contro sé stessi. Ed il suggello di quest’ultima è proprio il pieno riconoscimento che va attribuito al saper morire come valore almeno pari a quello del saper vivere.

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