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Archive for giugno 2017

Il libro di Wolfgang Smith dal titolo Christian Gnosis. From Saint Paul to Meister Eckhart (Angelico Press, Kettering OH 2008) è un testo davvero straordinario. In verità lo si inizia a leggere aspettandosi una storia del pensiero Cristiano (alla Gilson). Invece però vi si ritrova l’opera di un intellettuale moderno estremamente poliedrico e originale: – scienziato della cosmologia fisico-matematica quantistica e filosofo metafisico-religioso. È davvero difficile trovare oggi nel mondo un uomo di tale apertura e profondità mentale; specie se è uno scienziato della natura.
Ma tutto ciò è ancora più sorprendente visto che Smith ci parla proprio della Gnosi, ossia di una dottrina metafisico-religiosa che oggi non si sa nemmeno più cosa significhi. Eppure essa è estremamente attuale. Egli ce ne parla infatti come l’essenza della moderna filosofia idealistica, cioè quella secondo la quale il mondo esiste solo in quanto è conosciuto dall’uomo. Ed inoltre ci mostra che questo fondamentale «quoad nos» è in fondo anche il principio centrale della teoria della relatività. Eppure non è affatto questa la Gnosi che tutti noi anche solo vagamente conosciamo. La conosciamo infatti attraverso il filtro delle terribili lotte condotte dagli apologeti cristiani contro le eresie. Lotte che poco a poco si trasformarono in sanguinose persecuzioni, e cioè in raccapriccianti «auto da fé». In pieno Medioevo esse colpirono da vicino proprio colui che Smith pone al vertice della Gnosi cristiana occidentale, e cioè l’immenso Meister Eckhart.
Ma Smith ci lascia comprendere che, se la vera e propria Gnosi non ha mai per davvero costituito la vera identità delle eresie di ispirazione gnostica, essa non è mai stata nemmeno quella dottrina mordenzata e normalizzata dall’ortodossia dogmatica, che diversi studiosi moderni di Tradizione hanno voluto opporre a quella che sarebbe invece la «Gnosi integrale», ossia quella autentica.
Infatti, la dottrina della Gnosi (ed il relativo termine) appartiene in verità tutto alla filosofia ellenica pre-cristiana (prevalentemente platonico-pitagorica). E quindi da questa sfera di sapere essa è stata presa in prestito da tutti, incluse le eresie cristiano-gnostiche. Ma ciò che più conta è che, secondo Smith, il pensiero cristiano (ma ovviamente solo quello platonico) ha trovato proprio in questa Gnosi una dottrina filosofica che si attagliava perfettamente all’insegnamento di Cristo.
In questo senso, allora, il Cristianesimo è del tutto naturalmente una Gnosi, e senza alcun bisogno di finire per costituire un’eresia. E ciò significa quindi anche che l’attuale neo-pagana «Gnosi integrale» (postasi in diretta continuità proprio con le eresie cristiano-gnostiche) non ha alcun vero diritto di rappresentare la dottrina gnostica nella sua pienezza. In questo senso insomma la Gnosi cristiana inizia effettivamente con Gesù Cristo stesso, per poi trovare una prima poderosa formulazione in Paolo.
Tutto ciò è però del tutto secondario rispetto al ruolo che la Gnosi ha più che mai nel pensiero filosofico e nella scienza di oggi. E parlo con ciò da un lato del fondamentale idealismo filosofico, e dall’altro della scienza moderna più avanzata, ossia quella cosmologia fisico-matematica che ebbe il suo culmine in Einstein e poi ha continuato a fare passi da gigante. Ebbene, per quanto possa sembrare sorprendente, il nucleo di questa complessiva presa di posizione sta proprio nella tradizionale negazione della reale esistenza di un «mondo» da parte della Gnosi. Per la precisione si tratta della negazione di un mondo esteriore, a favore invece dell’ipotesi metafisica che postula l’esistenza del mondo solo nel seno del Principio divino. Quest’ultimo è pertanto un mondo puramente interiore, e dunque l’unico vero mondo. L’altro, quello esteriore, è invece il mero frutto di un’illusione («māyā»). E ciò vale anche per l’uomo stesso; che è vero solo entro l’interiorità divina. Tale dottrina si raccorda poi con l’idea secondo la quale l’Essere nella sua Totalità non è altro che il prodotto secondario di un fondamentale atto di auto-riflessione intellettuale da parte del Principio divino.
Tale approccio trovò la sua sistematizzazione entro i Vedanta, con il ben noto non-dualismo (teoria dell’«advāita») di Śankara. Poi esso è stato ripreso in pieno dal pensiero gnostico ellenistico-pagano, giudaico (Cabala) e cristiano. Ed infine è stato ripreso oggi da diversi studiosi di Tradizione (come Georges Vallin e LMA Viola). Ma intanto le sue tracce più o meno decise possono essere ritrovate nell’intero platonismo cristiano greco e latino – dalla Scuola di Alessandria (Clemente ed Origene), ai cappadoci (Gregorio di Nissa, Basilio e Massimo), ad Agostino; e poi fino ad Eckhart, al neoplatonismo fiorentino, a Cusano, a Giordano Bruno.
In termini filosofico-scientifici la negazione del mondo non è però né astrusa né astratta. Essa afferma infatti solo che, entro i termini propri della conoscenza umana (inferiore a quella totale-divina e quindi capace di vedere solo molteplicità ed opposti), il mondo ci appare inevitabilmente come esteriore a noi stessi (e quindi esistente indipendentemente da noi) esattamente perché esso è il frutto della nostra decisiva presenza di enti intellettuali. Il principale degli opposti mondani è quindi quello del soggetto conoscente umano opposto all’oggetto conosciuto. Ecco allora che l’uomo è sempre «testimone» («witness ») del mondo, e mai invece parte di esso.
Ma, nel momento in cui insorge la consapevolezza (filosofica e/o scientifica) di tutto questo, allora si delinea effettivamente anche una dottrina della «relatività» all’uomo conoscente da parte di tutto ciò che apparentemente esiste esteriormente. Einstein esplorò in lungo e largo tale relatività nella forma di correlazioni tra dimensioni che facevano giustizia di qualunque assoluta oggettività dell’esistente-esteriore. Ma non bisogna dimenticare che la Gnosi è sempre stata una dottrina dalla primaria portata etica. E quindi, se essa oggi rivive pienamente in un pensiero filosofico-scientifico avanzatissimo, ciò significa che anche quest’ultimo dovrà comportare una presa di posizione etica. In termini propriamente gnostici si tratta di un fondamentale e irrinunciabile pessimismo. Il suo fulcro è però gnoseologico. Si tratta infatti nel non prestare fede alcuna alla pur schiacciante impositività delle evidenze esteriori (in realtà mere apparenze). Tale pessimismo è quindi assolutamente sano. Lo è in quanto sta in linea con le più pregevoli tendenze dell’attuale consapevolezza umana. E lo è anche in quanto l’assetto attuale del mondo ci impone più che mai di prendere posizione in modo netto di fronte a tutto quanto ci è dato oggi di vivere; ossia qualcosa di così estremo, da non essere stato mai sperimentato dal genere umano.

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Può interessare al grande pubblico, nel bel mezzo di una precoce estate, che tra Fernando Pessoa e Friedrich Nietzsche sussistano delle grandi affinità? Al grande pubblico forse no, ma pare che invece agli studiosi la cosa interessi e molto. La Facoltà di Lettere di Lisbona (FLUL) offre infatti per il 2017 un corso per post-graduati basato proprio sulle relazioni tra i due pensatori. E peraltro il corso vede anche la partecipazione del nostro «Centro Colli-Montinari su Nietzsche e la cultura europea» (di Pisa e Lecce). Inoltre già dal 2011 esiste un gruppo di ricerca su questo tema presso il Dipartimento di Filosofia della seconda Università di Lisbona (IFILNOVA). E comunque negli ultimi anni sono stati pubblicati non pochi studi su questo argomento [Adelino Braz, Nietzsche et Pessoa: la metaphore du semblant, Philosophica, 2003, 21, 79-99; Michel Chandeigne, Fernando Pessoa, roi de notre Bavière, Librairie Séguier, Paris 1988; Stefano Cocco, Il Soggetto e l’Abisso. Critica e transvalutazione dei valori della tradizione metafisica nella filosofia di Friedrich Nietzsche e nella poesia di Fernando Pessoa, Tesi di laurea del Corso di laurea Magistrale in Scienze Filosofiche, Padova 2014-2015].
Eppure, spontaneamente, può sembrare non poco strano che possano essere così simili due personalità esistenziali e filosofiche pur tanto differenti. L’uno melanconico all’inverosimile, riservatissimo e discreto, totalmente dimesso nel vivere e nel sentire. L’altro euforico, esplosivo, e straordinariamente provocatore. L’uno sempre seduto da solo ai suoi tavolini lisboeti, con la tazzina di caffè ed una sigaretta accesa. L’altro che incarna lo spirito del danzatore estatico dionisiaco, sprofonda nella malattia e poi risorge, migra furiosamente da un luogo all’altro, tra le vette dell’Engadina e i caldi afrori mediterranei gremiti di ebbri satiri.
Quello che è certo è che furono entrambi straordinariamente modernisti e straordinariamente reazionari. Di Nietzsche questo è ben noto. Ma di Pessoa no. Spontaneamente si tende a credere che egli sia stato una specie di oppositore discreto e silenzioso resistente al fascismo salazariano. Ed invece non lo fu per nulla. Come del resto il suo sodale Almada Negreiros. Semmai egli si limitò ad irridere il Cristianesimo cattolico invocando il ritorno degli dèi pagani Quegli imperturbabili dèi del Fato, che si godono la loro vita perfetta se ne ridono della tragica esistenza umana. In questo fu peraltro uno stoico, e quindi invocò il ritorno alla fede in un Ordine cosmico che è tanto più perfetto quanto più è moralmente e sentimentalmente indifferente. Però alla fine la sua fede stoica si risolse comunque nei termini estremamente dimessi e delicati di uno dei suoi più struggenti versi delle Odes à Ricardo Reis: – «Rega tuas plantas / Ama as tuas rosas / O resto è a sombra…» («Irriga le tue piantine / Ama le tue rose / Il resto è l’ombra…». Proprio per questo si potrebbe pensare a lui come un poeta fortemente intimista. Fa pensare un po’ al nostro Dino Campana e ad alcuni lati di Pascoli. Oltre che richiamare, ovviamente, in modo davvero prossimo il pessimismo desolante di Leopardi.
Insomma il suo accostamento a Nietzsche si basa in realtà appena sul moderno (e modernistico) titanismo iconoclastico e anti-religioso che permea tutti questi orientamenti filosofici e poetici.
Ma questo basta per davvero? Oppure non si tratta invece forse solo di superficie?
Ebbene, se fosse così, ci troveremmo davanti ad uno di quei fenomeni così tipici della cultura moderna, e che poi trova la sua espressione emblematica nelle «voglie» tipiche del mondo accademico. Infatti il trovare accostamenti tra due autori – e soprattutto farlo lasciando occhieggiare i non-valori che oggi trovano immediato consenso tra la gente (quelli dell’edonismo sine cura) – è cosa che procura vantaggi immediati e tangibili. Subito emergono «linee di ricerca», e con queste anche «centri di ricerca»; e poi possibili cattedre e finanziamenti. Mi sbaglierò, ma viene insomma il sospetto che dietro tentativi funambolici come questi non vi sia poi così tanta autenticità.
Cosa è invece (a mio modesto avviso) davvero simile tra a questi due autori e pensatori?
Io direi che il tratto che forse più li accomuna è quel tendenziale pessimismo che già dalla fine del XIX secolo fu di così tanti intellettuali. Un pessimismo estremamente disomogeneo. Perché esso fu insieme modernista e anti-progressista, scientista all’inverosimile ed anti-scientista, rivoluzionario e conservatore, ossessionato dalla rinascita ma appassionato della distruzione, autenticista fino all’iconoclastia e nostalgico di miti e di metafisica. Uno stranissimo melange, insomma. Ed in questo strano bouillon ci ritroviamo benissimo Pessoa e Nietzsche. Però li ritroviamo come figure (o forse burattini) di quello spettacolo che fu messo su dallo Spirito del Tempo; e che fu poi ampio quanto il mondo stesso, contando così un numero esorbitante di attori. Se dunque Pessoa e Nietzsche si assomigliano in questo modo, allora nel mondo moderno ci assomigliamo tutti. Tutti infatti, chi più chi meno, ci muoviamo per lo strattone dei fili tirati dal Grande Burattinaio. Insomma qui si tratta alla fine solo di distruzione per la distruzione. E peraltro fatua, oltre che inquietantemente tragi-comica.
Serve dunque davvero porre proprio questo in primo piano? Secondo me no! Pertanto forse faremmo meglio a guardare più in profondità per riconoscere qualcosa che abbia almeno una parvenza di spirito costruttivo. E questo qualcosa è a mio avviso quella Gnosi che stranamente in questo così anti-religioso scenario trovò il suo curioso revival. Penso ai Vögelin, ai Bataille, agli Evola, ai Cioran. Personaggi tra i quali poi non è ci si possa trovare tanto facilmente a proprio agio; visti i non rari eccessi delle relative dottrine. Tuttavia questa modernistica Gnosi metteva allo scoperto quella antica; in gran parte platonica, anche se affatto coincidente con il platonismo.
E questa dottrina è secondo me oggi davvero una risorsa a fronte di un binomio uomo-mondo divenuto davvero brutto e non poco inquietante. Essa elude le ipocrisie dell’ottimismo cristiano. Essa dribbla l’indifferentismo etico della scienza empirica e della filosofia più rinchiusa nella torre d’avorio del suo rigoroso epistemologismo, oppure invece compromessa con la scienza empirica stessa in un realismo in cui non vi è più alcun pensiero. Essa infine surclassa soprattutto quell’atroce, mortuario e ferino nichilismo esistenzialista (nel cui letto sono nati tra i maggiori mostri del nostro tempo), ed il cui volto stranamente fu proprio quello della neo-Gnosi. Una Gnosi evidentemente abusiva e caricaturale.
Ebbene, tenuto conto di tutto questo, io credo che valga la pena di rivolgersi molto più all’intimismo melancolico di un Pessoa che non all’euforismo darwinista di un Nietzsche. Forse insomma i due sono simili solo nella differenza.

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Ci sono due possibili risposte a questa domanda.
La prima risposta è negativa, nel senso che l’omeopatia non è comprovabile. Ma è in realtà una negazione affermativa. Perché è la stessa Omeopatia a farla, rifiutandosi (così com’è suo pieno diritto) di sottomettersi all’obbligo della comprovazione. Specie se questa viene da un Tribunale dell’Inquisizione.
Pertanto, se non vivessimo in un regime di dominio assoluto dello scientismo sperimentale, il discorso dovrebbe essere chiuso qui. E senza che in alcun modo l’Omeopatia ne risulti delegittimata.
Ma la verità è che invece viviamo proprio in questo genere di regime, e quindi siamo in una certa misura costretti ad accettare almeno il discorso circa la comprovazione. E qui cade allora la seconda risposta alla domanda posta inizialmente: – almeno sulla base di alcuni presupposti, l’Omeopatia può essere effettivamente considerata comprovabile.
Questo scritto è quindi dedicato all’esplicazione del complesso e delicato discorso circa la comprovazione dell’Omeopatia. In verità non ci sarebbe stato alcun bisogno di produrlo, ma mi sono visto costretto a farlo a causa delle prese di posizioni di troppi, nel contesto di una discussione nata intorno al video pubblicato da certo dr. Dario Bressanini (che definisce sé stesso «chimico di quartiere»). Parlo delle prese di posizione di chi rifiuta di accettare il pur legittimo discorso sull’assoluta non necessità di comprovazione dell’Omeopatia, e pretende pertanto invece precisi «dati» e «spiegazioni». Cercherò quindi di fornirli nella maniera migliore possibile.
Avverto però chi si accinge a questa lettura che, se non è abituato a seguire un lungo discorso dall’inizio alla fine (e si aspetta invece solo sbrigativi e secchi dati), è molto meglio che si risparmi la fatica. Qui infatti non troverà quello che cerca. Ma in tal modo costui si precluderà anche per sempre la possibilità di comprendere se e come l’Omeopatia sia o meno comprovabile. Perché è impossibile trattare questa questione nel contesto di un discorso che non sia lungo, complesso ed articolato. Mi riferisco con ciò in particolare ad uno dei più accaniti avversari che ho avuto nella discussione, e cioè un giovane uomo dallo strano nome (Matteo Pierino Carriglio) e dal barbaro frasario italiano («fuffa», «postare»…).
Ma veniamo al video del Bressanini. Esso pretende, in una sola mossa, di spazzare via completamente la legittimità dell’Omeopatia; facendo così di essa un volgare trucco illusionistico posto nelle mani di meri truffatori, e cioè i medici omeopati. Il tentativo viene condotto sulla base di una semplicissima constatazione. Eccola: – i rimedi omeopatici (RO), per quanto contrassegnati dai nomi di diverse sostanze chimiche, non contengono in realtà null’altro che semplice zucchero, e quindi sono di fatto tutti i uguali.
Il Bressanini ha infatti fatto una scoperta davvero sensazionale: – in quello zucchero non vi è alcun soluto, ossia nessuna sostanza chimica. Il caso vuole che però si tratta solo di una scoperta dell’acqua calda.
Perché l’Omeopatia non ha mai negato (anzi ha affermato esplicitamente) che chimicamente le sostanze contenute nei RO sono largamente al di sotto del numero di Avogadro. Del resto su questa evidenza si basa l’intera identità della terapeutica omeopatica (TO).
Pertanto, una volta escluso il dolo, decade miseramente già gran parte dell’accusa di truffa!!!
Bene, è su questa constatazione – primo segno di un’ignoranza sconcertante ed impudente (l’ignoranza di chi non sa nemmeno di cosa parla quando chiama in causa l’Omeopatia) – che si è basata l’intera discussione. Che in verità non era nemmeno tale, dato che è diventata subito la chiamata in giudizio dell’Omeopatia e degli omeopati davanti al Tribunale inquisitorio (fanaticamente scientista) costituitosi intanto in men che non si dica entro il gruppo di discussione. Il Tribunale vantava la presenza di sussiegosi docenti come il Prof. Alberto Clivio (estremamente indignato e minaccioso). Ma in verità la Corte era costituita dal Popolo stesso (nella sua interezza) dei detrattori per principio dell’Omeopatia. Charles Dickens ci ha descritto alla perfezione questo genere di Tribunali (illegali ed arbitrari per definizione), raffigurando gli eventi del terrore rivoluzionario francese nel romanzo «Storia di due città». Molto istruttiva la sua lettura.
Il compito che il Tribunale si assegnava nella discussione era pertanto chiaramente quello di fare giustizia sommaria. E quest’ultima si basava poi sulla pretesa che il medico omeopata desse una risposta secca alla seguente domanda: – hai o no prove sperimentali (cioè «dati» chimici) per la reale efficacia certa del «farmaco» omeopatico?
Ecco emergere allora il secondo segno dell’abissale ignoranza con la quale si affronta la questione da parte di non-omeopati: – il RO non è affatto un «farmaco», né pretende minimamente di esserlo! Spiegherò più avanti perché.
La secca domanda (posta ovviamente nella certezza di una facile e rapidissima vittoria dialettica!) tendeva comunque a far emergere il sussistere o meno della comprovabilità sperimentale del RO sul piano puramente chimico. Terzo segno di abissale ignoranza: – il RO agisce semmai sul piano sottilmente bio-fisico, e non invece chimico. Anche questo lo vedremo tra poco.
Concretamente ci troviamo con ciò davanti all’aspettativa che per il RO si dimostri quella capacità di fare scomparire sintomi nel paziente, che può essere invece solo di una sostanza agente sul piano puramente chimico, ossia appunto un «farmaco». Cosa che però in Omeopatia giudichiamo terapeuticamente negativa; in quanto è mera «soppressione» dei sintomi, che non comporta in alcun modo il recupero dello stato di salute.
E vi è qui il quarto segno dell’abissale ignoranza dei detrattori dell’Omeopatia: – il RO cura in quanto «simile» (ai sintomi patologici) e non invece in quanto «contrario» ad essi.
Inoltre (quinto segno di abissale ignoranza): – la scomparsa dei sintomi (acuti o cronici) non equivale in alcun modo ad una vera «guarigione». E consiste proprio in questo una delle principali e più geniali scoperte di Hahnemann: – la «salute» non coincide affatto con la scomparsa dei sintomi, ma coincide quindi invece con uno stato di equilibrio dell’organismo che è solo profondo (corrispondendo all’assenza di una o più delle principali costellazioni fisio-patologiche, o «miasmi», e cioè psora, sicosi e siphilis).
Ma questo evidenzia una gravissima carenza della dottrina terapeutica non-omeopatica (o «allopatica»): – la totale mancanza di una vera teoria della salute e della malattia. Infatti, identificando la salute in maniera puramente negativa (assenza di sintomi), la medicina allopatia tradisce il fatto di non avere alcuna definizione della natura (essenza) della salute (così come della malattia). Con ciò, quindi, all’Omeopatia va assegnato un punto decisivo nella contesa: – essa è in possesso di una coerenza dottrinaria che invece la medicina allopatica (nonostante la ricchezza di dati sperimentali che può vantare) non possiede affatto.

Da questo primo esame dei fatti sono emersi dunque dei fatali errori logico-dialettici nell’approccio al problema da parte dei detrattori per principio dell’Omeopatia. Essi quindi si presentano nella forma di presupposti logici di pessima qualità per affrontare e risolvere la questione. Almeno in filosofia, la trattazione una questione così posta sarebbe bocciata in partenza, e quindi non avrebbe alcun diritto di venire sviluppata.
Ma l’ignoranza totale del proprio oggetto di analisi critica (da parte dei detrattori dell’Omeopatia) evidenzia un’insufficienza ancora più grave: – un’unilaterale epistemologia scientifica (quale dottrina scientifica e metodo conoscitivo) non può infatti eleggere sé stessa a metro di giudizio della correttezza ed appropriatezza di un’altra unilaterale epistemologia scientifica. Ebbene, con questa constatazione dovremmo in realtà chiudere il discorso già qui. Perché non vi è alcuna ragione per proseguire nell’esame di una questione, una volta che essa sia stata posta su basi totalmente errate.
E tuttavia proseguirò comunque. Sia per soddisfare le pressanti richieste degli avversari nella discussione, sia anche per dimostrare loro che chi non è capace di sviluppare un «pensiero» intorno alla dottrina che sostiene (ma invece si basa solo sui presunti «dati» che la sosterrebbero da soli), non possiede in realtà alcun titolo per presentarsi sul piano di una vera discussione «scientifica». La parola «scienza» non equivale infatti per nulla alla parola «scienza empirico-sperimentale». Anzi la più rigorosa filosofia (la Fenomenologia husserliana) ha dimostrato che è l’esatto contrario; e che quindi solo un discorso filosofico può dare alla scienza empirica quel fondamento che essa non può in alcun modo procurarsi. Insomma il «tecnico», in quanto mero possessore di «dati», è per definizione privo degli strumenti per elaborare qualunque genere di teoria. In questo senso egli è ignorante per definizione.
Ora, tornando al prevalente ruolo di «simile», svolto dal RO, è evidente che esso non può (né vuole) agire sopprimendo (cioè appena eliminando) sintomi patologici. Esso mira infatti invece semmai al ristabilimento della salute ad un livello che può essere solo profondo, e non invece superficiale. La sua azione è pertanto pensata (dalla dottrina omeopatica) nel senso della sollecitazione rivolta ai meccanismi omeostatici di controllo (se si vuole quei superiori circuiti neuro-ormonali recentemente identificati dalla medicina cibernetica) e quindi nel senso di un ripristino dell’equilibrio turbato dall’agente patogeno ambientale (qualunque esso sia).
Ebbene la via per realizzare tutto questo è esattamente il «simile». Esso presenta infatti ai meccanismi omeostatici una sorta di immagine speculare dello stato di disordine fisio-patologico in cui essi versano (corrispondente poi a sua volta alla costellazione sintomatologica della stessa «malattia», ovvero la specifica entità nosografica); in modo tale che essi, impiegando tale immagine come modello, possano poi agire nel senso del ripristino del pregresso equilibrio. Vedremo più avanti come ciò avviene.
Naturalmente chi giudica l’Omeopatia senza conoscerla minimamente, nemmeno si cura di sapere che possa esistere (alla base della TO) una dottrina di questo genere. E tale voluta incuria ignorante destituisce totalmente di fondamento (in partenza) la facoltà di giudizio che egli si arroga con violenza e sufficienza.
Nel caso specifico ci troviamo davanti alla pretesa di una medicina puramente chimica – non solo grossolana ma anche per la verità estremamente arretrata davanti all’estrema sofisticazione delle moderne conoscenze bio-fisiche e fisico-matematiche – di porsi come unilaterale ed universale metro e criterio di giudizio di scientificità.
Per essere più chiaro impiegherò un esempio molto concreto.
Mettiamo che in un remoto deserto terrestre sia stato scoperto un oggetto misterioso e soprattutto alieno; le cui caratteristiche non assomigliano infatti a nulla che possa essere considerato terrestre. La sua presenza in quel luogo suggerirà pertanto (per quanto anche solo ingenuamente) che esso vi sia giunto in volo, e quindi costituisca un possibile apparecchio dotato della capacità di volare. Nulla nel suo aspetto tradisce però le caratteristiche degli oggetti volanti così come sono conosciuti sul pianeta Terra. A questo punto verrà allora nominata una commissione di ingegnieri aereonautici, con il compito specifico di stabilire se il misterioso oggetto sia o meno un apparecchio volante. Gli ingegnieri si metteranno dunque subito al lavoro, smontando pezzo per pezzo l’oggetto alla ricerca specifica di strutture e funzioni adatte a garantire il volo. Ma non trovandole, essi giungeranno alla conclusione che quell’oggetto è solo un’oggetto e non invece un apparecchio volante. Essi concluderanno insomma che quell’oggetto non può in alcun modo volare.
Ebbene, si tratta di una conclusione appropriata o meno?
Non lo è senz’altro in quanto essa non è in grado in alcun modo di spiegare la principale evidenza che caratterizza l’oggetto, e cioè la sua totale alienità. Ecco allora che il pur così sicuro e categorico giudizio emesso (in base a quelle evidenze che sono poi le stesse alle quali si appella la medicina puramente chimica) si basa totalmente sulla negazione affermativa di un’evidenza invece assolutamente lampante.
Ne consegue che la sua affermazione veritativa apparentemente assoluta è invece solo relativa.
Ebbene è stato sulla base di una presa di posizione di questo genere che il Tribunale inquisitorio (con il quale mi sono confrontato nella discussione) ha posto quelle condizioni inderogabili in forza delle quali esso era certo in partenza che l’Omeopatia mai e poi mai avrebbe superato l’esame. È evidente che è in atto qui quella stessa protervia che negli antichi Tribunali di Inquisizione (però paradossalmente anti-scientisti) tentava di estorcere al reo abjure e confessioni di crimini mai commessi. Nel caso specifico si chiedeva qui l’esibizione di prove la cui assenza avrebbe provato con certezza assoluta il crimine di truffa degli Omeopati a danno dei pazienti. In questo desolante scenario (che non ha per la verità in alcun modo l’aspetto di una discussione scientifica) mancano ormai solo le camere di tortura con relativi strumenti. (altro…)

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Pubblico qui l’incipit della nuova ricerca filosofico-metafisica che ho appena iniziato, ed il cui titolo è “Per una metafisica del mondo contemporaneo”.

 

«In che mondo stiamo mai vivendo?». È la domanda che credo ormai molti di noi si pongono; ed in modo piuttosto angoscioso. O forse bisognerebbe dire che se la pongono molti di coloro che ancora conservano occhi per vedere, orecchie per udire, e soprattutto un cuore per sentire. Parlo insomma di coloro per i quali si può ancora dire che essi hanno una vita animica. Cosa che da sempre una metafisica religiosa davvero schietta (come la Gnosi) ci ha mostrato essere tutt’altro che scontata. Infatti non è per nulla detto che per davvero tutti gli uomini hanno un’anima. Essi la posseggono senz’altro in termini naturalistici, ossia come facoltà di animazione; ed in tal modo la condividono con animali e piante (come descrissero Aristotele e perfino Tommaso d’Aquino).
E tuttavia le cose stanno in maniera molto diversa quando con il termine «anima» noi intendiamo in realtà «spirito». Anche a proposito di quest’ultimo si potrà dire che tutti gli uomini sono spirito, in quanto enti intellettuali, e cioè conoscenti. Ma in tal modo avremo scelto un intendimento qualitativo di spirito. Ben diversamente stanno le cose quando di esso sceglieremo l’intendimento qualitativo. Allora risulterà chiaro (come videro gli gnostici identificando l’uomo spirituale nell’uomo “pneumatico”, ossia divino per filiazione diretta) che non è affatto vero che tutti gli uomini sono ed hanno spirito. Tuttavia è anche vero che nell’esperienza autenticamente religiosa (che è tale quando essa è davvero spirituale, e non invece appena confessionale) l’uomo «di buona volontà» può accostarsi alla spiritualità; ossia può conquistarla. Ma questo presuppone un vedere ed un volere. E non è detto affatto che essi siano presenti nell’uomo per natura.
Ebbene, con tutto ciò andiamo al problema davvero centrale del mondo così come oggi può o meno apparire. La maggioranza degli esseri umani, infatti, non è più come l’uomo ideale che ho appena descritto. Laddove poi, quando il mondo era nel complesso più integro, l’uomo spirituale non equivaleva affatto a quello colto o comunque di alto livello sociale. Con la conseguenza che esso era ampiamente diffuso, ed anzi spesso trovava la sua espressione proprio tra i più semplici e comuni tra gli uomini. Quanti straordinari asceti della semplicità umana sono stati descritti dai più ispirati narratori russi (Dostoevskij, Tolstoj)?
Pertanto i «molti» di cui ho parlato all’inizio sono oggi in realtà solo dei «pochi». È infatti solo ad essi che il mondo si rivela nel modo sconcertante che è proprio della domanda posta alla radice di questa riflessione. Gli altri, invece, e cioè «i più», si limitano a prendere il mondo così com’è. Anzi spesso dedicano tutte le loro energie a fare in modo che esso sia il più brutto e malefico possibile. Questo è in realtà il frutto dell’oscura disperazione che quasi inconsapevolmente li tormenta – chi vive in un inferno, vuole infatti che esso sia affollato, e che quindi altri esseri infernali gli facciano compagnia. E così questo genere di uomini si adopera in modo davvero appassionato e fanatico nello smascherare infallibilmente la presunta bassezza degli altri.
Bisogna anche dire che per la verità le cose nel mondo sono andate sempre in un modo simile.
Nel senso che la maggioranza degli uomini si è sempre posta pochissime domande circa ciò che intanto viveva. E non a caso proprio questo ha sempre distinto il filosofo dal non-filosofo, ossia l’uomo comune. In modo tale che sempre ha avuto la tendenza a prendere il mondo così com’era. Ma sta di fatto che ora è il mondo ad essere diventato davvero molto diverso da come esso era quando ancora regnava un qualche equilibrio (al quale può ben essere attribuito il nome di «ordine cosmico»). Il suo aspetto è infatti ormai così oggettivamente orribile – in termini di desolazione e disintegrazione – da aver fatto sì che la domanda (circa la sua natura) si sia moltiplicata in maniera esponenziale. E ciò che è peggio è che tale orribile aspetto include lo stato stesso degli esseri umani, quale proprio carattere centrale. Anzi ormai lo pone in risalto in maniera davvero straordinaria.
Gli uomini sono infatti diventati davvero orribili a vedersi. A mo’ di indemoniati, essi si aggirano per le strade del mondo come cani rabbiosi – dimenandosi, ululando e sbavando, alla ricerca di qualcosa o qualcuno da divorare o da godere. Non vedono quasi nulla ed hanno pensieri cortissimi e di brevissimo raggio. Si direbbe che ormai si limitano a pensare per meri codici. Il loro pensare ha l’aria di essere appena una reazione binaria («si/no») ai segnali afferenti. E quindi esso si contraddistingue per la brutalità dell’immediatezza propria della risposta (o «soluzione») alla questione posta. Così la maggior parte degli uomini si tiene molto lontana dalle ampie prospettive di pensiero. Le evita infatti come la peste – in quanto inutilmente dispendiose e soprattutto poco fruttuose. Incapaci cioè di recare ciò che essi sempre si aspettano: – un frutto immediato da gustare!
Nello stesso tempo si odia molto, moltissimo. L’odio ha la stessa intensità del desiderio smodato di godere ad ogni costo. Esso rientra infatti nella disposizione a divorare. Perciò chiunque, anche minimamente, faccia da ostacolo a questa perenne corsa furiosa di tutti, viene immediatamente abbattuto senza tanti complimenti – e ciò avviene con una furia sempre unita al gusto. La dilacerazione delle carni crude da parte delle Menadi infoiate è divenuta insomma comportamento collettivo.
Tutto ciò che prima era pensiero critico si è dunque trasformato ormai in questo. La protesta contro le infamie del potere (ed in generale di ciò che è «ideale») si è trasformata così in un’insidiosa e malevola inclinazione al complottismo. Tutto è sospetto, tutto è male intenzionato, tutto è insidiosamente ambiguo, tutto è infetto, tutto è corrotto, tutto è marcio. Tutto va dunque rovesciato, nel senso che va purgato con il ferro e fuoco. Non si tratta più nemmeno di un’ideologia sovversiva. Perché in tutto ciò non vi è la benché minima intenzione trasfigurativa e costruttiva. Si tratta invece ormai solo di abbattere ciò che ci impedisce di vivere come vorremmo, e cioè al massimo. Questa non è più nemmeno la rivoluzione, ma è ormai solo il distillato mostruoso dell’idea rivoluzionaria – è l’idea ancora più elementare differenziatasi in essa e venuta ormai alla luce come un raccapricciante aborto vivo. È la pura idea della distruzione, a sua volta congiunta allo spasimo del piacere. È il puro Thanatos ormai dominante sovrano sull’Eros, e quindi segregatosi come unico aspetto della vitalità.
Pertanto non vi è più nemmeno alcuna distinzione – in termini di infamia – tra chi domina («potere») e chi è dominato. Né vi è più alcuna distinzione tra l’oggetto personale che sarebbe da giudicare «immorale» ed il soggetto personale che lo giudica, ricorrendo ai criteri di una morale.
Non vi è del resto più alcuna morale assoluta e oggettiva – e quindi stabile, come frutto di un’aspirazione costruttiva e frutto della conseguente stabilità già ottenuta. Ma vi è invece solo una morale relativa e soggettiva. E questa non è più per davvero una morale. Perché, nel suo giudizio, essa è solo e soltanto sfrenata. Sfrenata proprio come lo è l’aspirazione a correre senza mai poter essere ostacolati. E questa è poi l’unica forza che sorregge una morale che è solo falsa in quanto puramente strumentale.
Insomma non vi è dubbio che gli uomini si sono ormai trasformati in quelle masse sfrenate e malefiche di raccapriccianti zombies che ormai non a caso tutti i media incessantemente ci propongono. Quella così proposta è evidentemente di una lettura del mondo. Una lettura che denota la perdita ormai di qualunque speranza.
Ma a tutto ciò fa da contraltare anche l’aspetto oggettivo del mondo stesso. Il mondo però (almeno da un certo punto di vista) non è una creatura consapevole come lo è l’uomo. Pertanto il fatto che esso sia sempre più orribile ogni giorno che passa – in termini di impoverimento di bellezza ed incanto, in termini di dilagante laidezza e desolazione, in termini di insidiosa minaccia, ed infine in termini di violenza aggressiva di una Natura sconvolta – ci rinvia in maniera del tutto ovvia al vero nucleo del problema costituito dalla negatività del mondo. E tale nucleo è l’uomo che abbiamo appena descritto. Un uomo ormai decisamente brutto, anzi bruttissimo, anzi orribile.
Dunque è di questo che dobbiamo occuparci se vogliamo condurre una riflessione nel tentativo di dare un volto più preciso alla domanda posta all’inizio, per poi tentare anche di dare ad essa anche una possibile risposta.

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In occasione dell’imminenza del decreto governativo sull’obbligo vaccinale, ed in relazione ai chiarimenti che mi sono stati chiesti da pazienti ed associazioni di genitori, vorrei esporre qui quelle che sono le mie opinioni al riguardo.
Devo però premettere che scrivo non solo come medico specialista in pediatria e come esperto in omeopatia, ma anche come filosofo (dati gli studi accademici in questa disciplina ai quali mi sono dedicato negli ultimi anni) [vedi curriculum su questo blog]. Anzi direi che in particolare scrivo da quest’ultimo punto di vista, dato che mi sembra che il più vantaggioso piano di discussione della problematica sia bio-etico (e quindi filosofico-umanistico) più che invece scientifico-naturalista.
Per tale motivo mi asterrò espressamente dal menzionare dati scientifico-sperimentali. Essi infatti hanno la loro oggettiva ed incontestabile importanza, ma non occupano a mio avviso un ruolo di primo piano nella questione che stiamo affrontando.
Oltre a ciò vanno fatte tre ulteriori importanti premesse.
La prima premessa riguarda la mia qualifica di “omeopata”. In questo settore sono in possesso di un’ampia ed approfondita qualificazione ed anche di un’esperienza clinica di ormai molti anni. Ritengo però che sia assolutamente sbagliato che un medico si attribuisca la qualifica di “omeopata”, ponendosi così in conflitto con la qualifica di “allopata” (o anche “medico tradizionale”). Dal mio punto di vista infatti entrambe le qualifiche sono riduttive, improprie ed irrealistiche. Ed ancor più lo è il conflitto che inevitabilmente insorge tra di esse. Non ritengo dunque che si possa in alcun modo parlare di una “medicina omeopatica”; dato che la relativa disciplina non è altro che una delle tante possibili dottrine diagnostico-terapeutiche che la medicina nella sua interezza può e deve ospitare. La cosiddetta “medicina omeopatica” rappresenta pertanto una mera realtà oggettiva, rispetto alla quale però il fattore soggettivo – ossia la persona del medico e l’omonima qualifica (“medico”), che è l’unica davvero legittima – gioca l’unico ruolo decisivo.
È infatti solo il medico in persona che, nell’adottare eventualmente l’omeopatia quale possibile opzione terapeutica (nell’estensione che a lui appare adeguata e lecita), giustifica poi l’impiego della relativa metodologia specifica. E va da sé che, nel farlo, egli non opera alcuna scelta radicale tra possibili opzioni diagnostico-terapeutiche (ed esempio tra omeopatia ed allopatia), ma semplicemente si limita ad accoglierle tutte nel contesto del complesso di conoscenze teorico-pratiche del quale dispone in forza dell’iter formativo svolto in ottemperanza alle leggi vigenti. Per essere concreti, ciò significa che in alcun modo il medico così identificato tenderà ad escludere in assoluto una modalità terapeutica laddove essa sia invece oggettivamente indicata secondo il famoso principio di “scienza e coscienza” (ad esempio: uso di antibiotici, cortisonici etc.).
La seconda premessa riguarda la liceità con la quale la medicina per così dire “ufficiale” ritiene di poter e dover imporre come unica dottrina diagnostico-terapeutica quella che invece coincide appena con una tra le tante possibili epistemologie (nel senso di conoscenza dell’uomo e del mondo, con il relativo metodo standardizzato), e cioè quella scientifico-sperimentale o anche empirista che è propria delle scienze naturali moderne. Discipline come l’omeopatia e l’agopuntura (e simili) sono quelle che sono proprio in forza di uno statuto epistemologico autonomo (e del tutto internamente coerente) che decisamente sfugge ad illecite cogenze come queste. E da ciò discende che il metodo diagnostico-terapeutico da essi impiegato può essere sottoposto a giudizio in assoluto, ma non invece ad opera di quella che è appena un’epistemologia tra le tante, e cioè quella scientifico-sperimentale. Questo genere di giudizio sarà infatti sempre soltanto parziale, relativo, e mai assoluto. Personalmente ho esposto considerazioni come queste in diversi scritti [Vincenzo Nuzzo, “L’esperimento conoscitivo tra medicina ‘evidente’ (EBM) e la ricerca scientifica non dogmatica: esperienza di un confronto”, Atti del Forum 2000 “L’insegnamento della Medicina. Il programma universitario per il medico del futuro: L’Omeopata”, Sorrento 24-27 Febbraio 2000; Vincenzo Nuzzo “Cosa significa curare?”, Homeopathy and Integrated Medicine, 3 (1) 2012, 1-14; Vincenzo Nuzzo, “Fondamenti filosofico-metafisici e religiosi della concezione medica dell’uomo”, Homeopathy and Integrated Medicine, 2017 (in via di pubblicazione)]. Pur fatti salvi i caposaldi dell’etica medica prima esposti, non è quindi in alcun modo ammissibile che da parte degli avversari di un metodo come quello omeopatico, si parli di esso come di una prassi illecita, indegna della medicina, o perfino truffaldina e tendenzialmente colposa.
La terza premessa consiste nella domanda circa il pubblico al quale è rivolto questo scritto. Ebbene, in primo luogo esso è rivolto ai pazienti ed ai genitori di pazienti, in modo che possono avere elementi di giudizio che solo un medico può dare loro. In secondo luogo esso è rivolto a quei medici che, sia da un lato che dall’altro (allopati ed omeopati), si schierano su posizioni ideologiche ed intolleranti, che impediscono loro di vedere (ed eventualmente anche riconoscere) le ragioni di coloro ai quali si oppongono. E rispetto a questo c’è anche da precisare che coloro che rivolgono all’omeopatia le più infamanti accuse sono in genere medici che semplicemente non la conoscono; in quanto essi non si sono dedicati ai lunghi e profondi studi che sono necessari per conoscere davvero questa disciplina.

Dico tutto questo perché buona parte della querelle intorno alle vaccinazioni investe propri i temi appena illustrati.
Ma veniamo ora al dunque.
Bisogna partire dalle perplessità da sempre espresse dalla dottrina omeopatica rispetto alla pratica vaccinale. Perplessità che si incentrano comunque su un principio del tutto interno a tale dottrina, e cioè quello secondo il quale la terapia dovrebbe basarsi sull’uso del “simile” e non invece del “contrario”. Ora prescindendo dal fatto che la vaccinazione non è affatto una terapia, sta di fatto che l’introduzione in un organismo di un agente patogeno costituisce uno dei casi più eclatanti di sollecitazione di esso per mezzo di “contrario”. Si tratta quindi di una sollecitazione totalmente esogena, e che peraltro sfugge completamente anche alle circostanze dell’infezione naturale. Quest’ultima infatti è in sé del tutto indipendente dall’azione volontaria ed arbitraria umana (e dunque anche dalla possibile azione jatrogena) (nota 1), ed è pertanto legata ad una casualità in gran parte imponderabile. In altre parole qui il possibile “male” arrecato all’individuo non ha alcun responsabile. Tutte queste caratteristiche fanno sì che la prassi vaccinale abbia un certo carattere di “innaturalità”, e (in una certa misura) anche di “immoralità”. Tuttavia metto severamente in guardia il lettore dal prendere questi aggettivi come giudizi di valore, e sono peraltro perfettamente consapevole del fatto che su di essi ci sarebbe da fare un discorso molto profondo ed articolato, entro il quale tutti i possibili punti di vista avranno la loro giustificazione. Non vi è qui però spazio per un discorso del genere.
Su questa complessiva base si può comprendere perché la dottrina omeopatica abbia da sempre sospettato che una così forzosa ed innaturale sollecitazione dell’organismo nella sua totalità, e soprattutto del suo sistema immunitario, possa indurre (oltre all’attesa risposta anticorpale protettiva) anche un tendenziale deragliamento dell’equilibrio omeostatico individuale. Ed in termini anatomo-fisiologici tale deragliamento va senz’altro nel senso di ciò che in medicina si intende come “ipertrofia” ed “iperplasia”. La dottrina omeopatica parla in questo caso di “sicosi”, ossia di una tendenza alla proliferazione (tendenzialmente incontrollata) dei tessuti, che può è sempre per definizione patologica.
Più concretamente si tratterebbe di una proliferazione possibilmente incontrollata del sistema immunitario individuale, il cui equilibrio potrebbe virare verso patologie come le allergie, le sindromi auto-immunitarie, le malattie da accumulo, e forse anche le proliferazioni neoplastiche.
Orbene, di tutto ciò non vi è però alcuna prova di tipo scientifico-sperimentale. E ciò per il fatto semplicissimo che mai è stata confrontata da un punto di vista statistico una popolazione di individui non vaccinati con una popolazione di individui vaccinati (alla ricerca di un’eventuale differenza significativa nella prevalenza di patologie). Quelle degli omeopati si limitano ad essere pertanto delle pure supposizioni non provate. Tuttavia va anche detto che, nel contesto della consapevolezza di un medico (il cui pensiero si basa sulla conoscenza generale dell’anatomo-fisiologia), le supposizioni sono da considerare tutt’altro che mere fantasie senza fondamento. Esse possono infatti sempre contenere rilevanti “sospetti”; i quali (almeno in una certa misura) meriterebbero di essere sottomessi alla verifica (positiva o negativa) di tipo scientifico-sperimentale. E qui va pertanto posta in evidenza una piuttosto grave pecca della prassi vaccinale in generale. Essa infatti è stata introdotta da Jenner nel XVIII secolo (e poi perfezionata da Pasteur nel XIX) su basi totalmente empiriche ed affatto invece scientifico-sperimentali. Ci si è infatti limitati a registrare l’effetto positivo costituito dalla resistenza del vaccinato all’agente patogeno in questione (constatazione poi ulteriormente approfondita in studi attestanti l’aumento ematico dei relativi anticorpi). Mai però sono stati condotti studi molto più generali, che tendessero ad indagare i fondamenti effettivi della prassi vaccinale, e cioè la sua oggettiva giustificazione a fronte di rischi e benefici. Rispetto a questo siamo in grado di citare solo alcuni dati molto indiretti. Essi stanno in connessione con la cosiddetta “hygiene hypotesis”, ossia quell’insieme di studi che suppongono la bassa prevalenza di malattie allergiche e auto-immuni (sulla base di specifiche modifiche del sistema immunitario) in quei paesi non sviluppati nei quali i bambini sono esposti alle infezioni naturali invece di essere sottoposti a vaccinazioni di massa [H. Okada, C. Kuhn, H Feillet, and J.-F. Bach, “The ‘hygiene hypothesis’ for autoimmune and allergic diseases: an update”, Clinic and Experimental Immunology, 160 (1) 2010, 1-9]. Dati come questi furono pubblicati anche diversi anni orsono in un articolo comparso su The Ped. Clin. Of North. Am., che però non siamo più stati in grado di rintracciare.
A tale proposito c’è comunque da menzionare anche un primo elemento squisitamente filosofico, e cioè la giustificatissima critica rivolta da Husserl e Edith Stein alle scienze empirico-naturali. Esse venivano infatti accusate di non avere un “fondamento”, ossia di non conoscere di fatto proprio l’essenza stessa (ossia la vera natura) del proprio oggetto di studio. Esattamente per questo i due pensatori mettevano a disposizione la ricerca filosofica sulle essenze (propria della Fenomenologia), quale strumento per offrire finalmente un fondamento alle scienze empirico-naturali. E ciò ha il rilevante risultato di rendere impossibile l’elaborazione autarchica di teorie puramente astratte e senza alcun fondamento conoscitivo da parte delle stesse scienze. Tali teorie tendono infatti ad essere elaborate dalle scienze empirico-naturali in modo del tutto fantasioso, e quindi senza alcun riguardo all’oggettiva razionalità degli assunti sui quali si basano. Si tratta di ciò che di fatto è accaduto con la teoria darwiniana dell’evoluzione. Orbene, applicando tutto questo alla medicina empirico-naturalistica, bisogna rilevare che, ponendosi come pura scienza sperimentale (come la biologia), essa di fatto ha rinunciato totalmente alla conoscenza approfondita del suo primario oggetto di studio, e cioè l’uomo immerso nel mondo dell’essere. E tale pecca si lascia riconoscere perfettamente proprio nella facilità (tutta pragmatistica e poco pensante) con la quale la prassi vaccinale è stata universalmente ammessa e poi anche istituzionalizzata.
Una volta detto tutto questo, va però riconosciuto che l’introduzione delle vaccinazioni è stata essenziale (anche solo come strumento empirico) nel debellare malattie davvero terrificanti (vaiolo, polio, difterite). Ed esse inoltre giocano ancora un ruolo fondamentale nel rendere nulle le possibilità di contrarre una malattia non meno terrificante com’è il tetano. Malattia che non è stata affatto debellata, e quindi costituisce una possibilità ancora del tutto reale. A tale proposito risultano molto dubbi gli argomenti di coloro che hanno sostenuto che la riduzione di tale malattie sarebbe il mero effetto delle migliorate condizioni igieniche delle società avanzate (nelle quali poi la vaccinazione è stata da tempo introdotta come prassi di massa). Tutto ciò non può essere considerato assolutamente vero, dato che in quelle circostanze storiche (come nel corso della caduta dell’Unione Sovietica) in cui c’è stata una rilevante caduta dell’immunità di gregge (la copertura vaccinale almeno del 95% della popolazione), si è assistito al ritorno delle malattie appena menzionate.
Parliamo con ciò delle cosiddette vaccinazioni “obbligatorie”, e cioè di quelle che fino ad alcuni anni orsono venivano praticate per mezzo della cosiddetta “tetravalente” (contenente polio, difterite, tetano e virus dell’epatite B). Ebbene, a mio avviso, sull’opportunità di praticare queste vaccinazioni non consiste di fatto alcun dubbio. Tutte le possibili perplessità ed obiezioni divengono infatti del tutto secondarie a fronte dell’incontestabile vantaggio costituito dalla scomparsa di malattie devastanti, mortali, inabilitanti e peraltro non facili da curare. Ed a tale proposito sarebbe ovviamente del tutto folle pensare di lasciare alla natura la possibilità che si contragga una malattia come quelle menzionate, provvedendo poi alla sua cura magare per la via di terapie “alternative” come l’omeopatia. A mio avviso infatti, se all’omeopatia può essere riconosciuto un ruolo nel trattamento delle malattie croniche e degenerative, tuttavia il suo uso nelle malattie acute (specie se molto acute e configuranti un’urgenza) è affetto da troppe possibili variabili (nell’efficacia) per poter essere ritenuto sufficiente ed affidabile. Del resto riposano proprio su questo le affermazioni (molto superficiali se non ignoranti) di coloro che dicono che «l’omeopatia non funziona».
Il discorso però cambia sensibilmente rispetto a tutte le vaccinazioni che (prima dell’imminenza dell’attuale decreto) erano considerate “facoltative”. In questo caso infatti le possibili perplessità di fondo circa la prassi vaccinale assumono nuovamente tutta la loro rilevanza. E ciò per un motivo primario molto semplice: – da diversi anni assistiamo ad una progressiva crescita esponenziale di vaccini contro tutte le possibili infezioni. E ciò avviene in una prospettiva che nulla vieta di considerare praticamente illimitata ed illimitabile. Inoltre vi è da considerare anche a tale proposito un importante elemento etico- e politico-filosofico, e cioè quello relativo alla vera e propria moderna ossessione per la «sicurezza totale e ad ogni costo». È infatti proprio questo il fattore di spinta che sollecita le strutture produttive (industria dei vaccini) ad allargare in maniera illimitatamente crescente l’offerta di nuovi vaccini. E ciò avviene peraltro nella certezza di fatto che, in forza del principio appena menzionato, tale prassi debba incontrare il consenso incondizionato della coscienza collettiva (specie da parte dello Stato). È comunque evidente che ci troviamo qui di fronte ad un principio che non è affatto detto che sia assoluto ed universalmente condivisibile. Esso è infatti invece meramente relativo. E ciò per il semplice motivo che è puramente ideologico (e quindi in una certa misura anche meramente soggettivo). Proprio qui inizia pertanto a profilarsi quel tema della libertà che più avanti discuteremo più in dettaglio.
Le infezioni verso le quali tali vaccinazioni vengono proposte non hanno comunque in alcun modo le caratteristiche di quelle prima menzionate. E ciò sia per la gravità del relativo stato acuto (con il rilevante rischio di morte o disabilità permanente), sia per la possibile estensione della compromissione di tessuti e organi, sia per l’estensione della relativa epidemia, sia infine per la curabilità. Non vi è alcun dubbio che la meningite sia una malattia molto grave, talvolta mortale o invalidante, ed anche non sempre facile da curare. E tuttavia essa non compare affatto con un andamento epidemico, ma invece solo in molto limitati focolai. Quanto poi al morbillo, non vi è dubbio che esso abbia un andamento clinico mediamente molto intenso e che comporti anche un numero non piccolo di rilevanti complicazioni. E tuttavia la sua gravità non è comparabile con quello delle malattie prima menzionate.
Ebbene, è proprio a proposito di tutto questo che emergono considerazioni di tipo filosofico del genere di quelle che già abbiamo fatto riguardo al fondamento della prassi vaccinale. Solo che qui emergono in modo ben più chiaro i relativi elementi etico-filosofici. Uno di questi è quello sostenuto con forza da parte dei movimenti anti-vaccinali, ossia la libertà di scelta che essi rivendicano per coloro che hanno la responsabilità della cura dei propri figli, ossia i genitori. A fronte di tale argomento si delinea però in modo chiaro il relativo contro-elemento etico-filosofico. E non a caso esso ha visto in Platone il più alto ed ampio paradigma di riflessione (specie nella Repubblica, nel Politico e nelle Leggi): – la comunità politico-sociale (retta dallo Stato) come entità organica ed organismica, ossia come insieme di parti integrate, ognuna delle quali svolge un determinato compito assolvendo così obbedientemente ad un dovere il cui senso primario è poi l’integrità dell’insieme. Integrità senz’altro minacciata se l’insieme sociale non è costituito da parti integrate, ma è invece costituito da parti ognuna delle quali si muove indipendentemente dalle altre, o addirittura contro le altre parti o contro l’insieme stesso. In termini bio-medici possiamo riconoscere in questo il paradigma stesso della crescita cancerosa; nella quale le cellule, sottratte ad ogni forma di controllo repressivo centrale, si comportano in maniera del tutto anarchica e quindi inevitabilmente distruttiva.
Indubbiamente ci troviamo qui insomma di fronte ad un rilevante conflitto: – libertà individuale incondizionabile da un lato, e limitazione della libertà individuali ai fini dell’interesse collettivo dall’altro lato. È esattamente per questo che ritengo che il piano primario sul quale va discussa la questione delle vaccinazioni, è proprio quello etico-filosofico.
E da quanto ho appena detto, appare chiaro che ciascuna delle due prese di posizione appena menzionate ha e deve avere le sue giustificazioni ed i suoi meriti. Nel campo della questione vaccinale abbiamo infatti da un lato i genitori che rivendicano la libertà di poter decidere senza costrizioni circa le prassi sanitarie alle quali sottoporre (o meno) i loro figli, e dall’altro lato abbiamo lo Stato che ha il dovere di rappresenta gli interessi collettivi della comunità, e quindi ha una ben precisa responsabilità nel raccomandare ed anche imporre (ove necessario) prassi sanitarie in assenza delle quali sussisterebbero dei gravi rischi per tutti. È dunque evidente che molto probabilmente il gold standard in questa così complessa materia sta in una via di mezzo. Ma ciò implica anche una discussione partecipativa nella quale non si protesti e si attacchi soltanto, ma si sia anche disposti a condividere la magari dovuta obbligatorietà di alcune determinate prassi vaccinali.
Per tutto ciò che abbiamo finora detto, a me sembra che non vi possano essere dubbi circa la necessità che pro-vaccinatori ad oltranza ed anti-vaccinatori ad oltranza convengano sull’imprescindibilità della prassi vaccinale relativa a quelle che prima erano considerate come vaccinazioni “obbligatorie”. Il che significa che, se una battaglia popolare per la “libertà” andrebbe combattuta, questa dovrebbe limitarsi che finalmente ricompaia sul mercato la vaccinazione tetravalente. Essa è infatti da molto tempo irreperibile nelle farmacie, ed inoltre (cosa ancora più grave) è del tutto assente anche presso i centri vaccinali. Una volta ripristinata questa disponibilità, allora il discorso della libertà può e deve essere posto, nel senso di lasciare ai genitori la scelta di sottoporre o meno i loro figli alle vaccinazioni “non obbligatorie”. E ciò in relazione ad una valutazione autonoma dei rischi che essi intendono (o meno) correre; valutazione che andrebbe effettivamente considerata inalienabile. Qui dunque gli argomenti scientifico-sperimentali (prevalenza delle relative infezioni, tasso differenziale di complicazioni tra infezione naturale e vaccinazione etc.) dovrebbero essere dai medici debitamente presentati ai genitori, in modo che essi abbiano effettivamente in mano dei saldi elementi per poi prendere una decisione autonoma. Ed in relazione a questo bisogna prendere atto del fatto che le associazioni anti-vaccinali hanno pienamente ragione nel protestare contro una prassi vaccinale, entro la quale molto spesso manca un’informazione preliminare dei genitori e talvolta perfino la stessa valutazione clinica antecedente la vaccinazione.
Circa i cosiddetti “esami prevaccinali” non mi risulta invece che essi esistano per davvero e siano giustificati (se non nell’immaginazione di alcuni irresponsabili colleghi, che purtroppo hanno eretto su questo la cura di interessi puramente personali).
In ogni caso, da un punto di vista etico-filosofico, non è ammissibile che i suddetti argomenti scientifico-sperimentali vengano invece impiegati come argomenti che supportano la decisione da parte dello Stato di imporre la relativa vaccinazione. E così veniamo ad uno dei nuclei dell’attuale querelle, e cioè il morbillo e la relativa vaccinazione.
È infatti proprio in relazione a questi ultimi che l’attuale imminente decreto si è posto, impiegando di fatto in modo impositivo (ma in principio legittimo) argomenti puramente scientifico-sperimentali. Ciò che insomma si sostiene è che, sulla base di una valutazione scientifico-sperimentale di tutti i dovuti elementi (intensità dell’infezione morbillosa, bassa prevalenza delle complicazioni vaccinali rispetto all’infezione naturale etc.), sarebbe tassativo mantenere i livelli di copertura vaccinale in prossimità di quel 95%, al di sotto del quale effettivamente non risultano spenti i possibili focolai di morbillo. Questo è del resto un dato di fatto, e non ha dunque alcun senso sforzarsi di contestare questo dato (come fanno oggi le associazioni anti-vaccinali). In questo caso infatti ci si muove sullo stesso piano scientifico-sperimentale sul quale si muove lo Stato. Come ho detto, il discorso va invece condotto sul piano etico-filosofico.
Premesso questo, va però anche precisato che ci sono qui gravissime responsabilità anche da parte dei movimenti anti-vaccinali. Troppo infatti si è insistito (e sulla base di supposte prove sperimentali assolutamente inconsistenti) sulla relazione tra vaccinazione anti-morbillosa e malattie come l’autismo. Ed esattamente questo ha determinato la caduta dei livelli di copertura, facendo poi sì che il morbillo ricomparisse. Ebbene, anche qui le considerazioni etico-filosofiche sono imprescindibili ed assolutamente primarie. Questa volta però decisamente a vantaggio dell’elemento costituito dalla piena liceità di provvedimenti impositivi da parte dello Stato nel momento in cui condizioni oggettive li impongano.
In questo senso divengono del tutto secondarie le considerazioni prima fatte circa l’effettiva appropriatezza della vaccinazione contro il morbillo. Infatti, puramente in via di principio (e cioè sulla base dell’elemento etico-filosofico appena menzionato), la decisione dello Stato di reagire alle conseguenze collettive determinate da una campagna di opinione irresponsabile, isterica e del tutto priva di fondamenti oggettivi, è da considerare assolutamente legittima.
E lo stesso credo si possa dire di una delle principali preoccupazioni espresse dai movimenti anti-vaccinali, e cioè il timore per possibili reazioni acute secondarie alla somministrazione di vaccini. Rispetto a questo si avanza in particolare il sospetto che tali reazioni siano dovute ad un’inappropriata preparazione dei vaccini (adjuvanti, metalli pesanti etc.) oppure anche ad un’incauta somministrazione. Anche qui ci troviamo di fronte a congetture e non a certezze. Sebbene sia chiaro anche in questo caso che, a fronte anche di vaghi sospetti, sarebbero tassativi studi seri ed affidabili tendenti a fare luce definitiva sulla materia. E qui è senz’altro lo Stato a doversi sottomettere al criterio etico-filosofico che impone di evitare in ogni modo l’esposizione della collettività a rischi assolutamente inaccettabili. In questo caso quindi il peso del suo potere dovrebbe gravare totalmente e severamente sull’industria produttrice dei vaccini ed anche sulle istituzioni culturali mediche che di fatto ne rappresentano gli interessi.
Tuttavia abbiamo già detto che se esistono delle preoccupazioni e perplessità mediche relative alla prassi vaccinale, esse riguardano gli effetti delle vaccinazioni che sono più occulti, profondi, insidiosi e a lungo termine. Fatte salve le precisazioni or ora fatte, tali preoccupazioni e perplessità non riguardano quindi affatto gli effetti più superficiali ed evidenti, e cioè quelli acuti. Del resto la tecnologia vaccinale ha i suoi limiti oggettivi, e quindi è del tutto illusorio pensare alla produzione di vaccini che non producano alcuna reazione acuta. Inoltre talvolta queste ultime sono determinate dall’agente patogeno stesso e non invece dagli adjuvanti: – agenti patogeni potenzialmente neurotropi possono almeno teoricamente provocare reazioni collaterali che investono il sistema neurologico del bambino (irritabilità, sonnolenza, convulsioni, febbre alta etc.). Dall’altro lato, almeno nel caso delle vaccinazioni obbligatorie, non vi può essere dubbio circa il fatto che chi lascia che il proprio figlio si sottoponga ad esse, deve sapere che tali reazioni sono possibili. Qui insomma gli inalienabili interessi della collettività prevalgono decisamente su quelli individuali. Dall’altro lato va anche considerato che, nel contesto di una società sottomessa ai rischi di un costante e crescente inquinamento (consistente peraltro proprio nei cosiddetti metalli pesanti), è piuttosto illogico attribuire un così grande valore all’eventuale somministrazione solo una tantum di possibili inquinanti per mezzo delle vaccinazioni.
Quanto poi alle proteste contro l’inizio delle somministrazioni di vaccini all’età di due mesi di vita, si dovrebbe considerare che essa si basa su studi immunologici i quali statuiscono con chiarezza l’efficacia molto maggiore dei vaccini stessi (in termini di risposta immunitaria) quando la somministrazione sia precoce. In questo non si ha dunque alcun motivo di accusare lo Stato si farsi complice di una sorta di sterminio di massa.
Anche rispetto a tutto questo le associazioni anti-vaccinali avrebbero pertanto il dovere di fare un passo indietro ed abbassare i toni di una polemica che ha spesso assunto i contorni di una vera e propria isteria di massa. Ed è evidente che non è su questa strada che si può procedere in modo credibile.

Non credo che vada aggiunto altro a quanto ho finora detto. In conclusione è evidente che il disegno dell’imminente decreto ha i suoi lati deboli ed in una certa misura anche inaccettabili. Bisognerebbe però anche considerare che questo decreto si è reso necessario sulla base degli effetti di una polemica che progressivamente è andata configurando una serie di cognizioni e di comportamenti i quali non si sono attenuti di certo né alla verità oggettiva né alle necessità oggettive della comunità (ed in fondo anche a quelle della salute individuale). Su questa base ritengo che tra associazioni anti-vaccinali, istituzioni dogmaticamente pro-vaccinali e Stato dovrebbe essere aperto un dibattito sul piano dei temi ed elementi che ho indicato. Il che significa che, tutto sommato, ci sono sufficienti motivi per sospendere la promulgazione di un decreto che verrebbe a configurare una situazione senza più alcuna via di uscita. Inoltre sul piano estremamente concreto, una volta che si sia receduto dallo scenario attuale, lo Stato dovrebbe adoperarsi per la soluzione dell’inaccettabile situazione rappresentata dall’assenza sul mercato del vaccino tetravalente.
Ed infine la cosa forse più importante di ogni altra è che tutti gli attori di questo scenario (pazienti, associazioni, medici, politici e produttori) dovrebbero fare un severo esame delle proprie affermazioni ed intenzioni, in modo che si ritrovi un piano di discussione sul quale (nel rispetto di quella che è la più ragionevole verità) sia possibile confrontarsi nel rispetto reciproco, al di fuori di irrigidimenti ideologici, ed al di fuori anche di inaccettabili atteggiamenti di tipo “stalinista” nella pretesa di programmare centralmente in modo dogmatico e dittatoriale entro una materia nella quale invece il rispetto della libertà deve essere assolutamente tenuto presente.

Nota 1: Per iatrogenesi va intesa l’induzione di effetti indesiderati per mezzo di pratiche terapeutiche in sé destinate a curare uno stato patologico.

 

 

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