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Archive for the ‘FOLGORAZIONI’ Category

[In memoria del prof. Vincenzo Romano].

Scrivo queste note sentendomi costretto a pensare a colui che è stato il mio secondo padre e il mio maestro intellettuale e spirituale, il prof. Vincenzo Romano, giurista, teologo di eccelso livello e uomo di scienza assolutamente geniale ed originale. I suoi fondamentali scritti possono essere ancora letti nel sito http://www.vincenzoromano.it.
Posso fare solo ora il suo nome, perché in vita egli non avrebbe mai gradito di essere citato. Ma pochi mesi orsono egli ha lasciato questo mondo. Un mondo che egli ormai – fiaccato da una lunga malattia, sommatasi a tutte le avversità ed amarezze che già la vita gli aveva riservato – definiva apertamente come «un brutto sogno dal quale è necessario svegliarsi».
Eppure non c’è stato uomo (religioso e teologo) che abbia creduto nella Vita più intensamente di lui. E così, emergendo in me una riflessione proprio su questo tema, il mio pensiero ha dovuto andare subito alla sua persona ed alla sua memoria. Ma immediatamente mi sono reso conto di non aver mai reso davvero onore a questa sua convinzione. Anzi alcune volte mi aveva perfino infastidito. Dover credere che Dio, il Trascendente, equivale a quei fenomeni della vita che sono così infimi! Dover credere che Dio, il Trascendente, equivale al così brutale e cieco divenire, non essendo invece la suprema, e purissima e sublime Stasi eterna dell’Uno! No, impossibile!
Eppure aveva ragione lui. Me ne accorgo solo ora, dopo un lunghissimo periodo di tribolazioni personali in cui la mia fede è stata sollecitata a venire allo scoperto, e nello stesso tempo è stata sfidata e messa alla prova all’inverosimile. Credo di essere passato infatti per tutte le prese di posizioni possibili rispetto all’esperienza religiosa. Alla quale mi ero intanto affidato disperatamente in un momento della mia esistenza nel quale letteralmente mi trovavo in un vicolo cieco e senza alcuna via di uscita. Ero dovuto ricorrere a questo – alla fede idolatrica e superstiziosa, a quella che implora interventi, grazie e miracoli. Sebbene avessi provato sempre una profonda ripugnanza per tutto questo. Poco ci è mancato che andassi pure a Medjugorie. Ma comunque mi ero affidato totalmente a quel culto pietistico e fortemente mariano, fatto di rosari, suppliche, novene, corone e coroncine. E questo aveva sollecitato in me perfino una riflessione sulla Sophia (la Donna divina come Sapienza), che ho scritto e pubblicherò l’anno prossimo.
Ma, intanto, nel mentre conducevo questo vero e proprio corpo a corpo con l’idea di Dio, ho cambiato mille volte posizione rispetto all’esperienza della preghiera. Ci ho creduto, attaccandomi disperatamente ad essa. E poi ci ho discreduto mille volte. Mille volte ho cambiato il mio modo di pregare, fustigato costantemente dall’esperienza terribile del vuoto e del non senso che la preghiera sempre instilla in noi. Ti metti in ginocchio, fissi il pensiero nelle immagini che le orazioni ti propongono, cerchi di immergerti totalmente in esse per coglierne lo spirito, hai intuizioni fulminanti, illuminazioni, visioni, momenti di ebbrezza rasentanti l’estasi. Preghi solo per ste stesso. Poi preghi solo per gli altri. Poi preghi solo per il mondo. Poi preghi solo per adorare Dio. Preghi Dio stesso, o il suo Figlio. Preghi Maria per l’intercessione misericordiosa nel compito impossibile di forare il cielo con le tue infime richieste di uomo di carne.
Ma nulla! Non succede mai nulla. Nulla intorno a te cambia.
E così te ne fai una ragione. Realizzi che l’uomo, essendo un ente immanente, non può in alcun modo toccare Dio, dato che Egli è l’Invisibile stesso. E quindi l’uomo non può nemmeno pretendere che si realizzino davvero gli auspici delle sue preghiere. E da questo egli non può dedurne alcunché; né in negativo né in positivo. Questa era per la verità la non poco saggia (e per nulla retorica) posizione che i «pagani» avevano davanti a quegli dèi imperturbabili, per i quali gli uomini sono poco meno che vermi della terra.
E così ti arrendi. Continui a pregare ma lo fai solo ogni tanto, brevemente e con discrezione. Senza più ossessione né formule. Ti limiti a pregare Colui che è Padre amoroso, ed al quale chiedi solo di continuare ad amarti. Ma senza più pretendere di vedere i frutti di questo amore. E intanto accetti che il mondo è effettivamente un brutto sogno, e che quindi non c’è altro modo di toccare Dio che quello di evadere dal mondo stesso, allorquando questo ci sarà finalmente consentito. Non prima!
Eppure, appunto, non cessi di pregare. Anche volendolo non riesci a smettere. Te ne accorgi, e te ne stupisci non poco. Intanto hai preso le distanze anche da tutte le modalità formali dell’esperienza religiosa: – messa, confessione, comunione, etc. O almeno nemmeno da queste cose ti aspetti null’altro che ciò che esse effettivamente sono, ossia un’esperienza rituale formale. Ma tu sei un uomo di carne, e sei pieno di angustie. E, per quanto ti sforzi, proprio non riesci ad evitare di aspettarti da Dio che ti provi carnalmente la Sua esistenza. Altrimenti, per quanti sforzi tu faccia, la tua carne crederà a Lui solo e soltanto astrattamente. Tuttavia il rituale tutto può darti tranne che questo.
E così semplicemente continui a pregare. Ma sai ormai bene che non potrai più farlo in nessuno dei modi sperimentati prima. Ti accorgi allora confusamente che deve assolutamente esserci un altro modo. Un modo ben più alla portata della semplicità imposta a te stesso dalla tua carne. Volente o nolente!

Intanto della mia prassi di preghiera mariana avevo parlato proprio a Vincenzo Romano una delle ultime volte che l’ho visto prima della sua morte. E lui mi espresse tutto il suo disaccordo con questo. Ricordo che mi disse che Maria era in verità lui stesso – ammalato di cancro ed in fin di vita –, e cioè l’uomo che (nella gioia e nel dolore) costruisce Dio, per mezzo di Cristo, nelle circostanze così oscillanti della sua vita terrena.
Ebbene era proprio questo il nucleo della questione. Ma l’ho capito solo quando ho finalmente compreso che l’esperienza religiosa, ossia l’esperienza di fede, trova la sua vera natura nel credere solo e soltanto in sé stessi, ossia nello spostare la posta in gioco solo e soltanto su sé stessi. Si tratta insomma dell’attribuirsi il potere di affrontare le avversità e poi sostenerlo. E sembra che tale potere ci venga conferito esattamente quando crediamo di stare ormai per soccombere. Ciò accade in quel momento in cui noi gridiamo straziati: – «Signore manifestati finalmente in modo tangibile! Signore soccorrimi! Altrimenti certamente andrò a fondo!». Ma anche allora quello che sentiamo è solo silenzio e vuoto. E quindi prima o poi emergerà in noi la rabbia. Una vera e propria rabbia contro Dio. Una rabbia devastante e terribile. Un vero e proprio impulso deicida. Credo che sia proprio questo ciò che ha cercato di mostrarci Martin Scorsese nel suo ultimo film Silence.
Eppure, solo allora noi sentiamo che tutto dipende solo da noi stessi in persona. Sentiamo che, o crediamo che Dio è in noi ed è perfino noi stessi, oppure mai alcuna preghiera avrà il minimo risultato. Dio è lo Spirito, ma noi siamo la carne. Noi siamo il braccio meccanico della gru. Noi scaviamo. Noi marciamo nel fango. Noi edifichiamo pietra su pietra.
È proprio da qui che è partita la mia riflessione rammemorante intanto la ferma convinzione di Vincenzo Romano: – Dio è Vita!
Non è però un’affermazione retorica, e quindi essa non ha nulla di trionfale né di religiosamente lirico. Significa invece semplicemente ciò che significa, e cioè esattamente quello che io sospettavo quando ne udivo parlare. Significa che questo «Dio-che-è-Vita» è straordinariamente ordinario, ed è perfino banale, pedestre. È esattamente quel Dio che noi non riusciamo in alcun modo a vedere perché ci è vicinissimo. Egli occupa infatti esattamente il nostro stesso spazio di persone. Egli si occulta entro i limiti della nostra sagoma. Egli si ritira. Non si esibisce. Egli è il ladro nella notte.
Ma, dopo aver compreso questo, emerge poi un significato ben più profondo e vasto di questa fenomenologia. Eppure nello stesso tempo ancora più lapalissiano. Noi non vediamo Dio perché Egli ci è così prossimo da essere indistinguibile da noi stessi quale oggetto, quale ente (come del resto pensava Eckhart nel concepire l’umano-divinità).
Ciò non accade però solo perché inspiegabilmente noi copriamo quella Presenza divina, che pure è incommensurabile. Accade anche per un motivo ancora più convincente della Sua invisibilità. E questo motivo è così semplice da essere davvero sconcertante: – noi non Lo vediamo, in quanto da Lui indistinti, perché in questo caso accade esattamente ciò che accade quando si è completamente immersi in qualcosa, fino ad essere accecati dalla sua sostanza avvolgente.
Se io sono una formica immersa in uno strano gel vischioso che mi circonda da tutte le parti, io non so di essere caduto nella marmellata o nella melassa. Io non so che quella è marmellata o melassa. Se io sono un pesce che non è mai emerso in superficie, io non so che quella roba in cui mi muovo è il mare. Forse non so nemmeno di nuotare. So solo che mi muovo. So solo che vivo. L’indistinzione da Dio non riguarda quindi solo la nostra persona, ma anche tutto ciò che la circonda – il mondo, l’universo, l’intero Essere esteriore.
Noi, semplicemente, «siamo in Lui». Esistiamo in Lui e soltanto in Lui. In null’altro. La Sua presenza è dunque invisibile perché è assolutamente scontata. Banalmente scontata! Evidente in modo lapalissiamo esattamente come tutto ciò che sensibilmente sperimentiamo intorno a noi – vediamo, tocchiamo, annusiamo, udiamo, gustiamo. Dio è il mondo. Ma non lo è come esteriorità, bensì come l’occultezza totalmente nascosta dietro l’evidenza. È esattamente il Deus absconditus di Cusano. E proprio per questo Egli è immediatamente presente proprio nella sua assoluta invisibilità.

Queste però sono ancora solo spiegazioni, e quindi recano ancora una certa quota di astrazione. Dio invece è Vita in una maniera davvero tangibile, e cioè in quanto è totalmente interiore, e quindi assolutamente occulta. Agostino lo intuì in modo infallibile.
Il vivere stesso è infatti una fenomenologia in primo luogo interiore. E proprio in questo senso esso ci tocca in modo così mortalmente serio da essere assolutamente indimenticabile. Per quanto anche scontato, e quindi costantemente dimenticato. È il pulsare delle nostre arterie con il sangue che vi scorre dentro. È il distribuirsi dell’ossigeno ai tessuti.
È l’ordinario ritmico ed infallibile contrarsi delle ghiandole per espellere il loro contenuto. È tutto un lavorio silenzioso, cieco e inconsapevole che si compie infallibilmente nelle oscure ed insondabili profondità di noi stessi.
Ebbene quello è il Dio che è Vita. Almeno quello che più direttamente ci riguarda. Quello è il Dio-Vita che noi tocchiamo nell’esperienza religiosa più autentica.
E così, allorquando noi scopriamo che nel pregarLo non abbiamo fatto altro che chiederGli di metterci in condizione di fare ciò che va fatto in una certa situazione, cioè di acquisire il potere per incidere su di essa – altrimenti assolutamente nulla si muove né cambia –, allorquando noi scopriamo insomma che tutto dipende comunque solo e soltanto da noi stessi in persona – e da nessun dio, che invece si manifesti nella gloria sgominando i nostri nemici ed annientando le sorde resistenze che il mondo ci oppone –, quando comprendiamo tutto questo, noi non abbiamo fatto altro che vedere il «Dio-che-è-Vita». Ci siamo ancora dentro, ma ora lo vediamo, lo riconosciamo. Come sé stesse fuori di noi. Eppure non lo è affatto. Non lo è ora così come non lo era prima. Noi comprendiamo quindi solo ora perché prima tutto ciò ci era impossibile da cogliere.
E quindi di colpo comprendiamo cosa significa quando noi intuiamo infallibilmente che un’esperienza religiosa non può essere davvero autentica se in essa letteralmente non si tocca Dio. Dunque non lo si tocca nell’orgiasmo dionisiaco, nella trance ebbra, lasciva e danzante dell’«enthousiasmos». Non lo si tocca perfino nel sacramento dell’Eucaristia circonfuso di incensi e di musiche celestiali – in verità, come dice Simone Weil, esso non è altro che un misero pezzo di pane. Non lo si tocca nemmeno– come si suol dire – riconoscendo il Cristo nel povero, nel prossimo che soffre, e così nel portargli caritatevole soccorso. Tutto questo è infatti solo retorica. Intendiamoci, ha comunque senz’altro la sua verità e validità. Ma non tanto da giungere così in profondità da pervenire in quel luogo fatale e terribile in cui noi aspettiamo Dio all’appuntamento che intanto Gli abbiamo dato. Qui siamo terribili ed implacabili entrambi – Lui che di certo non verrà, e noi che lo aspetteremo a piè fermo, ostinatamente, e sempre più irritati per il Suo ritardo. Ed ancora più terribili saremo poi entrambi quando Lui si farà beffe della nostra delusione, mentre in noi monterà irrefrenabile la rabbia implacabile per questo Suo metterci così spietatamente alla prova.
Il nucleo dell’esperienza religiosa davvero autentica sta dunque qui – su questo piano infimo e pieno di pericoli, in questa autentica palude dove è in gioco davvero tutto. In primo luogo la fede. Tutto qui è in bilico. È qui che la religiosità trova il suo trionfo o la sua vergogna. È esattamente questo il luogo dell’altare sulla montagna sul quale Abramo sta per distendere Isacco, dopo averlo legato per poi tagliargli la gola. È esattamente questo il momento in cui, come nel film di Scorsese, stiamo davanti all’immaginetta di Gesù da dover calpestare per salvarci la vita dal persecutore. Tutto è in gioco qui: – la speranza, la vita, la morte, la fede.

Ebbene è su questa base che ho scoperto come probabilmente dovrebbe essere la preghiera autentica. Sempre che io non stia commettendo ancora un errore.
Me ne sono accorto intuendo molto banalmente che, per uscire dalle mie angustie – mettendo così tutto nelle mie mani nel modo più semplice e immediato possibile –, non avrei dovuto fare altro che ricominciare a fare sport. E così mi sono messo a fare jogging. Non l’avevo mai fatto. Infatti a me piaceva nuotare. Ma dovetti smettere per un’allergia al cloro.
Intanto però ho un piede mezzo rovinato per gli esiti di una frattura mal saldata. Inoltre, alla mia età, ogni sforzo acuisce all’inverosimile i miei disturbi prostatici.
Eppure l’ho fatto. Ho iniziato a farlo. Dopo aver superato una prostatite acuta con febbre e brividi, con il piede dolorante e tre herpes che intanto mi sbocciavano sulle labbra. L’ho fatto. E così non ho recitato più alcuna formula di preghiera. L’unica cosa che faccio è limitarmi a correre ascoltando sbalordito il mio respiro che scavalca ostinatamente la fatica e persiste immutato per tutti i 4 km al giorno che mi sono imposto di percorrere. Poi crollo esausto e fradicio di sudore.
Ed intanto, dato che ho 62 anni suonati, mi chiedo come mai non abbia avuto un infarto.
Poi pensandoci, mi accorgo che nella Philokalia, venne descritta dai monaci-asceti greci un’orazione mentale che si basava proprio sul ritmo del respiro.
Insomma tutto questo deve nascondere un mistero insieme semplice e profondissimo. Il mistero di quella Vita che nasce e persiste in noi, sgorgando ogni attimo, senza che noi facciamo assolutamente nulla. E senza che assolutamente nulla nemmeno possiamo fare. Anche volendolo. Questa vita dunque sempre ci trascende, nel mentre però essa ci sorregge trascinandoci con sé come un amoroso fiume inarrestabile. E senza che noi nulla possiamo cambiare in questo.
Vincenzo Romano la definiva come il vento che sentiamo soffiare dentro le nostre vele. Eckhart l’avrebbe forse definita «creazione continua».
In ogni caso non vi è dubbio che questo è il Dio-Vita, cioè Gesù Cristo.

 

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Un mattino, un Dio senza Volto e senza Nome mi disse (trasparendo come un’ombra attraverso le tremolanti acque limpide delle parole di Meister Eckhart):…..
«Devi disporti, figlio mio, sul dorso di un tempo infinito, infinitamente esteso, il mio tempo. È un tempo che non conosce accorciamenti per mezzo del desiderio, che non conosce contrazioni, che è solo interminabile dilatazione. Non attendere più, significa non agire più al cospetto del tempo, non andargli più incontro. Ma lasciare che invece esso ci rapisca e ci porti in groppa con il suo lento caracollare. Non è un correre. Il tempo non corre, ma sempre solo lentamente passa. Arrendersi al tempo è il principale modo per far cessare il desiderio. Ed il desiderio è ciò che uccide.
Non importano le tue ricadute, non importano i tuoi peccati, non importano le tue disperazioni (il tuo sempre rinnovato sprofondare nell’orrore), se questo non inficia il tuo lasciarti cadere in me, in questo mio tempo, tempo solo mio. L’arraffare, per lo spazio insignificante di un attimo, qualche misero e mortale oggetto, per me non significa nulla.
È qualcosa che dura appena lo spazio miserabile di un attimo. E subito dopo, appena oltre l’orlo del corto evento, trabocca nuovamente nell’abisso. Ciò che importa è trasfigurare l’abisso: trasfigurarlo in me, nell’Essere! L’importante è trasfigurare il mostro divorante del tempo.
E dunque alzati al mattino e vivi serenamente, senza attendere più nulla. Fallo come se stessi andando verso un nulla. Fallo come se non stessi facendo nulla. Fallo passivamente. Fallo lentamente, con implacabile ed imperturbabile serenità, lasciandoti cadere in ognuno degli attimi che intanto si susseguono. Come se ognuno di essi dovesse essere l’unico ed il solo. Essi in tal modo scivoleranno sotto di te, invece di ingoiarti come un’onda. Non anticipare l’attimo e gli attimi successivi. Appena lo fai, il tempo si trasforma di nuovo in abisso. Ed allora esso ti lascerà cadere, invece di sorreggerti. È l’attendere che ti espone al nulla. Ma dato che hai me, tu ora puoi rinunciare al nulla.
Io, l’Essere, ti sorreggo».

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Ormai…, dice lo scrittore e critico di grido, ormai si vive quà o là come se fosse la stessa cosa. In tante, tante, tante varie città. Non vi è più una sola città. Non vi è più la propria città. Si può nascere in un luogo e vivere in un altro.
Ormai…
Queste parole mi risuonano in testa come una musica funerea mentre mi aggiro alle quattro e mezzo di mattina in uno dei tanti illuminatissimi e luccicanti aereoporti del nostro mondo.
Ormai…
E mi dico che è vero che a stare sempre nello stesso luogo dopo non molto si inizia a provarne nausea e tedio. Se non orrore. Ed allora si guarda a quel giocattolo argenteo che solca lassù il cielo. Come se ci promettesse qualcosa. Come se potesse farlo davvero.
Non può!
Una volta entrati nel ventre di quei luoghi, nel lago di quelle luci e di quegli splendori di cartapesta, allora di colpo tutto il tedio del restare, del permanere, del marcire (specie dei piccoli luoghi), allora di colpo esso cessa di sgomentarci ed inizia a diventarci caro. Così che ci chiediamo come mai abbiamo fatto a non accorgercene prima. Ma è così. Non è possibile farlo se non quando se ne è fuori. Ormai è però troppo tardi. Quando si è fuori si è fuori. Ed è sempre per sempre!
Ed è esattamente allora che inizia il macello. Il giocattolo argenteo è ora lì a pochi passi da noi.
Egli ci aspetta con il suo ottuso e lievemente sardonico lucido muso bianco e quei suoi obliqui occhi specchiati. Ma intanto entriamo nel mulino di quelle luci scintillanti. Non allegre, no, sono invece immensamente tristi. Gelide! Non è un luogo quello. Perché un luogo ha un cuore, per quanto prosaico e dimesso. Un cuore che comunque batte. Anche se debolmente, anche se ordinariamente, anche se umile fino allo squallore. È proprio per questo che non lo senti. Ma c’è! Vivere in un luogo è sempre languire, è sempre sonnecchiare sballottato dalle scosse di quel mare locale. Minuscolo ma furioso. Spesso spietato. Ma è qualcosa in cui sei immerso in modo organico. Come una pianta nella terra con tutte le sue ramificate e tenaci radici. Così che a strapparne solo una, tutto il corpo sanguina. E grida straziato di dolore. Solo una! Figuriamoci tutte. È la morte. Per quanto sia infame quel luogo con quel suo piccolo e crudele mare.
Non è forse proprio questo il «mysterium incarnationis»?
La scoperta che fai allora è delle più terribili. Dopo aver lasciato il luogo, che può essere solo il tuo luogo, dopo aver pronunciato ed impersonato le stesse terribili parole dello scrittore e critico di grido, dopo esserti consegnato (arreso!) ai «tanti luoghi» del vasto mondo, allora non ci sono più luoghi. Soprattutto l’unico che per te può essere tale, il tuo!
Non vi è allora che quel luminoso gelo. «Impersonale!», questo è il suo volto e nome satanico. Un volto ed un nome senza volto e senza nome. È un lungo, interminabile, perenne oblio. Un vagare infinito verso un nulla. Un buio e sconfinato spazio siderale dell’interminabile e smorta deriva.
Per quanto possa essere un luogo. Un altro luogo. In cui si può vivere molto meglio che nell’altro. Il tuo. Il Luogo!
Ormai… Ma ormai… Ma è questo il mondo ora. Lo dice lo scrittore e critico famoso, e c’è da credergli. E così ti giri intorno e ne vedi tanti di loro. Ben vestiti ed indifferenti, con i volti immersi in quegli schermi azzurri. Anch’essi scintillanti. Loro possono ormai … vivere in qualunque luogo. Uno di essi, con una camicia bianchissima sotto il cappotto nero, fuma con gusto un sigaro. Che ne sanno dello Stabat Mater? Non lo ascoltano. Che ne è dello Stabat Mater? Che ne è del Trivium? Che ne è delle Sette Antifone al Magnificat? Non vi sono più timide e dimesse melodie, che esalino sussurranti da ordinari luoghi sacri. Abitati da disgraziati che in fondo non sanno nemmeno davvero perché sono lì. Presero il velo e vestirono l’abito senza trionfi, e con una specie di ordinaria, inerme e vuota gioia nel cuore. Una gioia inane che non ha davvero la forza di attingere il Cielo. E case, e case, e luci gialle sospese nel vuoto della notte. Ed albe bigie. Lento destarsi. Di nuovo i rumori. La vampa del meriggio. E poi di nuovo il declinare nel crepuscolo. E le tenebre.
Ma è questa la vita, amici! È questa la vita. È questo l’incarnazione. È questo la Terra. Un luogo circoscritto. Ed il resto è solo vagare nei siderali vuoti. Per quanto possa avere il confortante, ma illusorio, aspetto di un luogo. Sempre un luogo di altri, e non tuo.
Lo sa anche il topo da aereoporto, ombra lunga e nera (sembra più un’inquietante faina), che sgaiattola in un lampo sulla cima di un muretto e svanisce. Tanto che nemmeno so se lo ho visto davvero – forse fu solo un «oggetto mentale», ma comunque pregno di senso. Esso sgaiattola tra le rampe incrociate e sospese tra glabri spazi di cemento. I sotterranei in cui egli soggiorna sono non meno fetidi ed oscuri di quelli di un Luogo. Ma senza volto né nome. Senza alcuna memoria sepolta. Qui non ci sono davvero morti da calpestare. Qui c’è solo la Morte stessa. Il Nulla.
Ormai…! Ormai…!
È dunque davvero questo il mondo in cui ormai… viviamo?

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Giunto ad un punto cruciale del mio lavoro di tesi su Edith Stein, vengo confrontato con l’inconcepibile intensità esistenziale dell’Essente (Seiende), così come lei lo descrive. Un individuo unico-personale assolutamente irripetibile nel quale di fatto si concentra tutto l’Essere. Nel quale tutto accade, tutto è deciso in un solo “coup de foudre”. Egli infatti è lo specchio stesso dell’Essere divino. Ricapitolazione immanente, nel finito, della stessa Trinità.
Dunque immensa Gloria ed  immensa Tragedia.

Questo è ognuno di noi!
E dunque cosa davvero ci compete nella nostra esistenza? Ci compete proprio ciò che il nucleo stesso di una siffatta concezione dell’Essente quale Persona, ovvero il fatto che al di là di tutto noi siamo un “Chi”. Dunque, una domanda ed una risposta vivente. La verità dell’essere sta tutta in noi. In noi che domandiamo ed in noi che rispondiamo. E qui bisogna per davvero dare ragione ad Heidegger (per il quale l’essere era proprio una domanda oltre che una storia). Sebbene però egli ignorasse Dio. Ed allora, ancora una volta, la ragione è tutta della Stein. Che pensò parallelamente a lui ma su un registro infinitamente più alto. E finì come un essere infimo come lui mai sarebbe potuto finire.
Dunque tutto ciò che dobbiamo fare nella nostra vita è essere una risposta vivente. Vita è Risposta!. Essere un “Chi” che risponde per mezzo di sé stesso. Nel mentre con sé stesso domanda.
Dunque la domanda è proprio “Tu chi sei?”. I greci la conobbero come “gnóse sé autón”  (“conosci te stesso”). Gli indù come “Tat twam asi” (“Tu sei quello”). Gli ebrei come “Io sono Colui che sono”. Lo stesso Mistero dei Misteri : ‒ il Tetragrammaton (JHWH). Il Nome segreto di Dio.
Ed allora ciò a cui dobbiamo pensare è solo  e soltanto a rispondere a questa domanda.
Potrà accadere in tutti i modi possibili : ‒ nella pace o nella guerra, nella fortuna o nella disgrazia, nella fama o nell’oscurità, nella ricchezza o nella miseria, nella grandezza e nell’infamia… . Insomma nel bene o nel male. Tali binomi esprimono solo la polarità speculare, e non l’Unità.  Dunque tutto accade solo tra il bene o il male. Ma il  Bene è solo Assoluto. Ed il rispondere a tale domanda è! l’Assoluto.
È certo che questa domanda di cui sei “gravido” (come gli allievi di Socrate, i filosofi) ti farà sembrare la tua vita una sola follia o un solo fallimento. Il filosofo è fatto per fallire e per rendersi ridicolo (Teeteto). È esattamente questo il volto che la domanda, come un Giano bifronte, rivolgerà al mondo. Quando le si permette di mostrarsi. Come accade solo quando si osa vivere rispondendo. Ma non sarà certo per questo la tua vita sarà priva di senso. Lo sarà solo se non risponderai alla domanda.
Alla quale dunque non hai scampo. Essa ti tormenterà, ti perseguiterà, non ti lascerà tregua né respiro. Come le Erinni, ti inseguirà lacerandoti le carni. Appena te ne sarei liberato, rieccola spuntare dietro l’angolo. E ti condurrà esattamente nei vicoli ciechi in cui finirono Edipo, Elettra, Medea, Antigone, Faust….! Lo stesso Gesù. Non per questo ciò sarà tutto. Mai sarà tutto. Finché non avrai risposto. E  solo allora “tutto sarà compiuto…!”. È per questo che il “Chi” greco (χ) è la Croce stessa. Gli indù la disegnano come Y, e parlano di essa come del “Signore delle tre vie
Ti chi sei?! Tu chi sei?! Tu chi sei?!
Per questo ritroverai ogni volta la domanda dopo aver risalito e poi ridisceso gli immensi marosi che nell’esistenza di certo ti travolgeranno. La ritroverai sulla vetta, dove ti sembrerà di toccare il cielo con un dito dopo l’appena scampato pericolo. E la ritroverai nel’infimo, infame e spaventosamente oscuro incavo dell’onda, dove l’inferno ti sembrerà ad un passo. O anche nel ventre stesso dell’onda, in quel  raccapricciante silenzioso e traslucido caos, dove nell’inferno ci sarai già per davvero. Eppure in nessuno di questi luoghi vi sarà la risposta a tale domanda. Essa non sta in alcuna circostanza, ma solo oltre le circostanze. Perché la risposta non sei che tu stesso, e dunque essa è nel tuo stesso cammino, nel tuo stesso sopravvivere ad ogni evento o cosa che ti travolge. Ogni volta che sarai rilasciato dalle prigioni, trappole e morti della vita. tu la ritroverai.

Rispondi dunque, amico mio. Impiega tutta tua vita solo a rispondere. Non è affatto detto che vi riesca, ma se vi riuscirai, solo allora la tua vita non sarà stata invano. Ti sembra poco?
Lo ripeto ! Non sarà gloria e non sarà nemmeno infamia! È certo che nessuno se ne accorgerà, né in bene né in male. Non sarà rivelato di te nulla di sublime o di infimo. A nessun’altro, infatti, interessa tale risposta, tranne che a te. Al ”Chi” che è la domanda e la risposta. Tu stesso sei Colui al quale dovrai rispondere. E la risposta risponderà solo alla domanda che tu sei.
Vivi, domanda, rispondi.

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Chiedi di amare…

O sapiente, non chiedere, di grazia, di essere amato. Specie non per mezzo della forza della tua conoscenza. Chiedi semmai la suprema forza di amare. È difficilissima da ottenere. E così chiedila in ginocchio ed in lacrime. Essa infine verrà, e cancellerà dunque ogni brama di conoscere. Specie per essere amato.
E con ciò estinguerà ogni tua sete e fame. Prima tra tutte quella della conoscenza.
Ma così ti elargirà anche ogni possibile conoscenza.
Sarai allora infatti, nudo, puro e felice, finalmente davanti alla Verità in cui semplicemente leggerai senza più alcuna distanza che vi separi. Si chiama intus-legere (intelligere).
Ascoltami, o sapiente!  Amare è sapere tutto ciò che c’è da sapere.
Dunque non chiedere di più.
Chiedi, se vuoi, al vescovo Myriel di Victor Hugo. E chiedilo anche all’ardito gesuita Domenico Bertoli : ‒ “Dio non chiese mai il capo a nessuno ma bensì il cuore a tutti…”.
Loro te lo diranno molto meglio di me.

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Quando ci troviamo in quelle penose situazioni in cui ci sentiamo di essere appena un’ombra nel mondo (ad alcuni capita più facilmente e più spesso che ad altri), non dovremmo perdere la preziosa occasione che così ci viene offerta. Può darsi, anzi è molto probabile, che quasi immediatamente veniamo re-integrati nella pienezza tangibile della nostra presenza (cioè nel diritto dei nostri possessi vitali : la filosofia la chiama “ontologia”), ma prima che ciò accada non dovremmo mancare di recitare la seguente preghiera : “Sia lodato Dio nell’Alto dei Cieli. Quanto io più piccolo (fino al nulla) Tu più smisuratamente immenso. Ma la Tua immensità è la mia stessa, l’unica che mi sia concessa. L’unico essere che davvero mi spetti. Perché Tu che sei il Creatore per primo ti sei ridotto ad Ombra”.
Per comprendere questo invito a prendere atto del concetto di “de-creazione” (o “discreazione”) di Simone Weil (“L’Attesa di Dio”). Io non ne parlerò. Leggetelo! Ma forse non è un caso che un suo precedente libro si intitolasse “L’ombra e la grazia”. Non dirò di più.
Dirò solo che credo proprio che con parole come queste nell’anima ( e forse anche a fior di labbra) sia morta Edith Stein nella Settima Stanza.
L’importante insomma è sapere essere anche ombra, oltre che gettare un’ombra. Invito chi vuola a provarci : cambia la vita! Ciò che ne viene è il tesoro dei tesori : ‒ la Pace!

 

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Sul significato del Figlio di Dio nel mondo, cioè per noi ed in noi….:

Esperienza personale e nucleo della mia teoria dell’esperienza fondamentale dell'”è ora!”:

…appena si perde si ritrova, appena si è restati senza nulla ci si ritrova con tutto, appena ci si disfà si guadagna, appena si dà si riceve, appena ci si denuda si viene rivestiti…..tutto questo solo in Lui, ma da Lui anche in relazione con tutto e tutti, in ogni possibile direzione dello Spazio e del Tempo….

…il colloquio intimo con Lui sostituisce ogni letteratura, filosofia, conoscenza, lavoro ed amore, e fa così della vita un’assoluta pienezza….ma non permettendo che si perda uno solo degli oggetti e delle persone che in Lui vengono abbandonate….

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