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 El Alamein Nov 42 / fine maggio 43 in tunisia

 

 “Sperae ! Cahi no areal e na hora adversa / que Deus concede aos seus / para o intervallo em que esteja a alma immersa / em sonhos que são Deus. / Que importa o areal e a morte e a desventura / se com Deus me guardei? É O que eu me sonhei que eterno dura, / É Esse que regressarei” (Fernando Pessoa, Mensagem, III, I, I)

 

Não tem nome entre nós a sombra agora errante nas margens dos rios soturnos ; o seu nome é sombra também. Morreu pela Pátria, sem saber como nem porquê…”(Fernando Pessoa, Livro do Desassossego, pag. 262)

 

 

Cronaca:

Dopo una lunga e spasmodica attesa e dopo tante discussioni, il 17 di Settembre finalmente ricevemmo l’ordine di attaccare la postazione di artiglieria costiera tedesca di capo Mounda.

Due distaccamenti si sarebbero uniti sulla spiaggia provenendo da due opposte direzioni.

Il grosso, formato da tre compagnie di fanteria del 17° reggimento di fanteria della Acqui, mortaisti e mitraglieri, e guidato dai capitani Balbi e Bianchi, proveniva per via Skala da sud-est e cioè dalle nostre forze stanziate a Sami, mentre due plotoni, costituiti da fanti di marina, proveniva da nord, cioè da Argostoli. Io appartenevo a quest’ultimo gruppo, e ne ero capo con il grado di tenente.

L’intera operazione era coordinata dal maggiore Altavilla che si muoveva insieme alle compagnie di Balbi e Bianchi.

Eravamo tutti ansiosi di entrare in azione, visto che da troppo tempo il generale Gandin esitava a prendere una decisione, e la nostra manovra rientrava in un piano prevedente sostanzialmente un attacco da varie direzioni alle posizioni tedesche della penisola di Paliki. La postazione tedesca di capo Mounda, situata molto più a sud-est rispetto alla penisola, apparteneva comunque all’apparato difensivo di quest’ultima, dato che serviva a proteggerla dall’eventuale arrivo di forze navali in nostro aiuto.

Eravamo stati posti in pre-allarme circa una settimana fa, ed in gran segreto, visto che i tedeschi erano da tempo diffidenti nei nostri confronti e di conseguenza stavano cercando di consolidare e rafforzare le loro posizioni. Poi giunse l’ordine definitivo. La partenza, dopo che i preparativi fossero stati ultimati, era stata prevista per la mattina.

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Quando i Tuatha de Danaan furono sconfitti dai Milesiani, una parte di loro fu guidata da Mannanán figlio di Lêr verso “a paradise over-seas… situaued in an unknownable island in the west…a land of perpetual pleasure and feasting, described varously as the ‘Land of Promise’…’Nreasal’s Island’ (Hy- Breasail)… some pioniers in the Spanish seas thought they had discovered it, and called the land that they found ‘Brazil’…”1

 

la più grande condanna del Brasile è quella di essere stata sempre considerata un Paradiso…”

 

Ilha na mesma latitude do sul da Irlanda…è o nome de um antigo semideus pagão e ambas as sílabas Bres e ail denotam admiração. Consiste em un grande anel de terra em torno de um mar interior pontilhado de ilhotas.

O mortal comum não pode vê-la e somente uns poucos escolhidos foram abençoados com a visão de Brazil” 2

 

 

Abitavamo in una casa di un paese chiamato San Giusto, in uno dei vicoli del paese che salivano verso la cattedrale. In quel punto sul vicolo si apriva una stretta viuzza che dopo un brusco gomito si precipitava di nuovo a forza di gradini verso il basso. Si formava dunque lì una minuscola piazzetta delimitata da un angolo retto di case incastrate l’una nell’altra, di cui la nostra era la più vicina alla ripida gradinata.

Poco al di sopra del portone di ingresso c’era un angusto balconcino che più che altro assomigliava ad un naturale foro che fosse stato aperto dagli elementi in una parete di roccia. Su di questo si aprivano le finestre della minuscola sala da pranzo, che era la prima stanza della casa e fungeva anche da cucina.

Non so se allora ne fossi cosciente – ma ora che ritorno di tanto in tanto a guardare quella vecchia casa le cui finestre oggi sembrano le orbite di un teschio, la sensazione che provo è di invincibile tristezza….

 

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Non è importante né l’uno né l’altro personaggio. Di entrambi infatti non ci importa un vero fico secco.

E non è importante nemmeno l’oggetto della polemica, che non ci riguarda affatto.

L’importante è lo stile, dietro il quale si legge qualche altra cosa, e cioè l’apparato bellico che la sinistra italiana è ancora in grado di mettere in campo.

E sempre, bene inteso, continuando a voler far credere di fare guerra alla guerra.

Solo è curioso osservare come ormai tale apparato bellico venga impiegato non solo fuori ma anche dentro la grande area della sinistra, con il fiorire di beghe, battibecchi ed inciuci di ogni genere. Cosa che in qualche modo richiama comunque il lontano ed imbarazzante scenario di Hommage to Cataloña di Orwell.

Il caso Renzi è emblematico di tutto ciò.

Ma ciò che dello stile bellico ci colpisce oggi nella trasmissione odierna di Prima Pagina condotta da Antonella Rampino non sono tanto le forme e i contenuti, quanto piuttosto le nuances. Che la dicono forse molto più lunga del resto.

Una di queste nuance è l’inflessione dialettale del linguaggio della Rampino. È lei infatti il personaggio-voce di guerra.

Ella napoletana è! O giù di lì. Si vede e si sente.

Ma la sua dialettalità napoletana non è né qualunque né casuale. Essa è curata e studiata come solo a Napoli si può farne esperienza. Contiene infatti delle nobilitazioni di consonanti che il napoletano di un certo livello ad arte si studia di strappare alla volgarità del dialetto basico. Ecco che le “o” e le “e” si chiudono, che le “g” diventano quasi “d” (invece di giorno ecco diorno), che le “c” si strascicano indolentemente mentre perentoriamente si iper-sonorizzano diventando “tsch” (come nel “Tschüß” nord-germanico)

Ebbene tutto ciò a Napoli fa incontestabilmente chic, cioè vecchio signore, cioè al di sopra della vile massa plebea. E quindi non può essere casuale il fatto che quest’altercare venga usato dalla Rampino (e peraltro insieme ad altri napoletanismi più veraci) per poi dopo tornare al nitore di un eloquio da corso di dizione.

Ma nel caso della Rampino a tutto ciò si aggiunge una voce femminile naturalmente arrochita (alla Angela Finocchiaro, cioè alla pasionaria di sinistra e fumatrice accanita), e quindi ruvida, stridentemente confricante. Talvolta cupamente minacciosa quando raggiunge le oscure profondità del suo livore guerriero. E che quindi come tale graffia, gratta, erode, ed infine taglia e spezza.

È con essa che il povero Renzi viene fatto a pezzi.

Ma che colui che parla così e così sia di sinistra non rappresenta alcuna contraddizione. Né per quanto attiene i gentilismi partenopei in sé, né per quanto attiene il rapporto tra essi e la ruvida voce di guerra.

Infatti nel simbolismo comportamentale della sinistra tutto ciò significa essere intellettuale (anche se di guerra), cioè uomo al di sopra della norma non tanto per censo e/o per nascita Magari anche, come ci dicono bene i gentilismi. Ed allora tanto di guadagnato, visto che così si è non solo signore, ma anche nobile d’animo e generoso.

Ma soprattutto si è al di sopra della norma per superiorità di sensibilità e di pensiero. E quindi si dimostra di essere leader, leader di masse rivoluzionarie. Cioè candidato ad un posto più alto e meglio remunerato nella gerarchia rivoluzionaria.

Quanto poi alla rivoluzione in sé, essa così come anche la Rampino, Renzi, Bersani, e la sinistra tutta, ed anche tutto il resto , ha un’importanza solo relativa.

L’importante è fare figura. Come si dice a Napoli.

Questo ci sembra la Rampino su Prima Pagina. Assolutamente sublime nella sua significatività comportamentale conscia ed inconscia.

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La battaglia

Vincenzo Nuzzo


La battaglia

Il rullio dei tamburi alle nostre spalle è finalmente cessato.
Siamo davanti al nemico.
Tra poco sarà impartito l’ordine di attacco.
Ed improvvisamente, mentre a pie’ fermo attendiamo, mi coglie il lancinante ricordo dei radiosi giorni del passato.
Il nemico si tiene ai piedi delle basse alture con cui termina lo stretto pianoro alla cui altra estremità ci siamo fermati alla fine di un lungo pendio.
Finora i tamburi avevano rullato interminabilmente dietro di noi guidandoci all’attacco.
Marciavamo in file serrate, uno accanto all’altro, misurando il terreno a lunghi e risoluti passi.
Spingendo avanti le gambe rigide, ed lasciando cadere i piedi pesantemente al suolo. Risoluti. Senza esitazioni. Come ci è stato insegnato. Perchè il nostro passo cadenzato e pesante faccia tremare la terra ed i cuori.
Ma non i nostri.
E i nostri cuori non tremavamo affatto, mentre marciavamo.
Risoluti, si!. Ma risoluti a morire, prima che ad uccidere!. Sollevati, come lo si è solo prima di una battaglia. Decisi a concludere lì, se il destino lo volesse, i nostri giorni.

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