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La decadenza di una civiltà è sempre un fenomeno diffuso in quanto inesorabile. E viceversa. Il che ha due principali conseguenze.

La prima è che le manifestazioni della decadenza sono talmente regolari da apparire scontate, e così da finire per essere inapparenti. Con l’ulteriore conseguenza che il metterle in evidenza può generare sconcerto se non rifiuto da parte di chi ascolta.

La seconda è che, anche ammesso che il fatto descritto venga accettato come segnale di decadenza, ci si rifiuta categoricamente di pensare che su un fenomeno così diffuso e di fatto “normale” si possa esprimere un giudizio. Il giudizio insomma viene a priori  escluso (anzi proibito), davanti a qualunque forma di decadenza, proprio perchè essa è per definizione diffusa urbi et orbi.

Tipicamente, allora, viene letteralmente cancellato e soppresso, nella coscienza collettiva, il termine “decadenza“. E ciò anche perchè tale termine è esso stesso un giudizio.

È con questa consapevolezza che mi accingo a commentare, quale fenomeno tipico della decadenza della nostra civiltà, il recente fatto di cronaca religioso-sportiva (sic!) del ricevimento in pompa magna delle nazionali di Argentina ed Italia presso la Santa Sede, con poi successivo incontro amichevole di calcio. Bastino già, per comprendere, lo spazio concesso a tale evento dai media ed i toni enfatici e trionfali (secondo un compione comprovato) usati per descriverlo.

Decisamente “a buon intenditor poche parole“! Insomma veramente bastarebbe questo secco no comment per commentare questa sconvolgente notizia.

Eppure le cose stanno in modo così chiaro solo per poche persone che non hanno ancora perso il vizio di pensare. E pertanto questo articoletto di costume e di cronaca non è rivolto a loro, dato che essi sicuramente userebbero le mie stesse idee e parole, se non di molto migliori, per approfondire il senso dei fatti.

Premesso questo, non si può proprio nascondere il fastidio e lo stupore di chi è aduso a pensare davanti a questa conferma così eclatante dello spirito che sembra guidarre questo Papato. E ciò forse proprio per l’enfasi concorde con la quale esso è stato interzionalmente celebrato a tutti i livelli della nostra società. O meglio civiltà!

Bastò già la notizia del papa amante del tango per capire in che sorprendente direzione ci si stava muovendo. E ciò di concerto, cioè in uno stretto procedere parallello che vede da un lato l’immagine che il Papato consegna di sè stesso alla stampa ed istituzioni culturali e politiche e dall’altro l’immagine che questi ultimi sono disposti volentieri ad accogliere.

E che tutto ciò venga poi condito anche con manifestazioni di eclatante pietismo compassionevole, con la solita strizzatina d’occhio alle parole d’ordine filosofico-politiche vigenti (a favore del “povero” solo di facciata, ma in verità ferventemente appassionate del più sfrenato edonismo consumista), è cosa che può solo confermare il sospetto che gli altri esibizionismi intento suscitano.

E così abbiamo visto due cortei di scapigliati inseguitori e colpitori di palla in mutandoni venire ricevuti con tutti gli onori (del rito e della cronaca) da un Papa che vuole con ciò mostrare quanto egli sia vicino al semplice ed immediato sentire popolare.

Ebbene chi sono costoro? Cerchiamo di vedere meglio. I due cortei sono composti non solo dai protagonisti del calcio, ma anche da tutto uno stuolo variopinto e composito di seriosi tecnici auto-supponenti ed auto-referenziali il cui interesse ultimo è comunque solo e soltanto il soldo, come del resto lo è per gli eroi da operetta ed osannati ipertrofici gladiatori della palla dietro quali le comparse si nascondono.

Gi infiniti, ormai, scandali che li riguardano (anch’essi solo di facciata, visto che sesso, soldi e potere sono articoli di comune avido desiderio) hanno dimostrato oltre ogni dubbio che, in generale, il baricentro del loro agire si è spostato già da tempo ben oltre lo stupidissimo inseguire e calciare una palla, portandosi infine sul campo del guadagnare e godere in abbondanza e senza troppi scrupoli.

Inoltre i veri ed immensi scandali riguardanti questo genere di gente sono sostanzialmente tre : ‒

1- lo scandalo rappresentato dal fatto che tale gente gode di un prestigio (oltre che di stipendi) infinitamente al di sopra sia della media generale ma soprattutto infinitamente al di sopra di quello (quelli) di cui godono persone che svolgono lavori di impegno, responsabilità, serietà ed utilità essi stessi infinitamente superiori a quelli caratteristici del lavoro dell’inseguitore-pedecolpitore di palla.

2- lo scandalo rappresentato dal fatto che la girandola di stupidissimi eventi ruotante intorno a questa gente polarizzi l’attenzione, l’interesse e l’entusiasmo appassionato delle masse molto ma molto più di qualunque altro evento, e, ciò che ancora più grave, problema collettivo

3- lo scandalo rappresentato dal fatto che tutto ciò che riguarda questa gente alimenti il prestigio, l’impegno, e i salari di tutta una corte di “commentatori”, autorizzandoli peraltro ad esibire una sussiegosa gravità di parola, di modi e di pensiero (la “seriosità” di cui si parlava prima) che definire degna di miglior causa è ancora fin troppo generoso.

Ebbene qual’è allora il segnale rappresentato dal ricevimento in pompa magna di questa corte dei miracoli (con acclusa partita ) e soprattutto con le accluse esternazioni sa parte del Papa sulla religione, religiosità e teologia da intendere ormai alla stregua della stessa dimensione calcistica?

Secondo me il segnale è questo.

Il Papa, cioè il Capo supremo della Cristianità Cattolica (e quindi non solo rappresentante supremo di una delle più grandi ed estese religioni e teologie della terra ma anche rappresentante di un numero ristrettissimo di capi spirituali di immmensi popoli, cioè simbolo religioso per eccellenza), avalla ed autorizza di fatto gli scandali che questo immondo baraccone comporta e rappresenta. Per essere pratici ed espliciti, egli avalla ed autorizza quanto segue :‒

1- che un inseguitore-pedecolpitore di palla conti infinitamente di più (ed in tutti i sensi) di un uomo comune, ancor più quando costui è un uomo retto, pio e dotato di senso del dovere (e ciò in modo assolutamente indipendente dal fatto che sia un vero indigente o meno)

2- che il baraccone (fatto di scandali finanziari, sessuali e narcotici) di questi ineguitori-pedecolpitori sia degno di essere ricevuto personalmente ed in pompa magna da un Papa che non riserverebbe mai lo stesso trattamento a nessun uomo comune (o, se lo facesse, lo farebbe solo a condizione che quest’ultimo fosse ridotto a rappresentante di  una simbologia di sicuro impatto cieco-psicologico collettivo, cioè “povero“, “debole“, “oppresso“, “emarginato“, etc)

3- la nuova prassi religioso-teologica inaugurata dal Papa francescano, che vuole far sentire alla gente la sua intima vicinanza, passa di fatto attraverso l’avallo ed autorizzazione, ma infine anche l’esaltazione, delle peggiori e più cieche e più immorali e distruttive abitudini (se non vizi) mentali, estetici e pratici della gente stessa ; in altre parole non vi è più da parte del Capo supremo di una Religione-Teologia, alcuna aspirazione alla guida ed alla correzione di corpi ed anime.

Insomma ciò da cui Gesù Cristo mise in guardia, il dare scandalo, sembra invece aver perso tutto il suo potere dirompente.

Ebbene, se le cose stanno proprio così  (ed io non mi sbaglio invece su tutta la linea, cosa sempre possibile!), il Papa ed il Papato hanno messo a segno un vero e proprio colpo da maestro.

Ma ciò ahinoi non in positivo bensì invece in negativo. E ciò è del resto in perfetta linea con i fenomeni della decadenza, che è sempre anche degenerazione. Come ci ha infatti insegnato Renè Guènon, in tempi decadenza proprio i fenomeni spirituali si presentano nella forma della caricatura e dello scimmiottamento inversivo.

E dunque con questo autentico colpo da maestro portato a segno dal Papato si è ottenuto di accelerare e rafforzare la degenerazione in campo religioso, teologico, spirituale in generale, psicologico, estetico, civile, politico-sociale e di costume.

Con quello che ci è stato insegnato sappiamo insomma ormai tutti molto meglio come non ci si dovrebbe comportare ma come ci è di fatto, invece, caldamente consigliato di fare.

Erano queste le speranze di rinnovamento riposte su questo Papato?

Oppure dobbiamo rassegnarci a giudicare Chiesa, Teologia e Religione solo dall’angolo visivo che hanno da tempo solo l’utile e l’oeconomicus nella vita sociale? E dovremmo in questo caso ritenere più che sufficiente che il rinnovamento si riassuma nelle censure esercitate dal nuovo Papato verso lo IOR ed in generale verso i finanzieri vaticani.

Ma per me vi sono purtroppo ormai pochi dubbi.

Il Cattolicesimo ha deciso di farsi furbo e di imparare finalmente dall’esempio del faccione eterno-sorridente del Dalai Lama, anch’egli, da Capo supremo esemplare di una grande Religione-Teologia (il Buddhismo) e di un immenso insieme di popoli, trasformato ormai in vuota icona internazionale di un beotismo religioso-spirituale in virtù del quale di fatto “tutto va sempre bene e soprattutto volemose sempre bene e ubbriacamose pure ‘nsieme…!”.

Già ci aveva provato Woityla con le adunate oceaniche in delirio e Ratzinger con il sorriso timido e dimesso da eterno seminarista. Ora arriva el Papa argentino del tango de Gardel con i suoi trascorsi di visitatore ostinato di bidonvilles e con una nuova formula dentifricia di sorriso immarcescibile ed accattivante sul faccione da simpatico. Più accattivante questo, nelle intenzioni, dell’iconografia dentistica ormai scaduta del Dalai Lama.

E tutto ciò attira consensi a bizzeffe, promettendo così di riempire le chiese dalle porte laterali, visto che da quella principale ormai non ci si riesce proprio più.

Ma è da considerare un successo ed un progresso questo?

Questa è la rinnovata Religione e Teologia (non solo cattolico-cristiana), e questa è la nuova Spiritualità ? Sembra proprio di sì. E, per quanto incredibile, le loro lezioni appaiono proprio essere quelle che seguono.

Nessuna complessità, nessuna complicazione, nessuna profondità, nessuna spigolosità, nessun antipatico e scomodo rigore, please!

Tutto deve essere semplice, senza pretese, amichevole, melenso, fluido, insomma facilmente digeribile come una pappina per lattanti.

Ed il perenne invariabile sorriso deve esserne l’emblema. Sempre e davanti a tutto.

Ed inoltre che si ponga particolare attenzione alla più completa stupidità collettiva. Mai dunque una sola parola che si allontani dal suo spirito, dalla sua passione per il re-imbarbarimento de-complessizzante e de-civilizzante, per il quale l’elementare ed il semplice sono tutto.

Là è la vigna degli operai, là è il gregge dei pastori. Là potrete sorridere sempre ricevendone il cambio sempre e sicuramente il sorriso.

Ma non provate nemmeno a pensare di poter usare questo consenso per cambiare gli uomini. Lasciateli come sono altrimenti o vi uccideranno, o, peggio ancora, vi ignoreranno. E questo è ormai sommamente da evitare. Ite et amen!

Lo ripeto, ciò che spero di più è di sbagliarmi su tutta la linea. E se è proprio così, sarò lietissimo di ammetterlo, ammesso che si riesca a convincermi. In caso contrario vi è invece veramente da disperare. E non solo in senso kirkegaardiano!

Insomma, e lo dico con tutta l’umiltà che ciò richiede, anzi lo dico letteralmente inginocchiandomi davanti a questo Papa dell’ultima speranza :‒ Sua Santità, ma non è che si sta sbagliando su tutta la linea?

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Infatti, il vizio più completo è ignorare la divinità”1

 

“ “Così il figlio disse: «Io sono nel Padre e il Padre è in me»2

 

“…anteriorità e posteriorità non potrebbero cadere nell’infinito e nell’eterno. Il Padre non è prima del Figlio, il Figlio non è dopo: bensì il Padre è prima in modo tale per cui il Figlio non gli è posteriore…”3

 

Dopo aver finito di scrivere questo libro mi sono accorto che è forse necessario fornire alcune spiegazioni preliminari, specie ad un eventuale lettore analitico, che potrebbe sentirsi turbato da alcune apparenti contraddizioni logiche, specialmente per quanto riguarda le cronologie contenute nella bibliografia.

Ho l’abitudine di corredare sempre i miei scritti con delle bibliografie, sia per non dilungarmi in analisi e discussioni già affrontate in altre opere, sia per lealtà verso i testi letterati, che cerco di riportare fedelmente per non sacrificarne la bellezza con trasposizioni indirette.

Non si tratta solo di onestà, o meglio si tratta di un’onestà che è conseguenza obbligata di una precisa scelta estetica e poetica.

Tale scelta, che ho illustrato diffusamente nel mio saggio dal titolo Il poeta, un fesso che ascolta…, è in linea con una visione dell’ispirazione intesa essenzialmente come possessione dell’autore da parte di spiriti “affini”, possessione che si realizza tra l’altro mediante la lettura e l’uso di alcuni testi sincronici alla scrittura. La banale causalità delle concomitanza delle letture al testo è ovviamente, in coerenza con tale scelta poetica, assolutamente da escludere.

Anche nella stesura di questo libro dunque sono stato accompagnato dalla lettura concomitante di alcuni testi, cosa che può sembrare strana al lettore, in quanto si tratta di invenzione e non di saggistica.

Anche questa è stata però una scelta, motivata soprattutto dall’altro aspetto della mia poetica, che è quella del costante riferimento auto-biografico.

Il richiamo a letture di testi contemporanei, o letti naturalmente nel presente, sebbene scritti in date anteriori rispetto agli eventi descritti nella narrazione, ha dunque senso proprio in quanto richiamo al senso che gli eventi narrati hanno personalmente per me.

Nel caso specifico, visto che si tratta di testi in lingua originale, il fatto di riportarli nella narrazione talvolta in modo letterale, vuole avere il valore di una traduzione, anche se parziale, di testi probabilmente non ancora resi disponibili in lingua italiana.

Un ultimo aspetto che a mio avviso andrebbe considerato è che, voluta o meno, la discrepanza logica tra la cronologia degli eventi narrati e quella della bibliografia, assume un particolare valore metafisico, del quale non posso che rallegrarmi. In quanto grazie ad essa si produce un effetto di scardinamento del tempo e della logica che ha un profondo significato nell’ambito delle idee e visioni illustrate nel libro.

 

 

 

Il figlio

 

Che bisogno c’è della sopravvivenza di questi esseri volgari, la cui principale occupazione, una volta sottratti alla morte che li minaccia, sarà sempre più dissipare e divorare ?” ( Anonimo)

 

 

Mio padre non avrebbe mai voluto trasferirsi qui dall’Europa, eppure una fatalità ve lo condusse, fin a pochi anni prima della sua morte.

Io ed i miei fratelli siamo invece nati qui, e dunque questa è la nostra terra.

Laggiù, anche se potessi, non ci andrei mai. Anche se era questo che lui voleva, e che mi pregava sempre di fare, poco prima di ritornare in Europa – “Torna là, torna, figlio mio, interrompi questa catena…!”.

E poi come tornare, se io là non ci sono mai stato ?!. Cosa c’è di me laggiù ?. I suoi ricordi, il suo rimpianto, le cause dei suoi errori. Tutto suo. Io che ho a che fare con tutto questo?.

E’ questo ciò che penso ogni giorno, eppure dentro di me c’è un angolino oscuro che continua a resistere alla luce delle mie certezze, e dal quale ogni giorno a tradimento parte quell’insidiosa domanda – Perché no?. La lascio parlare quella voce solo, anche se per un po’, solo finché mi va. Poi basta, poi torno alle mie cose di sempre ed alle mie certezze, dalle quali non sono disposto ad allontanarmi.

In fondo mi interessa una sola dell’insidioso mormorio che nasce in quest’angolino oscuro della mia anima, e cioè la mia risposta – Io sono io!.

Yo soy argentino !.

 

(altro…)

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