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Archive for aprile 2016

Abstract:
In questo articolo partiamo dal testo di Gregorio di Nissa De anima et resurrectione,  ed inoltre dal relativo apparato critico della Prof. Ilaria Ramelli, allo scopo di cercare gli indizi per una continuità dottrinaria tra neoplatonismo greco-romano e cristiano (primariamente greco). In ogni caso va precisato che il primo dei due neoplatonismi viene da noi costantemente definito come “pagano”, e dunque mediante un termine di cui comunque vengono chiariti i grandi limiti e quindi la sostanziale inappropriatezza. Le riflessioni permesse dai testi sopra indicati vengono inoltre da noi completate con elementi deducibili da altre indagini critiche sul neoplatonismo, da elementi dottrinari provenienti dagli «studi tradizionali» ed inoltre dall’illustrazione e discussione di alcune questioni critiche relative al pensiero di Platone e del platonismo in generale.
Dall’insieme degli elementi raccolti scaturiscono una serie di risultati, che qui sintetizziamo.
Il neoplatonismo cristiano ha una sua incontestabile dignità e legittimità dottrinaria, e ciò non solo come autentica «filosofia cristiana», ma anche come davvero autentico «platonismo». Con la conseguenza inevitabile non solo della sua continuità con il neoplatonismo greco-romano ma anche della vasta assimilabilità dottrinaria ad esso. Ciò però senza alcuna diminuzione della natura «cristiana» del suo pensare, e sfuggendo così alla così rigida polarizzazione (istituita da parte dei critici) tra un Platonismo («pagano») ed un Cristianesimo inconciliabili tra loro. Entro tale contesto si profila con chiarezza la già ben documentata tesi di un Platone come pensatore religioso. Ed inoltre anche la tesi di una «filosofia religiosa», che però, per essere davvero autentica, non potrà coincidere affatto né con i limiti dottrinari usualmente assegnati alla cosiddetta  «filosofia cristiana» né con i criteri adottati da quest’ultima per definire cosa sia un pensare religioso.
Il risultato più generale e più rilevante della nostra complessiva indagine è pertanto il delinearsi di una vera e propria unitaria metafisica filosofico-religiosa entro la quale rientrano a pari titolo (e senza alcuna supremazia) la sfera di pensiero greco-romana (o «pagana») e quella cristiana. Laddove poi proprio il neoplatonismo cristiano funge da vero e proprio ago della bilancia per l’effettivo poter verificare l’evidenza di tale fenomeno (che altrimenti invece diviene abbastanza difficile da sostenere). Con la conseguenza che, almeno in un certo senso, il neoplatonismo cristiano non appare essere per nulla in dissidio con concetti metafisico-religiosi di tipo «pagano». Ma al di sopra di tale constatazione se ne profila anche un’altra, e cioè quella secondo cui, proprio in forza della loro profonda connessione, sia la metafisica religiosa greco-romana che quella cristiana rientrano nel ben superiore alveo di una Scienza sacra trascendente entro la quale sono custodite tutte le concepibili verità eterne.]

[Segue qui un breve stralcio del testo completo dell’articolo ]

1- Introduzione.

Questo scritto nasce dalle riflessioni sollecitate dalla lettura del testo di Gregorio di Nissa De anima et resurrectione e relativo apparato critico della Prof. Ilaria Ramelli. Letture che però sono coincise con l’allestimento di un nostro saggio relativo alla possibile prossimità neoplatonica di Edith Stein ed inoltre ad un articolo dedicato alla discussione del riduzionismo critico modernamente applicato sia al neoplatonismo pagano che al neoplatonismo cristiano. Il saggio è ancora un allestimento e tratta in modo esteso le questioni solo accennate in questa investigazione. L’articolo è stato invece presentato nel blog https://cieloeterra.wordpress.com con il seguente titolo : – “Il moderno riduzionismo filosofico del «neoplatonismo» pagano e cristiano”. In questo scritto abbiamo posto in luce, attraverso una vasta dinamica della moderna critica, i due tratti portanti del riduzionismo applicato al neoplatonismo (pagano e cristiano) : – 1) la sua valenza quale puro epistmologismo filosofico senza alcuna vera pretesa davvero metafisico-religiosa ; 2) la sua natura di luogo di soluzione puramente filosofica a questioni tendenzialmente apiretiche.
L’elemento primario emerso da questo complesso di riflessioni è stato quello della continuità tra neoplatonismo cristiano con quello cristiano. E ciò nel contesto di una piuttosto suggestiva continuità in generale tra Paganesimo e Cristianesimo. Che poi può essere considerata anche la continuità esistente nel contesto di un’unica metafisica filosofico-religiosa entro la quale non sembra opportuno fare una distinzione tra parte pagana e parte cristiana.
Prima di continuare dobbiamo però precisare che impieghiamo i termini “pagano” e “paganesimo” essendo ben coscienti della loro quasi totale inadeguatezza e forse anche scorrettezza. In primo luogo perché essi costituiscono il deplorevole succedaneo di un’operazione polemica (peraltro tutt’altro che giustificata), e quindi hanno un evidente senso dispregiativo. Usiamo dunque i termini per pura comodità,  e cioè solo per contrapporre qualcosa di facilmente identificabile ai relativi termini “cristiano” e “cristianesimo”.  I due termini “pagano” e “paganesimo”, così come applicati ad una determinata sfera storica di pensiero, vanno quindi intesi (correttamente e senza alcuna valenza dispregiativa) come riferiti alla filosofia, metafisica e teologia greco-romana. Laddove poi, com’è ben noto, le ultime due sono da considerare tutt’altro che piattamente politeiste specie nella loro componente neoplatonica.
Oltre l’obiettivo di mostrare la continuità paganesimo-cristianesimo, la nostra riflessione può comunque essere considerata anche come un primo tentativo di ricostruire i tratti dottrinari di un vero e proprio unitario neoplatonismo pagano-cristiano. E ciò in diretta relazione con il nostro precedente sforzo di sottrarre quest’ultimo ad un riduzionismo critico che lo svuoti del suo tratto identitario davvero primario, e cioè quello di pensiero religioso.
Ci sembra dunque che valga la pena di iniziare la nostra esposizione proprio da tale aspetto.
Prima di entrare nel merito, va però ancora sottolineato che la nostra riflessione di riferisce in modo specifico a Gregorio di Nissa. E tuttavia, come mostrato in più punti dalla Ramelli, sebbene il pensatore vada considerato come un vero e proprio cruciale punto di snodo tra le due sfere (ed in parte epoche) di pensiero [Ilaria Ramelli, La dottrina dell’apocastasi eredità origeniana, in : Ilaria Ramelli (a cura di), Gregorio di Nissa. Sull’anima e la resurrezione, Milano : Bompiani 2007, I, 4 p. 751- 803 ; Ilaria Ramelli, Il platonismo nella filosofia patristica nel De Anima e nelle altre opere del Nisseno, in : Ilaria Ramelli (a cura di), Gregorio di Nissa. Sull’anima e la resurrezione, II, I, 2-3 p. 963-79; ibd II, II, 1-3 p. 986-1014,  ibd. II, III, 1 p. 1014-1028] – e peraltro in una stretta continuità tra Paganesimo e Cristianesimo –, vi sono senz’altro anche altri pensatori ai quali può essere riconosciuta questa valenza. Si tratta di pensatori della stessa tradizione patristica greca in cui rientra anche Gregorio (Clemente, Giustino, Origene, Basilio) o anche di quella latina (Minucio Felice, Lattanzio, Macrobio, Vittorino, Agostino, Ambrogio, Boezio, Tertulliano). Ma si tratta anche di quella vera e propria linea di pensatori che ha proseguito la tradizione platonica, prima nel passaggio dall’ellenismo pagano a quello cristiano, e poi nel contesto dello stesso pensiero cristiano, fin praticamente ai giorni nostri. E questo è per noi un aspetto di particolare importanza, dato che proprio su di esso abbiamo basato la nostra tesi dell’approssimabilità della Stein al neoplatonismo. Ma ciò che qui importa non è tanto lo specifico problema filosofico-critico, quanto piuttosto l’emergere, attraverso approssimazioni come questa, di un vero e proprio paradigma «neoplatonico» di pensiero. Del quale ha poi non molta importanza sottolineare l’identità confessionale (pagana, cristiana o altro).
Ebbene, l’effettivo sussistere di tale linea di pensatori è attestata in diversi modi.
La Ramelli la menziona come aspetto centrale delle tesi di Beierwaltes [Ilaria Ramelli, Il platonismo nella filosofia patristica nel De Anima e nelle altre opere del Nisseno, in : Ilaria Ramelli (a cura di), Gregorio di Nissa. Sull’anima e la resurrezione, II, I, 3 p. 964-968]. II quale fa al proposito nomi e cognomi (Vittorino, Agostino, Dionigi, Scoto Eriugena). E bisogna ricordare che tale platonismo cristiano in profonda continuità con il platonismo pagano è caratterizzato dalla scelta di vedere nella filosofia il luogo di esplicazione delle verità di fede. Cosa che per il Beierwaltes non è affatto da intendere come il mero impiego religioso (teologia) di strumenti filosofici (dunque alieni), ma invece come l’espressione di una sintesi assolutamente equilibrata dei due campi di pensiero. Quanto poi alla Remes, ella segue il platonismo addirittura fin nei giorni nostri, sebbene non concedendo affatto a tale linea di pensiero una valenza religiosa [Paulina Remes, Neoplatonism, Berkeley Los Angeles : University of California Press 2008, 7, p. 197-207]. Ma la stessa Ramelli avvalora infine in parte tale tesi del genere (pur senza depauperarla dell’elemento religioso), mostrandoci il prolungarsi del platonismo ben oltre il limite del ben noto fenomeno della sua versione rinascimentale specie italiana, e cioè in un movimento di idee come quello del “platonismo di Cambrige” del XVII secolo [Ilaria Ramelli,  La Wirkungsgeschichte dell’escatologia del Nisseno tra i Platonici di Cambridge, in : Ilaria Ramelli (a cura di), Gregorio di Nissa. Sull’anima e la resurrezione, Append. II, p. 1177-1214].  Un fenomeno filosofico peraltro davvero interessante, in quanto in esso, nel pieno della filosofia della natura, si produceva in una vera e propria visione spiritualistica (entro la quale è lo spirito stesso la causa operante nella Natura). Visione incentrata sull’elemento centrale dell’identità propria della linea platonica di pensatori, e cioè l’esplicarsi della riflessione filosofica (Ragione) sulla base della Fede. Altro elemento portante di essa era poi quello di un deciso “dualismo intelligibile-sensibile” instituente tra il primo ed il secondo livello una netta gerarchia assiologica.  E qui, comunque, il filosofare in tal modo veniva inteso come in linea con una tradizione il cui nome era quello di “perennis philosophia” sulla base del Ficino. Discuteremo poi più avanti l’importanza di tale definizione.
Ebbene, pur nel considerare Gregorio un momento fondamentale del complessivo fenomeno, la Ramelli afferma che è di fatto Giustino il primo pensatore platonico-cristiano, ovvero“il primo cristiano platonico”   [Ilaria Ramelli, Il Platonismo nella filosofia patristica, in : Ilaria Ramelli (a cura di), Gregorio di Nissa, II, I, 1 p. 959-963].
Ma comunque da tutto quanto si è detto finora (ed anche da quanto poi verremo esponendo) è desumibile che vi sono un senso ed un’utilità ben precisi nel seguire proprio il pensiero di Gregorio come traccia per poter ricostruire un’identità del neoplatonismo cristiano che non si ponga in contrapposizione con quello pagano. E più in generale non si presti ad alcuna forma di riduzionismo. Ed in questo l’opera della Ramelli ci è sembrata fondamentale.

[Quello qui presentato è solo uno stralcio del testo completo dell’articolo. L’Autore sarà lieto di fornirlo nella sua interezza a chi gliene vorrà fare esplicita richiesta scritta]

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Ciò che accade è davvero strano. Oggi è impossibile, per chi si muove come un pensatore «tradizionale» (ossia chi studia e ricerca nel contesto di temi filosofico-metafisici specificamente antichi, cioè verità immutabili,  e nello stesso tempo difende il valore assoluto di un pensare «religioso» insieme al valore assoluto di ciò che è «antico» contro ciò che è «moderno»), trovare un contesto editoriale nel quale pubblicare i suoi scritti.  Specie gli articoli. E perfino laddove questi scritti dovrebbero invece trovare calorosa accoglienza, ovvero nelle riviste di «studi tradizionali». Che però a quanto pare si limitano a pubblicare solo gli scritti di chi sta all’interno di circoli culturali entro i quali si perseguono interessi specifici. Ed ai quali si esige obbedienza assoluta da parte di quegli ammessi che vengono considerati solo come «adepti».
Quanto poi alle riviste di filosofia, queste storcono sdegnosamente il naso a causa dell’anti-modernismo delle idee tradizionali (ed hanno gioco facile nel farlo, dato che l’anti-modernismo viene senza difficoltà spacciato per anti-scientifico ; il che è poi una condanna senza appello!). Infine, le riviste relative a discipline scientifiche che pure potrebbero avere interesse per riflessioni come quelle indicate (riviste di archeologia, antropologia, sociologia, filosofia-politica etc.), sono invece troppo impegolate nello spirito specialistico per potersi permettere tali ariose aperture.
Dunque nulla. Assolutamente nulla. Muro impenetrabile.
Ma vale almeno la pena di chiedersi quale sia mai la chiave di comprensione dell’intero così strano fenomeno?
E direi che è decisamente quella del  «sequestro»! Sequestro applicato a tutto ciò che può essere letto, studiato, riflettuto, scritto e dibattuto : – idee, pensatori, autori, sistemi di idee e di pensiero. In questo caso su un intero movimento di idee. Che pure dovrebbe essere intento a cercare alleati in un mondo in cui lo spirito della Modernità schiaccia chiunque osa opporglisi. Ma invece proprio su tutto viene gettata la coltre pesantissima e soffocante di un sequestro gelosissimo e ferreo. Destinato, dal momento in cui viene istituito, a non lasciar trapelare più nulla che non sia stato prima accuratamente controllato  da parte di acutissimi organi inquisitori. Il cui criterio di indagine ed azione (ovviamente tutt’altro che rivelato) è però poi alla fine banalissimo e volgarissimo. Ovvero si riassume nella seguente questione : – «Lo studioso e scrittore in causa ha pagato o non ha pagato?». Ci si chiede insomma se egli rientri o meno tra i «paganti». E come tali vanno intesi coloro che a qualunque titolo (non solo pecuniario) pagano il dovuto tributo alla salvaguardia degli interessi di club di cui parlavo prima. Che talvolta può essere anche costituita dall’osservanza stretta del diritto a parlare (e dunque a scrivere) riservato solo a pochissimi. Gli eletti! Il che è poi estremamente significativo, dato che con costoro si tratta spesso in prevalenza proprio del pensatore del quale si sono intanto imbalsamate le idee e anche la persona stessa, trasformandoli così in oggetto di culto. Dunque, solo i suoi testi saranno ammessi nella rivista. Con la sola eccezione di quelli dei suoi interpreti più scrupolosamente osservanti il dovere del culto, ovvero i «turibolari». O anche «specialisti».
Insomma con il fenomeno del «sequestro» ci troviamo in pieno davanti al fenomeno di vere e proprie impenetrabili «conventicole». Gruppi sempre estremamente circospetti e guardinghi circa la possibilità che qualcosa di pericolosamente esterno possa entrare in essi sconvolgendo così equilibri che non si intende in alcun modo porre in discussione.
Fenomeno questo che è comunque generale, perché non vale di certo solo per le organizzazioni in qualche modo segrete. Le quali pure senz’altro esistono. Come si può facilmente indovinare nel caso specifico dei circoli culturali dediti a «studi tradizionali». In ogni caso si tratta con ciò di una vera e propria cifra generale, e dunque di qualcosa che è ben lungi dall’essere rappresentato solo in gruppi destinati per natura ad essere ristretti. Anche nel pieno dell’Accademia filosofica non è infatti davvero difficile avvertire chiaramente l’operare proprie di dinamiche come queste. Ed alle quali poi spesso si può dare anche nome e cognome.
Ma insomma, in forza di tutto questo, gli scritti di uno studioso della Tradizione, che sia libero, autentico ed in buona fede, non saranno mai davvero presi in esame da nessuno. E dunque in partenza non saranno accettati. Ogni volta con motivazioni che oppongono l’estrema restrizione dei criteri di pubblicazione. Davanti alle quali bisogna arrendersi.
Di fatto si tratta solo e soltanto della logica delle conventicole. Ma c’è un nome ancora più semplice per tutto questo, e cioè quello di «Mafia!». E tutto ciò che è tale non può avere che uno solo effetto, ossia quello di soffocare, insterilire ed uccidere. Nel caso specifico si tratta dell’uccisione di un autentico, ricco e variegato, e dunque davvero produttivo, dibattito culturale.

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