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Archive for giugno 2015

 

In un saggio recentemente ultimato ho cercato di definire e descrivere la filosofia in modo alternativo rispetto al modo in cui essa viene intesa e definita nell’attuale prassi accademica.
E precisamente secondo l’intendimento che scaturisce da due fondamentali elementi : ‒ 1) una forma mentis contemplativa (più che rigorosamente razionale ed analitica) quale paradigma di vero e proprio pensiero ; 2) la consuetudine con studi di “metafisica integrale” (Vallin), intendendo con ciò una metafisica basata sulle grandi Rivelazioni primordiali planetarie (Scienza Sacra primordiale, secondo Guénon), e costituente quindi un corpus di sapere che va molto oltre i limiti della filosofia e della metafisica strettamente filosofica (oltre che teologica). Esso è caratterizzato fondamentalmente dalla comprensione contemplativa delle supreme Verità metafisiche, ed è peraltro in strettissima connessione con un sapere, pensiero e linguaggio che sono mitici, religiosi, misterici e poetici (secondo l’intendimento di Graves).
La tesi sostenuta nel saggio è che è pienamente possibile una filosofia che non sia affatto in conflitto con tale disciplina, e quindi sia posta invece in felice ed armonica continuità con essa. E pertanto sia caratterizzata da un pensiero fondamentalmente contemplativo entro il quale le supreme Verità metafisiche possano essere intellettualmente comprese in modo pieno anche se entro un paradigma sostanzialmente iper-razionale (o anche sovra-razionale, oppure contro-razionale). Tale tesi risale soprattutto ad una parte degli studi tradizionali, e precisamente ai lavori di Frithjof Schuon. Il quale sostiene la piena legittimità ed efficienza di una conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino, ed in questo senso anche una perfetta conciliabilità tra Ragione e Fede.
La visione da me sostenuta si rifà però anche alla piena legittimità di una vera e propria filosofia-poesia, ovvero una filosofia pienamente iscritta nei confini di una cultura squisitamente umanistica.
Disciplina quindi letteraria e creativa (senz’altro pertanto anche tendenzialmente narrativa), invece che appena descrizione di una rigorosa e neutrale gelida tecnica del pensiero. Proprio in tale contesto vengono fatte due fondamentali puntualizzazioni. In primo luogo viene rivendicata la possibilità di un pensare che non venga obbligatoriamente ridotto ad un sapere radicale e senza alcun riferimento ad un sapere ad esso previo. E quindi non si strutturi al modo del cosiddetto sistematico “non sapere” (usualmente fatto risalire fino a Socrate), ma sia invece proprio un sapere che sempre nasce da un altro sapere (che è poi proprio quello metafisico-integrale). In secondo luogo viene negato che la filosofia debba essere necessariamente dialogico-dialettica in senso “controversiale” (Cattani) ; cioè nel senso di una retorica incentrata sul conflitto argomentativo, dal quale poi ci si aspetto la costruzione sempre ex novo di un sapere necessariamente mai pregiudiziale.
Su quest’ultima base viene anche sostenuto che gli studi filosofici non debbano affatto essere per definizione “analitici” ‒ e conseguentemente delimitati entro questioni tematiche per definizione molto ristrette (da configurare come “problemi” ancora aperti della filosofia, e per i quali sarebbero da cercare nuova soluzioni tecniche) ‒, ma possano essere invece anche ampiamente “descrittivi”. Intendendo con quest’ultimo termine studi basati su visioni di ampio respiro (a volo d’uccello) sull’intera filosofia (comparando e correlando così autori non interrelati in modo necessariamente storico, ma invece solo tematico) ed inoltre su “grandi temi” di generale interesse per l’uomo (specie temi di respiro metafisico-religioso).

Poiché però con tutto ciò si deve necessariamente affermare un “cos’è per davvero” la filosofia, rispetto al modo in cui essa viene invece correntemente definita e delimitata nella prassi accademica, è necessario anche preliminarmente affrontare proprio tale ultimo aspetto. E pertanto è necessario dire “cosa non è” la filosofia, nonostante essa definisca dogmaticamente sé stessa invece proprio come tale.  Per tale motivo la prima parte del saggio si occupa proprio della descrizione sistematica del modo in cui, entro la vita accademica ufficiale, la filosofia viene intesa, praticata e soprattutto difesa dai suoi presunti intendimenti non ortodossi. Naturalmente tale descrizione preliminare è fortemente critica e polemica. E ciò in quanto solo sulla base di tale critica è possibile definire e sostenere la possibilità di una filosofia da intendere invece in modo radicalmente diverso da quanto l’Accademia pretende.
Non si tratta però affatto di una demolizione fine a sé stessa. Essa ha invece un sostanziale fine costruttivo.
Nel complesso infatti il saggio non ha l’ambizione di contrapporre una filosofia legittima a quella illegittima.
E così la formula in esso impiegata del “cos’è e cosa non è…” non va affatto considerata come assoluta. Essa va intesa invece appena come un’esasperazione polemica (sostanzialmente allo scopo di delineare in modo chiaro i limiti esistenti tra una filosofia e l’altra) dei termini di un discorso al cui centro però deve essere mantenuta la rivendicazione della legittimità di ambedue gli intendimenti.

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