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Posts Tagged ‘fernando pessoa’

Ho iniziato al leggere il Livro do Desassossego1 all’inizio dell’estate scorsa e subito ne sono rimasto rapito.
Però il fatto è che non si tratta affatto di un libro come gli altri, e così ben presto mi sono dovuto rendere conto che con esso non si trattava affatto di una lettura che si potesse portare avanti senza pagare un prezzo abbastanza alto in termini di coinvolgimento emotivo.
È lo stesso Pessoa che lo dichiara senza mezzi termini, scoraggiando così ogni lettore che non sia animato da una vera e profonda passione per lui, per i suoi scritti e per il suo modo di vedere le cose : ‒ “Quero que a leitura deste livro vos  deixe a impressão de tèdio continuato em pesadelo voluptuoso”2
In poche opere infatti è esposta fin nelle minuzie infatti una dottrina più radicale e senza speranza del nulla rappresentato dall’esistenza umana e terrena.
Non è possibile quindi affrontare una tale lettura senza prima aver trovato una formula che permetta di non restare ad essa indifferente e nello stesso tempo di non esserne annientati.
E comunque la cosa non finisce affatto dopo aver letto il libro. Perché quando poi si tratta di rileggerlo, elaborando gli appunti da esso generati, tutto ricomincia daccapo ; così che di nuovo si fa una tremenda fatica ad arrivare alla fine. E qui giunti, come vedremo, bisogna a tutti i costi tirare di nuovo le somme e cercare così una nuova via di uscita dall’oppressione dell’evidenza di una terribile verità dalla quale, giunti a questo punto, non si può proprio più sfuggire.
Ma in ogni caso, dopo aver abbandonato il libro per diversi mesi, sono riuscito a riprenderlo in mano solo dopo avere realizzato che Pessoa pone al centro della sua vita ed opera il Nulla dell’esistenza sostanzialmente perché egli appartiene a quella categoria di uomini, poeti e pensatori, che non si accontentano affatto del mondo così com’è. E questo perché tengono continuamente presente il paradigma di un mondo del tutto ideale che non è né può essere di questo mondo.
Il tutto è perfettamente riassunto nel giudizio da lui dato a proposito della cattiva stampa di cui gode in generale il pessimismo, giudizio che, molto significativamente, chiama direttamente in causa anche il nostro Leopardi ‒  “Mas a maioria é feliz e goza a vida em isso valer. Em geral o homem chora pouco, e, quando se queixa, é a sua literatura. O pessimismo tem pouca visibilidade come fórmula / democrática /. Os que choram o mal do mundo são isolados….Um Leopardi, um Antero não tem amado ou amante? O universo é um mal”3
La visione filosofica e la posizione di tali uomini costituisce pertanto necessariamente una vera e propria teologia, ma una teologia che vive del rifiuto reciso di ogni illusione circa la verità ultima della terrenità e nello stesso tempo non rinuncia a collocare tale atteggiamento entro il desiderio sempre inesausto di una dimensione del tutto ultra-terrena in cui questa verità venga completamente  trasfigurata. Tuttavia di tutto ciò essi, come accade a Pessoa, possono non sentire il bisogno (e forse nemmeno il desiderio) di parlare espressamente. E probabilmente si rifiutano di farlo prima di tutto con sé stessi, convinti come sono del fatto che è ben più urgente dire quanto è invece del tutto evidente pur venendo colpevolmente nascosto.
E ciò genera necessariamente, per tutti coloro che pensano e sentono in tal modo, il pensare, il sentire, lo scrivere ed il parlare su un piano di più o meno evidente esoterismo. Il cui versante essoterico consiste poi proprio nell’ambizione a far finalmente trionfare sull’apparenza la verità dell’evidenza.
L’apparenza viene infatti ammessa solo sul piano più puramente ideale.
Le pochissime parole con le quali quindi in tale contesto si parla dell’Invisibile e del puro ideale possono essere ben rappresentate da un’espressione colta quasi per caso nel complesso tessuto del libro : ‒ “Sentemo-nos aqui. Daqui vê-se mais o céu…”4.
Sulla terra, insomma, del cielo si può parlare semmai solo di sfuggita, nascondendo la contemplazione nella pigrizia di una passeggiata svagata intrapresa per combattere il tedio di una giornata come tutte le altre.
Sono convinto del fatto che una siffatta forma di teologia si ponga sulla falsariga di tutta una corrente di teologia negativa che ha trovato grandi interpreti entro la stessa dottrina cristiana (Dionigi l’Areopagita, Scoto Eriugena, Meister Eckhart, ed in parte anche Nicola Cusano), ma che in fondo si salda ad una linea portante della metafisica che passando per i neo-platonici, e procedendo poi all’indietro fino a Platone e Pitagora, si rinsalda infine con i testi di teologie profondamente metafisiche non cristiane. Intendiamo con ciò la teologia indù dei Veda e della Upaniṣad, la teologia  aria mazdeico-avestica, la teologia egizia, e senz’altro anche quella teologia ebraica del tutto esoterica che è esposta nello Zohar.
Un momento di significativo passaggio da queste radici alla filosofia occidentale più e meno antica può poi essere considerato il Corpus Hermeticum.
Infine un momento cruciale di questo percorso, insieme filosofico e metafisico, non può non essere considerato il pensiero radicalmente innovatore di Nietzsche. Questo pensiero rappresentò sicuramente almeno per certi versi una forma di teologia negativa.
Ebbene è tutto questo che credo si agiti sullo sfondo del libro di Pessoa.

Ora, prima di entrare nel vivo delle recensione, devo rivolgere una piccola avvertenza al suo lettore , se mai ce ne sarà qualcuno!
Dei testi originali di Pessoa qui riportati alcuni sono tradotti in italiano ed alcuni, anzi la maggior parte, sono lasciati invece nella lingua originale.
Debbo riconoscere che ciò non è il frutto di una scelta ma piuttosto di una pigrizia, perché dopo aver completato la recensione, preso com’ero dall’urgenza di nuovi progetti, non ho avuto più la forza di dedicarmi alla traduzione di tali testi. Ciò significa che la data della traduzione è stata rimandata ad un improbabile futuro.
Pertanto se il lettore si imbatterà in questi testi non tradotti, nel caso non riesca a comprenderne un particolare importante, lo prego in anticipo di perdonarmi.
E comunque, se vorrà avere la bontà di scrivermi, sarò lieti di tradurli espressamente per lui.

(La recensione in 56 cartelle è disponibile in cartaceo a chi ne facesse richiesta all’autore)

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Ho appena ultimato il mio ultimo racconto dal titolo I dialoghi di giorni senza fine  e l’universale Biblioteca….‒ il sogno di Heidegger.

Questo racconto narra del confronto immaginario, in forma di dialogo, tra tre poeti e pensatori, Giacomo Leopardi, Fernando Pessoa e Yukio Mihima.
Il dialogo si svolge in una casa antistante un giardino ed un misterioso bosco, che è situata in un luogo imprecisato di un aldilà post-mortale, e sullo sfondo della quale sorge un’immensa e tenebrosa biblioteca. In questa casa i tre poeti si ritrovano dopo la morte,  riscoprendo con meraviglia la profonda affinità che li aveva legati in vita.
Ma nelle tenebre della biblioteca, che continuamente appare e dispare (fornendo ai dialoganti i contenuti per le loro disquisizioni) si nasconde un’altra presenza, quella del tormentato fantasma di Martin Heidegger, il filosofo tedesco precursore dell’esistenzialismo ed aderente al nazionalsocialismo hitleriano.
L’intero dialogo punta alla catarsi degli errori e dei peccati commessi dai tre diretti protagonisti, dietro i quali si profila però il tremendo peccato di Heidegger.

Al suo termine esso si rivela essere un tentativo di esplorare il mistero del perdono divino

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