Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Napoli’

Quando qualcuno muore non ci possono essere affermazioni ma solo domande. Il rispetto per il dolore e per la perdita è infatti d’obbligo. Ed esso impone una certa dose di silenzio.
Ma non il silenzio totale. Almeno alcune domande bisogna porsele e quindi proporle. Ad ognuno, dunque, la risposta dettata dalla coscienza.
Ma la prima domanda è proprio questa : visto che accadono cose come queste e visto che su di esse si discute in un certo modo, disponiamo ancora di una coscienza quale guida sicura?
Intendo a livello collettivo. Perchè è lì che soprattutto si pone il problema. E dunque il problema è al livello in cui oggi la coscienza collettiva si manifesta, cioè a livello dei media.
Dunque le domande che richiedono risposte da una coscienza sono rivolte alla coscienza collettiva. Sulla cui effettiva esistenza c’è però ahimè da dubitare.

Dopo i fatti, manifestazione a Rione Traiano : “La polizia ci dovrebbe tutelare ed invece ci ammazza!”. Viene esibito un ritratto gigante della vittima che è offerto al collettivo compianto.
È questo il trattamento che si riserva ai martiri ed agli eroi. Cioè ai giusti. Esso richiama la folla ad una legittima indignazione.
Domanda alla coscienza collettiva :
ricorrono qui i termini del sacrificio di un martire?
che effetto può avere mostrare proprio questo genere di immagini della tragedia?
dopo l’effetto provocato dalle immagini, si può pensare più ad un rafforzamento della coscienza collettiva o invece più ad un suo indebolimento?

Intervista al superstite dell’incidente : il compagno di motorino del ragazzo deceduto.
Domanda dell’intevistatore : “Perchè non vi siete fermati al posto di blocco?”. Risposta : “Perchè non avevamo patente ed assicurazione!”
Domande alla coscienza collettiva:
quale percezione abbiamo oggi della legge come momento di rispetto di una comunità verso sè stessa ed i suoi generali interessi?
quanto pesa l’effettività della trasgressione sul giudizio circa la qualità dell’intervento da parte del tutore della legge?

Basta !
Alla famiglia della vittima vanno tutto il rispetto e la solidarietà che sono dovuti in un caso come questo. Al milite che per qualunque motivo (giusto o sbagliato) ha ritenuto opportuno sparare vanno tutto il rispetto e la solidarietà che sono dovuti in un caso come questo.
Il resto lo decida la coscienza collettiva.

Read Full Post »

«Mio caro Maurizio, ricorda sempre che alle offese, le ingiurie, le calunnie, il napoletano deve rispondere con il suo orgoglio!».
È la frase che campeggia a Napoli un po’ dappertutto facendo anche bella mostra di sè. Si sa che l’annotazione a margine di un ritratto, fatta da Eduardo De Filippo per Maurizio Valenzi.
E tutti avevamo visto giusto nel riconoscere in questo un colpo gobbo del nostro Gigino (lo conferma un articolo di Marco Perillo del 25.01.14 su Il Mattino.it)
E tutto sommato si possono anche riconoscere le buone ragioni delle intenzioni di Gigino.
Solo che, forse, diversamente da quanto pensa Perillo, più che di una reazione alla  sistematica “diffanazione mediatica” di Napoli, si tratta semmai uno stratagemma per fortificare l’orgoglio dei napoletani e così per infondere in essi quel rispetto di sè stessi che evidentemente non hanno.
Fatto sta però che invece i napoletani sono fermamente convinti di averlo! E proprio da questo bisogna partire.
Il che significa, diveramente da ciò che scrive Perillo, che il problema non sta affatto nella diffamazione mediatica di Napoli, ma semmai nell’esatto opposto, e cioè nell’interpretazione corretta che di essa bisognerebbe fare. Una chiave per tale corretta interpretazione ce l’aveva data Giorgio Bocca nel suo libro su Napoli, in cui ci aveva caldamente invitato a fare ciò che non facciamo, ovvero indignarci.
Ebbene, il così auto-referenziale e così troppo facile orgoglio dei Napoletani è proprio l’espressione di questa incapacità di fatto di indignarsi. Il che significa che la frase di Eduardo andrebbe molto meglio, ed andrebbe anche forse incontro all’effetto voluto, solo se venisse così riscritta : ‒ «Mio caro Maurizio, ricorda sempre che alle offese, le ingiurie, le calunnie, il napoletano dovrebbe rispondere con la sua vergogna di essere napoletano!».
Insomma la vera via ad un orgoglio napoletano (in principio del tutto giustificato), ma sano, appare essere quello del vergognarsi di essere napoletani. E non invece quella dell’inorgoglirsene.  Almeno in primis. La giusta e sana risposta alle cosiddette diffamazioni mediatiche di Napoli dovrebbe dunque essere proprio questa. E ciò per il semplice motivo che non si tratta di diffamazioni ma di pure costatazioni di verità.
Le verità che noi proprio non vogliamo vedere, e che per questo seppelliamo sotto strati e strati di del tutto immotivato orgoglio. Orgoglio legittimo è infatti quello motivato da un oggettivo valore.
Ma dov’è l’oggettivo valore di noi napoletani? Dico nei fatti e non nel principio!
La prima evidenza che ne sconfessa l’esistenza è il nostro spaventoso provincialismo auto-referenziale ed auto-glorificante. Lo stesso provincialismo che ci permette di essere orgogliosi di noi senza fondamento, e spingendoci così peraltro a comportarci da cialtroni.
Ne volete un esempio?
Il tripudio medio dei napoletani davanti all’umiliazione calcistica del Brasile davanti alla Germania. E ciò per puro e semplice spirito campanilistico. Perchè il Brasile è rivale dell’Argentina, e l’Argentina, calcisticamente, equivale all’amato Ciuccio. Umiliazione che dunque dimostrerebbe il dogma stesso del provincialismo partenopeo in campo calcistico : ‒ “Maradona è meglio ‘e Pelè!”.
Ma si da il caso che questa è cialtroneria!
In primis perchè si è così infierito in modo pochissimo cavalleresco su un “nemico” morente, ammesso che il Brasile possa essere considerato tale (vista l’autentica passione, malissimo ripagata, che i brasiliani hanno mediamente per noi italiani). In secondo luogo perchè in tal modo i napoletani tradivano un diffuso e legittimissimo sentimento anti-tedesco italiano e sud-europeo. Cioè, come al solito, essi si lasciavano andare alla celia irresponsabile laddove si sarebbe dovuto invece essere seri. Nostro male storico, questo.

E dunque, come guardare, alla luce di tutto questo alla notizia diffusi dai TG secondo cui la serie “Gomorra” starebbe “spaccando” in tutto il mondo?
Pare che effettivamente la serie sia stata accolta con favore entusiastico in tutto il mondo da pubblico e stampa! Ma invece di fare trionfalismo, dovremmo non dico chiederci, ma almeno avanzare dei sani sospetti sul vero perchè di questo.
Si può veramente pensare che una serie come Gomorra venga apprezzata nel mondo, per quel che mostra di noi e della nostra natura (la natura profondamente camorrista e malefica che ci appartiene), non in relazione al lato oscuro  di Napoli ‒ che è sempre stato in tutto il mondo oggetto di morboso fascino insieme alla falsa immagine della “cartolina”  e della “città balneare” giustamente deplorate da La Capria ‒, ma in relazione ad un riconosciuto valore della nostra industria dello spettacolo?
Si può veramente pensare che quel pubblico e quei giornalisti che hanno apprezzato Gomorra, lo abbiamo fatto con spirito diverso da quello di un pubblico che ormai mondialmente tributa i giallisti dei titolo di “migliori scrittori” nazionali? E da che cosa è attirato un pubblico del genere? Dal marcio, dal morboso, dall’abnorme, dal perverso? E, al di là delle ben più superficiali intenzioni ddascaliche, cos’altro ci mostra, e con dovizia di complice retorica estetizzante, la serie Gomorra, se non questo?
Embematica è al proposito la sottile e corrosiva ironia germanica (naturalmente da noi non capita) con la quale una testata giornalistica tedesca commentava il tracollo di un altro famoso clan dello spettacolo  a vantaggio dei “the Savastans”.
Si deve dunque inorgoglirsi ‒ e pontificare su Gomorra come volano dell’imprenditoria partenopea, come ha fatto l’attore protagonista al TG, Marco D’Amore, alias Ciro Di Marzio, “L’Immortale” (non a caso faccia d’angelo al servizio del male demoniaco promosso fortunato tema di spettacolo) ‒, oppure molto più sobriamente ci si deve vergognare?
Personalmente penso che sarebbe stato molto meglio che Gomorra non fosse mai assurto ai fasti della cronaca dello spettacolo. E sono convinto che se lo dovrebbero augurare pure i napoletani. Anche quelli più provinciali e cialtroni.
Gomorra mostra di noi, infatti, la pura e nuda realtà profonda, cioè quella che noi stessi non vogliamo vedere. Quella determinazione profonda che fa del napoletano medio (naturalmente con tutte le moltissime dovute eccezioni ‒ ci mancherebbe altro!) un vero e proprio lazzaro per natura, cioè un figlio dell’Oscuro Signore che ci domina, e che ha la forma materiale del Vulcano.
Cosa che la letteratura mondiale ha del resto da sempre conosciuto, come ho dimostrato in questo blog (in un post del 06.06.14) in una citazione da un racconto dello svizzero Gottfried Keller : ‒ «…così Napoli è la capitale del Regno omonimo, col suo Monte Vesuvio che vomita fuoco. Su tale montagna una volta ad un capitano della marina inglese ‒ come ho letto in una descrizione di viaggio ‒ comparve un’anima dannata, e quest’anima apparteneva ad un certo John Smidt, il quale centocinquant’anni innanzi era stato un uomo ateo ed ora affidava al suddetto capitano una incombenza da assolvere al suo rientro in Gran Bretagna, in maniera che egli potesse essere liberato dalle fiamme ; l’inter montagna di fuoco, infatti, altro non è che il luogo dove i dannati vengono trattenuti, così come si legge altresì nel Trattato del dotto Peter Halser sopra le presunte occasioni dell’inferno….». (Gottfried Keller, I tre giusti pettinai, Catania : Paoline 1963, p. 67)

Ma infine voglio pure ammettere di avere torto su tutta la linea.
Ed allora invito i napoletani più intraprendenti in tema di spettacolo ad essere estremamente coerenti, portando alle estreme conseguenze le ispirate parole di  D’Amore.
Dobbiamo insomma organizzare e pubblicizzare in tutto il mondo visite guidate dei turisti a Scampia, così che possano prendere contatto diretto con il luogo fisico che ha mobilitato le loro emozioni di fronte alla serie “Gomorra” ed ai suoi orribile ceffi. Per i quali  un pubblico sano si sarebbe solo augurato che finissero dritti all’inferno e nel più breve tempo possibile. E così, più che tributarci onori, ci avrebbe semmai compatito per le nostre inconfessabili vergogne.
Con questa operazione di marketing turistico, comunque, veramente il cerchio si chiuderebbe e tutto andrebbe definitivamente al suo posto.
In male naturalmente.
Del resto cos’altro ci possiamo aspettare in una città ormai in tutti i modi definitivamente espugnata proprio dalla Camorra? Lo dimostra tragicamente il nostro esultare per la ripugnate materia purulenta messa allo scoperto da Gomorra, un male che (proprio come quel “nichilismo” che Heidegger invitava a guardare in faccia con lo stesso cinismo irresponsabile) solo se guardato da vicino già ti ha irrimediabilmente contaggiato.
E noi infatti ne siamo ormai irreversibilmente contagiati.

Ahimè, perchè io amo profondamente e perdutamente questa terra. E proprio per questo, finchè le cose non cambieranno per davvero (cosa che chissà se mai avverrà), non potrà fare altro che vergognarmi sanamente di essere napoletano. Certo così di obbedire all’altrettanto sano “dispera!” raccomandato da Kirkegaard.

Read Full Post »

 …………….

 L’antica Irlanda

 

Quanto a me, ecco, oramai, direbbe un eroe tragico, il destino mi chiama!”1

 

Maharaj : C’è un’unica soluzione : scoprire chi sei. Qual’è la causa del tuo essere, del tuo ‘io sono’?. Un tempo non avevi nozione di essere o di essere stato. Ma, in questo momento, tu sai di essere. Perchè?. Scoprine la causa. Solo tu puoi sapere perchè sei, solo tu sai perchè ti è stato offerto di essere. Non chiedere ad altri, ma ricerca da solo. E non preoccuparti degli altri, occupati solo di te stesso” 2

 

Conosciamo la verità non solo con la ragione ma anche con il cuore3

 

Então à montanha foi dito que saisse da água. / imediatamente houve grandes montanhas4

 

La mia patria era la contea del Clare, in Irlanda. Ma ormai da tempo non più.

La mia casa era in un luogo isolato, in piena campagna, e solo pochi selvaggi tratturi passavano da quelle parti. Così vedevamo solo di rado la faccia di altri uomini che non fossero quelli della nostra famiglia e delle pochissime altre che vivevano nei nostri dintorni.

La nostra casa, isolata anche dalle altre si trovava allo sbocco di una valle tra due alture coperte di boschi che di allungavano in un sistema di alte giogaie che chiudevano la valle ad est.

Aldilà di esse scorreva placido e maestoso il lontano Shannon.

Altre più basse alture si estendevano dallo sbocco della valle in poi verso il mare, poco prima del quale si susseguivano ondulate e brulle colline coperte di erba.

Dal luogo dove eravamo, il mare distava all’incirca tre giornate di viaggio, camminando di buon passo

La costa laggiù era un susseguirsi continuo di baie e piccole insenature con rocce basse e frastagliate, spiagge di ciottoli e lagune chiuse da basse creste rocciose che si prolungavano nel mare, alternate a catene di scogli ravvicinati, che, lasciando tra essi strettissimi passaggi, si susseguivano continuando la linea rocciosa che separava quasi completamente le lagune dal mare aperto. Il mare all’interno era cristallino e quando il sole brillava nel cielo sereno, esso acquistava tutti i toni del verde smeraldo e del celeste acquamarina, mescolandosi con le smaglianti pagliuzze d’oro dei fantasmagorici e cangianti riflessi del sole sui ciottoli del fondale.

Una di queste lagune, ampia, aperta e selvaggia, era meta preferita delle mie escursioni.

La sabbia della spiaggia era di un puro color avorio e preceduta di pochissimo da una fittissima vegetazione di pinastri che in alcuni punti si spingeva fin quasi nell’acqua. La linea rocciosa che separava lo specchio d’acqua dal mare aperto era molto distante dalla spiaggia, direi almeno due terzi di miglio, così che lo sguardo poteva spaziare a lungo prima di incontrare la spessa linea candida della risacca oceanica.

Ci andavo in autunno ed in primavera quando il lavoro dei campi e la custodia del bestiame mi lasciavano tempo e quando le condizioni climatiche non lo proibivano.

Qualche volta invece ci arrivavo pascolando l’intero gregge, dopo una settimana o più di transumanza tra le colline e le brughiere .

Abbandonavo il gregge dentro uno steccato che io stesso avevo costruito, lasciandovi a guardia i cani e mi spingevo nel profondo bosco di pinastri fino a raggiungere la spiaggia dopo circa un’ora di cammino. Nel bosco di spingevano diversi ruscelletti provenienti dalle vicine colline ed in un punto essi si univano in un profondo e cupo stagno dall’acqua verde scuro, sulle cui sponde pure spesso mi soffermavo prima di giungere alla spiaggia.

Qui mi piaceva sostare distendendomi sulla riva erbosa a contemplare i grossi gabbiani che attraversavano l’occhio di cielo che lo sormontava mentre ascoltavo il lontano rombo del mare che si spingeva fin lì portato dal vento.

Giunto presso la spiaggia, costruivo una piccola capanna di tronchi e canne in immediata prossimità della spiaggia e passavo intere giornate a guardare il mare che rumoreggiava e biancheggiava al di là della bassa scogliera, disseminata quà e là di più alti roccioni, che chiudeva la laguna.

Credo che proprio lì siano nati in me tutti i pensieri della mia inquietudine e vi siano stati seminati da qualche divinità delle acque, forse dalla stessa Boyne, i semi che sarebbero poi germogliati nelle mie estasi future.

 

(altro…)

Read Full Post »

 

Non è importante né l’uno né l’altro personaggio. Di entrambi infatti non ci importa un vero fico secco.

E non è importante nemmeno l’oggetto della polemica, che non ci riguarda affatto.

L’importante è lo stile, dietro il quale si legge qualche altra cosa, e cioè l’apparato bellico che la sinistra italiana è ancora in grado di mettere in campo.

E sempre, bene inteso, continuando a voler far credere di fare guerra alla guerra.

Solo è curioso osservare come ormai tale apparato bellico venga impiegato non solo fuori ma anche dentro la grande area della sinistra, con il fiorire di beghe, battibecchi ed inciuci di ogni genere. Cosa che in qualche modo richiama comunque il lontano ed imbarazzante scenario di Hommage to Cataloña di Orwell.

Il caso Renzi è emblematico di tutto ciò.

Ma ciò che dello stile bellico ci colpisce oggi nella trasmissione odierna di Prima Pagina condotta da Antonella Rampino non sono tanto le forme e i contenuti, quanto piuttosto le nuances. Che la dicono forse molto più lunga del resto.

Una di queste nuance è l’inflessione dialettale del linguaggio della Rampino. È lei infatti il personaggio-voce di guerra.

Ella napoletana è! O giù di lì. Si vede e si sente.

Ma la sua dialettalità napoletana non è né qualunque né casuale. Essa è curata e studiata come solo a Napoli si può farne esperienza. Contiene infatti delle nobilitazioni di consonanti che il napoletano di un certo livello ad arte si studia di strappare alla volgarità del dialetto basico. Ecco che le “o” e le “e” si chiudono, che le “g” diventano quasi “d” (invece di giorno ecco diorno), che le “c” si strascicano indolentemente mentre perentoriamente si iper-sonorizzano diventando “tsch” (come nel “Tschüß” nord-germanico)

Ebbene tutto ciò a Napoli fa incontestabilmente chic, cioè vecchio signore, cioè al di sopra della vile massa plebea. E quindi non può essere casuale il fatto che quest’altercare venga usato dalla Rampino (e peraltro insieme ad altri napoletanismi più veraci) per poi dopo tornare al nitore di un eloquio da corso di dizione.

Ma nel caso della Rampino a tutto ciò si aggiunge una voce femminile naturalmente arrochita (alla Angela Finocchiaro, cioè alla pasionaria di sinistra e fumatrice accanita), e quindi ruvida, stridentemente confricante. Talvolta cupamente minacciosa quando raggiunge le oscure profondità del suo livore guerriero. E che quindi come tale graffia, gratta, erode, ed infine taglia e spezza.

È con essa che il povero Renzi viene fatto a pezzi.

Ma che colui che parla così e così sia di sinistra non rappresenta alcuna contraddizione. Né per quanto attiene i gentilismi partenopei in sé, né per quanto attiene il rapporto tra essi e la ruvida voce di guerra.

Infatti nel simbolismo comportamentale della sinistra tutto ciò significa essere intellettuale (anche se di guerra), cioè uomo al di sopra della norma non tanto per censo e/o per nascita Magari anche, come ci dicono bene i gentilismi. Ed allora tanto di guadagnato, visto che così si è non solo signore, ma anche nobile d’animo e generoso.

Ma soprattutto si è al di sopra della norma per superiorità di sensibilità e di pensiero. E quindi si dimostra di essere leader, leader di masse rivoluzionarie. Cioè candidato ad un posto più alto e meglio remunerato nella gerarchia rivoluzionaria.

Quanto poi alla rivoluzione in sé, essa così come anche la Rampino, Renzi, Bersani, e la sinistra tutta, ed anche tutto il resto , ha un’importanza solo relativa.

L’importante è fare figura. Come si dice a Napoli.

Questo ci sembra la Rampino su Prima Pagina. Assolutamente sublime nella sua significatività comportamentale conscia ed inconscia.

Read Full Post »

Corrispondenza su Napoli

 

Dal Pediaforum, mese di Giugno 2011

 

25.06.11

 

Vorrei chiedere al dottor Nuzzo e al dottor Improta quale e’ la loro opinione sul problema della spazzatura a Napoli, quali potrebbero essere le strade per uscirne e se, a loro parere , ci sono le condizioni per avere rischi sanitari o  rivolte sociali.

grazie.

Dr. Nino Contiguglia

 

25.06.11

Caro Nino,

a mio modestissimo parere, il problema della spazzatura a Napoli si riassume perfettamente in un episodio da me vissuto l’altra sera insieme a mia moglie e mia figlia.

Eravamo diretti ad un famoso ristorante di pesce della Riviera di Chiaia per festeggiare il mio compleanno, ma il pesce, e marcio (insieme a svariate altre immondezze), lo abbiamo trovato per strada. Gli abitanti del quartiere (tipico esempio di quartiere napoletano, dove la più alta noblesse di mescola alla lazzaritudine più verace, ovvero atroce) avevano pensato bene di rovesciare per strada tutti i contenitori della spazzatura ingombrando così completamente la sede stradale. Così che i pneumatici delle auto che intanto faticosamente cercavano di farsi strada tra le barricate di immondizia, facevano scoppiare uno ad uno i sacchetti, in modo che il loro nauseabondo contenuto ne veniva rovesciato all’esterno.

Mia figlia, molto sensibile, ha quasi vomitato per l’insopportabile puzzo. E, così, spaventata si è messa a piangere. (altro…)

Read Full Post »

21.11.08

Caro Saviano,

per l’illimitata stima che provavo e provo nel valore del lavoro che lei, con lucido ed inusuale coraggio, ha intrapreso, acquistai molto tempo fa il suo libro, conservandolo come un tesoro.

Tuttavia, quando poi l’ho aperto, l’ho dovuto richiudere dopo poche pagine. E per non diminuire il valore del suo libro e del suo lavoro, vorrei qui dirle perchè.

Perchè la lettura mi ha subito imposto una domanda drammatica: cosa resta?

Cosa resta dopo che il suo libro ha descritto l’incommensurabile strapotere del dio denaro e del dio libertà incondizionata?. Tanto incommensurabile che il nostro territorio ne reca ormai gli indelebili ed orrendi tratti. Dunque, se il male è cresciuto a tal punto, cosa ci resta?.

Può restare l’illusione che qualcuno o qualcosa, con le loro sole forze,  scavalchino questo argine così mostruosamente invalicabile, ristabilendo ordine, autorità, morale e giustizia?

(altro…)

Read Full Post »