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Posts Tagged ‘Questão Coimbrã Lisbona Almeida Garret Castelo Branco Eça de Queiroz Alexandre Herculano Romanticismo Realismo Tradizionalismo Conservatorismo Progresso Antico Deflazione Fermarsi’

Si è aperta a Lisbona una mostra dal titolo «A questão do Bom senso e bom gosto» riguardante una disputa culturale anche detta «Questão Coimbrã» che coinvolse nel XIX diversi scrittori, artisti ed intellettuali portoghesi in un vero e proprio complessissimo battibecco che riguardava la disattualizzazione della cultura locale rispetto alle tendenze europee. Si tratta di una questione e di una polemica di cui si trova traccia continuamente negli scrittori che ho già presentato in questa rivista, e cioè Camilo Castelo Branco e João Baptista Almeida Garrett. Per la verità era ben più che una questione letteraria e culturale, in quanto espressione di un atteggiamento generale delle classi elevate nella loro parte più intellettuale. E cioè era la raffinata polemica contro l’arretratezza del paese rispetto agli esempi delle nazioni più glamour del tempo, e cioè Francia ed Inghilterra. Alle quale si guardava specialmente nelle loro splendenti ed effervescenti capitali, Parigi e Londra.
Come ho già ricordato descrivendo i «Passeios literários» di Lisbona, uno degli intellettuali che prese parte alla disputa in questione, cioè Eça de Queiroz, fu l’esempio vivente di questa polemica. E non proprio un modo che possa fargli onore. Gaudente e scialacquatore, ed assurto alla comoda condizione di una carriera diplomatica solo grazie alle influenze della moglie Dona Amalia, appartenente ad una ricca e potente famiglia lisboeta, egli passò tutta la sua vita denigrando ferocemente la sua terra mentre intanto si approfittava di essa sistematicamente per procurarsi i soggetti per i suoi libri. Tuttavia la parte preferita del suo tempo egli la passava a Parigi facendo quella douce vie che solo amava, e lasciando intanto che la moglie ne pagasse gli ingenti debiti. E permettendosi peraltro anche il lusso di fare del paternalismo moralista con i personaggi perduti dei suoi romanzi che facevano esattamente la sua stessa vita dissipata.
La «Questão Coimbrã» si chiama del resto così perché, tra gli altri, vide come protagonisti, accusati ed accusatori, degli scapigliati studenti dell’austera e medievale università di Coimbra. I nomi dell’intero gruppo : ‒ Antero de Quental, Teófilo Braga, Castelo Branco, Vieira de Castro. Dall’altro lato invece Castilho e Ramalho Ortigão, quali difensori di uno spirito romantico anti-realista ed anti-verista (nel quale rientra quell’Alexandre Herculano di cui ho già raccontato) ed affatto affezionato all’idea che il Portogallo si gettasse armi e bagagli nelle braccia del Mito del Progresso, del Futuro e dell’Europa intesa come valore unilateralmente progressista. Racconterò nelle prossime settimane di un riflesso letterario di tale contrapposizione nella figura del nobile demodè e provinciale Calisto Elói de Silos e Benevidas de Barbuda (preso in giro da Castelo Branco in un libro di vago sapere mishimiano, A queda de um anjo). Prima deputato reazionario e dispregiatore dei costumi europei, e poi anch’egli raffinato gaudente e progressista.
Quasi inutile ricordare qui i nomi del nostro realismo e verismo (da Manzoni a Verga e Carducci) che si sviluppò negli stessi anni sebbene su tutt’altri registri estetici e morali. Ricorderei solo il canto di Leopardi ‒ Palinodia al marchese Gino Capponi. In cui egli, pur non essendo affatto un romantico in piena regola, si scagliava in modo estremamente violento contro uno spirito progressista che egli vedeva connesso proprio al fin troppo sventato (se non ipocrita) edonismo dei ricchi gaudenti. Ovvero quelli che lo stesso Almeida Garrett chiamava ironicamente «i baroni» (Viagem na minha terra).
Insomma di fronte alla mostra lisboeta, al richiamo di una complessa vicenda culturale ed allo scenario piuttosto ampio ed internazionale che ruotò intorno al trapasso da Romanticismo a Realismo, cosa di può dire con la consapevolezza di oggi? La prima cosa da dire è che la contrapposizione Tradizionalismo (o anche Conservatorismo) – Progressismo ha perso molto del suo senso ed attualità, e quindi anche  del suo mordente e smalto. Come del resto la contrapposizione Destra – Sinistra. I termini di tali contrapposizioni ci appaiono oggi infatti piuttosto bigi, se non insipidi e forse addirittura inautentici. Ciò che però sembra non avere perso né senso  né attualità appare stare in due elementi : ‒ 1) la polemica tra i resti di Antico di alcune società ed il sempre più esplicito e galoppante Moderno di altre ; 2) il conflitto tra il Sud ed il Nord del mondo (un cui aspetto specifico è la cesura tra Sud- e Nord-Europa che oggi invece di attenuarsi si è accentuata).
E su questo di certo si potrebbero scrivere interi trattati e dai più svariati punti di vista.
Io mi limiterei ad una sola constatazione, che insorgeva appunto mentre visitavo la mostra. E nella forma di un serpeggiante ma tenace disagio rispetto al pur grande interesse culturale del tema trattato. La costatazione, prescindente in modo dimesso, umile ed anche pragmatico, dai toni reboanti della polemica storica tra Tradizionalismo e Progressismo, si potrebbe riassumere in una semplicissima domanda che io mi pongo e che forse potrebbero porsi anche altri : ‒ Ma di tutto questo progresso, se pure in assoluto esso sia stato mai necessario, abbiamo oggi davvero ancora bisogno?
Era proprio quello che mi frullava nella testa mentre percorrevo le sale della mostra, nella forma di una sorda resistenza (alla retorica sottintesa dall’evento e dalla scelta del tema) che proprio non riuscivo a ricacciare indietro. Era l’affiorare impertinente di antichi ricordi di infanzia e relative dorate nostalgie. Il caso vuole che io sia nato nell’ormai lontanissimo 1955. Un anno ancora profondamente immerso in un XX secolo, ormai definitivamente archiviato dalla bruciante accelerazione dei suoi stessi ultimi due decenni. Anno di nascita che contraddistingue una generazione i cui esponenti, in un nostro privato colloquio, Marcello Veneziani definì una volta come «gli ultimi degli antichi». Ricordavo insomma quelle banane che erano un vero e proprio lusso, quasi un raffinato dolciume. Quegli utensili di «bachelite». Quei mastodontici, lentissimi ed antidiluviani apparecchi TV in bianco e nero marca Admiral. Quei cessi che erano cessi come un cesso deve essere esattamente nel senso che la parola suggerisce. Quelle anziane donne del sud, regolarmente poppute, sdentate e maleodoranti. Eppure confortanti. Ed insieme a tutto questo le fragranze d’altri tempi della multi-centenaria casa paesana di mia nonna ‒ quella dell’olio in un grosso bidone di ferro, quella dei salumi appesi alle travi nella stessa soffitta, quella dell’acqua di rose con cui la mattina presto ci si lavava la faccia a Maggio, quella del bucato fatto con cenere e limone nei calderoni della cucina in pietra ricca di neri forni e fornelli.
E mentre questi ricordi emergevano, mi colpiva il pensiero che in fondo da allora in poi, mediante la tecnologia,  non abbiamo fatto che affinare fino all’isterica esasperazione quel livello basico di benessere che comunque allora già sussisteva. La Guerra era passata da non molti anni ed il mondo Antico era già per sempre tramontato. Si iniziava a stare bene. E se, invece di progredire, ci fossimo fermati lì? Non vivremmo forse meglio ? Non ci sarebbero stati forse risparmiati gli aerei che precipitano per fulmini e grandine di improvvise tempeste estive? Non ci sarebbero forse state risparmiate le angosce per le ormai sempre più vicine «guerre dell’acqua»? Non ci sarebbero state risparmiate notizie del tipo dell’attuale scioglimento del ghiacciaio dell’Aletsch e della prossima ventura sommersione del Salento? E mi fermo nell’elenco di previsioni nostadamusiane, che pure è estremamente lungo.
Pensiamoci! Forse non è più nemmeno il caso di soffermarsi su complesse e di certo dolorose ridondanze ideologiche della contrapposizione Tradizionalismo-Progressismo. Le cose sono ormai molto più semplici. Più basiche. Più banalmente urgenti quanto a tragicità. E non direi che è necessario un «pensiero più laico», come su succedeoggi ha avuto a dire Luca Fortis a conclusione della sua disamina del fenomeno droghe-discoteche, nella quale mi sembra che dominasse il principio di quell’ossessiva (e sempre distruttiva) «espansione dell’Io» che Simone Weil aveva pur recisamente condannato già negli anni 30 del fatale XX secolo. Io direi che invece è necessario tutt’altro pensiero.

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