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Non è importante né l’uno né l’altro personaggio. Di entrambi infatti non ci importa un vero fico secco.

E non è importante nemmeno l’oggetto della polemica, che non ci riguarda affatto.

L’importante è lo stile, dietro il quale si legge qualche altra cosa, e cioè l’apparato bellico che la sinistra italiana è ancora in grado di mettere in campo.

E sempre, bene inteso, continuando a voler far credere di fare guerra alla guerra.

Solo è curioso osservare come ormai tale apparato bellico venga impiegato non solo fuori ma anche dentro la grande area della sinistra, con il fiorire di beghe, battibecchi ed inciuci di ogni genere. Cosa che in qualche modo richiama comunque il lontano ed imbarazzante scenario di Hommage to Cataloña di Orwell.

Il caso Renzi è emblematico di tutto ciò.

Ma ciò che dello stile bellico ci colpisce oggi nella trasmissione odierna di Prima Pagina condotta da Antonella Rampino non sono tanto le forme e i contenuti, quanto piuttosto le nuances. Che la dicono forse molto più lunga del resto.

Una di queste nuance è l’inflessione dialettale del linguaggio della Rampino. È lei infatti il personaggio-voce di guerra.

Ella napoletana è! O giù di lì. Si vede e si sente.

Ma la sua dialettalità napoletana non è né qualunque né casuale. Essa è curata e studiata come solo a Napoli si può farne esperienza. Contiene infatti delle nobilitazioni di consonanti che il napoletano di un certo livello ad arte si studia di strappare alla volgarità del dialetto basico. Ecco che le “o” e le “e” si chiudono, che le “g” diventano quasi “d” (invece di giorno ecco diorno), che le “c” si strascicano indolentemente mentre perentoriamente si iper-sonorizzano diventando “tsch” (come nel “Tschüß” nord-germanico)

Ebbene tutto ciò a Napoli fa incontestabilmente chic, cioè vecchio signore, cioè al di sopra della vile massa plebea. E quindi non può essere casuale il fatto che quest’altercare venga usato dalla Rampino (e peraltro insieme ad altri napoletanismi più veraci) per poi dopo tornare al nitore di un eloquio da corso di dizione.

Ma nel caso della Rampino a tutto ciò si aggiunge una voce femminile naturalmente arrochita (alla Angela Finocchiaro, cioè alla pasionaria di sinistra e fumatrice accanita), e quindi ruvida, stridentemente confricante. Talvolta cupamente minacciosa quando raggiunge le oscure profondità del suo livore guerriero. E che quindi come tale graffia, gratta, erode, ed infine taglia e spezza.

È con essa che il povero Renzi viene fatto a pezzi.

Ma che colui che parla così e così sia di sinistra non rappresenta alcuna contraddizione. Né per quanto attiene i gentilismi partenopei in sé, né per quanto attiene il rapporto tra essi e la ruvida voce di guerra.

Infatti nel simbolismo comportamentale della sinistra tutto ciò significa essere intellettuale (anche se di guerra), cioè uomo al di sopra della norma non tanto per censo e/o per nascita Magari anche, come ci dicono bene i gentilismi. Ed allora tanto di guadagnato, visto che così si è non solo signore, ma anche nobile d’animo e generoso.

Ma soprattutto si è al di sopra della norma per superiorità di sensibilità e di pensiero. E quindi si dimostra di essere leader, leader di masse rivoluzionarie. Cioè candidato ad un posto più alto e meglio remunerato nella gerarchia rivoluzionaria.

Quanto poi alla rivoluzione in sé, essa così come anche la Rampino, Renzi, Bersani, e la sinistra tutta, ed anche tutto il resto , ha un’importanza solo relativa.

L’importante è fare figura. Come si dice a Napoli.

Questo ci sembra la Rampino su Prima Pagina. Assolutamente sublime nella sua significatività comportamentale conscia ed inconscia.

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