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Archive for marzo 2015

E va bene può anche  darsi che, come si dice nelle frasi di prammatica, “giustizia è stata fatta!”.
Dopo la battaglia, però, resta la distruzione. E ciò principalmente perché a fronte di cose come queste (peraltro ricorrenti in tutt’altro che pochi casi), si è costretti a ragionare con la logica del “se è vero che…”.

Ebbene qui parla solo un laico e non certo un giurista. Ma si tratta di un laico afflitto dal tremendo vizio di pensare. E quindi portato a chiedersi (sempre e davanti a tutto) se ancora, nella corrente prassi, esista per davvero ancora un barlume di pensiero. In coloro che fanno, ma anche in coloro che guardano fare.
E se lo chiede in primo luogo davanti alla prassi alla quale è stato formato, quella di medico. Così come poi davanti alla prassi dei giuristi. Perfino è portato a chiederselo (ed angosciosamente) davanti alla prassi degli stessi filosofi.
Dunque, è di certo ammissibile che nella prassi giudiziaria si proceda sempre e comunque secondo il principio del “se è vero che…”. Ma come può il laico non restare attonito davanti ad un caso in cui due persone risultano davanti ai tribunali essere ripetutamente colpevoli, poi innocenti e poi di nuovo colpevoli.
Per poi alla fine essere giudicati per sempre innocenti da una Corte di Cassazione ? Come può il laico non essere colto da puro e semplice orrore davanti a tutto questo?
L’unica conclusione che egli ne può trarre, infatti ‒ essendo egli all’oscuro dei sottilissimi “distinguo” della legge scritta e dei suoi interpreti (aggravati dai giudizi dei praticoni i quali sorridono impietositi davanti a chi ancora crede che possa esistere una Giustizia “oggettiva” ‒ così come anche una Verità “oggettiva”), è che, quando questi due cristiani sono stati condannati, lo sono stati con prove del tutto insufficienti. Lasciamo stare quello che è successo nel caso delle assoluzioni, caso che pone urgenze del tutto diverse.
Lo dimostra in modo agghiacciante la frase di Sollecito : “Finalmente mi hanno creduto!”.
Signori miei ‒ e qui di nuovo diviene di importanza critica il “pensare” (da parte di tutti noi, giuristi inclusi) ‒ un commento come questo ci impone di “ri-pensare” completamente la macchina giudiziaria e la sua logica. Ma in modo oggettivo, e quindi totalizzante, cioè del tutto dall’esterno. E quindi (direbbe il filosofo fenomenologo) in forza di una vera e propria “riduzione trascendentale”. Ovvero in forza di una messa tra parentesi di tutte le credenze teoretiche (ingenue o meno), per poter così guardare ai fatti nella loro essenza. Non dimenticando però che al di sopra della suprema istanza di giudizio così generata si colloca comunque una Verità ben più alta di essa.
Finalmente mi hanno creduto!”. Che cosa mai può significare? La prima cosa che viene in mente al laico (ora nella posizione però di chi “giudica” i giudicanti) è che si può essere condannati (ripeto, lasciamo stare l’essere assolti) in base a pure congetture sui fatti. Non invece solo e soltanto in base ai fatti. E le congetture risulteranno allora, alla prova di fatti come questi, avere svolto un ruolo assolutamente primario e prevalente.
Decisamente viene in mente il famoso scenario letterario, emblematico per il Diritto, della condanna di Dmitrij Karamàzov. Ma soprattutto, molto più terra terra, c’è da vedersi  letteralmente gelare il sangue nelle vene! Specie se si pensa alle immagini proprie di storie come queste  : ‒ alle pose tribunesche di  pubblici ministeri accigliatissimi a causa della sacra hybris delle proprie incrollabili convinzioni ; ed inoltre all’intero, fetido ed indegno, teatro mediatico che poi emana olezzando da tutto questo.

Dunque qui manco per niente “giustizia è stata fatta!”. Qui è stata invece tristemente rappresentata un’altra delle più umilianti pieces teatrali dello squallore desolante della vita del nostro paese. Qui non ha vinto nessuno. Qui abbiamo perso tutti.
Ancor più se, essendo costretti più disperatamente che mai ad applicare la logica del “se è vero che…”, Amanda e Raffaele invece colpevoli lo erano (e lo sono) per davvero. Cosa di cui ci tremano i polsi solo a considerarne la pura ipotesi.
Dunque questa è una tremenda stigma di infamia per il nostro Paese. Pensiamoci. In nome di Dio, ricominciamo a pensare. Tutti : ‒ giuristi, medici, ingegneri, filosofi, gente comune!
Ma non è possibile ricominciare a pensare senza che si ricominci a pensare ad una Verità al di sopra di tutto (ne sostenemmo la necessità assoluta in due nostri saggi sul Diritto dal titolo “Del potere, della libertà, del diritto e della guarigione – Considerazioni a margine di Filosofia della Rivelazione”, e “Il silenzio significativo nel diritto, ovvero il silenzio vitale e raccolto dell’inerme” ) . E questa Verità re-introduce la morale come criterio dirimente e fondamentale.
Filosofi come Nietzsche ed Heidegger, decisamente e senza ombra di dubbio, ebbero completamente torto nel considerare “superati” valori ed ideali.

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Credevo che la filosofia fosse “letteratura”, cioè gioiosa e produttiva creatività del pensiero : ‒ libera speculazione entro la Verità. E così arricchimento della Verità.
Lo è sì, ma solo nella sua purezza, cioè in un “non sapere” socratico che, in modo diametralmente opposto a ciò che vuole la Filosofia Accademica, si inscrive pienamente nella tradizione della filosofia religiosa e della filosofia poesia. Puramente contemplativa. Quella che sa di non avere bisogno di alcuna “ricerca” perché tutto è stato già detto una volta e per tutte entro la suprema Verità. Pensare è dunque solo un pensare dentro di essa e non fuori. Contemplare.
Quello che oggi universalmente si intende come “filosofia” è invece solo un sottomesso seguire gelidi e fetidi cammini già tracciati, tratturi, fangosi carraturi. Sentieri nel bosco che, come voleva Heidegger, finiscono per definizione nel nulla. Accettare di seguirli è attenersi alle prescrizioni della morale del gregge (Nietzsche).
Ma comunque, perennemente insoddisfatta, la filosofia moderna ha voluto ri-concepire (con un Deleuze) la creatività illimitata del pensiero. Non in positivo però ma in negativo. Cioè non come contemplazione entro l’eternamente splendente Verità immutabile, ma invece come fatuo e lezioso gioco. Gioco auto-erotico fine a sé stesso. Dunque come ipertrofia ed iperplasia cancerosa del pensare, debordante oltre ogni possibile limite. Genesi volontaria ed irresponsabile di un mostro corrosivo e distruttivo. Aberrazione certificata e legittimata del pensare. Anarchia glorificata e circonfusa di incensi turibolari.
Dispendio ultra-entropico di energia, che dunque non costruisce nulla ma al contrario perennemente de-costruisce. È brivido erotico dell’ebbrezza dell’eterno fanciullo narcisista. Che non vuole servire nulla e nessuno.
A questo è stata ridotta la filosofia
Un gioco fatuo ed inutile! Una fabbrica inutile! Un inutile dispendio di intelligenza!

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Uno dei momenti più forti della vita filosofico-accademica è quello delle valutazioni di progetti.  Ecco la descrizione di uno di questo momenti, con l’illustrazione di tutta la liturgia ad esso obbligatoriamente connessa.
Si tratta della presentazione, tra gli altri, del progetto di ricerca di un pensatore religioso. Il cui intento viene per definizione regolarmente disapprovato.
La filosofia procede per questioni e vuole quindi sapere cosa il pensatore abbia avuto di nuovo da dirle. L’obiezione del pensatore religioso è che definire questo è molto difficile perché alla fine il suo messaggio centrale è mostrare il mistero della pienezza dell’essere, cosa di cui però la filosofia moderna non sa che farsene. Egli aggiunge anche che la questione non è come si ponga il pensatore religioso davanti alla filosofia ma semmai è il contrario. È la filosofia che invece dovrebbe dire che posizione assume davanti a pensatori esplicitamente religiosi e quindi anti-conformisti per definizione (nel pensiero e nel metodo). Naturalmente il docente (heideggeriano), quale “professore di ontologia”, obietta che non può accettare che ciò sia vero.
Poi il discorso si sposta sul progetto di tesi su “spazio liscio e spazio striato”, che è poi riconducibile al sublime Deleuze. Questo è un argomento veramente circoscritto. Questa è una vera questione filosofica. Questa sì che è una tesi. Non consente alcuna divagazione interpretativa ma solo dissezioni di concetti oltre quelle già disponibili. Ovvero ulteriori masturbazioni mentali il cui scopo per definizione deve essere nullo : ‒ per definizione esse non devono servire a nulla di esterno alla filosofia. Esse sono solo destinate ad alimentare il grande Corpaccio, che portentosamente tanto più fiorisce e prospera quanto più i suoi minimi distretti vengono tagliuzzati e sondati a sangue. Un ben strano organismo. Ricorda un bitorzoluto, lascivo e crudele barone spaziale fluttuante rappresentato in non ricordo più quale film di fantascienza.
E così il discorso si sposta su Deleuze, che ovviamente il docente  ama alla follia (“è un grande pensatore” ‒ il pensatore religioso  non lo è naturalmente nemmeno lontanamente). Emerge il concetto di un essere come caos (e, mai a Dio, come kósmos), al quale si conforma perfettamente la filosofia (moderna). Il cui pensare è appunto l’affermazione del caos contro ogni ordine, e quindi contro l’organizzazione indotta da qualunque rappresentazione, spregevolmente “normalizzante” per definizione. Sarebbe questo il senso della lotta alla scienza, che invece afferma l’ordine sul caos (con l’enunciazione di leggi sovrapposte al molteplice caotico). Strano che non si parli qui della filosofia metafisico-religiosa, che lo fa ancora di più (e peraltro proprio contro la scienza).
E così per Deleuze la filosofia è “produzione di nuovi concetti” (destinati a “dire la ricchezza dell’esserer”), cioè neo-concetti. Naturalmente di per sé inconsistenti per definizione e pertanto lontani anni luce da qualunque auto-evidente verità oggettiva. Dunque concetti solo provvisori ed effimeri, lezioso gioco di pensiero. Ancora appena pruriginosa masturbazione mentale.
Che anch’essa sembra avere lo straordinario potere di nutrire il grande Corpaccio, così ingordo del solo cibo che gli si confà. Nuovi concetti prodotti a ciclo continuo, al di fuori di ogni controllo e senza alcun fine apparente. Sofismo legittimato e soprattutto distruttore e liquidatore di ogni possibile tradizione, così come struttura. Heidegger! La “ricchezza dell’essere” (ricchezza che è però solo povertà, visto che si parla di essere come caos), che sarebbe da dire con questo linguaggio adatto al caos, è infatti quella di un mostro soverchiante senza confini e senza forma. La Vita nella sua formulazione più selvaggia e malefica, più infima ed elementare possibile. Il Regno dell’assoluto Possibile. In cui nulla ha e può avere senso. Insomma il Male stesso.
Hitler e Stalin sarebbero andati in solluchero per tutto questo.
È la celebrazione della vittoria assoluta della Natura sulla Cultura. È la Natura, che dopo essere stata de-divinizzata e poi celebrata congiuntamente da filosofia e scienza, e dopo essere passata sotto il controllo della scienza, ora ritorna tra le braccia vogliose della filosofia. Che raccoglie la fiaccola della distruzione, e, surclassando la stessa scienza, porta il processo alle sue estreme conseguenze. Sogno patetico ovviamente, perché di tutto questo il mondo intero, quello “non-filosofico”, se ne stra-infischia. Dunque appena un dorato sogno privato della Filosofia moderna e accademica. Un dolce sogno in cui abbandonarsi nell’ebbrezza post-orgiastica. Ancora : ‒ puro auto-erotismo! Ma comunque de-costruzionismo, che di per sé si sposa alla lontana con qualunque forma di ideologia rivoluzionaria, specie se anarchica. Infatti si celebra qui la lotta di principio alla “civilizzazione” in quanto istanza di “normalizzazione”. Proprio per questo il Deleuze sarebbe “un grande pensatore”. Il che è del tutto ovvio, per un heideggeriano : ‒ egli è, come Heidegger, un grande distruttore, oltre che un grande mistificatore. Insomma un grande pensatore è oggi solo chi distrugge. Chi non lo fa, non lo è! Dunque chi costruisce, non lo è.
Ebbene, però, questo sì che è un pensatore, questo sì che è un argomento adatto ad una tesi, e questa si che è una tesi degna di essere presa in considerazione. Come quella, presentata nell’altro seminario, sulla “teologia” (sic!) del divino Marchese, De Sade.

Insomma il problema centrale sembra essere proprio quello indicato dalla presa di posizione del docente verso una tesi invece anomala come quella del pensatore religioso : ‒ la filosofia aspetta a piè fermo chi la affronta.
E così essa pretende che, come prima cosa, costui giustifichi cosa mai vuole da lei per averla disturbata nella sua pace auto-referenziale. Poi, qualunque sia la risposta, essa obietterà : ‒ “Stupido, non hai capito!. Sei tu che devi dare qualcosa a me e non io a te”. È del resto proprio questa la regola del dottorato come percorso di studi. Quindi ti chiede se conosci il suo corpo, e se ne hai già scelto un pezzettino di cui mostrare al microscopio la struttura ancora più profondamente di quanto sia mai stato fatto. Se non sei in grado di fare questo, il tuo non può essere considerato nemmeno un “pensiero”, perché non rientra nei confini che sono stati appena tracciati.
Quella della Filosofia è pertanto la posizione di una Sfinge che imperturbabile ti attende al varco, sbarrandoti il passo ed esigendo la soluzione preliminare di un mortale indovinello. O anche quella di un’altera vergine il cui placido sonno tu abbia osato disturbare. E che si è appena degnata di comparire alla finestra perché tu possa appena scongiurarla di ascoltarti. Ma ella di tutto ha intenzione tranne che di ascoltarti.
Dunque non c’è assolutamente niente da fare.
La boria è troppa! E troppa è la follia che impedisce di vedere la boria. Con la conseguenza che il cieco crede non solo di potere ma anche di dovere permettersi di giudicare (e condannare) chi invece vede. E dunque è totale l’indisponibilità all’ascolto di ciò che potrebbe (e dovrebbe) senz’altro essere ammesso come “pensiero”, ma che le leggi del Corpaccio impongono invece di non ammettere come tale. Il rischio immenso è infatti quello di una contro-de-costruzione. Quella della de-legittimazione dell’atto fondamentale del corpaccio : ‒ quello di auto-alimentarsi auto-referenzialmente. La macchina inutile deve poter continuare ad essere tale, e quindi deve poter continuare a produrre l’inutile e l’effimero. Toglietele questo e vi griderà straziata, stracciandosi le vesti, che state uccidendo la filosofia.
Tale auto-referenzialità è evidente proprio in un Deleuze : ‒ qui la celebrazione della potenza ormai incontrollata ed illimitata del pensiero. Produttore di effimeri neo-concetti in obbedienza alla fondamentale caoticità dell’essere. Di fatto ipertrofizzazione inflazionistica del pensiero, e con ciò naturalmente dell’Istituzione filosofica. È al dolcissimo succo di questo fiore di loto che il corpaccio aspira di più. Non era forse proprio questo il mandato affidato da Nietzsche ai “nuovi filosofi” alla fine di Al di là del bene e del male?
E del resto tutti loro si divertono troppo con tutto questo. Mentre il pensatore religioso viene umiliato, gettato nella polvere, e spiazzato per l’ennesima volta, essi, più felici ancora, celebrano con maggiore impeto la loro orgia. Docente e presentatori ortodossi di tesi. I soldatacci proletari gli strapparono le vesti, le lacerarono e se le giocarono a dadi.
Loro si beano proprio di questo. Si realizzano proprio con questo. Si riconoscono proprio in questo. Loro giocano felici proprio con questo. Ed ad ogni tiro di dado, anzi, lo spazio di gioco magicamente si dilata ancora di più e l’orizzonte di piacere si moltiplica così esponenzialmente.
E guai a dissentire. Quando si giunge a parlare di “fondamentale caoticità dell’essere” il pensatore religioso non può proprio fare a meno di scuotere la testa sorridendo. Lo fulminano con lo sguardo. È che proprio non vogliono essere disturbati nel loro gioco. Così come la Sfinge non ammette disturbo alla sua imperturbabilità sfingea, e l’altera vergine (già da tempo sverginata) non ammette disturbo al suo regale sonno notturno. Il sublime gioco, lezioso e folle quanto mai, deve però essere preso mortalmente sul serio!
La differenza dal resto del “pensare” (che per loro, appunto, non può né deve essere ammesso come tale), sta proprio nella sua improduttività sublime, nella sua voluta e totale mancanza di relazione con il reale “comune” (quello di cui si pasce l’”intellettuale comune”, ovvero, per loro, l’”ignorante” per definizione ‒ ignorante perché, illusoriamente, pretende di sapere, come ogni uomo dotato di senno del resto fa del tutto naturalmente), nella sua siderale distanza da qualunque forma di volgare “ragionevolezza” (che implica sempre una certa prevedibilità, e quindi norma).
È il bando assoluto all’utilità almeno civile (non oso nemmeno menzionare il “morale”) dei concetti.
La Libertà dev’essere assoluta. È per questo che l’Accademia deve giocoforza essere Accademia dell’Inutile. Tempio del Sofismo assoluto, circonfuso di incensi.
Dunque Sofismo puro ed auto-compiaciuto. Ciò che si pensa e si dice deve avere per forza il marchio del “bizarro” e dell’aberrante. Non può recare anche la minima traccia di senso comune. Altrimenti è spregevolmente volgare!
E così la ragionevole conoscenza della filosofia in generale non è ammessa. È troppo bassa e banale. Veto che naturalmente nasconde il terrore dell’Istituzione per tutto ciò che potrebbe implicare il rischio di comparazione ad ampio raggio, contenendo così i germi di un giudizio storico-morale. Del quale si teme appunto l’inevitabile effetto contro-de-costruzionista. Il Corpaccio evidentemente conosce bene la sua intima corruzione, e così si guarda bene dall’ammettere che essa possa essere messa in luce. Specie entro i confini delle attività considerate legittime entro i suoi confini.
Dunque nessuno può parlare di filosofia se non ha fatto già atto di abjura verso qualunque forma di ragionevolezza, convertendosi al modello unico e dandosi ad esso anima e corpo. Cosa di cui, nel percorso di studi, si chiedono continuamente prove specifiche (non disgiuntamente, ovviamente, al pagamento di laute parcelle). Sembra essere esattamente questo il senso dei vari generi di sbarramento valutativo frapposti al raggiungimento della meta finale dei percorsi scolari. Non è il possesso di conoscenze ad essere richiesto ma invece una credibile prova del fondamentale atto di fede. La ripetizione plausibile dell’originario giuramento di fedeltà cieca ed assoluta. Il cui principale articolo è : ‒ “Non leverai mai e poi mai contro di me, e a qualunque titolo, la tua voce e la tua mano!”.
Il discente modello (qui il presentatore ortodosso di progetti di tesi) lo fa senza alcuna difficoltà mettendo a tacere preventivamente la sua coscienza. Cosa che gli riesce facilissima data la già avanzata corruzione di essa. Presupposto evidentemente indispensabile per avere un accesso facile al contesto di attività del mondo della Filosofia. Come del resto provato dalla disinvoltura con cui egli stesso (testuali parole!) raccomanda al collega riluttante il “jogo de cintura” (disponibilità a barcamenarsi) che è tassativo accettare per poter andare avanti. Anche lui, come il Corpaccio, conosce bene la sua intima corruzione.
Pertanto, pretendendo di restare sul piano della ragionevolezza (come accade quando si mettono in campo conoscenze oggettive di storia della filosofia), non vi è alcuna possibilità di entrare nel contesto delle attività ammesse come legittime. Puoi ammazzarti sui libri quanto vuoi. Puoi raccogliere fiumi di appunti e riflessioni. Puoi versare fiumi di inchiostro. Puoi penetrare quanto vuoi il pensiero di uno o più autori. Il risultato sarà sempre lo stesso : ‒ zero assoluto!
Ripetizione (ovviamente caricaturale ed alla rovescia) del detto evangelico : ‒ “Se non ti farai piccolo, non entrerai…”. René Guénon aveva non a caso insegnato che è proprio la caricatura rovesciante il tratto distintivo della moderna cultura. Eccone la prova!
Insomma bisogna avere accettato che la filosofia non serve a nulla, e quindi non serve nulla e nessuno. Serve solo sé stessa ed a sé stessa. Bisogna allora proprio accettare che l’unica filosofia ammissibile è quella bizzarramente e boriosamente ipertrofizzante nel suo perenne auto-alimentarsi.
Di nuovo, in sintesi, non è ammissibile alcun “pensiero” fuori della Filosofia come Istituzione.
Filosofia è solo pensiero unico chiuso auto-eroticamente in sé stesso.

Ecco allora l’invariabile atto finale di un Giudizio per definizione prevedibile. Ancora una volta l’Inquisizione chiude seccamente la seduta e rigetta il pensatore religioso. Dunque ancora una volta giustizia è stata fatta. E così un altro dei serenissimi giorni della Sublime Accademia è ormai passato, senza che il suo strapotere iconoclastico possa essere stato anche solo scalfito.

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Cari amici filosofi,
ah se poteste ascoltare ciò che sto per dirvi!
Pretendete che la definizione rigorosa dei concetti sia presupposto indispensabile per comprendere. Nel senso analitico della comprensione (che però stranamente in qualche modo proprio il vostro Kant, di “Critica alla Ragion pura”, aveva condannato come la fonte stessa delle “chimere” metafisiche), dunque nel senso della rigida separazione di concetti.
Ebbene provate a leggervi di Dionigi l’Areopagita (“Nomi divini”) il paragrafo dedicato alla “Luce spirituale” (IV, 6)
È uno dei testi in cui più può risultare evidente che l’assolutamente spasmodica compressione e concentrazione dei concetti entro immagini mitico-poetiche (sublimemente unitarie per definizione,e quindi autentiche formule sintetiche di comprensione offerte agli uomini una volta e per tutte) è proprio quanto, contrariamente a ciò che voi pensate, più permette di comprendere. Nella fusione, invece che nell’analisi diairetica. In questo sublime paragrafo (di non più di 14 righe), infatti, tanto il più ardito metafisico quanto il più sofisticato fisico sub-atomico potrebbero ben trovare un illimitato materiale non solo per la comprensione di ciò che è già noto ma anche perfino per estendere la comprensione a ciò che non è ancora noto.
Mi astengo da un commento approfondito di quanto è esposto nel paragrafo. Dico solo, in modo estremamente sintetico, che proprio qui si comprende perché lo spirito sia l’immateriale stesso nella sua ubiquitarietà. Perché esso è Luce sovrabbondante, e dunque energia che perennemente si rinnova e rinnova. Come potete vedere si tratta di diversi orizzonti di conoscenza appaiati : la metafisica religiosa, la fisica sub-atomica, la scienza della natura riguardo alla dinamica delle forze. È l’apertura di orizzonti, che voi invece chiudete e sigillate ermeticamente attraverso una definizione diairetica di concetti, la quale fa si che essi restino dentro i limiti del solo orizzonte intellettuale filosofico. Così che essi non possono comunicare con i concetti di altri orizzonti intellettuali, impedendo così di scoprire equivalenze profonde tra essi. Cioè limitando la comprensione. Proprio nel pretendere di rendere possibile la più esauriente comprensione, voi insomma la impedite. Infine, la filosofia non è affatto la forma fondamentale e paradigmatica della conoscenza.
A quando allora il vostro rinsavimento? Se mi permettete vi fisserò una data per questo pur improbabile evento : ‒ avverrà nel momento in cui finalmente vi sentirete capaci di dismettere la vostra infinita boria.
Solo allora capirete (come vi suggeriva il mitografo Robert Graves nel suo “La Dea Bianca”, e come qui vi suggerisce anche l’immenso Dionigi) che pensare è anche insieme poetare e pregare.
Come dicevo, spero che qualcuno di voi mi legga. È però difficile che lo farete. E se anche lo farete, troverete in ciò che dico motivi di spocchioso scherno. Che a voi viene così facile.
Se però qualcuno di voi vorrà ritenermi degno della sua attenzione, anche solo attaccandomi, ne sarò molto lieto.

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Presentiamo qui, ma solo in stralcio, il nostro ultimo lavoro filosofico-metafisico, dedicato all’esplicitazione ed allo sviluppo delle suggestioni esistenti nei testi di Edith Stein per una visione animico-spiritualista della fisiologia umana [ Il titolo del lavoro è : «L’intendimento animico-spiritualista del concetto bio-medico di “fisio-funzionale” alla luce del pensiero di Edith Stein e Platone»]
Ci riferiamo con ciò ad un particolare livello della realtà umana, così come è stata indagata dalla medicina specie negli ultimi tre secoli, ossia a partire dal momento in cui si è iniziata a sentire la necessità di comprendere più profondamente ciò che fa della struttura anatomica (dal Rinascimento in poi ormai già chiarita in tutti i suoi aspetti grazie allo studio dissettorio sul cadavere) qualcosa di vivo e quindi dinamico.
È proprio questo che fa di un corpo composto di sostanze fisico-chimiche (cioè in sé, sebbene con una certa approssimazione, materie morte), un’”organismo”, ossia un insieme di parti integrate.
Proprio su questa via, e per mezzo di vari indirizzi di studio, si giunse in medicina alla descrizione particolareggiata di un livello dell’organismo umano fino a quel momento sconosciuto (oppure oggetto di teorie del tutto astratte) ma di cui si era però da sempre intuita la natura “direttiva”, ossia la capacità di esercitare un ruolo di controllo centrale e superiore su qualunque realtà ad esso sottoposta. È questo che intendo per “fisio-funzionale”, e cioè un livello della complessiva struttura corporea che è caratterizzato sostanzialmente dalla funzione dinamica (e non più invece solo dalla strutturalità statica : anatomia). E quest’ultima a sua volta si muove secondo la necessità di garantire la “fisiologia” dell’intero insieme organismico, ossia appunto una funzione “normale” (interrelata poi con la costante integrità della struttura). (altro…)

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È con queste ultime battute che concludevamo oggi un nostro lavoro dedicato agli aspetti bio-medici che sono deducibili dal pensiero di Edith Stein.
Titolo :« Revisione animico-spiritualista del concetto bio-medico di “fisio-funzionale” alla luce del pensiero di Edith Stein ‒  Quaestiones disputatae de veritate e Timeo»
La conclusione più opportuna  a questo lavoro ci è sembrata una riflessione sulla preghiera.

…..

Di può non è necessario dire.
Ma vorremo concludere con una meditazione che esula  dalla metafisica, dalla filosofia e dalla scienza. Se vogliamo essa rientra nella teologia, ma solo in un certo senso, e cioè nel senso di una fede che non è mai troppo sicura se è sorretta da sole idee. Essa è invece sicura solo quando ha finalmente intercettato Dio nella sua dimensione più rilevante, ovvero quella di un Invisibile che è però avvertito come tangibilmente presente.
Non a caso proprio questa fu la posizione tenuta ferma dalla Stein  nella fase ultima, e mistica del suo pensiero, di fronte alla speculazione arditissima di Dionigi l’Areopagita su un Dio assolutamente inafferrabile, che essa peraltro recepì in pieno. Ciò che ella volle tenere fermo fu che l’essenziale dell’esperienza religiosa è la dimestichezza con un oggetto di fede (“Gegenstand des Glaubens”) che si sente come ciò che incontriamo personalmente come presenza (“persönliche Begegnung”). E fu con queste cose nella mente nel cuore che ella andò volontariamente al martirio in nome del Bene, del Bello, del Giusto e del Vero (ossia in nome di ciò che ogni metafisica, teologica o meno, può e deve condividere).
La riflessione è quella sull’effetto della preghiera, ovvero sulla tangibilità della presenza d divina. Essa ci veniva suggerita in un momento di ispirazione e quindi la consideriamo in principio non nostra.
«La preghiera è l’accavallarsi delle onde che, per mezzo di Maria (l’Oceano divino), giungono infine alla Sua sponda. La sponda del Dio-Uno. Essa è il riverbero ondeggiante che, mare dell’essere, raggiunge la Causa a ritroso lungo la via discendente degli effetti.  Ma da lì, da quella suprema sponda,  il riverbero si inverte raggiungendo l’ultimissimo effetto della Causa.
È dunque lassù che si può effettivamente misurare l’effetto della preghiera. In quella suprema concentrazione di ogni richiesta che ogni volta ne rilancia la forza che ad esse non appartiene, raggiungendo nuovamente il luogo da cui il processo è iniziato. L’ultimo. Ed è per questo che anche in questo punto, allora, sarà misurabile l’effetto della preghiera. Perfino tangibilmente.
Nulla resta uguale dopo la preghiera, tutto viene trasfigurato. Tutto, nel senso dell’impossibile (perché ricadente fatalmente al suolo secondo la pesantezza delle leggi del mondo) che invariabilmente diviene possibile nel senso del leggero, dell’ormai smaterializzato, del direttivo-funzionale. Dove l’impossibile di prima diviene possibile in un del tutto nuovo assetto. E solo per Grazia e Misericordia, proprio perché siamo esseri terreni, ci è perfino concesso in un certo grado la misurazione esteriore dell’effetto.
Ma l’ultimo luogo, il luogo dell’effetto finale, è esattamente finale. È nei fatti solo il luogo della morte e della fine (come affermò Heidegger). Eppure è per la Sua Agonia e Morte in Croce (quinto mistero gaudioso) che questo luogo diviene una fine provvista di un Oltre.
Da cui appunto l’alternare infinito oscillante del riverbero può sempre venire ogni volta innescato.
È proprio grazie a Lui, Signore dell’Oltre, Padre della fine che è sempre anche inizio, noi uomini siamo umili eppure efficaci operai della preghiera. Troppo ciechi circa l’opera dell’Architetto ed insieme troppo speranzosi nell’effetti da noi prodotto pur senza essere assolutamente come Lui. È nell’equilibrio tra questi due eccessi che per Misericordia ci viene perfino concesso di misurare tangibilmente l’effetto dell’opera che intanto ci è concesso di svolgere. L’opera che svolgiamo insieme a Lui come operai in forza del Logos, e cioè dell’immaterialità dell’essere che è pensiero e parola.
Pregando noi collaboriamo alla sua azione nel mondo. Noi trasfiguriamo il mondo. È così che il Sovra-Essere si traduce in un Essere che Egli per sua sostanza non è. L’Essere di cui noi siamo fatti».

Forse è per questo che da quanto il mondo è mondo coloro che curavano l’uomo senza affatto aver nemmeno bisogno di essere laureati in medicina, lo facevano sostanzialmente pregando. E lo stesso si può dire dell’autentica virtù auto-curativa della preghiera.

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