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Archive for the ‘letteratura’ Category

ABSTRACT.
Abbiamo appena ultimato un articolo con questo titolo, nel quale ci siamo sforzati di riflettere sul senso e valore che può avere il Leopardi inteso come filosofo, e precisamente nel contesto dell’oggettivo peso che oggi (nella filosofia e nella scienza) il «mondo» ha quale luogo incontestabile di esistenza, pensiero ed esperienza. Per la precisione abbiamo trattato questo tema per mezzo di un’indagine testuale condotta sostanzialmente sulle sue prose, e segnatamente per mezzo del volume che raccoglie le sue opere complete [Rolando Damiani (a cura di), Giacomo Leopardi. Prose, Voll. II, Mondadori, Milano 1996]. Avevamo del resto già trattato questo tema in precedenti articoli (tutti presentati su questo blog), dedicati al «mondo» come problema filosofico. Ma abbiamo fatto tutto ciò mostrando gli approcci alla questione che esistono a partire da punti di vista molto diversi tra loro (sostanzialmente da un lato quello del moderno iper-realismo filosofico-scientifico, e dall’altro lato quello metafisico-religioso platonico-gnostico). A questo complessivo tema abbiamo anche dedicato un saggio, dal titolo Il giudizio sul mondo. Un’etica della sventura [< https://cieloeterra.wordpress.com/2017/10/18/l-giudizio-sul-mondo-unetica-della-sventura/ >], che abbiamo altresì presentato in questo blog. Ebbene, proprio nel contesto della riflessione condotta in questo saggio, si manifestava a noi la presenza di Leopardi. Senza che però noi abbiamo potuto offrire spazio alla riflessione sulla sua visione. Per cui il presente articolo viene anche a sopperire a tale carenza, in obbedienza all’estrema rilevanza delle prese di posizione poetico-filosofiche del recanatese. Egli infatti aggiunge alla complessiva problematica filosofica del mondo una serie di elementi davvero di fondamentale importanza. Ma, nel caso specifico, il suo contributo alla questione non può essere colto ed apprezzato se non si risolve prima il problema della plausibilità effettiva della sua natura di «filosofo».
Pertanto proprio questa questione abbiamo cercato di risolvere preliminarmente nel nostro articolo, giungendo così in particolare alla conclusione che Leopardi fu incontestabilmente un filosofo. Ma egli lo fu comunque in maniera largamente divergente da quelli che sono i canoni per mezzo dei quali oggi il filosofare tende a venire definito.
Al suo tempo la differenziazione avvenne in particolare nei confronti del concetto illuminista e romantico di filosofia (laddove poi entrambe le visioni attribuivano il massimo valore alla Ragione). Ma ai nostri tempi la differenziazione avviene anche nei confronti sia dell’idealismo e del realismo nella loro forma più attuale, sia anche in relazione alla specifica visione filosofica esistenzialistico-nichilistica. Sta di fatto che comunque quest’ultima visione è proprio quella che pone il problema del «mondo» nella maniera in qualche modo più simile al modo in cui lo pone anche il Leopardi; ossia come un’evidenza alla quale non è in alcun modo possibile sfuggire. Meno che mai è possibile sfuggire ad esso per mezzo dei così pesanti condizionamenti che sul mondo sono sempre stati esercitati dalla presa di posizione idealistica.
In ogni caso l’elemento che è apparso caratterizzare più tipicamente l’idea leopardiana di «filosofia», si è rivelato essere quello della più vasta possibile erudizione letteraria. Elemento che poi porta con sé inevitabilmente anche la necessaria dimensione «poetica» che ha una siffatta filosofia; ossia la sua estrema prossimità alla creatività immaginifica come valore intellettuale. E ciò comporta necessariamente anche la non identificabilità della filosofia così intesa con la sola Ragione quale criterio determinante. L’intendimento della filosofia come erudizione letteraria comporta infine anche la totale giustificazione, nel contesto del lavoro filosofico, del ricorso a testi ed autori che invece di norma la filosofia moderna tende a considerare del tutto secondari. Di tale maniera, allora, il lavoro filosofico si avvale costantemente dell’apporto della Cultura umana nella sua interezza.
Il confronto con il problema della filosoficità dell’opera del Leopardi ci ha condotto comunque anche alle differenziazioni che è necessario fare nel contesto della stessa assimilabilità del suo pensiero a quello esistenzialista-nichilista.
E qui è emersa immediatamente la distinzione da fare tra la presa di posizione leopardiana verso il mondo, e quella che è invece la presa di posizione verso il mondo tipica del realismo esistenzialista. Essenziale per il poeta è infatti il giudizio etico-estetico da emettere sul mondo, giudizio che poi comporta inevitabilmente anche la severa condanna del mondo stesso quale disvalore. E questo esautora totalmente la neutralità del giudizio che invece il realismo filosofico (esistenzialista o meno) esige nel porre il mondo come un’evidenza assolutamente inoppugnabile. Nel contesto di tale presa di posizione va però ancora fatta la distinzione tra il realismo esistenzialista (che ammette comunque una certa deteriorità del mondo in quanto luogo di ineluttabile mortalità) ed il realismo invece filosofico-scientista che al contrario si disinteressa totalmente di tale aspetto (ritenendolo del tutto ininfluente ai fini del primario atto, che è rappresentato dal porre l’ineluttabile esistenza del mondo quale obbligatorio punto di riferimento di ogni pensare, sentire e agire umani).
In relazione a quest’ultima serie di aspetti – e nonostante l’esistenza di una messe abbondantissima di moderne interpretazioni, che vogliono vedere in Leopardi proprio un diretto antesignano del nichilismo europeo stesso –, abbiamo poi potuto costatare che è nei fatti impossibile ricondurre per davvero il pensiero del nostro a tale visione. Intanto però l’esame testuale aveva già suggerito molto direttamente che ben più plausibile è invece la necessità di ricondurre il pensiero leopardiano alla visione gnostica. E ciò segnatamente per il così grande peso che ha in esso il mondo stesso (come problema), e soprattutto il giudizio di condanna da esprimere su di esso. Pertanto abbiamo messo in risalto le evidenze che sussistono in letteratura anche per questo genere di interpretazione, sebbene in misura sensibilmente minore.
Una volta accertato tutto questo, si è però imposto il problema rappresentato dall’inspiegabile comparire in Leopardi di una dottrina gnostica solo riduttiva ed incompleta. Nei testi infatti essa si presenta soltanto nella sua parte più pessimistica e distruttiva, ma non invece nella sua parte più ottimistica e costruttiva. Intanto però era già emerso un nucleo filosofico-dottrinario ancora più profondo della visione leopardiana circa il mondo. Si tratta cioè del sostanziale amarissimo rimpianto del poeta per la perdita irreparabile di quel mondo dell’infanzia; il quale poi, una volta spogliato del velo rappresentato dalle solo effimere immagini poetiche che lo ricoprono (immagini appena illusorie e che quindi non salvano affatto questo mondo dal suo tramonto nell’età adulta e poi anche con la morte stessa), mette chiaramente allo scoperto l’elemento davvero più fondamentale della visione leopardiana. Quest’ultimo è cioè la nostalgia per una perfezione originaria del tutto sovrannaturale e trascendente. Ma il sussistere di quest’ultima deve comportare inevitabilmente anche la presenza dell’anelito a quella Fine che si raggiunge effettivamente (dopo la morte) per mezzo del ritorno di tutto l’essere al Principio. E con ciò vediamo di fatto ricostituita nella sua integrità l’intera dottrina gnostica.
A nostro avviso, dunque, il perché essa non compaia in tale forma completa nell’opera leopardiana, trova un accenno di una spiegazione nell’inevitabile religiosità tendenziale di quella sua visione del mondo (di stampo gnostico), la quale esige così tanto un giudizio di condanna, da dover poi escludere qualunque possibile scetticismo religioso.
Di quest’ultimo il Leopardi si fa indubbiamente interprete (nel contesto del suo così radicale pessimismo verso il mondo).
Ma a nostro avviso ciò avviene solo per il timore che una visione religiosa confessionale (e quindi necessariamente retorica) venisse a mitigare quel giudizio che per lui era indispensabile. È possibile dunque che proprio qui possa essere ritrovata la ragione per l’ipotetica rinuncia del poeta all’esposizione integrale di quella visione gnostica, che anch’essa indubbiamente (almeno in una certa misura) comporta lo stesso identico rischio comportato dal fideismo religioso confessionale.
Abbiamo però concluso dichiarando che per fare chiarezza su tali aspetti occorrerebbero studi testuali ben più approfonditi.

N.B.: L’autore sarà lieto di fornire (a chi gliene volesse fare richiesta scritta) una copia cartacea dell’articolo completo che costa di circa 15 cartelle Word.

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Una lettura straordinaria, perchè splendidamente sincronica al tema in comune tra i miei due ultimi post “McCandless, un vagabondo che è una vivente lezione di vita” e “È ancora possibile parlare di (amare l’) ‘Italia’? “. E sincronico anche al lavoro filosofico (di dottorato) che sto svolgendo sul possibile neoplatonismo di Edith Stein ; al cui centro vi è la raffigurazione di  un Uno divino che è suprema immaterialità (Idea) dell’Essere infinitamente reiterata, come identità nella differenza, in un mondo che è, solo nella sua essenza, santa e pura Bellezza.
Il tema in comunque tra tutti ambiti di suggestioni poetico-filosofiche è quello a me sempre caro dell'”inerme“, ossia quel biotipo psicologico-spirituale al quale nel post sull’Italia alludevo come ad  una sorta di santo-coglione e che è senz’altro per molti versi impersonato dall’adoratore vivente del mondo come inesauribile possibilità della Bellezza.
Eccone una raffigurazione letteraria parallela alle tante altre della letteratura e mitologia russa (Dostoevskij, Gogol, Siniavskij…). Quella di Alexander Herzen in “Il dottor Krupov“. E la raffigurazione è vicinissima a tanti momenti del Tolstoj amato dal vagabondo divino McCandless.
Il personaggio è come sempre un idiota, qui Ljòvka. Sjen’ka, il suo unico amico, è l’unico che gli parli egli renda giustizia. Ed è proprio lui, Sjen’ka, che qui gli parla dopo essere tornato al suo paesello da una lunga assenza.
“«Andiamo un po’ nel bosco», gli dissi. «Andiamo lontano, lungo i burroni ; lì sarà bello, molto bello», rispose. Andammo ; egli mi condusse per quattro vjòrsty di un bosco, che si innalzava a monte, e, d’un tratto, mi portò fuori di esso, in un luogo scoperto ; in basso scorreva la Okà ; d’intorno, per una ventina di viòrsty, si stendeva una delle estasianti visioni di campagna della Vjelikorussia.  «Qui è bello ‒ diceva Ljòvka ‒ qui è bello».  «Che cosa è bello?» gli chiesi desiderando metterlo alla prova. Egli puntò su di me un certo sguardo malsicuro : il suo volto assunse una espressione diversa, morbosa ; egli scosse la testa e disse :  «Ljòvka non sa che cosa è bello!». Mi vergognai a morte. Ljòvka mi accompagnava in ogni passeggiata ; la sua devozione illimitata, la sua incessante attenzione mi commuovevano fortemente. Il suo attaccamento a me era comprensibile, ché io solo lo trattavo carezzevolmente. In famiglia lo avevano a schifo, si vergognavano per lui ; i ragazzi dei contadini lo stuzzicavano, perfino i contadini adulti gli usavano ogni sorta di oltraggi ed offese, dicendo :  «Non bisogna insultare un mentecatto : il mentecatto è creatura di Dio»…”.
Ecco, è evidente chi è il più forte tra  Ljòvka e Sjen’ka, così come è altrettanto evidente che  Ljòvka è Sjen’ka e  Sjen’ka è Ljòvka. Ed inoltre, ciò che più conta, è evidente che qui il vero modello è Ljòvka.
Siniavskij ne aveva parlato descrivendo Ivan, lo scemo, come un santo, ovvero  una creatura di Dio. Dostoevskij, oltre che descrivendo l’Idiota come un “uomo nobile” (Meister Eckhart) nella sua radicalità, ne aveva parlato ‒ traducendo dal filosofo Solov’ëv il concetto di un’Idea che si incarna reiterandosi infinitamente nel mondo quale luminosa bellezza ‒ attraverso la famosa dichiarazione : “La bellezza salverà il mondo“.
Ecco, crediamoci! Semplicemente. Come fece McCandless, il candido.

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Ordine

Napoli, 09.12.08

Ordine :

Tutto ciò che pensiamo sia disordine è in realtà ordine, e l’ordine stesso è la superiorità che, schiacciando la divisione che noi siamo, ci fa uguali in quanto somiglianti a ciò che implacabile ci sovrasta.

Il molteplice esiste solo in virtù dell’ordine, e l’ordine regna sovrano su tutto ciò che ci sembra diviso, e come tale male e disordine, movimento irregolare.

L’ordine dunque riconduce tutto questo all’ordine, il che vuol dire la disarmonia, l’irregolarità e la bruttezza all’armonia, alla regolarità ed alla bellezza.

E’ così che dal tempo scaturisce l’eternità.

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