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Archive for aprile 2014

Di nuovo sulla filosofia come possibile pensiero religioso.

La filosofia, se troppo pura, cioè se non poetica ovvero sentimentale (e quindi se non fortemente sensibile al bello ed al buono : cioè se non religioso-morale), rischia di essere, in mani poco prudenti, una mera (in principio ripugnante) vera e propria tragica ed insoddisfacente mutilazione dello spirito. Che in fondo non serve a nulla ed a nessuno.
Allo stesso modo la pura poesia (quella condannata severamente da Platone nella Repubblica).
Sono poeta? Sono filosofo? Ringrazio Dio di non avermi mutilato facendo di me o l’uno o l’altro soltanto. La filosofia mi permette di toccare profondità vertiginose e la poesia mi permette di sentirvi l’orrore dell’infinito e l’ammirazione per la natura vivente” (Sully Prudomme, Diario intimo, Milano: Fabbri, 1963, pag. 61)

Fa eco a ciò la riflessione della Stein sul momento del sentimento come decisivo per il costituirsi di un mondo oggettivo in comune tra gli uomini (“comunitario“), il mondo della cultura e dello spirito. Un mondo oggettivo in quanto profondamente condiviso dalla comunità dei soggetti (cioè il riflesso vivo, morale-sentimentale, del così gelido ed asettico mondo inter-soggettivo puramente eidetico di Husserl). Ebbene qui l’oggettività si presenta a noi nella forma della “novità“, cioè come “un nuovo mondo oggettivo…il mondo dei valori“. Un mondo nuovo costruito su quello reale.
Esso si presenta a noi (e solo a noi: perchè i valori sono sempre in comune, così come il sentimento che coglie valori come la bellezza) in una forma che invece il mondo immediatamente svelantesi a me e solo a me, senza l’intermediazione di alcuna spiritualità con forti aspirazioni oggettivistiche (e quindi non puramente soggettivo-eidetica), non può proprio ambire a raggiungere. Occorre infatti qui una soggettività appassionata, ovvero intensamente attiva in modo sentimentale-morale. E quindi attiva nel configurare (creare) un oggettivo astratto ma affatto in modo puramente gnoseologico, e cioè nel senso appunto del bello e del buono. In un senso cioè affatto lontano dalla dimensione poetico-religiosa del pensiero.
La bellezza è infatti valore che costringe l’io a prendere posizione nella forma del sentimento (la gioia per la bellezza che dall’interiorità risponde al mondo nuovo dei valori).
Decisiva qui è dunque l’azione trasfigurante di uno psichismo nella pienezza della sua dimensione sentimentale, e la cui essenza è la spiritualità. Decisivo è quindi il sussistere di quest’ultima prima di qualunque ontologicamente previa oggettività. Previa cioè in modo moralmente e sentimentalmente neutro, che sia al modo dell’eccessivo realismo della scienza (o anche della teologia troppo istituzionale : per la quale il mondo in fondo non è un miracolo ma una necessità oggettiva), oppure al modo del laicismo filosofico che nega il profondo mistero dell’essere nella forma di una troppo esplicita metafisica.
E dunque la bellezza non ha nulla a che fare con il sensibile nella sua immediatezza e nella sua capacità si svelarsi come tale ad un soggetto pensante che solo di esso prenda atto senza alcuna sentimentalità. Anzi, per Heidegger, addirittura in forza di una sentimentalità negativa, la Angst, o angoscia primaria.
Con la bellezza e la conseguente gioia (facoltativo sentimento, e positivo : apertura ben diversa dalla fondamentale Angst), che è poi un giudizio (e quindi pensiero e non invece mera sensibilità), si tratta allora di un'”accettazione del valore“. O meno!. Si tratta cioè di un atto libero, ossia arbitrario. Ma al modo di una vincolante responsabilità morale.
La bellezza pone infatti condizioni alle quali non è affatto detto che si debba aderire, e quindi richiede ben altro che il solo pensare. Pensare solo puro, o pensare solo potentemente vitale. Essa esige, insomma, che il mondo venga da noi (insieme) interiormente (spiritualmente) trasfigurato, anche se affatto in modo lontano dal pensiero.
La bellezza è presa di posizione, decisione morale-sentimentale per un determinato tipo di mondo (affatto il mondo che si apre a me nella sua impositiva oggettività oppure che io stesso apro quale soggettività dominante), il rinnovato mondo spirituale (quello di cui parlà Cristo sotto la crice annunciando che avrebbe “fatto nuove tutte le cose“) : ‒ “…la bellezza richiede che io mi apra interiormente ad essa, che lasci determinare nella mia interiorità e fino a quando non do la risposta che richiede, la bellezza non mi riempie completamente e l’intenzione, che è insita nella semplice presa d’atto, rimane incompiuta“. (Edith Stein, Psicologia e scienze dello spirito, Roma : Città nuova, 1996, pag. 185).

É anche per tutti questi punti di vista che la filosofia non può che essere religiosa, e religiosa in senso morale ed estetico, cioè poetico.

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Da : Sully Prudhomme, Diario intimo, 1862, Milano: Fabbri 1965

Aforismi e folgorazioni offerti a chi potrebbe trovare utile ritrovarsi in essi, così come è accaduto a me leggendoli oggi….

Si tratta comunque di pillole per l’anima, e comunque potenzialmente condivisibili. Così le offro a chi le vuole…

Solitudine dell’uomo profondo:
Nessuno mi conosce, non mi apro che a stento, per paura di urtare il mio cuore contro individui aridi o futili : confidare un sentimento ad un uomo freddo è come gettare un fiore sul selciato, confidarlo ad un uomo leggero è come gettarlo nel vuoto” (pag. 55)

Genio:
L’ambizioso sarà miserabile o celebre, perchè intraprende un’opera che è sovraumana, che non potrà raggiungere o che l’innalzerà al di sopra di tutti…” (pag. 56)

Amore:
Davanti a Saint-Eustache, un sole improvviso nella mia anima : vi amo tutti, o uomini, la felicità è possibile, esiste! Queste crisi di gioria non durano più a lungo di un minuto, il tempo di immergere la testa nell’acqua rinfrescante e di ritirarla, il tempo necessario alla speranza, per passare con un colpo d’ala attraverso la notte del pensiero e fuggire…” (pag. 59-60)

Filosofia e metafisica:
Studio sul tempo, sull’attività, il movimento, la velocità ; in questi problemi la fantasia confonde la ragione e la ragione la fantasia : impossibile per l’una e per l’altra uscirne con onore” (pag. 58) : “Gli  uomini non sono dotati per lo studio della metafisica che richiede uno sforzo, non l’ordinario e sano esercizio dell’intelligenza” (pag. 61)

 

 

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Amare

Per divenire finalmente davvero capaci di amare, bisogna finalmente cessare di desiderare di essere amati.

Di colpo un immenso spazio di libertà ci si distende davanti.

È lo spazio dell’interiore.

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Seneca, Lettere a Lucilio,  IV, ep. 41.
“…fai cosa ottima se continui a progredire verso la perfezione, che è da stolti invocare dal di fuori, dato che uno può ottenerla da sè“.
Leggendo, mi veniva subito da pensare ai così frequenti, innumerevoli per la verità, falliti tentativi di tanti di noi nel chiedere aiuto, nelle nostre ambasce esistenziali, a qualcosa come uno psicoterapeuta. Proprio oggi (simultaneità junghiana) pensavo quanto è da stupidi farlo, e quanto invece è da intelligenti non farlo. E mi si crocifigga pure!
Insomma, dice Seneca, “non serve invocare il custode del tempio…per potere essere meglio ascoltati“. E cosa cerchiamo tutti noi in uno psicoterapeuta? Ascolto, appunto. E cosa troviamo invece? Troviamo solo i pregiudizi di un sacerdote, che sempre sà già in partenza chi dovresti essere o non essere  e cosa dovresti avere o non avere. Ed allora, o ti lasci violentare e deviare, o ti tieni, irrisolte, tutte le tue perplessità.
Quanto più vale invece invocare proprio Dio in persona!
Non naturalmente per ottenere salvezza dalle circostanze in cui ti trovi (cosa che nessuno potrà darti : meno di tutti uno psicoterapeuta). No, solo per ottenere, nel dolore, il sommo bene della Sua immediata prossimità (noi cristiani lo chiamiamo incontro con Gesù). Cioè la pura e semplice felicità della fede. Ben superiore al dolore. Che a questo punto diviene veramente felix culpa.
Ma è lo stesso Socrate a dirlo, un non cristiano, sebbene con parole che spesso nemmeno i cristiani hanno il coraggio di proferire : “Dio ti è vicino, è con te, è dentro di te. Sì, o Lucilio, uno spirito divino è dentro di noi, osservatore e giudice delle nostre azioni buone e cattive : e come noi trattiamo lui, così lui tratta noi. Certo nessuno è buono senza Dio. Come ci si può innalzare al di sopra della sorte se non col suo aiuto? Dio ci dà i nobili e retti consigli ; in ogni uomo onesto «c’è Dio, anche se non sappiamo chi sia» (Virgilio, Eneide, VIII, 352)”

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La crisi del III secolo

Studia Humanitatis - παιδεία

in AA.VV., De Agostini – Storia, Civiltà e Vita ai tempi di ROMA ANTICA, Novara 2002, n. 22, 116 sgg.

Gli storici sono concordi nel ritenere che il III secolo sia stato il secolo della grande crisi del mondo antico, il momento in cui le contraddizioni, i contrasti, i precari equilibri del primo impero conflagrarono, per poi trovare una nuova, originale composizione. Cercare di spiegare i motivi e le dinamiche di questa crisi non è semplice, dal momento che investì gli strati profondi dello Stato romano e ragioni diverse si intersecarono fra di loro in un groviglio quasi inestricabile.

Certo è che un evento fondamentale dovette essere la grande siccità dell’Asia centrale: gli Unni, stanziati in quelle regioni, furono spinti a spostarsi verso Occidente e a incalzare gli Slavi, e questi si ritirarono a loro volta ancora più a Ovest, andando ad occupare territori abitati da tribù germaniche…

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“Il venti di luglio”.
Tre racconti in un solo straordinario intreccio dallo scrittore austriaco Alexander Lernet-Holenia.
Il tema è storico-politico, sia pure con sfondi politico-metafisici. E lo è nei termini dello “scottante”, sebbene, così come trattato dall’autore, in modo assolutamente indifferente a ciò che oggi tende a “mettere in imbarazzo” la coscienza collettiva.
Non caso l’autore ha scritto un altro libro,  “Un sogno in rosso”, dedicato ad una condanna ideologica diametralmente opposta a quella de’ “Il venti di luglio”. Lì la condanna del marxismo leninista, qui la condanna del nazi-fascismo.
Così in questo libro vi sono temi critici largamente condivisibili, come un certo ecologismo animalista, l’esortazione alla compassione, l’anti-nazismo e l’anti-antisemitismo. Ma, sebbene profondamente sentiti dall’autore, essi sembrano costituire solo il prestesto per un discorso ben più profondo e scomodo. Un discorso per il quale sembra essere essenziale qualcosa di invece rarissimo ai nostri tempi, e cioè l’autonomia (del giudizio e del sentire) da quelle che oggi rappresentano delle vere e proprio “parole d’ordine morali”. Esse dettano infatti, come un vero e proprio canone, le cose verso le quali bisogna indignarsi e le cose verso le quali invece non bisogna indignarsi.
Con ciò siamo nel pieno del sinistro scenario orwelliano, rispetto al quale però Lernet-Holenia sembra intendere prendere decisamente posizione.
E così i tre racconti possono essere visti come espressione di un nucleo centrale e di fondo, che è poi il tratto portante dell’intera critica storico-politica, storico-sociale e di costume, che in essi viene esercitata. A me sembra che possa trattarsi di una vera e propria decisa condanna della moderna degenerazione e disintegrazione delle civiltà e società umane. Ed il tratto principale qui ne viene messo in luce è proprio la regressione dall’umano al bestiale.
Lernet-Holenia non dice nulla di ciò che ricorderò adesso, eppure mi sembra che uno dei momenti principali di questo processo sia stato proprio la totale laicizzazione rivoluzionaria della società.
Ce ne dà un’immagine quel Lacordaire di cui andiamo parlando negli ultimi, giorni, cioè un uomo che si sforzò di essere insieme liberale e profondamente cattolico, cosa che ai suoi tempi era divenuta quasi impossibile. Ed ecco la sua desolata costatazione : ‒ “Che fare in un paese, nel quale la libertà religiosa, ammessa da tutti come un principio sacro del mondo nuovo, non poteva proteggere nel cuore di un cittadinoi l’atto invisibile di una promessa fatta a Dio e nel quale questa promessa, estorta dal suo seno mediante interrogazioni tiranniche, bastava per strappargli i benefici del diritto comune! Quando un popolo è arrivato al punto che ogni libertà gli pare il privilegio di chi non crede contro chi crede, si può sperare di ottenere alcunchè e non bisogna disperare di vedervi mai regnare l’equità, pace, la stabilità e una civiltà la quale sia altra cosa del progresso materiale?” (Il testamento di Lacordaire” Bari: Paoline, 1964, pag. 84).
Sicuramente si tratta con ciò della denuncia, che da settimane andiamo facendo, dell’esistenza di un vero e proprio Tribunale di Inquisizione del laicismo, che proibisce severamente ogni pensiero autenticamente religioso.
Ma attenzione ai termini! Qui si parla proprio di “civiltà”. E quindi siamo nel pieno della ben più ampia denuncia fatta qui da Lernet-Holenia, un’ampia denuncia contro i paradossi di uno spirito moderno che, proprio volendo puntare parossisisticamente al progresso, ottiene invece solo la regressione.
E del resto, come constato da Ernst Jünger in “Über die Linie“, quali sono le forze protettive da porre in atto contro il nichilismo se non proprio quelle teologico-religiose? (altro…)

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Montalambert pubblicò integralmente il testamento di un pensatore e prete cattolico,  P. Lacordaire, che pare avesse speso la sua vita per il valore della libertà. Lo pubblicò dieci anni dopo la morte dell’autore, dato che, essendo stato a lungo suo amico, era veneuto in possesso del manoscritto appena dopo il decesso.
Si tratta del  testo pubblicato come “Testamento di Lacordaire“.
A volte accade che uno scritto ed uno scrittore vengano apprezzati per qualcosa di generale che riguarda la loro opera, ma in realtà andrebbero molto più apprezzati per qualcosa di ben più specifico e magari non in stretta relazione con la natura del merito generalmente attribuito loro e condiviso.
Personalmente non mi entusiasamano molto i pensatori della libertà, ma ho comunque deciso di leggere comunque questo scritto.
Ed ecco la piacevole sorpresa.
Si parla di un fenomeno che riguarda molto da vicino proprio i pensatori della libertà, e che non va certo a loro onore e merito. In tempi lontani, ma non tanto, lo si denominò come fenomeno dei “voltagabbana“. Lacordaire lo mette in luce impietosamente.
Ed a me viene in mente a questo proposito un modernissimo ed accorsatissimo pensatore della libertà : Martin Heidegger. Un fervente adoratore di Hitler che però dopo la guerra, per incanto, divenne un filosofo della libertà e campione del più fervido umanismo terrestrista.

Ma ecco i fatti, che qui riguardano specificamente il chierico, pensatore e letterato La Mennais.
Lacordaire racconta che egli aveva appena finito detestare le pose del La Mennais ‒ attiranti su di lui una vera e propria sgradevolissima “idolatria“, e questo per il suo esplicito professare “dottrine assolutiste” ‒, che di colpo, allo scoppiare della rivoluzione del 1830, accade il miracolo.
E con tale miracolo, il La Mennais, che prima trattava Lacordaire dall’alto in basso, di colpo gli diviene amico.
Ecco come viene descritto il miracolo : ‒ “Quella notizia mi causò una gioia sensibile e come una specie d’ebbrezza : essa giustificava ai miei occhi il ravvicinamento poco comprensibile effettuatosi tra La Mennais e me. Egli non era più il compice delle dottrine assolutiste avversate dall’opinione generale, ma, trasformato d’incanto, mi si presentava come il difensore delle idee, le quali m’erano sempre stare care….” (“Testamento di Lacordaire”, Bari: Ed. Paoline, 19663, p. 51-52)

I pensatori, specie quelli grandi (oggi i filosofi accademici li venerano come “i giganti“), hanno lo straordinario e raro dono di riuscire addirittura a plasmare il loro pensiero a seconda delle circostanze più favorevoli e/o gradevoli.
Il sospetto è dunque che proprio così essi riescano a lasciarsi tramandare dai posteri come “giganti“.

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