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Archive for novembre 2015

Naturalmente è qualcosa che nei fatti non c’è. E questo va tenuto presente ed assolutamente premesso a quanto sto per dire.
Tuttavia però osservando le nostre cose con un certo tipo di sguardo, e quindi scavando sotto le apparenze (invece di accontentarsi solo di esse), non sarà poi tanto difficile comunque incontrare questo così paradossale qualcosa. Si tratta infatti in sintesi di questo : – l’Isis porta la morte laddove vuole invece esserci a tutti i costi solo la vita. A questo è infatti ispirato lo stile di vita della nostra società. Tutti noi sappiamo bene come il nostro universo sia fatto di elementi sempre solo polari. Per cui la presenza di solo uno di essi, sempre tradisce qualcosa di impossibile (irreale) oppure illegittimo (in quanto non autentico). Fatto sta che la morte portata dall’Isis nella nostra società (ed esistenza) cade in uno scenario in cui abbiamo voluto affermare il valore della vita in un modo fin troppo unilaterale. E cioè pretendendo che la morte quasi ne dovesse essere cancellata. E chi parla qui è un medico (oltre che un filosofo), ovvero uno che sa bene come e quanto la morte sia stata trasformata da noi tutti in un intoccabile tabù.
Ma la morte portata in mezzo a noi dall’Isis non è forse in verità proprio quella vita che noi abbiamo di fatto negato proprio unilateralizzandone troppo il valore?
E dunque è ben probabile che questa morte in realtà imposta con le armi, oltre che essere una jattura, sia anche la risposta ad un nostro stesso bisogno. Che esige ormai di essere soddisfatto. Un vero e proprio nostro vuoto che chiede ormai di essere colmato. Nulla di alieno, insomma, ma invece qualcosa di nostro proprio, intimisimo a noi stessi, alla nostra condizione ed alla nostra cultura. Ed anche questo è un fenomeno che i medici accorti conoscono bene – l’infezione viene sempre a rispondere ad un sorta di curioso bisogno di malattia da parte dell’equilibrio dell’organismo. E del resto anche per la storia è così. Ad osservarla non solo superficialmente, essa si rivela fatta ben più di misteri che non di evidenze.
Ma se le cose stanno così, allora potremo riconoscere che il fenomeno del terrorismo islamico marca Isis è di fatto equivalente (binomialmente) ad un altro grandioso e tragico fenomeno del nostro tempo. E cioè quello dell’emigrazione di massa proprio da quei paesi che sono più intenso e crudele scenario di guerra. Eppure a prima vista i due fenomeni sono del tutto diversi. L’uno positivo, sostanzialmente in quanto evocante una reazione idealmente positiva – essendo rappresentato dalla disperazione di innocenti che tentano di sfuggire alla guerra, alla fame ed alla morte. L’altro negativo, sostanzialmente in quanto evocante una reazione idealmente negativa – essendo rappresentato dalla proterva determinazione a distruggere ed uccidere. Così l’uno idealmente porta in mezzo a noi una vita che disperatamente vuole affermarsi nella costruzione, e l’altro idealmente porta in mezzo a noi una morte che altrettanto disperatamente vuole affermarsi nella distruzione. Vita e morte insieme, insomma!
Ma che si tratti di due lati della stessa medaglia possiamo capirlo ancor più dall’introduzione,  in quest’insieme di dati, del fattore che ho menzionato prima. Ovvero quello del senso che ha per noi quella morte portata dall’Isis che però, sebbene paradossalmente, potrebbe essere per noi vita.
In che modo ed in che senso? Nel modo e nel senso che ciò risponde al bisogno di cui parlavo prima. Ed ogni bisogno tradisce sempre una carenza. Ma nel nostro caso si tratta di una ben strana carenza, perché essa si è progressivamente sviluppata entro uno delle più ipertrofiche e grasse pienezze che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. Essa si è dunque aperta sotto i nostri piedi come una voragine che si dilatasse tanto più, quanto più noi, in superficie, avevamo l’impressione che intanto crescessero a dismisura la nostra ricchezza e sicurezza ed il nostro benessere. Così, a fronte degli attuali estremi eventi, possiamo di colpo trovarci davanti alla terrificante evidenza di trovarci in piedi su un’ormai sottilissima crosta, che minaccia dunque di franare da un momento all’altro nell’abisso sottostante. Si tratta del resto di un fenomeno che noi europei dovremmo conoscere bene, essendo esso stato descritto proprio dalle nostre coscienze entro la fenomenologia della Finis Austriae (Roth, Lernet-Holenia).
In questo senso dunque il terrorismo Isis nella sua devastante negatività, specie se congiunto alle cogenze determinate da un collaterale fenomeno chiaramente positivo, ossia quello dell’immigrazione di massa, può stare venendo a salvarci molto più di quanto noi possiamo pensare. E salvarci da cosa se non da noi stessi? Ciò che più conta, insomma, nelle tragedie che stanno accadendo sotto i nostri occhi è la necessità che esse impongono di una nostra profonda e radicale presa di coscienza. Ed ancora una volta proprio in forza di questo si tratta di due fenomeni convergenti. In entrambi i casi si tratta infatti di enormi complessità che sarebbe superficiale, vano e folle tentare di risolvere con gli strumenti imposti da ormai meri luoghi comuni. L’un fenomeno, l’immigrazione di massa, esige come risposta adeguata non appena la carità, la simpatia, l’accoglienza incondizionata ed a braccia aperte. Come nella sollecitazione ad entrare tutti, ed a venire a partecipare senza esitazione e limiti alla perenne euforia festiva della nostra quotidiana esistenza. L’altro fenomeno, il terrorismo Isis, esige come risposta adeguata non appena la rabbia e la vendetta, l’imbracciare i fucili ed il mettersi in marcia degli eserciti. Come nella stentorea pronuncia di un irrevocabile altolà.
No, la verità nuda e cruda (alla quale ormai dovremmo cominciare a guardare in faccia senza più remore) è che intanto siamo cresciuti troppo, che ci siamo nutriti troppo, che abbiamo acquistato troppa sicurezza, che ci siamo provvisti di diritti troppo incondizionati. E come aveva ben visto un pensatore come Nietzsche, questo equivale esattamente alla nostra ferrea determinazione di europei a lasciarci ormai morire. Così come poi aveva visto lo stesso Platone (Repubblica), molto tempo prima, tentando di capire di cosa la città avesse bisogno o non avesse bisogno.
E dunque, facciamo tutto ciò che in casi come questi realisticamente bisogna fare, pensare, decidere, sentire. Ma non dimentichiamoci intanto di pensare. E precisamente di pensare a noi stessi, o meglio circa no stessi. L’occasione che ci viene oggi offerta dalla Natura e della Storia, per mezzo dei loro misteri, potrebbe anche non presentarsi una seconda volta.

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Bisogna tenere accesi i palchi…», dixit Tiziano Ferro. Citato, inoltre, anche un Paul McCartney che avrebbe minacciato (di «…doversela vedere con lui») chi attenta in qualunque modo alla libertà.

È insomma la risposta del mondo occidentale dello spettacolo a quel terrorismo che pretende di rappresentare l’Islam. Evidentemente però non potendolo affatto. Come perfettamente spiegato oggi su Rai radio 2 da un intellettuale islamico – il terrorismo del Califfato appena si limita a sfruttare la religione per fini politici, e perfino (sembra) economici.

Ma il mondo dello spettacolo, in particolare quello appena menzionato, ha davvero da dire una parola autorevole entro una tematica così delicata, profonda e complessa? Non parlo naturalmente qui dello spettacolo al quale è (forse) da attribuire una s maiuscola. E cioè quello fatto da chi vive comunque in modo mortalmente serio i problemi civili ed esistenziali (che sia anche solo in un modo puramente estetico).

Insomma, affermazioni come quelle citate non appartengono forse fin troppo ad una cultura che pretende di porsi come autorità all’identico modo del paninaro di recente successo che si fa pubblicità attraverso un elogio della tenacia? La tenacia di chi non molla mai a fronte dello scopo di giungere finalmente a guadagnare soldi a palate. Appunto vendendo panini! E così risale dall’evidenza del suo successo ad una vera e propria retorica morale che dovrebbe poi fare scuola. Costituendo appunto un’autorità, e cioè un modello da imitare. Retorica entro la quale si sprona ad impersonare il (supposto) valore del «boia chi molla» quale promessa di sicura ricompensa per una tenacia che tranquillamente, e soprattutto indifferentemente, può puntare al Bene-Bello-Giusto così come al più bieco e volgare utilitarismo capitalista-consumista. Sta di fatto che in Occidente, almeno sul piano del vissuto quotidiano medio, sembra proprio questo genere di cultura quello che fa modello, e così costituisce di fatto un’autorità morale. Almeno sul piano medio, e quindi per la forza della sua estensione, è di fatto la sola autorità morale che conosciamo. E ri-conosciamo!

Bè l’appello di Tiziano Ferro (trascinante con sé anche un McCartney che probabilmente, pur essendo appena un uomo di quel tipo di spettacolo, meritava ben altro contesto) non si appiattisce forse proprio su questo piano? La risposta morale al terrorismo, risposta che dovrebbe essere in primo luogo spirituale (per ambire ad avere davvero un valore), dovrebbe insomma essere quella di perpetuare, davanti all’orrore, le nostre svagate feste orgiastiche collettive? Ebbene, se la loro esistenza è senza dubbio segno di «libertà», al di là di questo, quali valori in esse vengono rappresentati, affermati, ed infine appunto proposti come modello? Dato che ci troviamo sul piano dello spettacolo (e precisamente di un certo genere), la risposta può essere una sola : – divertimento! Tout court! Cultura solo se decidiamo di attribuira a tutto ciò proprio tale valenza. Ma è solo una decisione. Giustificata quanto si vuole, ma comunque arbitraria.

Ora, ci siamo chiesti davvvero perché il terrorismo sta fiorendo e prosperando proprio nel seno della cultura islamica?

Ebbene, io non pretendo di certo di dare una risposta esaustiva a questa così complessa questione. Certamente sociologi, politologi ed esperti della materia, sapranno dare una risposta ben più esaustiva e corretta della mia. Pertanto non posso che proporre altro che un solo punto di vista. Che però credo abbia l’importanza di un punto di vista che si sforza di cogliere l’essenza del fenomeno (o almeno una parte di essa).

Ci siamo chiesti perché gli attori di questa tragedia sono islamici europei? Cioè nemmeno abitanti della Banlieu, come giustamente è stato notato, ma invece abitanti di rispettabilissime e borghesissime villette a schiera. Ma chi sono costoro? Essi sono gli esponenti di una seconda (o magari anche terza e quarta) generazione di immigrati? E chi è l’immigrato ? Egli è sostanzialmente un emigrante ! Dico emigrante! Noi italiani (specie del Sud) conosciamo bene il senso ed il peso di questa parola. Ebbene, l’emigrante è uno che va via dal suo paese anche perché tutto sommato lo vuole. Ma non lo vorrebbe se non dovrebbe. E senza farla tanto lunga, cosa implica questo? Implica in primo luogo il cordoglio. Nascosto quanto si vuole sotto le motivazioni razionali, ma comunque presente. Sempre e comunque. Ma il cordoglio non indebolisce appunto le motivazioni che spingono all’abbandono della propria terra. Fortissime, altrimenti inefficaci. Ed anche qui non è il caso di farla tanto lunga, per cui impiegherò una sola parola per descrivere la negatività della situazione dalla quale si fugge : – «Noia!». Sentimento al quale possono essere riconosciuti tanti altri volti, corrispondenti poi alle emozioni e situazioni collegate : – miseria, desolazione, sconforto, senso di vuoto, impotenza…! E chi più ne ha più ne metta.

Ebbene, i padri, nonni o bisnonni dei nostri terroristi islamico-europei lasciavano tutto questo, e che nella loro anima e nel loro cuore poteva ben riassumersi appunto come «noia», per varcare il mare e stabilirsi in grige, sorde e gelide metropoli del Nord. Cosa potevano trovarvi se non l’esatto opposto stesso della «noia», che intanto continuavano ad avere nell’anima e nel cuore. E cioè qualcosa di sorprendentemente ancora più terribile. E cioè il «cordoglio». Ossia l’ancora più desolante e disperante esperienza della perdita definitiva della propria identità. Ma intanto erano lì e non potevano più tornare indietro – più ancora che per sé stessi, lo stavano facendo per i loro figli, nipoti e pro-nipoti. Ma costoro, comunque, avrebbero fatalmente ereditato, insieme a queste ottime intenzioni, proprio il «cordoglio». Non ho bisogno di dire di più!

Una sola cosa ancora, però. Qual’era il volto di quel paese in cui essi erano nati ma nel quale comunque, fatalmente, per ciò che avevano anch’essi nel cuore e nell’anima, erano anche stranieri?

Era il volto del tutto opposto a quello del loro remoto e sordido paese della «noia». Il volto riassunto, tra l’altro, proprio da elementi come «libertà» e «divertimento». Al di là di tutto, lussi per ricchi e viziati! Lussi che il loro remoto paese della «noia» mai si era potuto permettere, e mai nemmeno avrebbe potuto farlo.

Ma ora proprio quel paese remoto inizia a pulsare inviando nell’etere messaggi che parlano contro tutto quello che essi sono intanto chiamati a vivere in quel salvifico Occidente nel quale continuano, intimamente, ad essere stranieri.

Ecco! Se volete, ciò può essere la spiegazione di tutto.

E volete allora davvero che il tenere-accesi-i-palchi possa essere una risposta adeguata a tutto questo?

Suvvia, siamo seri!

 

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Ormai…, dice lo scrittore e critico di grido, ormai si vive quà o là come se fosse la stessa cosa. In tante, tante, tante varie città. Non vi è più una sola città. Non vi è più la propria città. Si può nascere in un luogo e vivere in un altro.
Ormai…
Queste parole mi risuonano in testa come una musica funerea mentre mi aggiro alle quattro e mezzo di mattina in uno dei tanti illuminatissimi e luccicanti aereoporti del nostro mondo.
Ormai…
E mi dico che è vero che a stare sempre nello stesso luogo dopo non molto si inizia a provarne nausea e tedio. Se non orrore. Ed allora si guarda a quel giocattolo argenteo che solca lassù il cielo. Come se ci promettesse qualcosa. Come se potesse farlo davvero.
Non può!
Una volta entrati nel ventre di quei luoghi, nel lago di quelle luci e di quegli splendori di cartapesta, allora di colpo tutto il tedio del restare, del permanere, del marcire (specie dei piccoli luoghi), allora di colpo esso cessa di sgomentarci ed inizia a diventarci caro. Così che ci chiediamo come mai abbiamo fatto a non accorgercene prima. Ma è così. Non è possibile farlo se non quando se ne è fuori. Ormai è però troppo tardi. Quando si è fuori si è fuori. Ed è sempre per sempre!
Ed è esattamente allora che inizia il macello. Il giocattolo argenteo è ora lì a pochi passi da noi.
Egli ci aspetta con il suo ottuso e lievemente sardonico lucido muso bianco e quei suoi obliqui occhi specchiati. Ma intanto entriamo nel mulino di quelle luci scintillanti. Non allegre, no, sono invece immensamente tristi. Gelide! Non è un luogo quello. Perché un luogo ha un cuore, per quanto prosaico e dimesso. Un cuore che comunque batte. Anche se debolmente, anche se ordinariamente, anche se umile fino allo squallore. È proprio per questo che non lo senti. Ma c’è! Vivere in un luogo è sempre languire, è sempre sonnecchiare sballottato dalle scosse di quel mare locale. Minuscolo ma furioso. Spesso spietato. Ma è qualcosa in cui sei immerso in modo organico. Come una pianta nella terra con tutte le sue ramificate e tenaci radici. Così che a strapparne solo una, tutto il corpo sanguina. E grida straziato di dolore. Solo una! Figuriamoci tutte. È la morte. Per quanto sia infame quel luogo con quel suo piccolo e crudele mare.
Non è forse proprio questo il «mysterium incarnationis»?
La scoperta che fai allora è delle più terribili. Dopo aver lasciato il luogo, che può essere solo il tuo luogo, dopo aver pronunciato ed impersonato le stesse terribili parole dello scrittore e critico di grido, dopo esserti consegnato (arreso!) ai «tanti luoghi» del vasto mondo, allora non ci sono più luoghi. Soprattutto l’unico che per te può essere tale, il tuo!
Non vi è allora che quel luminoso gelo. «Impersonale!», questo è il suo volto e nome satanico. Un volto ed un nome senza volto e senza nome. È un lungo, interminabile, perenne oblio. Un vagare infinito verso un nulla. Un buio e sconfinato spazio siderale dell’interminabile e smorta deriva.
Per quanto possa essere un luogo. Un altro luogo. In cui si può vivere molto meglio che nell’altro. Il tuo. Il Luogo!
Ormai… Ma ormai… Ma è questo il mondo ora. Lo dice lo scrittore e critico famoso, e c’è da credergli. E così ti giri intorno e ne vedi tanti di loro. Ben vestiti ed indifferenti, con i volti immersi in quegli schermi azzurri. Anch’essi scintillanti. Loro possono ormai … vivere in qualunque luogo. Uno di essi, con una camicia bianchissima sotto il cappotto nero, fuma con gusto un sigaro. Che ne sanno dello Stabat Mater? Non lo ascoltano. Che ne è dello Stabat Mater? Che ne è del Trivium? Che ne è delle Sette Antifone al Magnificat? Non vi sono più timide e dimesse melodie, che esalino sussurranti da ordinari luoghi sacri. Abitati da disgraziati che in fondo non sanno nemmeno davvero perché sono lì. Presero il velo e vestirono l’abito senza trionfi, e con una specie di ordinaria, inerme e vuota gioia nel cuore. Una gioia inane che non ha davvero la forza di attingere il Cielo. E case, e case, e luci gialle sospese nel vuoto della notte. Ed albe bigie. Lento destarsi. Di nuovo i rumori. La vampa del meriggio. E poi di nuovo il declinare nel crepuscolo. E le tenebre.
Ma è questa la vita, amici! È questa la vita. È questo l’incarnazione. È questo la Terra. Un luogo circoscritto. Ed il resto è solo vagare nei siderali vuoti. Per quanto possa avere il confortante, ma illusorio, aspetto di un luogo. Sempre un luogo di altri, e non tuo.
Lo sa anche il topo da aereoporto, ombra lunga e nera (sembra più un’inquietante faina), che sgaiattola in un lampo sulla cima di un muretto e svanisce. Tanto che nemmeno so se lo ho visto davvero – forse fu solo un «oggetto mentale», ma comunque pregno di senso. Esso sgaiattola tra le rampe incrociate e sospese tra glabri spazi di cemento. I sotterranei in cui egli soggiorna sono non meno fetidi ed oscuri di quelli di un Luogo. Ma senza volto né nome. Senza alcuna memoria sepolta. Qui non ci sono davvero morti da calpestare. Qui c’è solo la Morte stessa. Il Nulla.
Ormai…! Ormai…!
È dunque davvero questo il mondo in cui ormai… viviamo?

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Dopo lo choc tremendo provocato su tutti noi dagli eventi di Parigi, era inevitabile che poi fioccassero le più diverse e magari contraddittorie analisi dei fatti. Ed era inevitabile che di fronte a tale così folta molteplicità si restasse tutti sconcertati e confusi. Del resto anche questo rientra pienamente proprio nell’esperienza di choc. Che altrimenti non sarebbe più tale. Cosa poi in diretta relazione con la strategia militare terrorista. Si tratta insomma dell’antichissimo strumento del cosiddetto «effetto sorpresa» – che offre un immenso vantaggio all’aggressore proprio perché l’aggredito, incerto sul da farsi, di fatto non fa assolutamente nulla.
È per questo che sono davvero benvenute le risposte nette ed energiche. Come quella data appunto da Hollande. Ma ciò in primo luogo per un certo grado di chiarezza che esse portano nelle coscienze. Cosa che però ovviamente sacrifica inevitabilmente altri aspetti che certamente non sono, in assoluto, di minore rilevanza. Mi riferisco con ciò a quelle analisi che suggeriscono una certa ponderazione nella risposta specie in termini di mitigamento della sua forza (in senso razionale o anche caritatevole). Si tratta insomma delle letture di fatti che vengono fornite da analisti politici ed uomini di chiesa e di fede. Chi potrebbe mai trascurare il valore di tali messaggi? Chi potrebbe insomma essere certo che l’invio delle storiche «cannoniere» sia l’unica risposta adeguata, in quanto moralmenente giusta ed inoltre anche foriera di successo? Chi può essere certo, infine, che, proprio sotto l’onda dell’euforia attivista che segue sempre agli storici choc, non si precipiti tutti di nuovo nel baratro di una guerra globale, entro la quale i confini tra giusto ed ingiusto crollano e svaniscono in un generale naufragio della civiltà stessa? E cioè uno spaventoso ed atroce ennesimo bagno di sangue.
Eppure, eppure, è evidente che una reazione forte e chiara è comunque necessaria. A questa cogenza storica ora davvero non si può sfuggire! E mi sembra che ciò sia stato perfettamente colto dalla coscienza civile francese, e conseguentemente portato alla ribalta da Hollande. Tuttavia su questo bisogna riflettere piuttosto profondamente, evitando così di fermarsi ad una superficie  che riguarderebbe fatalmente solo la cronaca storico-politica ed in qualche modo poi anche appena la politologia.
Non mi sembra che si tratti affatto solo di questo. Mi sembra invece che l’ennesimo attacco mortale portato dal terrorismo islamico al cuore della Civiltà occidentale, evidenzi dei tratti del suo esistere che noi tutti mi sembra facciamo di tutto per nascondere a noi stessi. Si tratta insomma di quello che secondo me è il nucleo stesso della strategia terrorista, ed in particolare nella sua forma islamica. Nucleo che ha poi la semplicità brutale e sfrontata di tutte le forme ben note di efficacia politica che hanno caratterizzato il XX e XXI secolo. La più eclatante e tuttora fortemente prossima a noi è quella del nazismo. E non a caso su questo si sono soffermati, nell’ultimo secolo ed in quello corrente, profondi pensatori come Max Scheler [Politica e Morale], Yukio Mishima [Lezioni spirituali ad un giovane samurai] e Carl Schmitt [La teoria del partigiano]. Per la precisione si tratta del premio sempre concesso dalla storia a tutte le forme di ardimento militare moralmente disinibito. E nel caso specifico del nostro attuale confronto con l’Islam terrorista, si tratta del fenomeno semplicissimo della nostra incapacità a saper morire. E ciò a fronte, invece, della piena, determinatissima, e perfino gioiosa, capacità di farlo da parte dei militi terroristici che ci attaccano. Questo è il tremendo e fatale differenziale emotivo-spirituale ed esistenziale che ci condanna, ci inchioda e ci vede perdenti in partenza. Insomma, il fenomeno non funzionò con i kamikaze nipponici, ma ora sembra funzionare alla perfezione con quelli islamici. Così come funzionò alla perfezione anche nel caso dei Vietcong.
Ed allora c’è da considerare il fatto che proprio l’incondizionata efficacia di una strategia di attacco imperniata su un tale oggettivo differenziale (tra due così diverse consapevolezze civili e relativi stili di vita), è ciò che brutalmente fa piazza pulita in partenza di tutte le analisi ragionevoli e prudenti dei fatti. Per quanto giustissime e moralissime, esse infatti restano fatalmente sempre indietro davanti a qualcosa che si pone come oggettività insuperabile. Autentica provocatoriamente infallibile pietra di inciampo. È esattamente ciò che accadde con Chamberlain davanti ad Hitler. Vuota ed ingenua retorica contro agguerrite ed invincibili Panzerdivisionen.
C’è però da considerare anche il fatto che, così come ciò funziona in negativo (a nostro detrimento), allo stesso modo può funzionare anche in positivo, e cioè a nostro vantaggio. Parlo insomma della possibilità che abbiamo di prendere coscienza di una nostra costituzionale debolezza che poi è anche uno dei sintomi della devastante malattia di una società completamente disintegrata. È immediatamente evidente l’ampiezza e profondità portata salvifica di una tale presa di coscienza. E non ho dunque bisogno affatto di soffermarmi su questo. In ogni caso non sto qui affatto invocando la guerra come «salute dei popoli». La storia ha fatto già giustizie di stupide, perverse e folli atrocità come queste. Sto però sottolineando il fatto innegabile che il non-saper-morire costituisce forse uno dei più gravi limiti di una società, e quindi un segno evidente del suo avanzato stato di malattia. Qualcuno ha recentemente condannato giustissimamente questo come «survivalismo» [Thibault Isabel, Il campo del possibile]. E ciò mostrandoci la nostra così ossessiva e morbosa ostinazione a mettere il valore del sopravvivere (non del vivere!) sopra e davanti a qualunque altro valore. Il che poi equivale fortemente a quella tendenza a lasciarsi iper-nutrire da fluidi e succhi stagnanti, corrotti e corrompenti che giustissimamente Platone condannò (Repubblica, Libro VIII) attraverso la metafora polemica dei «fuchi».
Insomma, qualunque cosa apparirà ora più giusto fare, e tenendo presente il peso e valore che è dovuto a tutte le analisi dei fatti, certo è che questi ultimi ci richiamano al ritorno alla capacità di morire (oltre che di vivere pienamente). È solo in questo senso che sarebbe finalmente ora che dagli insanguinati campi di morte generati dai terroristi non si levino più solo e soltanto pianti traziati, stridor di denti e preghiere di misericordia e raccapriccio, ma anche pugni chiusi che si agitano e promettono vendetta. Vendetta certa e spietata. Proprio come ha detto Holland. E non solo questo, ma anche vittoria! Ovviamente non contro l’Islam, ma invece contro il terrorismo. E comunque con una portata che ormai sembra dover essere perfino più vasta e profonda (cioè più ampiamente coinvolgente) di ciò che è accaduto dopo l’11 Settembre.
Non è affatto bellicismo guerrafondaio questo. Perché alla fine ciò che nella guerra ha un qualche valore, è solo e soltanto la capacità di viverla come in primo luogo «psychomachia» [Margherita Fumagalli Beonio Brocchieri,  Giulio Guidorizzi, Corpi gloriosi. Eroi greci e santi  cristiani]. Ovvero come una lotta specialmente contro sé stessi. Ed il suggello di quest’ultima è proprio il pieno riconoscimento che va attribuito al saper morire come valore almeno pari a quello del saper vivere.

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Come tutti sanno, al Museo Archeologico di Napoli è esposto un mosaico del I sec. a.C. che raffigura la vita nell’Accademia di Platone richiamando così l’omonimo dipinto di Raffaello. In quest’ultimo campeggia il maestro circondato dai discepoli (come un Cristo ma senza esserlo).

Si dice che l’immagine simboleggi il cosiddetto «symphilosophein», e quindi la fondamentalità della dialettica dialogica. Ma a me sembra che ciò ci sia vero solo in parte. Molto in parte. Infatti l’elemento più essenziale della complessiva immagine è il gesto di Platone, di cui però parlerò più avanti. Ebbene, come platonico appassionato e convinto (in senso per antico e non moderno), ed ovviamente come napoletano, ho sempre pensato con gratitudine alla presenza di questa doppia immagine in un luogo così significativo della terra alla quale inevitabilmente mi legano profonde vene vitali ed emotive (evidenti ed occulte). Ma «pensato» non è l’espressione giusta. Perché per la verità non avevo mai davvero pensato a questo. L’avevo invece solo confusamente sentito. Tanto che nella mia testa le due immagini pittoriche si confondevano. (altro…)

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