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Archive for Mag 2015

Può un film offendere a morte lo spettatore con l’impertinenza sfacciata della sua così calcolata inautenticità? Purtroppo si. Lo può. Lo dimostra Youth di Paolo Sorrentino.
Ma per la verità ciò dipende strettamente dal tipo di spettatore. Cioè dalla sua adesione o meno al moderno conformismo estetico. Che nel cinema ha preso la forma di film destinati, per il solo modo (standard) in cui sono fatti, ad abbagliare talmente tale così diffuso conformismo da guadagnarsi da parte di critici e spettatori l’appellativo di “bellissimo”. E così finire quasi invariabilmente a Cannes o a Berlino.
Bellissimo!”. Un appellativo che è ormai divenuto un marchio inconfondibile. Per la precisione un marchio di infamia. Se dunque lo leggerete in una critica, vi consiglio di non andare a vedere il relativo film. Perché di certo ne uscirete disgustati. Ammesso, ovviamente, che apparteniate al genere di spettatore di cui parlo.
Ma disgustati da che? Appunto dal modo in cui il film è fatto. Che poi  vi rivelerà infallibilmente l’invisibile quanto miserevole canovaccio che vi è nascosto dietro. Quello dell’avere ben studiato, e dunque sapere come si fa ad agganciare il moderno spettatore. Come e dove? Per mezzo di un titillamento di sensi che avviene esattamente sotto la cintola.
In film di Sorrentino è gremito dei segnali-chiave (standard) per mezzo dei quali si ottiene il titillamento (vedi lo stupro matrimoniale della vecchia gallina britannica nel bosco svizzero).
Sorrentino, educato evidentemente alla moderna scuola della “scrittura creativa”, sa bene come si fa.
Ed ecco che i suoi film colgono il bersaglio essendo così di fatto invariabili in modo sconcertante. E quindi irritante. Il suo è infatti sempre lo stesso film. Ogni film è appena fotocopia di tutti gli altri.
Dunque sempre gli stessi titillamenti  : ‒ sonori (musica onirica….),  visivi (la famosa conturbantemente fascinosa “fotografia”), tematici (morbosità decadenti varie sullo stile, riletto, Montagna incantata) . E così sempre lo stesso estetismo maniacale e sempre ammiccante al decadente ed all’irridentemente surreale.
Moderno, molto moderno.
E proprio per questo soprattutto falso nei suoi contenuti. Che presentano non personaggi, non temi, non idee, non sentimenti, non visioni. Ma invece appena accortamente studiate allusioni. In filmografia le chiamano con sussiego “citazioni”. E le venerano. Un film, insomma, può al giorno d’oggi legittimamente essere fatto solo e soltanto di questo. Anzi sembra proprio che debba (ecco allora il “bellissimo!”).
Con il risultato di un assolutamente prevedibile ripetizione.
Si tratta quindi di poco più che trovate, se non bravate. Nella tipologia dei personaggi, nei dialoghi, nelle battute. Sorrentino riesce qui nel colpo di mano scenico di far addirittura assomigliare Michel Caine al perennemente jeratico Toni Servillo. L’aminismo facciale e corporeo è esattamente lo stesso. Ed il  messaggio (appena superficiale) di questa posa  vorrebbe essere  magari uno stupore attonito dell’anima.
Ma invece, esaminato con occhio sobrio (attento all’inautentico), è solo ciò che è, appunto appena amimismo. Senza senso, senza sentimento e senza profondità. È sempre lo stesso atroce e sguaiato quanto improbabile, ma soprattutto insopportabile, Jep Gambardella che si ripresenta in Sorrentino.
Solo trovate, dunque. E peraltro prive del sia minimo interesse. E soprattutto della sia pur minima credibilità. Come l’altro colpo di mano sorrentinesco del rendere i tre attori protagonisti (Caine, Keitel Fonda) esattamente simili a sé stessi , invece che ai personaggi  della storia (vedi la lobbia di Caine, che, in modo così scontatamente misero, fa molto più Graham Greene che non il musicista Ballinger!).  Come anche la massaggiatrice di vecchietti, indecisa tra l’amimismo servilliano (in versione da adolescente scocciato)e la vocazione al massaggio thailandese oppure alla danza balinese. Come gli impertinenti sorrisetti della faccia da schiaffi in veste di giovane attore americano, indeciso tra il Grande Fratello ed ubbie amletico-hitleriane da Bruno Ganz. Faccia da schiaffi che si permette perfino un certo élitismo superomistico  a fronte della bella ma ignorante Miss,  per poi essere trasmutato alla fine (nel concerto) un una sorta di fantastica ombra estatico-femminea  münchiana. L’ombra esatta di colui che (chissà chi l’ha mai suggerito a Sorrentino!) cita nientedimeno un Novalis che fa poi appello alla Patria celeste. Trovatissima, questa, ma di nuovo pochissimo credibile ed anche ipocrita. Visto che un film come questo con tutto ha a che fare tranne che con Novalis e la Patria celeste .
Vuoto, dunque. Desolante ed irritante vuoto.
Vuoto di un prosaico e prevedibile squallore rivestito di belle forme. Ma belle per davvero? No! Belle solo perché tirate a lucido, cioè imbellettate ad arte. E piuttosto atrocemente, peraltro, per un senso estetico attento alla profondità ed alla verità. Con la conseguenza di un’assoluta non continuità tra i contenuti ed appunto le forme. Ecco dunque da un lato delle mere, vuote, prosaiche e prevedibili banalità ‒ poco più che raffazzonate trovare sceniche, e sempre condite di un certo spirito irriverente ed iconoclastico, che è poi così à la page. Dall’altro lato una bellezza che non ha alcuna radice nei contenuti stessi.  Una bellezza appena strumentale, e così  vuota, appunto, di contenuti. Una bellezza floscia.
Essa è allora uno splendente velario disteso su carni putrefatte. Come le varie mimiche impertinenti che costellano questo film insieme ai soliti amimismi. Come la mani massaggianti che si compiacciono di richiamare alla vita ed al piacere le carni ormai prossime alla morte. Chiamandole così al piacere e non alla contemplazione.
E tutto ciò avviene ancora irriverentemente, impertinentemente, lascivamente, perversamente.  Come l’intero film! Senza alcun rispetto per quell’animico spirito che, al momento della morte, dovrebbe  liberarsi dalla prigione del corpo (Plotino) e ritrovare in pieno quella che è la vera gioia.

E tuttavia qualche concessione al film di Sorrentino si potrebbe anche fare. Anche se in via purtroppo solo ipotetica, dato che vi si oppone tutto ciò che ho detto finora. Ma soprattutto vi si oppone la trovata delle trovate. Artificiosamente  barocca quanto mai. Cioè quell’onirismo partenopeo-lazzaro così di bassa lega del finto Maradona. Se non fosse per tutto questo, dunque, la (per modo di dire) riflessione di Sorrentino sulla morte, e quindi sulla vita, potrebbe essere riconducibile perfino all’esistenzialismo filosofico. Quello, insomma, degli Heidegger, dei Sartre e dei Michelstaedter. La sua traccia in questo film è il fatticismo della carne disfatta come unica e sola verità finale. Compendiata poi in tante battute del film avanzanti la pretesa  di un sobrio e dolente autenticismo minimalista. Ma ahimè queste intenzioni si condannano da sole, e per lo stesso così studiato cinismo che le sorregge. Lo dimostra l’estetismo decadente nel quale ogni cosa scada. Esistenzialismo, insomma, solo per esteti senza troppe pretese.
Eppure, se solo si avesse l’umiltà di figurarsi cos’è per davvero la Bellezza…! Non certo quella venerea e fumettistica rappresentata nel film dalla procace Miss Universo che fa fremere i resti di tessuti erettili dei poveri vecchietti.
In ogni caso il tema così centrale degli erotico-agapici massaggi di carni sfatte potrebbe avere ben a che fare con questo. Solo che ci fosse nel film appena solo un pizzico di autenticità e serietà.

Di fatto, comunque, questo è il “bel cinema” moderno. Questo è quello che oggi ci viene dato in pasto per farci andare in solluchero con troppo facili mezzi. Quel film, si dice qui, che si opporrebbe alla televisione “che è merda!”. Figuriamoci !
A che lamentarsi, dunque. A che indignarsi. A che protestare. Non serve! Questi film piacciono. È incontestabile. Ed allora diciamo pure che io sono solo un cretino. Un vecchio cretino conservatore e moralista. E che quindi tutto ciò che è ho detto forse non conta nulla. Forse è meglio così!

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Tornando per un breve periodo a Napoli da Lisbona, dove risiedo, mi sono ritrovato a guardare la città alla quale da lontano solo potevo pensare.  Ed ecco, insieme al solito insidioso ed amaro disagio del rientro, emergere anche la solita fatale domanda sul perché mai Napoli e come è, e perché mai essa sembra fare di tutto per non lasciarsi amare. Nello stesso tempo però mi sono accorto questa volta che più si soggiace alla necessità di stare all’estero, più si è portati, specie se in età avanzata, a chiedersi se è proprio vero che in tal modo stiamo marciando nel verso giusto. È proprio vero, insomma, che, appartenendo per sangue ad una terra come Napoli, si debba per forza cercare fuori ciò che essa non ci dà? E soprattutto è realmente autentico pensare questo? E dunque cos’è esattamente che Napoli non ci dà?
Ora, oltre ad aver dedicato alla filosofia gli ultimi anni della mia vita, io in realtà ho fatto il pediatra per ben 35 anni (e lo faccio ancora). E così ho visto moltissimi dei miei ex-pazienti, ormai uomini fatti, aggregarsi alla diaspora di cervelli e forza che lavoro che si disperde per il mondo intero. A Lisbona, poi, ho udito tanti italiani, dal dottorando al pizzaiolo, decantare la “fortuna” offerta da terre diverse dalla nostra così disunita ed esausta Italia. Infine ho udito cari amici affermare, dopo aver consegnato le loro vite a gelide ed anonime megalopoli nord-europee, che “lì si che si respira!”. Bene! Non posso negare le ottime ragioni che questa gente ha avuto nel fare ciò che ha fatto. Ma siamo proprio sicuri che le loro ragioni siano per davvero oggettive, oltre che solo legittimamente soggettive?
E giungiamo così di nuovo al cospetto delle domande postesi prima. Insomma, nuovamente, quali sono le cose che Napoli (e la terra cui essa appartiene) non ci dà? E, una volta compresolo, siamo proprio sicuri che di esse abbiamo assoluto bisogno? Ma qui emerge una domanda ancora più decisiva, anzi per meglio dire un sospetto : ‒ Ma non sarà che questo suo diniego ha forse  una giustificazione? Non sarà forse che Napoli non ci dà per saggezza, e forse per amore, invece che solo per crudele e neghittoso odio verso i suoi figli?
Un possibile indizio per rispondere a ciò sta nei rifiuti viscerali che la stessa sostanza umana della città oppone a chi, come spesso io stesso faccio, esprime con indignato ed amaro sarcasmo la sua insoddisfazione per lo stato delle cose (che poi in fondo è viscerale amore!). Può accadere dal tabaccaio, o anche nella fila della Posta. Provate a farlo e vedrete che almeno una sostanziosa parte del vostro uditorio risponderà ai vostri improperi con una resistenza non poco infastidita.  Ebbene, forse si tratta di quei napoletani pigri e neghittosi ai quali con una certa ragione si rimprovera da tanto tempo che “non vogliono cambiare”. Ma siamo proprio sicuri che ciò di cui abbiamo bisogno sia veramente cambiare?
Di certo è un fatto inoppugnabile che Napoli è una di quelle città che di “cambiare” proprio non vuole saperne. Io stesso l’ho detto spesso con rabbia. Ma ora mi coglie il dubbio che possa trattarsi di saggezza e non stoltezza. La saggezza coincidente con l’intuizione di un certo quale nascosto valore del “non cambiare”. Valore che impedisce di volere, ma soprattutto di potere, cambiare.
Può darsi insomma che Napoli non abbia mai cessato di essere una grande città nel senso delle grandi città-capitali europee specie del ‘600. Importanti almeno quanto insieme popolose, caotiche, luride ed in qualche modo anche sinistre. Tutte le grandi città europee all’epoca lo erano. Ma sta di fatto che quasi tutte si sono poi progressivamente trasformate in direzione di una sempre maggiore efficienza, pulizia, sicurezza, e soprattutto di un sempre maggiore “interesse culturale” (parolona dietro la quale si nascondono poi di fatto i piaceri promessi da un mero parco divertimenti). Ebbene, Napoli si è sempre rifiutata  categoricamente di trasformarsi in questo senso. E generazioni di intellettuali “illuminati” gliel’hanno severamente rimproverato.
Insomma, queste le mie meditazioni di flaneur. Ma come spesso accade le meditazioni vengono significativamente accompagnate da eventi sincronici. Nel mio caso si trattava della sequenza di gigantografie di “vittime innocenti della criminalità” collocata davanti a Palazzo Reale a Piazza del Plebiscito. Vi passavo davanti con una crescente emozione e poco a poco mi invadeva la curiosa sensazione di stare passando in rassegna (a gloria tutta loro e non certo mia!) un esercito di morti non morti. Resi vivi eternamente dalla generosità del loro sacrificio. In fondo del tutto gratuito, considerato ciò che la nostra terra è. Ma di colpo, nel mentre del tutto inatteso mi entrava nelle narici l’aroma della salsedine da tempo non più sentito (vero e proprio sipario, al cui sollevarsi fiumi di grati ricordi rompevano gli argini), mi coglieva a tradimento un pensiero inconcepibile : ‒ “Cosa non darei per essere uno di loro!”.
Non è il desiderio di un eroe. Non lo sono.  È qualcosa di molto più semplice, e cioè amore. Al cui oggetto potete dare il nome che volete : ‒ la propria terra o città, le radici, le linfe vitali, la Patria…! Poco importa.
Ciò che importa è che proprio qui il cerchio si chiude. Napoli è la città che non fa nulla per essere amata, e lo fa proprio rifiutandosi di cambiare, e quindi di dare ciò che vorrebbero coloro i quali pensano che essa invece proprio dovrebbe. Ma nel fare questo Napoli mantiene la sua identità.  Il che significa che forse essa proprio non è fatta per “essere amata”. Proprio come un’austera e severa Madre. Una Madre all’antica. Dietro i cui modi bruschi però si nasconde il più appassionato amore. Che merita rispetto e gratitudine. Cioè amore.  Ed allora è forse proprio questo il punto : ‒ l’amare prima ancora dell’essere amati!
Un corpo non sopravvive se le sue cellule, sottraendo sia all’unità, gli sfuggono dileguandosi. È così che la malattia si trasforma in corruzione, in decomposizione. Morte. Non c’è scampo!
Proviamo dunque un po’ a pensare che noi da Napoli non riceviamo solo ciò che in realtà non dobbiamo ricevere. Il resto poi dipende solo da noi. Perché forse non si tratta di amare riamati ma soprattutto di amare per primi. E così, quando non si riceve, bisogna saper distinguere tra quanto deve essere così per immutabili circostanze oggettive,  e quanto invece è così solo  perché dipende da noi. Ovvero da ciò abbiamo mancato di dare e di fare.
Forse allora dovremmo lasciare che Napoli continui a restare ‒ come vuole e come (forse) deve ! ‒, una città-capitale del ‘600. Non è affatto detto che essa abbia vitalmente bisogno del Moderno. E non è affatto detto che ne abbiamo vitalmente bisogno noi. Però intanto diamole quello di cui essa ha bisogno per potercelo poi restituire a modo suo, cioè come può e deve. Diamole operosità, onestà, nobiltà e limpidità morale, coraggio civile, lealtà, generosità, spirito di abnegazione. Cioè diamole amore.
La verità è che solo dopo averla amata svisceratamente,  e dando in questo tutti noi stessi, potremo poi giudicarla. Ed io sono certo che a questo punto il giudizio non potrebbe che essere positivo.

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