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Archive for ottobre 2014

È una lettera vera questa, scritta ad un filosofo istituzionale a margine della discussione sul rifiuto di un mio articolo di filosofia in quanto “poco scientifico”.
Mi sembra utile pubblicarla in quanto dimostra con quanta marziale efficienza, e con quale potenza di armamento, il mondo della filosofia renda praticamente ermeticamente sigillata la propria cittadella. Nella quale di fatto hanno totale diritto di parola, e senza alcun limite, solo coloro che vi occupano un ruolo istituzionale. Questi possono infatti sostenere tutte le assurdità che vogliono, anzi proprio su questo si basano le più fulgide carriere.
L’arma efficientissima mediante cui tutto ciò viene realizzato è il rifiuto di fatto di prendere in considerazione la qualità delle idee proposte in un testo, e ciò in nome di un puro e mero canone formalistico. Un canone che, con poche, vuotissime e stupidissime regole, riesce di fatto a tenere fuori, con efficienza implacabile, tutto ciò che “ha un anima”. Assorbendo invece solo tutto ciò che non ne ha. Ovvero ciò che, testuali parole del mio interlocutore, “…è scientifico” proprio in quanto non “ha passione”.

Ecco la lettera dal titolo “ Proprio le idee o appena la forma…?”
Caro X…..,
ammesso che tu abbia il tempo di leggere queste pure e mere divagazioni (proprio come davanti ad un bicchiere di vino), le sottopongo alla tua cortese attenzione. Si tratta naturalmente di riflessioni critiche, ma ti prego di non considerarle contraddittorie della stima e gratitudine che provo per te. Esse peraltro sono contro la filosofia come istituzione, ma questa non sei tu e quindi non si rivolgono di certo a te personalmente.
Si tratta di punti della tua lettera che continuano a tornarmi in testa.
Essi mi hanno riportato alle lunghe lotte che ho condotto contro lo stesso identico spirito scientista all’interno della medicina, specie quando ero all’università.
E si tratta in generale della critica a ciò che viene dato per scontato come un “canone”. Ma ogni canone è sempre solo oggettività artificiosa e non invece reale.
Ecco le riflessioni rispetto alle tue critiche alla “scientificità” del mio articolo di filosofia:
1- Le auto-citazioni : Perchè mai un testo che abbia interesse deve essere necessariamente “un coro a più voci“? Perchè mai non può invece essere interessante un’esperienza personale, come lo è il viaggio ermeneutico attraverso un testo?. Dove chi parla è lo spirito, opportunamente “impressionato” del lettore Perchè la verità dovrebbe stare maggiormente nei più e non in uno solo? Forse è allora il conformismo e non la verità che ci interessa (o meglio, ci interessa quella verità che meno probabilmente crea imbarazzo)? E conformista non è forse proprio la doxa come opinione dei più?
2- L’Io narrante : Perchè mai l'”io” dovrebbe essere meno lecito del plurale majestatis “noi” ? Cambia qualcosa nelle idee espresse ? Non è solo vuoto formalismo ? E non è allora proprio solo in nome di tali vuoti formalismi che si omette di giudicare invece le idee contenute in un testo ?
3- Passione versus ordine dialetttico del testo : L’ordine dialettico (da generale a particolare) è appena un qualsivoglia ordine! Giusto ? Perchè mai allora esso dovrebbe rendere il testo degno di attenzione ed interesse, cioè più capace di “insegnare”, in modo maggiore di un altro qualsivoglia ordine ? E perchè mai allora un testo invece “narrativo” (quello dello spirito che narra un altro testo, interpretandolo, dove parla  un io narrante) dovrebbe essere meno degno di attenzione?
4- Idee o forma : Cosa veramente si giudica, mediante i criteri di scientificità che mi hai menzionato : la qualità delle idee o invece appena l’attrattività seduttiva della forma cioè il bel pacchetto? E siamo proprio sicuri che, con questo filtro inquisitorio così stretto, non arrivino al dibattito scientifico proprio forse le idee di minore qualità ? Quelle cioè delle menti (e soprattutto dei cuori collegati alle menti) che non si fanno alcuno scrupolo nel sacrificare le idee alla forma ?

Ma, ti ripeto, queste sono solo considerazioni davanti ad un bicchier di vino.
Io non sono nè posso essere in grado di opporre alcun rifiuto fondato alle regole che tu mi hai menzionato e che sono, a ragione o a torto, le regole vigenti. Come ebbe a dire Socrate in prossimità della sua morte anticonformista : le leggi sono sante in sè, e ad esse bisogna inchinarsi. Ed io esattamente come lui, e cioè nel dissenso, mi inchino comunque a queste leggi.
Questo però non vuol dire che gli spiriti vivi e vegeti debbano sentirsi dispensati dal giudicarle interiormente.

Un abbraccio

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[Mi è sembrato forse utile proporre questa riflessione che nasce entro il mio lavoro di allestimento della tesi di dottorato sul pensiero dell’oggettualità, del reale e dell’essere tra Husserl ed Edith Stein. Il senso di tale riflessione è comunque sostanzialmente di fede e non di filosofia. Ed è per questo che la propongo : perchè potrebbe essere utile a qualcuno….]

Dio è dunque l’Ente e lo è con un assolutezza che sembra poggiare su un aspetto dell’oggettualità che non è affatto in contraddizione con i diversi contributi offerti dalla Fenomenologia. Lo è cioè nell’assoluta pienezza della sua essenza ed insieme esistenza, cioè come pienissimo atto . Giungere a questo è stato possibile alla Stein per mezzo della metafisica, che permette di concepire in Dio la contemporaneità di potenza ed atto, ovvero la mancata contraddizione tra di essi. L’altro volto insomma della coincidenza tra essenza ed esistenza (Tommaso).
Esso è Atto puro, actus purus. E ciò è un’esistenzialità, il costituire un qualcosa che è, che non è disallineato dal costituire in tal modo esattamente ciò che si è, il qualcosa che si è, il proprio specifico “cos’è?”. Il proprio Quid. Quest’ultimo non ha bisogno di alcunchè per essere il “che cosa?” in quanto qualcosa. La potenza della propria essenza non ha bisogno dell’esistenza (esse) per passare all’atto. Non vi è una potenza passiva che abbisogni di divenire attiva. E questa è incondizionatezza dell’essere, ovvero “essere eterno“. Che essendo incondizionato sarà anche “infinito“.
Possiamo qui vedere comparire insieme tre caratteristiche assolutamente metafisiche dell’essere, ovvero purezza, eternità ed infinità. Nulla è più essere di questo,  e con ciò siamo dunque davanti all’Essere stesso.
Sappiamo fin troppo bene che la metafisica ha speculato su tutto questo in modo così profondo e sottile da fare sembrare questa sintesi così estrema da essere perfino filosoficamente rozza, se non fatalmente inesatta in alcune sue parti. O comunque destinata ad essere perlomeno radicalmente discussa. Eppure siamo convinti che essa debba essere lasciata intatta, come punto di inizio della nostra indagine, proprio in forza della sua ingenuità. Ingenuità del tutto voluta, perchè c’è un punto della speculazione filosofica di ogni pensatore autenticamente religioso, in cui è necessario ritirarsi da ogni pensare e fare appello solo a ciò che la fede, cioè in definitiva l’amore, permettono che affiori alle labbra.
Si può pensare che ciò sia vero anche per Edith Stein?
Abbiamo già detto che ci sembra impossibile che ella sia transitata da Husserl ad una metafisica non solo tomistica, ma anche profondamente cristiana e perfino ultra-cristiana, cioè religiosamente spiritualista, senza aver dovuto prendere commiato dalla rinuncia all’ingenuità da cui pur parte tutta la sua speculazione filosofica di fenomenologa. Ed a sintesi di fede ed amore così sommarie come queste, circa l’Essere, non si può approdare senza la decisione di affidarsi una volte per tutte proprio all’ingenuità. Sta proprio qui il dramma della fede, come indicatoci da Pascal, e cioè nel dover compiere una suprema rinuncia, la rinuncia una volta per tutte ad ogni dubbio. Se vi è infatti una sola ombra di dubbio non vi è fede. La fede è proprio l’inevitabilmente ingenua affermazione di una presenza che è negata da tutte ma proprio tutte l’evidenze sensibili. Fede che è veramente follia.
Ed essa parla così : ‒ “C’è un Dio!”. Essa cioè parla di Essere come evidente prima di qualunque altra cosa.
E dunque non si può parlare di Essere nella sua ultimità senza lasciarsi precipitare rovinosamente in quella ingenuità naturalistica che Husserl con tutte le sue forze e per tutta la sua vita (e peraltro con le migliori ragioni) cercò di scongiurare. È un letterale ricadere giù nella più piena immersione nella realtà naturale e mondana, e dunque nella più piena cecità. È la negazione della soggettività come luogo dirimente del pensiero del mondo. Affermando così ‒ ed, in tale affermazione, assumendo come proprio il linguaggio del bambino, del selvaggio e dell‘insipiens, rinunciando così fatalmente a quello dell’innamorato della sapienza, cioè il filosofo ‒ definitivamente : ‒ “È questo solo l’Essere e nessun altro. E nessuno mi convincerà del contrario. Esso è ciò quello in cui mi trovo immerso dentro!”. È il crollare di ogni difesa filosofica, l’atto di resa davanti a quell’irriducibile quanto impercettibile riserva che resta perennemente sullo sfondo della più dotta, agguerrita e profonda riflessione sull’essere. È la riserva che resta sullo sfondo delle più grandi riflessioni sull’essere  : ‒ Aristotele, Husserl, Heidegger. Solo ci permettiamo di non essere del tutto certi che accada anche in filosofi come Platone.
Ed è comunque un atto di resa che da parte di un filosofo richiede un coraggio immenso, quasi sovrumano. Non sarà forse per questo che la Stein ha rinunciato di fatto alla vita accademica dopo che la fede ha conquistato in lei uno spazio così grande? Non sarà forse proprio per il fatto che l’intimo dialogo con Dio giunge nei mistici a superare qualunque bisogno di pensiero? Insomma la risposta è già lì, come ci suggeriscono Agostino ed Anselmo. E dietro di essi, lo si sa, c’è anche Platone. Oltre la Rivelazione.
Ebbene questa voluta ingenuità è senz’altro insipienza, non-filosofia, non amore della sapienza. Ma è per questo veramente assenza di sapienza?
Lasciamo parlare Edith Stein in una delle sue lettere (a Fritz Kaufmann, filosofo), dove riteniamo che sia chiarissima la sua scelta consapevole proprio dell’ingenuità : ‒ “Meinen Rat habe inch Inhen gesagt: zum Kinde werden und das Leben mit allem Forschen und Grübeln in des Vaters Hände legen. Wenn man das noch nicht fertig bringt : bitten, den unbekannten und angezweifelten Gott bitten, daß er einem dazu verhilft. Nun gucken Sie mich recht erstaunt an, daß ich mich nicht scheue, Ihnen mit so einfältiger Kinderweisheit zu kommen. Es ist Weisheit, weil es einfältig ist, und alle Geheimnisse sind darin verborgen. Und es ist ein Weg, der ganz sicher zum Ziel führt” [Edith Stein, Selbstbildnis in Briefen, Erster Teil, Freiburg Basel Wien : Herder 2010, lettera 54, p. 80-81]

[TRADUZIONE: “Il mio consiglio gliel’ho già dato : è quello diventare un bambino, e mettere la propria vita, con tutto il suo cercare e tormentoso riflettere, solo nelle mani del Padre. Se non ci si riesce : pregare l’incognito e dubitato Dio, pregarlo di aiutarci in questo compito. Ora lei mi starà guardando veramente stupito per il fatto che non mi vergogno di venire a lei con un’ingenua e puerile saggezza come questa. Essa è sapienza proprio perchè è ingenua, e tutti i segreti sono in essa riposti. Ed è una strada che con estrema sicurezza conduce fino allo scopo“].

Einfältiger Kinderweisheit…!”, o “ingenua e puerile saggezza“. Vergogna per i filosofi, ed ancor più se fenomenologi. Eppure “Weisheit“, o “Sapienza“. Anzi proprio quella Sapienza in cui tutti ma proprio tutti i segreti sono riposti. I segreti di cosa? Dell’Essere! Cos’altro?
Detto questo chiediamo umilmente scusa a tutti i filosofi. Comprendere ed accettare  tutto questo è effettivamente impossibile senza averlo vissuto, cioè toccato con mano. Cosa che per la verità non è  da augurare. Non si tratta infatti affatto di genialità ma proprio di sciagura e quindi in qualche modo anche di personale infamia o almeno tragica debolezza impotente (qui la Stein parla ad un Kaufmann, che aveva appeno perso sua madre). Ebbene, solo chi è passato attraverso queste ultime, e ne è però uscito con la fede e l’amoore, può capire di cosa si tratta.
E perciò chiudiamo il discorso così come lo abbiamo aperto, per potervi poi ritornare solo quando sarà stato già assolto il nostro dovere di esplicitare filosoficamente ciò che intendiamo come pensiero dell’oggettualità, del reale e dell’essere in Edith Stein.

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Sul significato del Figlio di Dio nel mondo, cioè per noi ed in noi….:

Esperienza personale e nucleo della mia teoria dell’esperienza fondamentale dell'”è ora!”:

…appena si perde si ritrova, appena si è restati senza nulla ci si ritrova con tutto, appena ci si disfà si guadagna, appena si dà si riceve, appena ci si denuda si viene rivestiti…..tutto questo solo in Lui, ma da Lui anche in relazione con tutto e tutti, in ogni possibile direzione dello Spazio e del Tempo….

…il colloquio intimo con Lui sostituisce ogni letteratura, filosofia, conoscenza, lavoro ed amore, e fa così della vita un’assoluta pienezza….ma non permettendo che si perda uno solo degli oggetti e delle persone che in Lui vengono abbandonate….

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