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Archive for febbraio 2016

I- Introduzione : lettera aperta alle persone di cultura ebraica.

Si può passare per antisemiti pur non essendolo assolutamente – anzi essendo l’esatto contrario, e cioè decisamente «pro-semiti» (se il così brutto termine mi viene concesso)?
Si, purtroppo! Perché ciò accada, basta infatti essere studioso di una pensatrice come Edith Stein. Una di quelle personalità che è decisamente scomoda per tutti. Nessuno escluso! I cristiani (cattolici ma non solo) o la incorporano indiscriminatamente oppure la guardano con l’insopprimibile sospetto (misto a disprezzo) suscitato dall’ebreo. Gli ebrei al solo fare il suo nome rabbrividiscono di ribrezzo – è un’apostata ed una svergognata! I filosofi di scuola e di professione la chiamano con eguale sussiegoso disprezzo «la suora» – cioè con la stessa sprezzante sufficienza con la quale Heidegger la ignorava gratificandola dell’anonimo epiteto di «Fräulein Stein». I rivoluzionari e progressisti la schifano in quanto conservatrice, ed i conservatori la schifano in quanto ebrea. E si potrebbe continuare così con molte altre categorie delimitanti.
Ma decisamente la cosa più impressionante è che la schifino gli ebrei. Una donna che, grazie ai privilegi accordatigli dalla conversione, poteva sfuggire alla Shoah ed invece l’ha abbracciata come scelta! E ciò perché, come lei stessa scrisse nella sua auto-biografia, sentiva «la mano di Dio» di nuovo gravare sul «suo Popolo». Una donna che come ebrea era stata quasi atea, e che però, proprio in seguito alla conversione, grazie a questa sua estrema scelta ri-abbracciava l’Ebraismo da religiosa!
Ma come si può?
Tuttavia, a pensarci bene, proprio a fronte di tutto questo, emerge lo strano (ma comunque comprensibile) fenomeno dell’imbarazzo e fastidio provato dagli ebrei quando un «goim» pretende di impersonare la loro identità ed il loro orgoglio. Davvero difficile, da non ebreo, dare un nome ed un senso a questo. C’è chi vi potrebbe vedere un insopportabile razzismo al contrario. Ma, volendo invece con delicatezza rispettare una consuetudine tradizionale, bisogna vedere in questo molto più l’espressione dell’inquietudine di fronte alla tematizzazione di fatto del termine «ebreo» come luogo di conflitto. Tematizzazione in tal senso sembra esserlo, pertanto, la stessa invocazione, da parte del goim, di una sorta di non richiesta difesa di ufficio degli ebrei e dell’Ebraismo. Più volgarmente sembra trattarsi del fatto che l’anti-semitismo sembra essere per gli ebrei una questione troppo dolorosa e difficile per poter essere messa in piazza così platealmente. E chi potrebbe non comprendere tale riserbo? Preferisco insomma pensare che le cose stiano così. E credo proprio di essere nel giusto.
Tuttavia l’assurdo resta comunque! Ed è questo assurdo che mi obbliga a fare quello che mai avrei voluto fare, e cioè scrivere un articolo «contro» questa discriminazione. Articolo che senz’altro (se qualcuno mai lo leggerà) potrà essere anche interpretato come tendenzialmente «anti-semita». Sebbene se nei fatti non lo è nemmeno lontanamente. Semmai è il frutto doloroso di un grande ed appassionato amore, sempre dichiarato e sempre rifiutato.
Ma perché mai questo? – mi chiedo angosciosamente.
E non sto qui affatto parlando di congetture. Perché, da quando studio Edith Stein, ho già ricevuto ben tre netti  e sdegnosi rifiuti (da parte di esponenti della cultura ebraica) ad accettare miei scritti che anche solo lontanamente avessero a che fare con la Stein. Naturalmente non farò nomi, ma almeno le circostanze vanno menzionate. Due dei rifiuti vengono da una nota istituzione di cultura ebraica. Il terzo viene da una giornalista e scrittrice di cultura e fede ebraica. E la risposta in tutti e tre i casi è stata pressoché identica : – un chiaro e netto «no», accompagnato da un gelido quanto significativo silenzio sul nome «Edith Stein». Insomma, sebbene sia morta ad Auschwizt insieme alla sue gente (e quindi affatto diversamente da tanti altri), sembra proprio che, almeno per gli ebrei, ella sia morta esattamente come Gesù Cristo (altro ebreo purosangue!). E cioè per essere per sempre dimenticata. Così infatti Egli scese nel sepolcro sul cui ingresso fu posto il fatale Macigno (della Storia!). Si dà il caso però che entrambi (sebbene con immensa differenza di rango) siano poi «risorti». Non è un caso! Günther Anders (attuale nel «caso Heidegger» di cui parlerò tra poco) ha comunque scritto proprio di questo. E con un’affermazione davvero agghiacciante nel suo così ironico disprezzo (che può ben figurare come un contraltare in negativo ai sublimi scenari raffigurati nel film «La settima stanza»). Tale affermazione viene menzionata dalla Di Cesare
(nel saggio che tra poco commenterò) con le seguenti parole  : – «Com’è noto il cammino di Stein […] finì ad Auschwitz, ed il suo ultimo viaggio, come ha scritto Günther Anders, “fu ancora più straziante di quello degli altri, delle migliaia di esseri umani con cui si avviò ai forni crematori, perchè lei […] interpretò, seduta fra loro, la parte della suora carmelitana in una sorta di festa in costume» (pag. 143).
E si noti bene che questa è una delle pochissime menzioni (appena tre) che, nel suo saggio dedicato all’anti-semitismo di Heidegger, la Di Cesare ritiene di dover fare sulla Stein. Colei che pure fu tra i pochissimi moderni pensatori che ebbe il coraggio di opporsi nettamente e severamente ad Heidegger invece di incensarlo ed idolatrarlo.

Ebbene ho dovuto purtroppo fare proprio questa premessa per introdurre il mio brevissimo saggio dedicato al tema. Saggio che appunto la già menzionata istituzione di cultura ebraica ha rifiutato di pubblicare, ma che a mio avviso va assolutamente pubblicato.
E così lo pubblico qui tra i tanti scritti che di consueto affido a questo blog come messaggi in bottiglia consegnati all’immenso e misterioso mare dell’Essere. Lo stesso accadde a Mosè. E prima di lui era già accaduto ad Osiris.
In verità questa è davvero l’ultima cosa che mi aspettavo di dover fare. Credevo infatti che il saggio si prestasse perfettamente, nel contesto del dibattito filosofico sull’anti-semitismo heideggeriano, a comparire proprio in un ambiente culturale ebraico. Ma evidentemente mi sono sbagliato! Come ho già detto, credo di poter comprendere bene le tutto sommato buone motivazioni che sostengono il rifiuto che è stato opposto al così sincero entusiasmo della mia proposta. E tuttavia lo stupore resta, e va assolutamente espresso. Dunque spero che per questo non me ne vogliano sia le persone di cultura ebraica sia l’eventuale lettore che, come me, è entusiasticamente «pro-semita». Io rispetto pienamente i motivi per i quali un contributo come questo può essere sistematicamente rifiutato dalle persone di cultura ebraica. Ma anch’essi dovrebbero comunque rispettare lo stupore con il quale esso può essere accolto da parte di chi non solo non è ebreo ma deve anche constatare che, come tale, non gli viene concesso il diritto di impersonare il dolore e l’indignazione del popolo ebraico. Non gli viene concesso di prenderne le parti.
E, se qui emerge inevitabilmente una contrapposizione, direi proprio che la responsabilità per essa, almeno questa volta, non è affatto del goim.
II- Saggio : I quaderni neri di Heidegger e l’«eredità» filosofica del cosiddetto «Gigante del pensiero».

In questo saggio commenterò criticamente i due recenti libri della Prof. Donatella Di Cesare. E lo farò prendendo a base due miei articoli dedicati ad essi. Il primo dei quali è stato pubblicato il 25.02.2016 sulla rivista web succedeoggi.it con il titolo «Santo Heidegger». Per rendere chiara la successione dei temi ed oggetti di critica, suddividerò comunque il testo in due parti : – quella dedicata al primo articolo e quella dedicata al secondo.
1- Primo articolo : I quaderni neri di Heidegger

Per quanto l’abbia molto studiato e meditato, non posso definirmi uno studioso di Heidegger.
In quanto ciò esige lo status di «specialista». Il che poi, nel caso specifico, esige tanto la conoscenza di un’opera sterminata quanto anche il consenso al pensiero. Meriti che io non posso di certo vantare. E tuttavia sono (ufficialmente) uno studioso di Edith Stein. Una delle pochissime filosofe che abbia criticato il pensiero di Heidegger senza uscire dai limiti della Filosofia. Dunque, proprio come studioso della pensatrice ho dedicato abbastanza tempo allo studio dell’oggetto della sua critica. Lavoro da cui è poi nato un libro recentemente pubblicato («Heidegger. Il moderno pensiero della distruzione»). Un libro che però si pone fuori dagli usuali circuiti filosofici. Inevitabilmente! Ebbene, è proprio su questa base che ho l’ardire di commentare criticamente Heidegger e gli ebrei, di Donatella Di Cesare, specialista del pensatore nonché vice-presidente della «Martin Heidegger- Gesellschaft» (MHG). Il libro parla dei famosi «Quaderni neri» (QN), o «Schwarzen Hefte» – sorta di occulto diario filosofico di Heidegger –, e della questione dell’anti-semitismo da essi sollevata.
Mi sembra che già qui si possano trovare mescolati diversi degli ingredienti che (appunto) inevitabilmente stanno alla base della lettura di un libro come questo. Ma vedremo tra poco che essi stanno inevitabilmente anche alla base della sua stessa scrittura. Infatti il problema centrale, in entrambi i casi, è quello che invariabilmente si pone tutte le volte che si tocca Heidegger. Ciò avviene già nel pieno della Filosofia. Figurarsi poi quando ciò avviene invece «fuori» di essa. Laddove con questo «fuori» intendo naturalmente il prodotto di una prassi coercitiva. Perché esso si pone quando ci si muove fuori di quel terreno del discorso sul quale la Filosofia erige molteplici filtri ed ostacoli (schermanti ed inibenti). Così tanti e fittamente distribuiti che esso diviene un vero e proprio campo minato. Sul quale quindi all’incauto (il tacciato di  «non-filosofia») il minimo passo falso può costare la vita. Ebbene è proprio il libro della Di Cesare – che con un energico quanto stizzoso scrollone decide di liberare la Filosofia di un’inutile ed inconsistente querelle –, è proprio questo libro stesso – che intende chiudere per sempre l’inammissibile discussione sul valore o disvalore di Heidegger (impossibile giudizio sul pensiero!) –, ad affermare una volta per tutte, nel modo appena descritto, l’intoccabilità del Gigante. E pertanto, se proprio (così impudentemente) si è voluto portare la querelle sul piano così imbarazzante dell’anti-semitismo, allora proprio in relazione a quest’ultimo (quale suo nucleo) la tesi della Di Cesare può essere riassunta davvero in pochissime parole. Si tratta proprio di ciò che occupa il primo capitolo del libro («Tra politica e filosofia»). Non credo che chi è interessato in primo luogo al dibattito debba leggere altro che questo capitolo. Sebbene, per chi fosse invece interessato ad Heidegger stesso (ed alle connesse specifiche questioni filosofiche), il resto del libro offra ottimi e ricchissimi elementi di riflessione. È per questo che l’ho letto tutto e non posso non consigliarne la lettura.
Ma ecco come può essere riassunta la tesi della studiosa : – non vi può essere il sia pur minimo dubbio circa il fatto che Heidegger è stato forse «il filosofo» par excellence dei tempi moderni.  Dunque anche il rappresentante per excellence del pensiero moderno. E questo deve bastare. Chiusa la discussione! Infatti è solo e soltanto la Filosofia che in fondo conta. E quanto più essa è autarchica, cioè impermeabile ad ogni giudizio  (ed al di sopra di esso) – ancor più quando  è astrusa, oscura, sofistica e perfino perversa nel pensare –, più essa è davvero «filosofia». Tutto il resto invece non lo è! Insistere, pertanto, non solo è «non-filosofico» ma anche barbaro e volgare.
Questa è nel complesso la tesi della Di Cesare. La cui mano ferma quanto leggera (nel blindare con rilassata sovranità l’argomentazione contro ogni possibile obiezione) si appaia perfettamente alla maestria sofistica con la quale il presidente della MHG, Peter Trawny, sorvola con altrettanto sovrana leggerezza sul presunto fango dell’intera polemica. E Trawny è poi proprio colui che tira le fila della complessiva operazione dei QN. Dalla quale ci si aspetta una vera e propria «Endlösung». Infatti, una volta che l’operazione si condotto con il dovuto sussiego filosofico essa recherà senz’altro alla riabilitazione definitiva ed incontrovertibile di Heidegger. La tesi è dunque quella (si direbbe) di una neo- negazione. Rispetto alla quale decadono le tesi, altrettanto rozze, che sono state protagoniste del così insostenibile «processo» ad Heidegger (che poi è sostanzialmente processo alla moderna Filosofia) : – 1) la tesi dell’affermazione (accusa e radiazione), di Faye ; 2) la tesi della vetero-negazione (proscioglimento e riabilitazione), di Farías e Fédier. Che infine si è appiattita su una pavida versione ufficiale, incapace del coraggio di proclamare il Gigante contro ogni pregiudizio moralistico. Non meno rozza è poi per la studiosa anche la tesi di una parte di quella sinistra accademica (Adorno, Lukacs, Losurdo…) che è stata così incauta da pronunciarsi contro Heidegger. Mentre invece l’altra sua parte (Derrida, Foucault, Agamben) ne faceva un intoccabile idolo ed un vero e proprio guru del moderno pensiero. E ciò perché quest’ultima avrebbe colto nel pensatore tedesco quella così fondamentale moderna «filosoficità» che la stessa Di Cesare apprezza come «lettura anarchica» (e che trova poi il suo culmine in Derrida).  Ebbene il lemma di quest’ultima è estremamente significativo : – «una distruzione portata fino in fondo». Era esattamente il tratto di fondo che io stesso vedevo nel pensiero di Heidegger. Ma senza plauso! Sta di fatto, però, che proprio il plauso a tutto ciò è considerato «filosofico» par excellence. Dato che la moderna Filosofia si identifica anima e corpo con la Distruzione. Cioè con Heidegger – il cui immenso merito appare essere per la Di Cesare quello di voler conservare quella «domanda» (mostrante l’Essere quale Nulla) in forza della quale qualunque scrupolo morale deve impallidire e svanire.  La Filosofia deve infatti avere qui mano del tutto libera. Tanto che l’unica accusa morale che può essere a mossa ad Heidegger, quella di un anti-semitismo «metafisico» (e non invece «razziale»), è esattamente quella che per la Filosofia non costituisce affatto un’accusa. Anzi essa è del tutto benvenuta. Dato che nel moderno pensare è esattamente della metafisica che intendiamo sbarazzarci una volta per tutte. E così, per la studiosa, si può addirittura riconoscere proprio nell’attacco a questo così gradito anti-semitismo l’opera malefica di una filosofia anti-«continentale» che è impegnata nello sferrare contro Heidegger l’«attacco finale» (cos’altro è questo se non la ben nora demo-plutocrazia giudaica statunitense?!).
Come ho detto non parlerò del resto del libro (sebbene sia tutt’altro che privo di interesse). Lo farò magari in un prossimo articolo. Ma qualcos’altro di questo primo capitolo va ancora detto.
Innanzitutto nuovamente  in generale. Il libro mostra che l’occasione «Heidegger» è quella da cogliere per dire, a chi si spaccia per «filosofo», cosa in verità si debba intendere oggi per «filosofare». L’affermazione centrale è che l’intero processo ad Heidegger (inclusa la difesa) è vergognoso in quanto dovuto all’inqualificabile ardire di voler dare un giudizio sulla Filosofia (e sul «pensare» da essa custodita quale Istituzione). Infine, sullo sfondo di tutto ciò può essere individuato un Heidegger quale pensatore del sublime Ineffabile (qui «esoterico» ed «escatologico»…), del tutto in linea poi con un Heidegger quale autentico campione del moderno Titanismo filosofico.
Insomma in generale ciò di cui ne va con la difesa ad oltranza di Heidegger (perfino contro accuse anti-semite che il libro stesso considera così lampanti da non rivestire dopotutto il sia pur minimo interesse filosofico) è della possibilità dei filosofi di conservare la forma più moderna del loro tradizionale orgoglio. E cioè quella de-costruttiva. In particolare poi c’è poco altro da aggiungere dal libro. Nel complesso il nazismo e l’anti-semitismo di Heidegger hanno costituito un «errore»  (meramente e bassamente «storico») di cui il filosofo di razza può e deve infischiarsene. Del suo pensiero bisogna infatti assolutamente conservare quella concentrazione sulla «storia dell’essere» (nella quale è raggiunto di fatto l’acme stesso della filosofia) a fronte della quale qualunque rilevazione di «bassezza» diviene mera distrazione. E del resto (come vogliono gli analitici) la Filosofia non può né deve avere nulla a che fare con la vita – se non ammettendola in tutta la sua pienezza moralmente indifferente. I QN possono infatti chiudere la questione «Heidegger» proprio perché essi pongono strenuamente in primo piano l’«oblio dell’essere», rendendo così superfluo ogni ricerca di «archivio», e relativa imbarazzante «testimonianza». Inoltre i QN completi devono, con sfacciata ma legittima arroganza, screditare anche il loro iniziale uso. Rivolto ad «addomesticare» il Titano annacquandone così la portata dirompente (limitando la sua vera visione a quella del primo Heidegger, innocuo fenomenologo ed aristotelico). Ed infine proprio i QN mostrano senza ombra di dubbio che Heidegger fu anti-semita e nazista. Oltre che sfacciato opportunista. Ma, data la profondità di pensiero che essi evidenziano, essi dimostrano anche che porre tale questione è del tutto ozioso. Dal punto di vista filosofico.
Perché proprio quale «filosofo» Heidegger è un Gigante. Quale «filosofo» e basta!
2- Secondo articolo : L’«eredità» filosofica di Heidegger  dopo i Quaderni neri.

Avendo parlato dell’anti-semitismo heideggeriano  così come emerso nei Quaderni Neri  (QN) – tema trattato nel precedente articolo sulla base del libro della Di Cesare «Heidegger e gli ebrei» (HE) –, bisogna necessariamente parlare anche di quanto la studiosa chiarisce in un secondo libro dedicato al tema, e cioè «Heidegger & Sons. Eredità e futuro di un filosofo» (HS).
Il titolo esprime già chiaramente la polemica che attraversa tutto il libro. E che è appunto quella contro l’imbalsamazione di Heidegger in un’«eredità» che preclude per definizione lo sviluppo del suo pensiero in un «futuro». Una polemica attraverso la quale a prima vista potrebbe sembrare che (come lei stessa vuole) la posizione della Di Cesare sfugga all’identificazione stretta con l’«heideggerismo» che io ho criticato nel primo articolo. Ciononostante, però, anche qui emerge nel complesso la fedeltà ad Heidegger nel sostenere una nuova tesi negante il giudizio su di lui. Essa viene riconfermata proprio nel sottile tentativo di evitare che ciò venga definito come un solo miope e gretto «heideggerismo». Ma del resto la stessa intenzione di affidare il pensatore tedesco ad un arioso futuro tradisce il titanico sforzo di scongiurare quel «goodbye Heidegger» al quale si è andati molto ma molto vicino con la riemersione dei QN. E se questo non è «heideggerismo», comunque è senz’altro che la prosecuzione di quella «operazione Quaderni Neri» che ho già denunciato nel precedente articolo.
Del resto non credo affatto che menzionare per Heidegger una dimensione del «futuro» esima da un giudizio sul suo pensiero, che a questo punto si dovrebbe invece considerare connesso solo all’evidente insostenibilità dell’insistenza su una statica dell’«eredità». Che la Di Cesare qui stigmatizza in  coloro che sorvegliano astiosamente gli scritti del pensatore. La pura e semplice verità, infatti (aldilà di sofistici e sofisticatissimi salvataggi filosofici, ed aldilà anche di quello sterile e gelido «archivismo» usato indifferentemente da difensori e detrattori), è che l’evidenza (inoppugnabile) della deteriorità di Heidegger è emersa proprio perché il «futuro» al quale egli affidò tutte le sue certe speranze non era altro che quello dello stesso «Reich millenario». Ed il fatto che (come si dice a discolpa del suo impegno politico nazista) egli abbia poi rivisto questa posizione, indica dunque solo e soltanto l’evidenza dell’opportunismo di chi (molto sagacemente) si andava accorgendo sempre più che quando la nave affonda i topi scappano.
Ebbene, aldilà di tutto ciò che la Di Cesare anche in questo libro critica e svaluta attraverso documentatissime analisi (la miopia di parte di difensori e detrattori), tali schiaccianti evidenze si impongono letteralmente a chi si ponga senza pregiudizi davanti all’opera ed alla vita del pensatore. E se quindi, come dice la studiosa, l’intero scenario è coartato da polemiche tutto sommato solo sterili, ciò avviene perché tutti (lei compresa) tentano di aggirare il nucleo costituito da tale del tutto centrale evidenza. E che poi tale nucleo sia colto in modo «non-filosofico», indica tutt’altro che un suo disvalore. Sta di fatto che la stessa studiosa arretra davanti a tale evidenza, rifiutandosi di ammettere che il così evidente «nazismo» di Heidegger costituisca anche un «conformismo». Ed è su questa base poi che ella avvalora il vuoto e vano usuale sproloquio su un tardo Heidegger, non «apolitico» ma invece «politico», quale presunto guru dell’anti-globalismo rivoluzionario-anarchico. E  quindi tutto sommato di sinistra, sebbene ancora nazista (nel senso di un innocente e legittimo «socialismo nazionale»). Non a caso al mortuarismo eroico-esistenzialista del nazista si può lasciar dire (in concordanza con Marcuse e Sloterdijk) : – «Muoio, ma non subito…» ; ed intanto faccio almeno la rivoluzione!
In ogni caso in questo secondo libro la Di Cesare parte dalle basi gettate nel  primo libro, che sono le seguenti : – 1) l’anti-semitismo ed il nazismo di Heidegger (così come emergono nei QN) sono evidenti ed incontestabili, e vanno quindi senza esitazione condannati (tutte cose affermate e documentate con scrupolo nella seconda parte di HE) ; 2) ciò non toglie però assolutamente nulla al valore del pensatore (qui esplicitamente onorato come «Padre», nel contesto dell’unica «eredità» che sia davvero ammissibile), così che l’intera operazione di discredito (QN) è da considerare archiviata. Insomma ancora una volta si riafferma che Heidegger è la Filosofia e la Filosofia è Heidegger. La studiosa lo dice esplicitamente, contestando così qualunque atto di giudizio sul pensiero : – «Proscrivere Heidegger significherebbe mettere automaticamente sotto accusa quasi tutta la filosofia continentale».
Orbene, il nuovo che la studiosa aggiunge allo scenario precedente è che lei non è più la vice-presidente della Martin Heidegger-Gesellschaft (MHG). Non solo. Perché l’opportunista Figal non ne è più il presidente (essendo passato armi e bagagli ai detrattori), mentre lo è il ben più degno Trawny. E dunque buona notte a tutti : – i difensori ad oltranza e negatori del giudizio, «eredi», o anche «orfani risentiti» (cricca di destrorsi, tendenzialmente neo-nazisti, con atteggiamento da piccoli Führer, ovvero «Heermänner», e cioè il figlio Hermann e l’allievo von Hermann), i detrattori ad oltranza (Faye, Rastier…), che fanno peggio degli stessi studiosi (Fédier, Faría, Ott…). Ma buona notte anche a tutti gli «heideggeriani» troppo in odore di muoversi come «turibolari» (Bel). Insomma solo così si può sostenere che Heidegger «will never die»! Ed è questo il vero trionfo dell’operazione QN. Laddove invece ci si sarebbe dovuti rassegnare ad una pensatissima e definitiva «pietra tombale» sul Gigante e Guru.
Ma (in questo libro come nel primo) l’argomento centrale di tale affermazione è quello del così benemerito anti-semitismo «metafisico» di Heidegger. Sebbene la Di Cesare ricordi che Habermas ha considerato la definizione come un «errore filosofico», avvalorando così che con esso non si tratta di altro che della «sublimazione» di un’infamia. In ogni caso con questo genere di anti-semitismo – nobile in quanto puramente filosofico! –, il pensatore tedesco ha liberato dalla metafisica perfino la più recente filosofia (per la precisione quella di Husserl). Dunque che c’è di male, in fondo, se Heidegger, con immensa faccia tosta, tentò negli anni ’50 di farsi perdonare da Malvine (moglie di Husserl) di non essere andato al suo funerale né aver detto nulla in occasione della sua morte? La studiosa si ribellerebbe a questa mia affermazione, ma è proprio lei a dire che consiste proprio nella radicale anti-metafisicità del suo pensiero la spiegazione del «perché Heidegger rende così inquieti?». La fondamentale colpa è dunque quella della metafisicità del pensiero. E pertanto tutto deve essere scusato a chi la combatte e svergogna. E del resto tutto ciò è vero. È vero che il nucleo della deteriorità del pensiero di Heidegger sta proprio nella sua radicale anti-metafisicità. Almeno da un determinato punto di vista (il mio) è infatti proprio questo il vero motivo che giustifica il giudizio su di esso.
Ma chi sostiene questo dev’essere per la Di Cesare annoverato tra i «rottamatori» non solo di Heidegger, ma anche dell’intera filosofia. E costoro sono per lei inammissibili : – il rottamatore «non può far parte del mondo della filosofia»). Del resto, pur non rifugiandosi nella scappatoia della metafisicità, la studiosa è decisa a concedere il più largo credito al pur così inoppugnabile anti-semitismo. Forse che l’erotica-filosofica tappa «Arendt» non dimostra nel pensiero heideggeriano la possibilità di un’apertura al valore dell’ebraismo? E qui decisamente sconfiniamo nel fotoromanzo.
Insomma, allora, chi è questo Heidegger del «futuro» che è da salvare ed onorare ora e per sempre? È il filosofo che, temporalizzando l’Essere, l’ha assimilato al Nulla senza commettere alcun crimine (nemmeno in senso metafisico, e cioè esoterico ed escatologico!). Anzi rendendosi così per sempre benemerito. In tal modo è infatti emersa la realtà di quell’«Ereignis» (l’essere come sublime evento) senza il quale i teorici della de-costruzione (ovvero «distruzione») ad ogni costo non potrebbero celebrare lo scenario di macerie fumanti della Modernità (estetica del nichilismo).
Per additarci da qui un radioso futuro che meno che mai ha a che fare con il trascendente, il sovrannaturale, l’ideale e l’ultra-terreno.
E con ciò, per la Di Cesare, bisogna finalmente smetterla di chiamare Heidegger in giudizio, e bisogna dunque («heideggerismo» o meno) rassegnarsi a circondare di incensi la sua santa Icona.
Ma, aldilà di tutto questo, resta una ben più sobria evidenza. Se i QN non fossero riemersi, nessuno specialista di Heidegger avrebbe mai mosso un dito per lasciarli venire fuori. Che grande fatica è stata dunque il disinnescare la bomba. Ma ci si è riusciti. E grazie a Dio!
Mi sembra questo ciò che sostanzialmente la Di Cesare sostiene in questo libro.

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Eckhart dice [Meister Eckhart, Predica 12 (Q 14), in : Loris Sturlese (a cura di), Meister Eckhart. Le 64 prediche sul tempo liturgico, Bompiani, Milano 2014, 6-7, p. 177-179] che l’uomo “veramente umile” è quello che “ha gettato sotto di sé tutte le creature e si schiaccia sotto Dio ; Dio per la sua bontà non tralascia si effondersi completamente in quell’uomo ; egli viene costretto a doverlo fare per necessità”. È causa dell’inevitabilità del suo immenso amore, Dio è attirato in basso, costretto all’intimità con l’uomo che sta in basso. Ma per essere elevati bisogna stare “in basso rispetto al fiotto del sangue o della carne” . Che sono male non di per sé ma per il fatto che “radice di tutti i mali e di tutte le macchie è la occulta ingannevole superbia”. Con essa l’uomo si è staccato da Dio (peccato / prima creazione) ed ha stabilito la distanza che poi deve essere superata con l’abbassamento dell’Alto. La carne ed il mondo non sarebbero in sé un male (in quanto basso) perché in via di principio l’Alto è sempre attirato in basso Per tutto questo l’umiltà rappresenta il solo modo di vivere il male del basso : perché essa attira Dio non frapponendo più l’ostacolo dell’orgoglio (e dunque della carne resistente) che generò la separazione. E così Eckhart dice ancora : “Io dissi a Parigi, nella scuola, che tutte le cose dovranno venir compiute nell’uomo veramente umile. Il sole corrisponde a Dio : il sommo nella sua Deità senza fondo corrisponde al più basso nella profondità dell’umiltà. Il vero uomo umile non deve pregare Dio, egli può comandare a Dio, perché l’altezza della Deità non vede altro che la profondità dell’umiltà, come dissi ai Santi Maccabei. L’uomo umile e Dio è uno ; l’uomo umile è tanto potente su Dio quanto lo è su sé stesso […] Se un uomo fosse veramente umile, Dio o dovrebbe perdere tutta la sua Deità o dovrebbe uscirne completamente, oppure  dovrebbe riversarsi e dovrebbe completamente fluire in quell’uomo”

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