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Archive for luglio 2017

[In memoria del prof. Vincenzo Romano].

Scrivo queste note sentendomi costretto a pensare a colui che è stato il mio secondo padre e il mio maestro intellettuale e spirituale, il prof. Vincenzo Romano, giurista, teologo di eccelso livello e uomo di scienza assolutamente geniale ed originale. I suoi fondamentali scritti possono essere ancora letti nel sito http://www.vincenzoromano.it.
Posso fare solo ora il suo nome, perché in vita egli non avrebbe mai gradito di essere citato. Ma pochi mesi orsono egli ha lasciato questo mondo. Un mondo che egli ormai – fiaccato da una lunga malattia, sommatasi a tutte le avversità ed amarezze che già la vita gli aveva riservato – definiva apertamente come «un brutto sogno dal quale è necessario svegliarsi».
Eppure non c’è stato uomo (religioso e teologo) che abbia creduto nella Vita più intensamente di lui. E così, emergendo in me una riflessione proprio su questo tema, il mio pensiero ha dovuto andare subito alla sua persona ed alla sua memoria. Ma immediatamente mi sono reso conto di non aver mai reso davvero onore a questa sua convinzione. Anzi alcune volte mi aveva perfino infastidito. Dover credere che Dio, il Trascendente, equivale a quei fenomeni della vita che sono così infimi! Dover credere che Dio, il Trascendente, equivale al così brutale e cieco divenire, non essendo invece la suprema, e purissima e sublime Stasi eterna dell’Uno! No, impossibile!
Eppure aveva ragione lui. Me ne accorgo solo ora, dopo un lunghissimo periodo di tribolazioni personali in cui la mia fede è stata sollecitata a venire allo scoperto, e nello stesso tempo è stata sfidata e messa alla prova all’inverosimile. Credo di essere passato infatti per tutte le prese di posizioni possibili rispetto all’esperienza religiosa. Alla quale mi ero intanto affidato disperatamente in un momento della mia esistenza nel quale letteralmente mi trovavo in un vicolo cieco e senza alcuna via di uscita. Ero dovuto ricorrere a questo – alla fede idolatrica e superstiziosa, a quella che implora interventi, grazie e miracoli. Sebbene avessi provato sempre una profonda ripugnanza per tutto questo. Poco ci è mancato che andassi pure a Medjugorie. Ma comunque mi ero affidato totalmente a quel culto pietistico e fortemente mariano, fatto di rosari, suppliche, novene, corone e coroncine. E questo aveva sollecitato in me perfino una riflessione sulla Sophia (la Donna divina come Sapienza), che ho scritto e pubblicherò l’anno prossimo.
Ma, intanto, nel mentre conducevo questo vero e proprio corpo a corpo con l’idea di Dio, ho cambiato mille volte posizione rispetto all’esperienza della preghiera. Ci ho creduto, attaccandomi disperatamente ad essa. E poi ci ho discreduto mille volte. Mille volte ho cambiato il mio modo di pregare, fustigato costantemente dall’esperienza terribile del vuoto e del non senso che la preghiera sempre instilla in noi. Ti metti in ginocchio, fissi il pensiero nelle immagini che le orazioni ti propongono, cerchi di immergerti totalmente in esse per coglierne lo spirito, hai intuizioni fulminanti, illuminazioni, visioni, momenti di ebbrezza rasentanti l’estasi. Preghi solo per ste stesso. Poi preghi solo per gli altri. Poi preghi solo per il mondo. Poi preghi solo per adorare Dio. Preghi Dio stesso, o il suo Figlio. Preghi Maria per l’intercessione misericordiosa nel compito impossibile di forare il cielo con le tue infime richieste di uomo di carne.
Ma nulla! Non succede mai nulla. Nulla intorno a te cambia.
E così te ne fai una ragione. Realizzi che l’uomo, essendo un ente immanente, non può in alcun modo toccare Dio, dato che Egli è l’Invisibile stesso. E quindi l’uomo non può nemmeno pretendere che si realizzino davvero gli auspici delle sue preghiere. E da questo egli non può dedurne alcunché; né in negativo né in positivo. Questa era per la verità la non poco saggia (e per nulla retorica) posizione che i «pagani» avevano davanti a quegli dèi imperturbabili, per i quali gli uomini sono poco meno che vermi della terra.
E così ti arrendi. Continui a pregare ma lo fai solo ogni tanto, brevemente e con discrezione. Senza più ossessione né formule. Ti limiti a pregare Colui che è Padre amoroso, ed al quale chiedi solo di continuare ad amarti. Ma senza più pretendere di vedere i frutti di questo amore. E intanto accetti che il mondo è effettivamente un brutto sogno, e che quindi non c’è altro modo di toccare Dio che quello di evadere dal mondo stesso, allorquando questo ci sarà finalmente consentito. Non prima!
Eppure, appunto, non cessi di pregare. Anche volendolo non riesci a smettere. Te ne accorgi, e te ne stupisci non poco. Intanto hai preso le distanze anche da tutte le modalità formali dell’esperienza religiosa: – messa, confessione, comunione, etc. O almeno nemmeno da queste cose ti aspetti null’altro che ciò che esse effettivamente sono, ossia un’esperienza rituale formale. Ma tu sei un uomo di carne, e sei pieno di angustie. E, per quanto ti sforzi, proprio non riesci ad evitare di aspettarti da Dio che ti provi carnalmente la Sua esistenza. Altrimenti, per quanti sforzi tu faccia, la tua carne crederà a Lui solo e soltanto astrattamente. Tuttavia il rituale tutto può darti tranne che questo.
E così semplicemente continui a pregare. Ma sai ormai bene che non potrai più farlo in nessuno dei modi sperimentati prima. Ti accorgi allora confusamente che deve assolutamente esserci un altro modo. Un modo ben più alla portata della semplicità imposta a te stesso dalla tua carne. Volente o nolente!

Intanto della mia prassi di preghiera mariana avevo parlato proprio a Vincenzo Romano una delle ultime volte che l’ho visto prima della sua morte. E lui mi espresse tutto il suo disaccordo con questo. Ricordo che mi disse che Maria era in verità lui stesso – ammalato di cancro ed in fin di vita –, e cioè l’uomo che (nella gioia e nel dolore) costruisce Dio, per mezzo di Cristo, nelle circostanze così oscillanti della sua vita terrena.
Ebbene era proprio questo il nucleo della questione. Ma l’ho capito solo quando ho finalmente compreso che l’esperienza religiosa, ossia l’esperienza di fede, trova la sua vera natura nel credere solo e soltanto in sé stessi, ossia nello spostare la posta in gioco solo e soltanto su sé stessi. Si tratta insomma dell’attribuirsi il potere di affrontare le avversità e poi sostenerlo. E sembra che tale potere ci venga conferito esattamente quando crediamo di stare ormai per soccombere. Ciò accade in quel momento in cui noi gridiamo straziati: – «Signore manifestati finalmente in modo tangibile! Signore soccorrimi! Altrimenti certamente andrò a fondo!». Ma anche allora quello che sentiamo è solo silenzio e vuoto. E quindi prima o poi emergerà in noi la rabbia. Una vera e propria rabbia contro Dio. Una rabbia devastante e terribile. Un vero e proprio impulso deicida. Credo che sia proprio questo ciò che ha cercato di mostrarci Martin Scorsese nel suo ultimo film Silence.
Eppure, solo allora noi sentiamo che tutto dipende solo da noi stessi in persona. Sentiamo che, o crediamo che Dio è in noi ed è perfino noi stessi, oppure mai alcuna preghiera avrà il minimo risultato. Dio è lo Spirito, ma noi siamo la carne. Noi siamo il braccio meccanico della gru. Noi scaviamo. Noi marciamo nel fango. Noi edifichiamo pietra su pietra.
È proprio da qui che è partita la mia riflessione rammemorante intanto la ferma convinzione di Vincenzo Romano: – Dio è Vita!
Non è però un’affermazione retorica, e quindi essa non ha nulla di trionfale né di religiosamente lirico. Significa invece semplicemente ciò che significa, e cioè esattamente quello che io sospettavo quando ne udivo parlare. Significa che questo «Dio-che-è-Vita» è straordinariamente ordinario, ed è perfino banale, pedestre. È esattamente quel Dio che noi non riusciamo in alcun modo a vedere perché ci è vicinissimo. Egli occupa infatti esattamente il nostro stesso spazio di persone. Egli si occulta entro i limiti della nostra sagoma. Egli si ritira. Non si esibisce. Egli è il ladro nella notte.
Ma, dopo aver compreso questo, emerge poi un significato ben più profondo e vasto di questa fenomenologia. Eppure nello stesso tempo ancora più lapalissiano. Noi non vediamo Dio perché Egli ci è così prossimo da essere indistinguibile da noi stessi quale oggetto, quale ente (come del resto pensava Eckhart nel concepire l’umano-divinità).
Ciò non accade però solo perché inspiegabilmente noi copriamo quella Presenza divina, che pure è incommensurabile. Accade anche per un motivo ancora più convincente della Sua invisibilità. E questo motivo è così semplice da essere davvero sconcertante: – noi non Lo vediamo, in quanto da Lui indistinti, perché in questo caso accade esattamente ciò che accade quando si è completamente immersi in qualcosa, fino ad essere accecati dalla sua sostanza avvolgente.
Se io sono una formica immersa in uno strano gel vischioso che mi circonda da tutte le parti, io non so di essere caduto nella marmellata o nella melassa. Io non so che quella è marmellata o melassa. Se io sono un pesce che non è mai emerso in superficie, io non so che quella roba in cui mi muovo è il mare. Forse non so nemmeno di nuotare. So solo che mi muovo. So solo che vivo. L’indistinzione da Dio non riguarda quindi solo la nostra persona, ma anche tutto ciò che la circonda – il mondo, l’universo, l’intero Essere esteriore.
Noi, semplicemente, «siamo in Lui». Esistiamo in Lui e soltanto in Lui. In null’altro. La Sua presenza è dunque invisibile perché è assolutamente scontata. Banalmente scontata! Evidente in modo lapalissiamo esattamente come tutto ciò che sensibilmente sperimentiamo intorno a noi – vediamo, tocchiamo, annusiamo, udiamo, gustiamo. Dio è il mondo. Ma non lo è come esteriorità, bensì come l’occultezza totalmente nascosta dietro l’evidenza. È esattamente il Deus absconditus di Cusano. E proprio per questo Egli è immediatamente presente proprio nella sua assoluta invisibilità.

Queste però sono ancora solo spiegazioni, e quindi recano ancora una certa quota di astrazione. Dio invece è Vita in una maniera davvero tangibile, e cioè in quanto è totalmente interiore, e quindi assolutamente occulta. Agostino lo intuì in modo infallibile.
Il vivere stesso è infatti una fenomenologia in primo luogo interiore. E proprio in questo senso esso ci tocca in modo così mortalmente serio da essere assolutamente indimenticabile. Per quanto anche scontato, e quindi costantemente dimenticato. È il pulsare delle nostre arterie con il sangue che vi scorre dentro. È il distribuirsi dell’ossigeno ai tessuti.
È l’ordinario ritmico ed infallibile contrarsi delle ghiandole per espellere il loro contenuto. È tutto un lavorio silenzioso, cieco e inconsapevole che si compie infallibilmente nelle oscure ed insondabili profondità di noi stessi.
Ebbene quello è il Dio che è Vita. Almeno quello che più direttamente ci riguarda. Quello è il Dio-Vita che noi tocchiamo nell’esperienza religiosa più autentica.
E così, allorquando noi scopriamo che nel pregarLo non abbiamo fatto altro che chiederGli di metterci in condizione di fare ciò che va fatto in una certa situazione, cioè di acquisire il potere per incidere su di essa – altrimenti assolutamente nulla si muove né cambia –, allorquando noi scopriamo insomma che tutto dipende comunque solo e soltanto da noi stessi in persona – e da nessun dio, che invece si manifesti nella gloria sgominando i nostri nemici ed annientando le sorde resistenze che il mondo ci oppone –, quando comprendiamo tutto questo, noi non abbiamo fatto altro che vedere il «Dio-che-è-Vita». Ci siamo ancora dentro, ma ora lo vediamo, lo riconosciamo. Come sé stesse fuori di noi. Eppure non lo è affatto. Non lo è ora così come non lo era prima. Noi comprendiamo quindi solo ora perché prima tutto ciò ci era impossibile da cogliere.
E quindi di colpo comprendiamo cosa significa quando noi intuiamo infallibilmente che un’esperienza religiosa non può essere davvero autentica se in essa letteralmente non si tocca Dio. Dunque non lo si tocca nell’orgiasmo dionisiaco, nella trance ebbra, lasciva e danzante dell’«enthousiasmos». Non lo si tocca perfino nel sacramento dell’Eucaristia circonfuso di incensi e di musiche celestiali – in verità, come dice Simone Weil, esso non è altro che un misero pezzo di pane. Non lo si tocca nemmeno– come si suol dire – riconoscendo il Cristo nel povero, nel prossimo che soffre, e così nel portargli caritatevole soccorso. Tutto questo è infatti solo retorica. Intendiamoci, ha comunque senz’altro la sua verità e validità. Ma non tanto da giungere così in profondità da pervenire in quel luogo fatale e terribile in cui noi aspettiamo Dio all’appuntamento che intanto Gli abbiamo dato. Qui siamo terribili ed implacabili entrambi – Lui che di certo non verrà, e noi che lo aspetteremo a piè fermo, ostinatamente, e sempre più irritati per il Suo ritardo. Ed ancora più terribili saremo poi entrambi quando Lui si farà beffe della nostra delusione, mentre in noi monterà irrefrenabile la rabbia implacabile per questo Suo metterci così spietatamente alla prova.
Il nucleo dell’esperienza religiosa davvero autentica sta dunque qui – su questo piano infimo e pieno di pericoli, in questa autentica palude dove è in gioco davvero tutto. In primo luogo la fede. Tutto qui è in bilico. È qui che la religiosità trova il suo trionfo o la sua vergogna. È esattamente questo il luogo dell’altare sulla montagna sul quale Abramo sta per distendere Isacco, dopo averlo legato per poi tagliargli la gola. È esattamente questo il momento in cui, come nel film di Scorsese, stiamo davanti all’immaginetta di Gesù da dover calpestare per salvarci la vita dal persecutore. Tutto è in gioco qui: – la speranza, la vita, la morte, la fede.

Ebbene è su questa base che ho scoperto come probabilmente dovrebbe essere la preghiera autentica. Sempre che io non stia commettendo ancora un errore.
Me ne sono accorto intuendo molto banalmente che, per uscire dalle mie angustie – mettendo così tutto nelle mie mani nel modo più semplice e immediato possibile –, non avrei dovuto fare altro che ricominciare a fare sport. E così mi sono messo a fare jogging. Non l’avevo mai fatto. Infatti a me piaceva nuotare. Ma dovetti smettere per un’allergia al cloro.
Intanto però ho un piede mezzo rovinato per gli esiti di una frattura mal saldata. Inoltre, alla mia età, ogni sforzo acuisce all’inverosimile i miei disturbi prostatici.
Eppure l’ho fatto. Ho iniziato a farlo. Dopo aver superato una prostatite acuta con febbre e brividi, con il piede dolorante e tre herpes che intanto mi sbocciavano sulle labbra. L’ho fatto. E così non ho recitato più alcuna formula di preghiera. L’unica cosa che faccio è limitarmi a correre ascoltando sbalordito il mio respiro che scavalca ostinatamente la fatica e persiste immutato per tutti i 4 km al giorno che mi sono imposto di percorrere. Poi crollo esausto e fradicio di sudore.
Ed intanto, dato che ho 62 anni suonati, mi chiedo come mai non abbia avuto un infarto.
Poi pensandoci, mi accorgo che nella Philokalia, venne descritta dai monaci-asceti greci un’orazione mentale che si basava proprio sul ritmo del respiro.
Insomma tutto questo deve nascondere un mistero insieme semplice e profondissimo. Il mistero di quella Vita che nasce e persiste in noi, sgorgando ogni attimo, senza che noi facciamo assolutamente nulla. E senza che assolutamente nulla nemmeno possiamo fare. Anche volendolo. Questa vita dunque sempre ci trascende, nel mentre però essa ci sorregge trascinandoci con sé come un amoroso fiume inarrestabile. E senza che noi nulla possiamo cambiare in questo.
Vincenzo Romano la definiva come il vento che sentiamo soffiare dentro le nostre vele. Eckhart l’avrebbe forse definita «creazione continua».
In ogni caso non vi è dubbio che questo è il Dio-Vita, cioè Gesù Cristo.

 

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