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Archive for gennaio 2015

E facciamoli finalmente incazzare questi tedeschi.
Vocalmente il commento di Jens Weidmann alla vittoria di Tsipras è ancora solo secco e ruvido “”Rispettino gli impegni presi!”. E ci ò accade quando i tedeschi vogliono farci capire che non mollano ma che stanno per perdere la pazienza, e che soprattutto apprezzano infinitamente la loro cupa serietà mentre disprezzano infinitamente la nostra scompostezza. E lo fanno proprio con quella voce di Jens Weidmann. In tedesco si chiamerebbe “rauh”: ruvida, cioè dal un lato cupa nel suo contenuto furore, dall’altro lato volutamente spenta, moderata e contenuta fino all’estinguersi forzoso in essa di ogni vita, di ogni colore e di ogni calore.
È la voce di Lutero e di Calvino. Quella che grida vendetta al cielo (a Odino!) contro ciò che essi ritengono ingiustizia. E che poi in genere questa vendetta da Odino la ottiene.
Insomma questo è quello che accade poco prima che perdano la pazienza, e cioè poco prima che, travolti dal loro personale senso del giusto, del dovere e dell’onore (che poi sono estremamente rozzi e gravi, ovvero ancora perdutamente barbarici e nemmeno minimamente inciviliti nel senso antico-classico, cioè in modo sottile, leggero e differenziato ‒ così essi sono esattamente i “vili” barbari come li descriveva il grande generale romano Germanico, loro terrore), essi si trasformano in bestie.
E che facciano pure! Che sia !
Come ho sempre detto in questo blog, ho immensa ammirazione per lo spirito tedesco nell’arte, nella cultura e nel civismo. Spesso perfino nell’amicizia. E tutto questo non è qui è affatto in discussione.
Ma il trionfale annuncio di Tsipras agli ateniesi è così limpido, squillante e traboccante di antica bellezza che non può suscitare in noi euro-mediterranei un ammirazione ancora maggiore. Molto maggiore. Esso è la luce, è il respiro, la purezza armoniosa del nostro cielo e delle forme classiche, è la spiritualità nella sua variante calda e luminosa. Invece dalla parte del pedante, arrogante, rude e miope spirito luterano-calvinista (ora fortemente in bilico verso la connaturata germanica barbarie ‒ era quella che Nietzche esaltava contro la morbosa estenuazione latina e che Heidegger salutava come sobria ed eroica autenticità del saper morire vivendo) c’è solo ombra e squallore.
Perché, che me lo si lasci dire, la Germania può oggi essere anche vincente ed attraente, ma non cessa di essere un paese la cui vita, in ogni sua fibra, è caratterizzata da un gelido squallore, cioè da un spenta e buia noia che puzza invariabilmente di alcool e currywurst. Un paese al quale manca e mancherà sempre il sale della vita!
Viva allora la Grecia e Tsipras! No Jens Weidmann, non rispettiamo gli impegni presi!. Greci, Italiani, Spagnoli, Portoghesi, che siamo finalmente pure figli di puttana, traditori e voltagabbana, come è nostro costume di latini ovvero tendenziali “Spaguettifresser” (“Kanaken” ci chiamerebbero loro volentieri!). Facciamoli incazzare e celebriamo finalmente il divorzio in questo matrimonio impossibile e degenere.
Che vivano come vogliono loro ma ci lascino essere, come è nostro antichissimo costume, belli da un lato e brutti dall’altro, sfolgoranti di bellezza da un lato e lerci dall’altro, traboccanti di cultura e di gloria da un lato e grondanti ignoranza ed ignominia dall’altro. Ci lascino essere, a modo nostro, inefficienti e spendaccioni ed ingiusti, pieni di brio da un lato e fatalisticamente rassegnati dall’altro. Ma felic!i.
Come dice il titolo di un libro uscito da poco in Portogallo : “Afinal não somos Alemais” (“Alla fine non siamo tedeschi”). È vero non lo siamo, non lo saremo mai e nemmeno vorremmo esserlo per nulla al mondo.
Abbasso la Germania!
E se da tutto questo, come mi auguro, non dovesse uscire una guerra, allora che accada una cosa molto migliore :‒ la smettano di comandare ed imparino che hanno anche loro qualcosa da imparare da noi!
Del resto il mondo, piagato dall’irrequietezza dell’efficientismo affamato di danaro, ha salutarmente bisogno della nostra becera pigrizia.
Ed allora, anche se non mi riconosco nelle sue idee, viva anche Tsipras!

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Cos’è la Shoah?

Aldilà delle frequenti e puntigliose precisazioni etimologiche, che spesso vengono fatte sul termine a chiarimento del suo vero significato, ed aldilà dei proclami di questo e di quello sul tragico fenomeno, credo che valga la pena di interrogarsi in un modo diverso sul suo senso. Un modo più profondo e quindi trascendente anche la realtà stessa dell’Ebraismo. Ai meno attenti questo potrebbe sembrare il solito tentativo di distogliere attenzione dal  fenomeno dell’antisemitismo, ma non è affatto così. In primo luogo perché la mia personale ammirazione per tutto ciò che è ebraico è veramente sconfinata (il che mi renderebbe impossibile moderare l’indignazione e lo strazio per i crimini anti-semiti). In secondo luogo perché ciò che dirò è proprio quanto di più importante e decisivo viene sottolineato nelle occasioni in cui si parla di crimini anti-semiti.
Le mie riflessioni nascono da due sollecitazioni : 1- il filmato inglese su Bergen-Belsen a firma di Alfred Hitchcock (ieri passato alla TV) ; 2- il racconto sulla sua recente visita ad Auschwitz fattomi da una cara e dottissima amica insegnante ed archeologa.
E proprio con lei riflettevamo oggi sui vari aspetti di questa visita. L’aspetto che più direttamente mi interessava erano le notizie da me chieste sulle tracce del passaggio per Auschwitz della filosofa ebrea-tedesca Edith Stein e sua sorella Rosa (entrambe allora suore carmelitane dopo la conversione al Cristianesimo). A quanto pare non vi è proprio nessuna traccia. E ciò per il semplicissimo motivo che,  subito dopo il loro arrivo, le due sono finite immediatamente in camera a gas per poi essere ridotte in cenere.
Edith Stein! Una delle più grandi menti e cuori che non solo la Germania e la razza giudaica ma anche l’umanità intera possano mai vantare! Eppure è entrata nell’inesorabile ingranaggio senza che nulla del suo eccezionale status di persona avesse  il minimo significato in ciò cui comunque era destinata. Ovviamente non si può sostenere che gli uomini di eccezione abbiano diritto all’immunità dalla persecuzione rispetto agli uomini comuni. Anzi! Proprio il pensiero di Edith Stein ci insegna che il valore dell’unicità personale umana è di per sé incalcolabile, e quindi del tutto al di là degli specifici attribuiti (che possono moltiplicarlo su una scala anche molto grande). E quindi la sua morte è ancora più significativa. Ma resta comunque la provocazione della morte di un essere umano che aveva dato così tanto e così tanto avrebbe ancora potuto dare alla Germania ed al mondo.
Invece nulla : ‒ non più un nome, non più un’identità! Solo un numero e basta. E via all’annientamento!.
Più o meno lo stesso messaggio emana da Bergen-Belsen e dal film che su di essi fecero i cineoperatori inglesi. Uomini , donne e bambini ridotti al rango di bestie. Spogliati di ogni identità, anzi letteralmente spogliati : ‒ privati  dei vestiti, che appunto sono il segno della civiltà, ovvero dell’umanità differenziantesi dall’animalità. Cultura e Civiltà contro Natura!
L’espressione usata dal commentatore al filmato è emblematica ed illuminante : ‒ “Collasso della civiltà!”
È così che possiamo iniziare a capire cosa significa,  quando si parla di crimini anti-semiti, che l’insegnamento centrale da trarne è che,  così com’è già accaduto, potrebbe accadere di nuovo.  Qualcuno (e perfino con una certa buona fede) potrebbe dedurne con fastidio che si tratta del solito ossessivo lamento ebraico, che tende costantemente ad attirare l’attenzione generale verso la sicurezza ed integrità della cultura e razza giudaica. Ma, aldilà di tutto, non si tratta affatto solo di questo. Ben altro è in gioco.
Ed allora soffermiamoci a pensare. Interroghiamoci dunque sul profondo significato della Shoah.
Cos’è la Shoah?
Per capirlo non bisogna dimenticarsi di considerare chi erano in realtà le persone come Hitler ed Eichmann.
E quest’ultimo è particolarmente significativo perché fu proprio lui il “ragioniere” dell’orrore, ovvero l’organizzatore (n fondo cieco e stupido) del processo industriale dell’omicidio di massa. Proprio lui a Norimberga disse che esecrava il crimine ma che lui era stato solo un esecutore di ordini. E chissà se non ne sia stato veramente convinto!
Ebbene chi erano costoro? Molto semplice : ‒ erano delle nullità! E cioè ? Cioè erano tipici uomini medi del nostro tempo, ovvero figli di una società già allora ormai completamente disintegrata, degenerata  ed alienata. Nella quale quindi non esisteva più una vera identità collettiva. E di conseguenza non ne esisteva più nemmeno una individuale.
Potrei aggiungere a questo, come ho fatto in diversi scritti passati, che il nazismo è in realtà alla fine un socialismo, ovvero un’ideologia rivoluzionaria il cui interesse principale non è affatto la giustizia sociale ma invece molto più la vendetta sociale. È del resto proprio questo ciò che emerge chiaramente dal libro di Stefan Zweig “Die Welt von gerstern” (“Il mondo di ieri”). Nel quale gli atti distruttivi anti-semiti intrapresi dalle SA a Vienna mostravano proprio l’alzare la testa di veri e propri straccioni proletari pieni di odio e livore vendicativo contro una sofisticata classe intellettuale e produttiva in cui non a caso proprio gli ebrei dominavano. Fu dunque odio di razza o invece molto più odio di classe? Chiediamocelo!
Ma non intendo soffermarmi su questo. Più utile è chiedersi se, di fronte ai possibili atroci effetti distruttivi di tale anonimato di massa, possiamo ritenerci oggi veramente al sicuro.
Siamo proprio sicuri che il male abbia colpito solo allora e non abbia, invece, continuato ad allignare insidioso e silente sotto le ceneri di una distruzione sulla quale in tutta fretta si era deciso di ricostruire una normalità? A qualunque prezzo! Tanto che il film di Hitchcock su Bergen-Belsen non uscì mai e fu invece archiviato dal governo inglese. Ne uscì invece uno americano di Billy Wilder, che era molto più superficiale e quindi destinato molto meno a far pensare profondamente.
Siamo proprio sicuri allora che il male non sia invece forse da allora in poi addirittura cresciuto nel mentre esso allignava insidioso sotto la superficie della normalità? Ed allora guardiamoci un po’ intorno.
Mi soffermo solo su due fenomeni tra i tantissimi che si potrebbero menzionare.
Primo fenomeno : la cara amica che ha visitato Auschwitz mi raccontava della sorpresa generale per la dichiarazione di un diciassettenne che aveva partecipato alla visita : ‒ lui non si era sentito affatto toccato! Meravigliarsi?
Forse che non è il segno di un’attuale tremenda devastazione distruttiva il fatto che i nostri figli (tutti!) siano stati consegnati anima e corpo, e senza la protesta di nessuno, al processo di sempre maggiore distanziamento dalla realtà per il mezzo dell’uso della tecnologia virtuale? Nessuna protesta perché, come pare, si tratta di una vera e propria necessità naturale : ‒ quella dell’estrema evoluzione tecnologica della società! Sacro Progresso! Ma a cosa ha portato questo se non proprio all’insorgere di un’indifferenza morale (al dolore ed all’orrore) che assomiglia in modo impressionante a quella dei boia dei Lager nazisti?
E forse gli uni e gli altri (gli individui di allora e quelli di oggi) non condividono lo stesso devastante tormento (consapevole o meno) per una condizione personale caratterizzata dalla quasi totale assenza di una vera identità, cioè dall’anonimato? E qual è la causa di tale condizione se non la disintegrazione della società? E possiamo veramente dire che oggi essa sia minore che allora?
Secondo fenomeno : a cosa stiamo assistendo ormai da anni con la crisi finanziaria mondiale, se non al trionfo assoluto (anch’esso indiscusso) del primato dell’economico sul morale? E di cosa è mai frutto tale tendenza se non di una meccanizzazione industriale sempre più spinta (lasciamo stare se “capitalista” o “socialista”) entro la quale appunto anche l’uomo non è altro che un ingranaggio senza valore. E che dunque è sempre in principio possibile sacrificare? E cos’altro se non questo si è fatto, su scala collettiva (scala così simile a quella del massacro di massa), con paesi nobilissimi ed antichissimi come Grecia e Portogallo? E cosa dobbiamo al primo se non proprio la nostra stessa civiltà ? Dunque qual è il vero senso dell’espressione “collasso della civiltà”, impiegata per Bergen-Belsen?
Ecco che abbiamo davanti tutti gli elementi per trarne delle conclusioni.
Eichmann era, come Hitler, un omuncolo tipicamente moderno, uno zero, un mero ingranaggio di una società senza volto. Destinato fatalmente all’anonimato se non fosse invece emerso mediante l’abilità nel produrre e disseminare il terrore. Come ? Trasformandosi da ingranaggio in generatore di nuovi ingranaggi, ed estendendo così l’ampiezza e l’incisività (distruttiva) del fenomeno meccenico-industriale. E come meglio se non arrivando proprio al clou del processo, cioè facendo che fosse abbattuto  l’ultimo baluardo della resistenza, e cioè quell’unicità personale che  è talmente connaturata all’uomo che l’uomo alla fine nemmeno ne è consapevole. È una sua inalienabile proprietà! Indiscutibile!  E ciò significa un esistere “culturale”. L’Ebraismo, se non ridotto ad una questione razziale, è proprio questo : ‒ Cultura! Una tra le tante forme di cultura. E non a caso profondamente religiosa. Qualcosa di tanto naturale che lo si vive di fatto inconsapevolmente. Non a caso moltissimi degli ebrei trucidati nemmeno si riconosceva come tale.
Così anche la stessa Edith Stein, che di certo prima ancora che ebrea per razza e cultura e cattolica per fede, e filosofa per passione e professione, si riteneva proprio in primo luogo tedesca. E ne era tremendamente fiera!
Ma proprio lei aveva, come tedesca, sostenuto che il valore dell’unicità personale umana è non solo incalcolabile ma soprattutto misterioso ed inspiegabile.
Ebbene questo è il nucleo stesso intorno al quale una società potrebbe riconquistare l’identità perduta. Cosa possibile per mezzo di nuovamente condivisi valori morali e religiosi. Ma se esisterà di nuovo un’identità collettiva esisterà di nuovo anche un’identità individuale. E dunque non vi saranno né Hitler, né Eichmann, né Stalin, né Pol Pot. E con loro nemmeno gli pseudo- figli alienati dalla tecnologia con i quali sono stati sostituiti in culla i nostri veri figli, quelli naturali, da parte di maligni folletti. Un’antica leggenda irlandese chiama questo fenomeno “changeling” (William Butler Yeats, “Fiabe irlandesi”)
Riprendiamoci dunque noi stessi. Questo mi sembra il principale insegnamento della Shoah.
Dunque prendere coscienza e lottare! Questo è quello che dovremmo fare : ‒ alzare la voce! “Prendere le armi!”, in maniera ovviamente metaforica. Come allora non si fece e come oggi non si fa.
È l’unico modo per evitare che si ripeta una Shoah. Di nuovo contro gli ebrei o contro chiunque altro.
Del resto lo splendido film di Wim Wenders (in tedesco!) su Sebastião Salgado dimostra che ciò sta già avvenendo. Ed in molti modi!

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Prima di parlare dei luoghi della sua vita culturale credo che valga la pena di parlare dei luoghi della vita contemplativa di Lisbona. Più generale è il tema di Lisbona come luogo. La domanda potrebbe essere allora : “Cos’è Lisbona?”.

Tema ridicolo per gli anti-metafisici per partito preso : ‒ un luogo è ciò che è e basta!. Ma  l’esperienza intuitiva delle cose suggerisce molto più di ciò che le sole apparenze sembrano imporre. E così un luogo può lasciar trapelare da ogni parte, sotto e tra le maglie delle sue apparenze, una sorta di alone metafisico. E dunque contemplativo.

È la domanda circa l’essenza che si pone in modo del tutto spontaneo e dunque legittimo. Si riconoscerà così allora in un posto qualunque un “luogo metafisico”.

Lisbona lo è. Così come lo è anche Napoli. Per la verità tutte le città di acqua lo sono. Così come anche alcune fatali città di pianura, come la Buenos Aires di Borges e la Berlino di Wenders. Dev’essere la piattezza a suggerirlo. Quanto alle città di montagna viene più spontaneo parlare di “luoghi spirituali”.

Spontaneità imprecisa per definizione, ma poeticamente valida! E dunque superiamo ogni remora e parliamone di questa Lisbona come “luogo metafisico”. Parliamo dunque dei suoi luoghi contemplativi in modo oggettivo (per come sono) ed in modo soggettivo (per come sembrano).

A questo punto, avremo assolutamente bisogno di scrittori come Tabucchi (l’intera sua opera, ma in particolare Requiem),  Saramago (O cerco de Lisboa, A historia da cegueira, O ano da morte de Ricardo Reis) e Mercier (Trem noturno para Lisboa). È in qualche modo ovvia dietro tutti loro la presenza dello spettro di Fernando Pessoa. Esso è infatti decisivo nella percezione della metafisicità del luogo. E lo è chiaramente per averlo lui stesso voluto nei suoi scritti. “Livro do Desassossego” (Libro dell’inquietudine) ne è un esempio lampante. Ma questo istituisce subito una rilevante differenza entro la percezione della metafisicità di Lisbona, e cioè quella tra l’oggettività, condivisa dagli stessi lisboeti, e la soggettività, che è solo dei forestieri. Infatti, anche se Pessoa è per Lisboa un vero e proprio marchio turistico, gli intellettuali locali giustamente orrìpilano davanti all’identificazione con il solo Pessoa dell’intera cultura della città e del paese.

Ma entriamo ora finalmente nel merito e passiamo in rassegna questi luoghi di contemplazione. Anche se, nello spazio di questo articolo, potremo farlo solo a volo d’uccello e cioè con pochissimi tratti.

Per intenderci, i luoghi letterari di Lisboa nei quali è documentata la presenza di Pessoa, e poi ri-visitati da Tabucchi, decisamente non si contano. Anche se le atmosfere evocate da quest’ultimo lasciano pensare spesso e fortemente alle tortuose, ripide e sofferte ombre di Alfama. Ben più precise sembrano le localizzazioni di Saramago, che peraltro richiama spesso proprio Alfama, e quelle di Mercier, anche se queste ultime sembrano evocare più atmosfere-tipo che non riferirsi a luoghi specifici.

Ebbene dovendo fare un’obbligatoria scelta tra i moltissimi luoghi letterari, direi che, tra essi, indubbi luoghi di contemplazione sono i Miradouros della città, cioè i belvedere. Ce ne sono svariati, ed ognuno con una sua specifica prospettiva. Dunque a cosa serve un miradouro se non a mirar, e precisamente a mirar longe, ovvero a contemplare?

Tra i tanti famosissimi Miradouros di Lisboa io ne menzionerei allora due : quello di Santa Catarina (che con le spalle al centro e ad Alfama guarda indietro verso Lapa ed il resto della città tortuosamente distesa sulla sponda del Tejo) e quello del Jardim 9 de Abril, che dà sul molo de Alcântara (a Rua das Janelas Verdes, accanto al Museo di arte antica), e che se ne stà proprio sotto la mira di sguardo del miradouro di Santa Catarina. Il primo, altissimo, è descritto da Saramago come il luogo di soggiorno di Ricardo Reis di ritorno dal Brasile e luogo inoltre delle apparizioni dello spettro di Pessoa. Al suo centro domina l’Adamastor di Camões, Spirito del Grande Capo di Buona Speranza, ai cui piedi veniamo a sapere che la contemplazione è frutto della crudele sfida della carne trasformata in pietra. Il secondo, basso e quasi a ridosso dei docs portuali, lascia planare lo sguardo quasi a pelo d’acqua in intimità con il prosaico e malinconico traffico che si svolge tra vascelli ed impianti, mescolandosi curiosamente con le celesti traiettorie di volo dei gabbiani.

Sedetevici e vedrete se il vostro sguardo immediatamente non si aprirà, seguito a ruota dall’anima, che inizierà di colpo a pulsare emettendo misteriosi segnali di riconoscimento. Allora sia dall’alto che dal basso l’intera materia azzurrastra del paesaggio vi entrerà nelle vene per non uscirne più.

Altro luogo di contemplazione è uno strano e forse misterioso giardino, Jardim do Torel,  che sorge a cavallo dei primi contrafforti del colle che dalla Avenida da Liberdade si arrampicano poi verso Graça ed il Castello. Lo si ha dirimpetto guardando il paesaggio dal famosissimo Miradouro de São Pedro de Alcântara. È un luogo oggettivo questo, perché fuori delle mappe turistico-letterarie e frequentato dunque solo da alcuni lisboeti alla ricerca di atmosfere vitali aperte all’infinito. È infatti un vero e proprio colle dell’Infinito. E come sempre a Lisbona, lo sguardo sull’Infinito deve prima sorvolare un dorso di un altro colle.

Ma vi sono poi anche tutti i piccoli e grandi luoghi contemplativi disseminati quà e là tra viuzze e giardini, improvvise curve di strade e relativi muri che aprono di colpo scorci imprevisti, profondi ed amplissimi. Anche qui il nucleo dell’esperienza sembra essere un improvviso dilatarsi dell’anima, nella quale iniziano a riversarsi torrenti di misteriose assonanze, dolcemente struggenti, sempre a metà tra gioia e rammarico. Soprattutto toccanti. E dunque pianto….!

Chissà mai perché? Chissà, sarà l’Atlantico. Ma del resto metafisica e contemplazione sono proprio questo (con ludibrio dei filosofi rigorosi). Indefinizione!

Infatti proprio verso l’Atlantico, dal cimitero dos Prazeres in poi, le strade serpeggiano letteralmente verso l’Infinito. Incontrando per prima cosa la verde, muta e maestosa, post-desolazione di Monsanto. E così non resta che il finale Mosteiro do Jerónimos. Sulle rive dell’estrema foce del Tejo. Un immensa cattedrale fuori da ogni tracciato urbanistico. A fronte dell’Infinito. A proposito ogni martedì sera vi recita una messa in latino.

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La foce del Tejo si estende in lunghezza e larghezza in una maniera che, al napoletano in vena di fantasie nostalgiche, suggerisce irresistibilmente una similitudine con l’azzurrissimo braccio di mare che ‒ se contemplato da una finestra (alla quale sia provvidenzialmente nascosto lo scenario troppo tipico della lacapriana “cartolina” ed inoltre l’ampia e chiusa curva costiera sottostante al Vesuvio) ‒  si estende tra le rive della città di Napoli e l’interminabile deriva dolomitica con la quale la penisola sorrentina lentissimamente sprofonda negli abissi del mare aperto. Il Mediterraneo tirreno.
Chi guarda questo scenario da Napoli, trovandosi sulla riva settentrionale del Golfo e guardando dunque verso sud, avrà l’impressione di una foce aperta in senso diametralmente opposto, verso il mare, rispetto a quella lisboeta. Lisboa infatti sorge sulla riva meridionale del Tejo, e così chi si trova nella sua posizione guarderà la distesa acquea rivolto verso nord. Eppure sia le acque del Golfo che le acque del Tejo si gettano nel mare verso ovest. L’Occidente eterno.
Nello stesso tempo su entrambe le città domina un Castello : a Napoli il post-medievale Sant’Elmo, a Lisboa il medievale São Jorge.
Per il resto molte differenze : ‒ Napoli luminosamente e briosamente aperta nella sua sanguigna identità ispanico-mediterranea, e Lisboa ombrosamente e corruscamente ripiegata nella sua pensosa identità luso-atlantica. Dunque luce ed ombra, gioia prorompente e malinconia. Opposti!. Eppure l’Occidente eterno chiama allo stesso modo come un supremo Ignoto pieno di prodigi ed orrori. Così in “Mensagem” di Pessoa. Qui le radici di una “saudade” che non può che essere indicibilmente comune. Il Fado, “Era de maggio” e “Chiove” lo dimostrano inoppugnabilmente.
Dunque differenze solo apparentemente. Le radici greche e perfino pre-greche sono sovrapponibili. Lo stesso è anche per l’affondare in una storia remota sconfinante nel mito.
Un elemento in particolare : Ulisse! Le sue peregrinazioni circumnavigarono i nostri mari e poi si persero oltre il fatidico Cabo São Vicente (luogo mitico perfino in epoca storica con i misteri del corvo di San Vincenzo e con il soggiornare sulle sue rive di quella leggenda vivente che fu El Rei Infante Dom Sebastião, promessa perenne del Quinto Imperio nelle visioni poetiche del Pessoa di “Mensagem”). Ed infine la luce! Identità nella differenza. A Lisboa una luce abbacinante, purissima, che può insopportabilmente penetrare e ferire l’anima come una crudele lama splendente. A Napoli una luce sfolgorante, ma spessa, affatto pura, che però non cessa mai di lasciar partecipare l’anima della sua densa e gioiosa sostanza.
Ebbene chi è mai questo napoletano contemplante? Non si può certo dire che sia un napoletano “tipico”. Eppure in qualche modo lo è. Lo è in quanto è un sempre-fuori-luogo. Proprio come lo è ogni senza patria per natura, predisposto come tale al perpetuo esilio : ‒ in patria e fuori. Dunque perdutamente innamorato delle città che rinviano ostinatamente ad un loro invisibile eppure tangibile paradigma celeste.
Ma ciò accade in fondo proprio perché egli è sì un tipo, anche se affatto comune. Si direbbe antropologico, ma forse sarebbe molto meglio definirlo “spirituale”. In questo senso, sì, “universale”. Ma in senso solo filosofico-poetico. È uno che per costituzione connatale piomba da solitudini eteree in solitudini terrene e terrestri. E così sempre divorato da un sogno divorante. Per questo non può non contemplare. E cos’altro si può contemplare se non il mare, la distesa d’acqua aperta sull’Infinito ed in essa sprofondante? A Napoli oltre gli strapiombi di Trentaremi dove fluttuano i gabbiani narrando di una città che non è quella alle nostre spalle. A Lisbona oltre il forte di Almada (sulle cui rive la notte passeggiava l’amante di un sognatore, l’Infante stesso), oltre la bianca Torre di Belem, ed oltre la barra limacciosa del Tejo. Dove candide creste spumose incessantemente si avventano furiose, pazze d’amore, verso la brulla terra.
L’Infante comtemplare lo fece sempre, seduto lungo intere notti di luna a Cabo sotto O Mosteirinho. Anche lui era uno straniero per costituzione. Altri, molto simili  a lui, lo furono da un lato e dall’altro, in forza del vibrare insopportabilmente spasmodico della loro anima poetica e filosofica. Contemplatori di infiniti per la cruda certezza nell’implacabilità ferrea del destino terreno-carneo, brulicante di indifferenti deità. Leopardi e Pessoa. Stoici per vocazione. Struggentemente simili nel loro affidare ad un ostinato sognare la mistica del fallimento e dell’assenza. Così anche un ormai morente John Keats (una sua lettera che espone questa teoria proprio dal porto di Napoli).
Ma i contemplatori sono inevitabilmente anche camminatori. Flaneurs.
Leopardi, un non napoletano che dovette venire a morire a Napoli, e che sarebbe potuto essere “muito bem lisboeta”. Uno che fuggiva disperato dalle crude e selvagge grazie vesuviane della casa del Conte Ranieri per frugare affamato di vita tra le folle di via Toledo. Tra gli scanzonati e rumorosi caffè dove gli “Einheimische”, gli indigeni, disinvolti come sempre nel loro rigurgitante brodo di coltura, lo gratificavano alle spalle della tipica loro sferzante quanto brutalmente amorevole ironia, con l’epiteto crudelissimo di “rannavuottolo”. Pessoa, un lisboeta che trascinava la sua anima altrettanto irrimediabilmente ferita a morte per le strade di una Lisboa che, perché no?, sarebbe potuta anche essere la Napoli dei napoletani-non-tipicamente-napoletani. Alla Leopardi. Egli passava come un’ombra tra robusti e volgari giovani “Naturburschen”, che discorrevano di amori spermatici e vitalissime scaltrezze, ma intanto marciavano ignari verso la morte in un’esistenza fatalmente senza senso e carattere. Poi sedeva da Martinho da Arcada trovando la pace dell’eterno davanti ad una tazzina vuota mentre fumava. Ed infine la notte, dopo essere appena sopravvissuto a bige mattine frananti in ordinari cataclismi naturali, vedeva nelle case immerse nell’ombra presenze alludenti ad un inesprimibile destino. Mute e sinistre ma confortanti.
Di tutto questo si può sentire la presenza tra Napoli e Lisbona. E direi che ce ne abbastanza per trovarle dei luoghi straordinariamente simili. Oltre perfino lo struggente sarabulho da bettola di Tabucchi ed oltre perfino il treno notturno di Pascal Mercier.

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Non credo che qui si tratti di essere pro- o anti-islamici, oppure pro- o contro il terrore disseminato in nome della religione.
Aldilà della tutto ovvia condanna dell’omicidio (che però è qui perfino banale come argomento), si tratta piuttosto certamente di essere più o meno decisi a reagire al terrorismo, cioè a combatterlo assolutamente senza mezze misure. Il che fa assolutamente impallidire l’altra banalità, cui si appella in casi come questi del combattere il terrorismo “senza sacrificare i diritti umani…”.
Ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è che già queste preliminari osservazioni ci mostrano che, come sempre accade ormai da tempo nel mondo occidentale, dopo il bagno di sangue viene inevitabilmente il bagno di parole. Parole ovviamente del tutto vuote.
Il che accresce di molto l’orrore degli stessi morti e del sangue.
Bisognerebbe dunque chiedersi in primo luogo qual sia veramente l’orrore al quale stiamo assistendo. È quello delle spietate esecuzioni a sangue freddo.  È quello del fanatismo religioso omicida. È in generale quello terrorista. Ma è anche un altro. E proprio qui sta il vero peggio!
È l’orrore di una società ormai totalmente disintegrata che ha l’ardire di pretendere di far passare per “etica”  e per “diritto di parola” (entrambi intollerabilmente offesi) lo sfacciato sbeffeggiare iconoclastico a dritta ed a manca da parte di una cultura che non si pone nemmeno il problema delle brucianti offese che essa arreca a chi ha convinzioni religiose. Qualunque esse siano. Ed è dunque anche l’orrore di un’intera società che giudica tutto questo giusto e normale, e che quindi, dopo che ai fatti seguono le solite parole d’ordine (le parole vuote), scende invariabilmente in piazza biascicando formulette pre-masticate e pretendendo che con esse si tratti di “indignazione”.
Non siamo forse, ancora una volta, con tutto questo al fosco scenario raffigurato da Orwell in 1984? Non si tratta forse delle pilotate manifestazioni di meri automi che urlano l’”odio” verso i bersagli che gli sono indicati? E non è proprio questo un orrore ancora più inquietante di quello dei terroristi?
“Andremo avanti!”, sbandierano a quattro venti quei giornalisti nel cui mestiere rientra lo sfruttare senza scrupoli le notizie senza porsi il problema della responsabilità morale che si ha nel fornirle. E così contribuiscono non poco alla disintegrazione, cioè allo sfacelo.
“In luogo dell’integrazione c’è solo la disintegrazione!”, proclamano i politici. Come se gli ormai incontrollati flussi migratori non si svolgano in forza del loro rifiutoi, per fini demagogici, di porsi il problema serissimo della reale possibilità di assorbimento da parte delle società che questi flussi li subiscono. Ma poi, dall’altro lato, spaventati per la piega ormai presa delle cose (e per non perdere l’occasione preziosa), osano proclamare ciò che invece prima lasciavano sedegnosamente sulle labbra degli sciovinisti : “Stanno minacciando la nostra identità!”.
Oh bella! E solo ora ci si accorge di questo?
Ma qual è la nostra identità? Bisogna chiederselo. È quella sbandierata da organi culturali come Charlie Hebdo e come quelli che ora se ne fanno portavoce?
No! È invece proprio quella che abbiamo perso (voluto perdere!) con la disintegrazione. E cioè quella di una religiosità vissuta e condivisa da un’intera società civile. Una religiosità che funge da costante punto di riferimento collettivo. Non c’è bisogno affatto che si tratti di una teocrazia (anche se la teocrazia, cioè un ordine politico-religioso, non implica affatto l’assassinio come prassi), eppure si tratta paradossalmente di qualcosa di molto prossimo a ciò per cui combattono i terroristi che agiscono in nome della religione.
 Sono solo loro, dunque, ad essersi allontanati dalla verità, dalla giustizia, e dal bene? O iinvece ce ne siamo allontanato noi prima e perfino più di loro?
Atti offensivi come quelli perpetrati da Charlie Hebdo lo lasciano proprio credere. Ed ancor più dichiarazioni come quelle del suo nuovo direttore : ‒ …la religione può essere solo un fatto intimo e non  invece esteriore e collettivo ; sul piano esteriore e collettivo può esistere solo “il laicismo”.
Sono, queste, forse dichiarazioni meno integraliste e tiranniche di quelle dei terroristi islamici?. Ponete ai loro affermatori un’arma in mano e la risposta sarà evidente. Ma non è già un’arma la satira quando supera i limiti del rispetto?

Ed allora, miei cari concittadini europei (oggi così incazzati), prendiamo veramente sul serio la minaccia terroristica. Facciamo sì della nostra identità di nuovo una bandiera. Arrabbiamoci sul serio e lottiamo. Smettiamo di farcela addosso e di farci ricattare.
Ma serio significa serio. À la guerre comme à la guerre!. Bisognerebbe dunque ricordarsi di ciò che scrisse Carl Schmitt (che lo si digerisca o meno come pensatore) in “Teoria del partigiano”: la più grande ed invincibile scoperta bellico-strategica dei tempi moderni è stata quella di lottare “dietro le linee”, cioè di screditare in partenza l’azione delle forze decise a difendere con forza, e cioè per davvero, un territorio minacciato.  Ed egli cita peraltro proprio un episodio dalla storia francese.
Invocare la lotta al terrorismo ed intanto cianciare in nome dei “diritti umani” è allora da riconoscere come un discorso posto in bocca ai difensori proprio da parte di coloro che ne intendono indebolire la forza fino ad annientarla.  Perciò abbiamo in coraggio di guardare in faccia le cose come stanno. Ed abbiamo il coraggio e l’onestà di far seguire le parole ai fatti.
Non è però solo questo. Bisogna avere un coraggio di guardare ancora maggiore. E questo riguarda la trave che noi abbiamo nell’occhio
Dunque, quanto a ciò che è stato veramente offeso dai terroristi islamici, ascoltiamo meno i proclami di Charlie Hebdo e dei suoi coristi esterni, e chiediamoci quanto , e quanto profondamente, noi stessi per primi abbiamo offeso, preso a calci e distrutto ciò che i terroristi ora  maltrattano solo prendendo esempio da noi.

 

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Dal testo “Der Aufbau der menchlichen Person” (La struttura della persona umana) dell’editore Herder, capitolo VI (VI, II, 1, p. 78)
«Io guardo negli occhi di un animale e qualcosa risponde al mio sguardo. Guardo in un interiorità, dentro un’anima, che sente il mio sguardo e la mia presenza. Ma è un’anima muta e prigioniera : prigioniera in sè stessa, incapace di andare dietro sè stessa e di cogliere sè stessa, incapace di uscire da sé stessa e di giungere fino a me. Io guardo negli occhi di un essere umano ed il suo sguardo mi risponde. Eglio mi lascia entrare nel suo intimo oppure gli sbarra la strada. Egli è signore della sua anima e può aprirne o chiuderne le porte. Egli può uscire da sé stesso ed andare verso le cose. Quando due esseri umani si guardano, allora un Io ed un altro Io stanno l’uno di fronte all’altro. L’incontro può avvenire davanti alle porte oppure all’interno. Quando si tratta di un incontro all’interno allora l’altro Io diviene un Tu. Lo sguardo dell’essere umano parla».
Mi sembra che, dal punto di vista letterario, questo sia uno dei momenti più alti dell’opera steiniana. C’è comunque dentro moltissima e profondissima filosofia e soprattutto la reinterpretazione del discorso sull’essere dal punto di vista della filosofia moderna, e cioè dal punto di vista del soggetto. Un soggetto spirituale-cosciente-pensante che, come sostiene Husserl, letteralmente costituisce il mondo.  Un mondo che si dischiude ogni volta proprio per lui.
Non a caso qui l’assolutamente unica persona umana della Stein ed il Dasein (esserci) di Heidegger sono estremamente vicini, in quanto entrambi caratterizzati dal più strenuo “eigen” (proprio) del loro stesso essere. E quindi sempre soli con sé stessi. Essi sono assolutamente padroni del proprio essere in quanto enti spirituali e cioè pensanti, volenti, responsabili, continuamente decidenti. E come tali sono isolati per definizione, nel pieno della proprietà sul proprio essere, entro un mondo della Cultura che trascende completamente il mondo della Natura.
Ma qui c’è anche molto di più, e cioè l’antropologia spirito-animico-corporale di Tommaso, e con essa la questione dell’Essere pienamente divino ed anche l’intera filosofia antica. Incluso quello stesso neoplatonismo per molti versi così lontano dall’Aquinate. Qui si parla insomma della psichicità umana come spirito ed anima. Non è dunque solo soggettivismo e filosofia moderna. Ma anche essere pieno, esteriore, oggettivo, indipendente dalla coscienza. Mondo creato..
Questa è l’originalissima lettura della questione dell’essere da parte di una straordinaria pensatrice. Straordinaria in quanto capace di superare tutte le barriere e tutti gli incasellamenti possibili. Perché antica e moderna, filosofa e religiosa, filosofa e scienziata, scienziata e critica verso la scienza, ebrea e cattolica, tedesca ed ebrea, donna in carriera e donna nella più piena ed umile autenticità del termine. E quindi, come affermato da Maurice Maeterlinck (“Il tesoro degli umili”) prossima più che mai alla vita dell’anima ed alla comprensione piena del suo mistero.
È sulla scorta di tutto questo che si può leggere, gustare e meditare uno straordinario testo come quello qui proposto.

 

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Caro Silvio,
questa mattina, sedendomi alla scrivania  avrei dovuto lavorare a ben altro. Ma avevo appena ricevuto da un amico per scanner la terza pagina del Mattino e così avevo letto la tua intervista a La Capria sulla morte di Pino Daniele. Ero certo che il caso “Daniele” sarebbe divenuto ben presto il caso “La Capria”. Era inevitabile!.
E così mi sono sentito spinto a scriverti questa lettera
Ti sono molto grato per aver voluto pubblicare quest’intervista, perché essa mi tocca molto profondamente e personalmente. Com’è poi ineluttabile per i napoletani di un certo tipo, cioè appunto quelli predisposti al dover andare in “esilio” (che questo avvenga di fatto o meno). Ma Napoli è per ognuno di noi ovviamente un caso sempre molto personale. E per me lo è in modo particolarmente tragico. Perché, se molte cose mi imporrebbero di andare via, comunque proprio non ci riesco.
Vivo questo tormento ogni giorno a Lisbona, sebbene le due città siano per alcuni versi molto simili. E ti lascio immaginare le conseguenze che questo può avere nella mia vita personale.
Ma, come dice La Capria, Napoli non può non continuare a vivere nel nostro più insondabile profondo. E da lì non può non continuare a chiamarci. Al modo forse, come dici tu, di una città “universale”. Nella mia ahimè non pubblicata biografia (dal titolo “Addio mia bella Napoli, mai più ti rivedrò”) sostenni che si trattava piuttosto di una “città invisibile”, alla Calvino. Quella che non possiamo che amare disperatamente ed irrimediabilmente. Una Napoli sovrapposta in modo celeste ad una Napoli in realtà molto più infera che non terrena. Nonostante la sua irresistibile bellezza.
Pertanto condivido parola per parola ciò che La Capria ha risposto alle tue domande. Almeno negli aspetti più prossimi alla tragicità esistenziale dell’”essere napoletani”. Cosa che può comprendere solo e soltanto chi affonda profondamente le sue radici corpo-animiche in questa terra. In questo caso, come è successo anche a me, è inevitabile piangere assistendo a film come quello di Turturro.
In un’altra opera sempre non pubblicata (dal titolo “La città del figli del Vulcano”) sostenni quindi che Napoli è un’esperienza dell’anima più che un luogo.
Condivido in pieno anche la constatazione della tendenza di Napoli a non perdonare mai coloro che vanno in esilio (così come quelli che, pur amandola, non cessano di fustigarla, come io ho sempre fatto). Anche se, aggiungerei, è in genere proprio lei stessa che in esilio ce li manda.
E questo accresce di molto in crudeltà la paradossalità della profondità della tragedia. Eppure sento sempre più fortemente che nell’andarsene un “tradimento” effettivamente c’è comunque (come i napoletani hanno subdorato anche nel caso di Pino Daniele). È il tradimento rappresentato dal cedere all’impulso di volersi strappare per davvero Napoli dalla carne. Cosa nel bene e nel male oggettivamente impossibile.
Ripeto, che si decida o meno di andarsene. Le cose cambiano infatti molto poco se lo si faccia o no. Come ha appunto detto La Capria.
Ancora grazie per questa tua / vostra testimonianza
Un abbraccio
Vincenzo

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