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Archive for giugno 2013

Abstract:

In questo scritto, che funge da parziale recensione del libro di Karl Kerenyi dal titolo “Dioniso“, viene preso in esame essenzialmente quello che può essere il giudizio sulla recente rivalutazione del dionisismo nel contesto della Modernità.
La tesi che sostengo è che ci troviamo davanti ad un revival, affermatosi specialmente nel campo della nuova psicologia post-psicanalitica, il quale, per i decisi accenti religiosi che lo connotano, sembra preludere fortemente ad una vera e propria conversione collettiva al dionisismo.
E tale conversione mi sembra sia perfettamente inquadrabile nel contesto del fenomeno della degenenerazione e dissoluzione della società moderna.

Testo:

Proprio come fece Nietzsche, per capire cosa siano e cosa significhino Dioniso, la sua religione, il “dionisiaco“, e tutto ciò che può essere definito come dionisismo, bisogna partire dalla modernità oltre che dall’antichità.
Ma, proprio perché si tratta di attualità e non solo di archeologia, nel farlo bisogna stare estremamente attenti, consapevoli fino in fondo (e possibilmente senza pregiudizi ideologici e moralistici) di muoversi su un terreno estremamente scivoloso e peraltro riconoscibilmente paludoso.
Con tutti i rischi, assolutamente attuali, a tutto ciò connessi, incluso quello di sprofondare.
Non a caso proprio il dionisismo si rivela piuttosto riconoscibilmente alla radice di tanti fenomeni moderni di deviazione e scivolamento verso il più distruttivo ferino.
Ed il segno chiaro di tutto questo è proprio il ruolo, sebbene controverso, che la filosofia di Nietzsche ha assunto nella moderna coscienza.
Uno di questi rischi io l’ho indicato recentemente in un racconto di fantapolitica da me dedicato al fenomeno dell’hip hop, e più in generale della moderna cultura giovanile del per così dire “dance“1.
Ma del resto la storia più recente offre un’ampia messe di fenomeni sociali, politici e di costume che possono essere ricondotti proprio a questo paradigma.
Provo ad elencarne alcuni : ‒
1- l’ebbrezza iconoclastica ed assassina delle verie Rivoluzioni sociali degli ultimi tre secoli
2- certo romanticismo scapigliato e trasgressivo, alla radice di molti movimenti artistici rinnovatori insorti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo
3- il misticismo totalitario di destra e di sinistra : hitlerismo nazista e leninismo-stalinismo, al cui centro veniva posto un ferino e moralmente indifferente eroismo della pura potenza estaticamente distruttiva
4- il nucleo ideologico dei “movimenti di liberazione” moderni, con lo scopo di rendere finalmente tollerati e “normali” vari tipi di devianze sociali, politiche, psicologiche e di costume
5- il nucleo ideologico della moderna religione dell’edonismo vitalista, al cui centro vi è proprio il valore assoluto della vita come ostinata e gioiosa sopravvivenza totalmente dimentica del valore dell’aldilà (“survivalismo”)2.

Ma soprattutto bisognerebbe non perdere di vista due fenomeni moderni collegati a diversi aspetti della figura di Dioniso e del dionisismo.
Questi sono il movimento psicanalitico, e più in generale la corrente di idee (affermatasi progressivamente fino ad esplodere recentemente), che vuole la soddisfazione del desiderio nell’esperienza di piacere come un aspetto centrale dell’equilibrio psico-fisico individuale e della salute della società stessa.
Esso ha costituito il principio centrale di una moderna intransigente igiene psicologica, che ormai funge da vero e proprio Tribunale di normalità comportamentale.
Tuttavia, proprio a fronte di questi due così fondamentali e pervasivi elementi, bisogna stare estremamente attenti, come ho detto prima, a non eccedere nè in un’unilaterale condanna nè in un’acritica accettazione dei contenuti ideali da essi sottintesi.
Ed ancora una volta il fenomeno Nietzsche diviene centrale ed emblematico, sia per l’operazione da lui compiuta da filologo e filosofo sul materiale antico del dionisismo greco-ellenico, sia per la posizione occupata dal pensatore tedesco nella discussione filosofica che da lui in poi si è sviluppata relativamente al complesso dei temi portati alla ribalta dal suo pensiero.
Devo precisare, a questo proposito, che questo scritto ha l’ambizione di fungere da recensione del bellissimo libro di Karl Kerenyi dal titolo “Dioniso”3. Sebbene non si tratta di una recensione di tutto il suo contenuto ma solo del suo aspetto centrale. (altro…)

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In questo scritto recensirò due opere di Platone appena lette e meditate, e cioè l’Apologia di Socrate1 e il Gorgia 2.
È secondo me assolutamente significativo che in entrambe queste due opere compaia al centro di tutto il Tribunale.
Del resto, come ho già sottolineato in altri recenti miei scritti, per la natura identitaria di un uomo come Socrate, questo è praticamente inevitabile.
Gli uomini come lui, infatti, finiscono sempre prima o poi sotto processo. E ciò accade per il fatto che essi sono dei giusti assoluti, e, come tali, per definizione degli inermi, ovvero degli uomini che, per natura, hanno fatto nella loro esistenza una scelta sacrificale in nome del più puro ed integro ideale di giustizia.
In ogni caso questo loro comparire davanti ad un tribunale può verificarsi nei modi più diversi.
L’esistenza umana è infatti gremita di circostenze riconducibili ad un giudizio, e ciò vale in modo particolare per quegli uomini che, essendo fatti come Socrate, si pongono in conflitto quasi totale con tutto ciò che è mondano e terreno.
Vi sono così tribunali del giudizio sulle proprie capacità sociali, tribunali del giudizio sull’integrità della propria igiene psichica, tribunali del giudizio circa la propria capacità di avere successo. E così via.
A nessuno di questi sfugge l’uomo fuori del comune.
Certo è che, contrariamente a quanto ho appena detto, Socrate non fu nè un uomo chiuso in sè stesso nè disinteressato verso gli affari della città. Al contrario tutto il suo pensiero fu costantemente orientato a fondare la qualità dell’agire in tutte le sue forme, incluso quello della politica e della conoscenza. E così tutta la sua filosofia fu, con quella di Platone, una filosofia sostanzialmente morale, cioè una filosofia dell’esplicito ben agire.
Quindi fu una filosofia sostanzialmente estroversa.
Ciononondimeno in alcuni punti cruciali dei dialoghi platonici il filosofo ateniese ci appare riconoscibilmene ripiegato su sè stesso e suoi suoi purissimi ideali, e pronto quindi ad essere estromesso dall’area del buon senso e di quel certo genere di benpensare, i quali di certo caratterizzano la vita pratica di tutte le comunità. E qui egli appare dunque come un uomo estremamente solo e pochissimo compreso.
È proprio come tale che Socrate, nell’Apologia e nel Critone, comparirà davanti a noi nell’ultimo atto di questa sua vicenda, quella della condanna definitiva di un vero e proprio eletto da parte delle così prosaica comunità alla quale egli appartiene.
Ciò si manifesta in modo molto evidente nelle due opere che qui recensirò. (altro…)

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Il libro qui da noi recensito è quello di Charles Dickens dal titolo “Una storia tra due città”1.
Più che una storia che si svolga tra due città, questa è una storia che si svolge tra due tribunali,uno nella Londra monarchica ed imperialista e l’altro nella Parigi ormai già pienamente repubblicana e rivoluzionaria.
E per quanto entrambi i due luoghi siano farneticanti, il primo non è in realtà altro che l’avvisaglia del secondo. Nonostante la sua aggressività, esso resta così nei limiti di una sostanziale innocenza e comunque di una fisiologia della severità che si mantiene entro l’accettabile, visti anche i costumi del tempo.

In ogni caso comunque tra questi due luoghi se ne profila inevitabilmente un terzo, e questo è si veramente estremo e fatale. Esso è la cella.
Non a caso però questo luogo viene collocato dal narratore entro l’orizzonte del tribunale rivoluzionario e non invece di quello conservatore. Evidentemente è proprio entro lo spazio di quell’orizzonte che esso si rivela più pienamente per ciò che è.
La cella è prima quella del dottor Manette e poi quella di Charles Darnay, discendente degli spregevoli Evrémonde. Ed è sempre in Francia ed a Parigi che essa si trova.
Ma non è finita qui, perché questi tre luoghi segnano il limite, insieme dinamico e statico (dove il dinamico è rappresentato dai tribunali e lo statico dalla cella), tra due regimi e due segmenti della storia, quello dell’Antico che finisce e quello del Moderno che inizia.
Ed allora è proprio la cella, ancor più che il tribunale, ciò che più significativamente segna il trapasso tra i due. (altro…)

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Prendo spunto da un’interessante intervista su questo tema, uscita il 2 Giugno 2013 su Il Giornale.
L’intervista è stata rilasciata da una giovanissima scrittrice che, dopo innumerevoli difficoltà, pare sia riuscita a giungere al tanto sospirato successo : ?  Maria Silvia Avanzato.
Il titolo dell’intervista allude chiaramente alla famosissima allocuzione dell’androide di Blade Runner impersonato da Rutger Hauer. E questo è già estremamente significativo, perchè offre subito una preziosissima indicazione sul genere di cultura di riferimento che è qui in questione.
Una cultura in cui la fanno da padrone modelli rigorosamente moderni, nel contesto dei quali svanisce completamente tutto quanto di culturale è invece spregevolmente “antico”.

Il percorso personale descritto dalla Avanzato appare comunque essere del tutto simile al mio personale, e quindi, senz’altro, al percorso che oggi fanno tutte le persone che cercano di emergere come scrittori.
E tuttavia lei scrive romanzi e dall’intervista si nota che usa un linguaggio infarcito di termini trendy, cioè, per così dire, anglicismi d’impatto e d’assalto,  i quali sicuramente sono sono molto al passo con i tempi. Cioè sono già di per sè in grado di solleticare efficacemente le parti anatomiche che oggi vanno solleticate se si vuole ambire al successo.
E lo stesso vale sicuramente anche per il linguaggio che la scrittrice usa nei suoi libri e per i temi che in essi vengono trattati.
Insomma la Avanzato sembra proprio uno di quegli scrittori che, per come stanno le cose oggi, al successo prima o poi doveva arrivarci per forza.
A proposito di tutto ciò, rimando ad altri due articoli da me pubblicati in questo blog (“Cos’è lo scrittore?” ; “Cosa sta accadendo allo scrittore” ; “La grande e moderna vetrina virtuale dell’arte scrittoria”) sul tema dello scrittore e del mondo editoriale. E lo faccio per ribadire ancora una volta che sembra proprio che il profilarsi come scrittori non sia oggi nemmeno pensabile se non si rientra in una ristretta categoria tipologica che a sua volta richiede, per essere impersonata, di essere vissuta in modo assolutamente spontaneo, cioè autentico al massimo.
Il che implica molto più la genetica che non la vocazione. (altro…)

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